Vecchia è in Italia la moda di dividersi in neutralisti ed interventisti. Per uno strano destino le guerre sono per noi a scoppio ritardato, e, a partire dal marchese di Monferrato, che era per il vecchio Walter Scott il più fifone tra tutti i principi crociati, ed anche il più traditore, i grandi capi delle forze armate nostrane hanno sempre dinanzi a sé un congruo periodo di tempo per decidere se entrare in guerra, e da qual parte, prendendo la finale eroica decisione solo dopo una certa serie di spinte da tergo.
Tutti sanno che i socialisti italiani andarono classificati come neutralisti nella guerra 1914, e specie nei nove mesi trascorsi tra il fatale 4 agosto ed il 24 maggio 1915. Ma fin d’allora i modesti settimanali di sinistra del partito erano in grado di mettere a punto la improprietà del termine neutralisti. Il partito socialista, partito di opposizione di principio al regime ed al governo borghese, non poteva definire la sua politica con programmi e direttive suggerite allo Stato e per lo Stato, nell’azione interna ed internazionale, programmi che logicamente possono condurre a partecipare alla direzione del governo per vie legalitarie, ed anche ad alleanze con altri partiti.
Neutralisti potevano ben chiamarsi in un primo tempo i partiti borghesi contrari all’intervento a fianco dell’Austria e della Germania, ossia i democratici di sinistra, in un secondo tempo invece quelli contrari alla discesa in guerra a favore della Francia e dell’Inghilterra, ossia i clericali e i giolittiani. La linea dei socialisti era invece quella di mantenere l’opposizione di classe al governo borghese in pace e in guerra (e qualunque fosse l’alleanza di guerra eventuale), opposizione da condursi non solo nel parlamento e nella stampa, ma con tutte le altre forme di azione e col solo limite delle possibilità di lotta consentite dallo sviluppo degli eventi. Tale indirizzo si opponeva a quelli di altri partiti socialisti esteri, che dinanzi alla guerra avevano accordato alle loro borghesie una tregua della lotta di classe, votando i crediti militari ed entrando in governi di unione sacra e comportandosi così da veri neutralisti della nostra guerra, che è la rivoluzione proletaria, ed essa sola.
Quanto fosse imprecisa per molti strati meno avanzati del partito l’opposizione alla guerra ed al secondo interventismo filodemocratico, lo può dimostrare il fatto che Mussolini, ritenuto capo degli estremisti, e passato poi all’interventismo alla fine di ottobre 1914, nell’estate di quell’anno tempestoso, chiamato da qualche compagno a giustificare alcuni allarmanti sbandamenti dell’Avanti! a proposito delle atrocità teutoniche, delle cattedrali smozzicate e simili, rispose enfaticamente: “Per me la guerra all’Austria è una catastrofe socialista e nazionale; mi opporrò con tutte le mie forze“.
Ora è evidente che per essere contro la politica di guerra degli interventisti italiani, tra i quali passò col clamoroso tradimento del suo partito il futuro duce, non occorreva affatto e non occorse credere nelle due sballate tesi storiche e politiche contenute in quelle parole, così presto rinnegate.
La guerra all’Austria non fu una catastrofe nazionale, come invece avrebbe potuto esserlo la guerra alla Francia; la guerra fu vinta e lo Stato borghese nazionale italiano ne trasse vantaggi di territorio e di potenza. Non era nemmeno detto che la guerra dovesse essere una catastrofe socialista; lo sarebbe stata ove al suo scoppio tutti i socialisti e i lavoratori si fossero comportati come Mussolini, mentre invece il partito resistette e fu, dopo la guerra e contro i fautori di essa, più forte e vigoroso. La situazione di guerra avrebbe addirittura costituito un vantaggio rivoluzionario, ove la classe operaia italiana avesse potuto, secondo le parole del Congresso Internazionale di Stoccarda (citate da Togliatti, interventista ed allora, e ieri, e domani!), volgerla in guerra civile per l’attuazione del socialismo. Così la entrata in guerra dello zar fu una catastrofe per lui ed anche per la borghesia russa, ma non certo per il proletariato ed i bolscevichi che, avendola fieramente avversata e sabotata, giunsero alla vittoria rivoluzionaria.
I socialisti italiani purtroppo rimasero a mezzo tra un neutralismo contingente di tipo nazionale, ed il disfattismo rivoluzionario di classe. Le diverse tendenze si resero evidenti al momento dell’intervento, quando alcuni dissero: abbiamo fatto il nostro dovere per scongiurare la guerra, oggi che malgrado noi il governo ha impegnato il paese non dobbiamo indebolirlo; mentre gli altri sostenevano lo sciopero generale al momento della mobilitazione. Avutasi dopo Caporetto l’invasione del territorio italiano, i primi giunsero a tentare l’appoggio e la partecipazione al governo in nome dei famosi schemi della difesa della Patria, i più si fermarono all’infelice formula: né aderire né sabotare.
La tradizione propria dell’ala rivoluzionaria, che venne a convergere dopo la guerra nella Internazionale bolscevica, si ricollega all’indirizzo di non rinunziare alla lotta contro il potere della borghesia e le forze dello Stato anche quando queste siano impegnate in guerra e provate dalla disfatta, di tendere ad una possibile azione rivoluzionaria interna senza fare alcun conto della possibilità di spostare gli equilibri militari a favore del nemico. Una tale lotta in Italia in quel periodo non vi fu, i socialisti furono tuttavia accusati come disfattisti e caporettisti. Essi non respinsero l’accusa in linea di principio, ma per la chiarezza del confronto dei rapporti di forza è bene ricordare l’elemento obiettivo storico che tra i socialisti disfattisti italiani e lo Stato Maggiore di Francesco Giuseppe non esisteva nessuna solidarietà e collaborazione di finalità o di mezzi, nessuna corrispondenza o collegamento organizzativo, nemmeno nelle più spinte diffamazioni avversarie.
Nemmeno ve n’erano tra lo Stato Maggiore germanico e i leninisti russi, malgrado il famoso vagone piombato, in quanto la prospettiva storica dei marxisti rivoluzionari è sempre stata quella di un paese invaso, nel quale la rivoluzione sociale interna comunica l’incendio alle file dell’esercito invasore ed alla nazione vincitrice. E poco dopo la pace definita disfattista di Brest Litowsk il vincitore potere tedesco cadeva anch’esso travolto, ed il proletariato di Berlino impegnava a fondo le sue forze migliori nel tentativo di assalto rivoluzionario alla borghesia nazionale dei partiti di guerra e di pace, come quello di Parigi aveva fatto dopo la disfatta di Sédan.
I grandi avvenimenti in Russia del 1917 e 1918 ponevano in nuova luce i problemi storici della rivoluzione operaia. Stabilito contro tutte le deviazioni socialdemocratiche socialnazionali ed anche libertarie il valore decisivo nella lotta di classe non solo dell’impiego della violenza ma della istituzione di uno Stato politico di ferreo potere dittatoriale (stabilito tale cardine centrale così nella vivente storia ed in fatti fiammeggianti, come nella critica teoretica restauratrice del robusto filone originario del marxismo), veniva in tutta evidenza la necessità per il potere della vincitrice classe proletaria – spezzato l’apparato statale vecchio, liquidata la guerra nazionale e l’armata nazionale – di avere non solo una polizia di stato ma un vero e proprio esercito rosso.
Non si trattò infatti soltanto di assicurare la esecuzione dei decreti economici e sociali del potere rivoluzionario (il classico intervento dispotico del Manifesto, per tanti anni incompreso dai troppi socialisti infetti da libertarismo) contro le resistenze di borghesi, di “speculanti” e di kulaki, non si trattava soltanto di spegnere cospirazioni o insurrezioni di partiti anticomunisti insidianti il nuovo potere, ma si dovettero sostenere vere e proprie campagne militari per impedire assalti e spedizioni di forze organizzate contro i territori e le capitali rivoluzionarie. Di tali imprese militari si fecero iniziatori tedeschi da una parte, alleati dall’altra con lo stesso obiettivo di rovesciare i bolscevichi; e ciò avvenne perfino contemporaneamente prima che cessasse la guerra europea: gli Stati borghesi si combattevano tra loro, ma al tempo stesso combattevano contro lo Stato proletario in una tacita alleanza, sostenendo le forze armate, procedenti da diverse direzioni, dei Kornilov, dei Denikin, degli Judenich, dei Koltchak.
Chiusa vittoriosamente questa fase di guerre civili interne e cessate le vere e proprie guerre statali con la Finlandia e con la Polonia, mentre il regime proletario sussisteva in Russia, ma tuttavia non riusciva ad attuarsi negli altri paesi, i comunisti in tutte le nazioni si posero molto seriamente il problema del comportamento in una successiva guerra in cui uno o più Stati borghesi avessero potuto attaccare la Russia con l’intento di restaurarvi il dominio del capitalismo.
Ove in una tale scontro la Russia fosse rimasta sola contro un gruppo di Stati nemici la soluzione era ovvia: i comunisti in quei paesi avrebbero gettato tutte le loro forze nell’opposizione alla guerra, nel sabotaggio e nel disfattismo di essa, con l’intento finale di rovesciare rivoluzionariamente il potere borghese indigeno attaccandolo alle spalle del fronte.
Ma il problema assumeva un aspetto ben più complesso e difficile davanti alla ipotesi di una guerra generale tra due gruppi di Stati, in uno dei quali si fosse trovata come alleata la Russia sovietica e comunista.
Per i partiti comunisti dei paesi alleati alla Russia, o quanto meno in linea di fatto impegnati in operazioni di guerra contro gli Stati nemici ed aggressori della Russia stessa, andava mantenuta la linea politica ristabilita dalla Terza Internazionale che condannava ogni appoggio alla guerra ed ogni forma di concordia nazionale e imponeva anzi l’aperto sabotaggio allo sforzo militare borghese? Non avrebbero piuttosto dovuto i partiti comunisti in queste situazioni appoggiare i governi e gli eserciti in lotta contro i nemici della Russia, od almeno desistere dall’ostacolarne l’azione, per evitare l’evidente conseguenza di facilitare la vittoria delle armate che tendevano ad abbattere la rivoluzione invadendo il paese socialista?
Questa ipotesi appariva tanto suggestiva quanto in sostanza era artificiosa e speciosa. Anzitutto non ve ne era ancora un esempio storico: come abbiamo ricordato, alla fine della Prima Guerra Mondiale i due gruppi di Stati borghesi in conflitto avevano agito parallelamente contro la Russia in rivoluzione: contro la Comune parigina erano stati solidali versagliesi e prussiani, contro gli spartachisti di Berlino tedeschi kaiseristi e weimariani, tra la compiacenza dei vincitori. E oggi si tiene occupata la Germania dall’Est e dall’Ovest, dopo la decantata vittoria per la liberazione dei popoli, al fine d’impedirvi una vampata rivoluzionaria sorgente dalla disfatta della classe dominante nazionale. Risalendo agli esempi delle rivoluzioni borghesi (senza dimenticare le sostanziali differenze di impostazione storica: quelle erano a carattere nazionale e tendevano ad un nuovo dominio sociale di classe; la rivoluzione proletaria è internazionale e tende ad abolire ogni dominio di classe), va notato che nelle coalizioni tra gli Stati feudali contro la Francia, questa non solo non trovò mai tra i primi nessun alleato, ma la stessa Inghilterra retta a regime borghese da molto tempo partecipò alle guerre antifrancesi. L’impostazione del quesito che esaminiamo sembra inoltre nel suo semplicismo presupporre che i rivolgimenti sociali nascano dalle idee degli uomini e siano diffusi per il mondo sulla punta delle baionette, vecchio motto borghese ben lontano dalla nostra concezione delle determinanti economiche che ovunque sollevano le classi sociali oppresse contro l’ordine costituito in una lotta interna. E la vittoria delle coalizioni della Santa Alleanza non impedì il diffondersi in tutto il mondo della rivoluzione borghese, come la vittoria in due guerre mondiali delle potenze capitalistiche rette a sistemi di democrazia rappresentativa non toglie che in tutto il mondo il capitalismo si vada organizzando nella sua forma più moderna e sviluppata di amministrazione accentrata e di potere totalitario potenziando con ciò stesso le possibilità obiettive della rivoluzione socialista.
Ancora: una delle caratteristiche essenziali dell’azione rivoluzionaria in caso di guerra, contrapposta dal leninismo a quella opportunista dei socialpatrioti, è la diffusione da un paese all’altro dello sciopero militare con la fraternizzazione attraverso i fronti. Mentre i poteri feudali combattevano con eserciti professionali e mercenari, la borghesia avendo attuato il militarismo forzato si serve nelle guerre della masse proletarie, per cui non si può combattere contro uno Stato borghese sui fronti militari senza combattere contro il suo proletariato e quindi senza ripercuotere al di là del fronte l’alleanza di classe stabilita da uno dei lati, rovinando ogni sviluppo delle possibilità rivoluzionarie internazionali. Tale rapporto già evidente nell’esperienza della Prima Guerra Mondiale, è oggi reso ancora più evidente dal fatto che la guerra impegna direttamente intere popolazioni anche molto lontane dalle linee militari di contatto. Così è stato nella Seconda Guerra, e probabilmente in una terza sarebbero colpite ed impegnate le popolazioni del mondo intero.
I comunisti rivoluzionari non potevano dunque in nessun caso rendere ammissibile una partecipazione alla guerra condotta da Stati Maggiori di eserciti capitalistici ed una sospensione durante una simile guerra della lotta di classe in tutti i suoi sviluppi. Dopo la vittoria proletaria in un singolo paese la sola supposizione conforme alle direttive rivoluzionarie è la lotta in tutti i paesi contro lo Stato capitalistico per giungere rapidamente alla diffusione mondiale della rivoluzione. La sola ipotesi militare storicamente ammissibile è quella di una generale coalizione capitalistica contro lo Stato comunista, ed in tal caso le sorti della nostra causa più che ad una vittoria dell’esercito rosso sono affidate al crollo interno degli eserciti offensori per effetto della solidarietà rivoluzionaria col nemico dei proletari militarizzati.
La stessa ipotesi di una diffusione forzata della rivoluzione a mezzo di una guerra offensiva o controffensiva dell’armata rossa è antistorica e antisociale. Per ragioni di natura economica, connesse alle basi della concezione marxista e del tutto evidenti, non solo va negata la possibilità di costruzione del sistema socialista in un solo anche grande paese ove vivano nel mondo le grandi economie capitalistiche dei paesi del primo e più potente industrialismo, ma la cosa diviene ancora più assurda se si pretende che il “paese socialista isolato” debba non solo patteggiare la produzione dei suoi lavoratori alle condizioni del mercato commerciale e monetario mondiale, ma addossarsi di più l’onere spaventoso di una preparazione militare equipollente a quella intero mondo borghese. Quindi al fine di assicurare gli sviluppi della lotta internazionale di classe diretta dai partiti comunisti stretti nella nuova Internazionale all’indomani della prima guerra europea, vi era buon motivo di anteporre di gran lunga la dirittura e continuità dell’opposizione rivoluzionaria contro l’ordine costituito del capitale alle speculazioni sul ripercuotersi degli eventi di guerra, così familiari al politicantismo borghese e ai rinnegati del socialismo. Né Lenin, fra le tremende difficoltà della prima rivoluzione, nel cedere territorio all’esercito germanico, aveva invocato che socialisti francesi o inglesi o americani avessero lavorato per crescere la pressione militare sul fronte d’occidente; egli seguitò invece proprio in quel periodo di organizzazione del Comintern a bollarli quali traditori appunto per tale atteggiamento unionsacrista.
La vicenda della Seconda Guerra non smentisce le direttive che abbiamo tracciate: non si è verificata la comoda ipotesi che una parte del capitalismo lotti alla morte contro l’altra stringendo alleanza con uno Stato rivoluzionario. Se questo avesse mantenuto fede alla politica bolscevica e comunista non avrebbe trovato alleati ma solo nemici in entrambi i campi.
Solo perché lo Stato proletario aveva degenerato fu possibile la sua intesa in un primo tempo con l’Asse germanico, in un secondo con i nemici di esso. L’avere ammessa la doppia strategia dei partiti comunisti esteri, disfattista in un caso, bellicista nell’altro, condusse alla definitiva liquidazione delle forze rivoluzionarie mondiali.
I successivi grandi episodi di presentazione della guerra come crociata ideologica per conquiste sociali generali affidate alle armi di una delle parti, restano per noi assolutamente paralleli, ed il cadere nei loro inganni costituisce sempre pericolo di crisi e di disfacimento del movimento proletario.
Nella Prima Guerra Mondiale i socialisti tedeschi pretesero che la Germania difendesse la civiltà europea contro l’assolutismo russo, i socialisti dei paesi dell’Intesa parlarono invece di salvezza della democrazia contro il militarismo tedesco.
Nella Seconda Guerra fu pretesa la solidarietà dei lavoratori da parte delle “grandi democrazie” di Occidente contro fascisti e nazisti, tanto nel primo periodo in cui la Russia era legata alla Germania dal patto per la spartizione della Polonia, quanto nel periodo successivo in cui la Russia fu in guerra coi tedeschi.
I partiti comunisti furono costretti in un primo tempo a deridere la presentazione democratica della guerra, in un secondo a farla propria clamorosamente; oggi in presenza del contrasto tra l’Occidente e la Russia sono costretti a tornare di nuovo alla prima tesi per battere in breccia la presentazione della nuova alleanza sotto l’aspetto della solita crociata per la libertà contro i paesi dittatoriali (Togliatti – vedi sopra i riferimenti alla personale coerenza storica e teorica – vien fresco fresco a provare che le democrazie hanno sempre fatto la guerra). è evidente che una tale strada, come ha condotto alla rovina la Seconda Internazionale e poi la Terza, non può condurre oggi che al successo delle forze controrivoluzionarie, comunque le future guerre avvengano e chiunque le vinca.
Partendo per la chiara impostazione del problema dal caratteristico neutralismo italiano nel 1914-15 volevamo arrivare all’atteggiamento dei partiti italiani di oggi nell’ipotesi di guerra.
Soltanto un vero partito comunista può rivendicare la tattica disfattista in qualunque ipotesi di guerra. Il partito stalinista attuale sembra minacciarla nella sola ipotesi di una guerra contro la Russia.
Dinanzi ad una simile posizione i partiti borghesi al governo dovrebbero dire se la liberalità democratica ammette tale tipo di dottrina e di azione politica, ovvero se considerandola tradimento lo Stato cercherà di schiacciarla.
Ora a parte il fatto che una democrazia borghese che faccia questo ragionamento prende semplicemente la via che i fascisti italiani tracciarono per i primi nel 1919, va rilevato che i signori liberali, democristiani, demosocialisti e repubblicani italiani dovranno sfoggiare una notevole faccia cornea nel condannare un disfattismo ed una collaborazione col nemico che essi stessi hanno largamente praticata, ed alla quale soltanto debbono di essere pervenuti al potere.
Essi diranno che lo Stato di Mussolini era illegittimo ed anticostituzionale, e per tal motivo diveniva non solo giusto che il popolo corresse alle armi, ma che gli avversari cercassero aiuti stranieri. Il fatto è che essi, come cittadini e come partiti, versavano in tale avviso, ma Mussolini e i suoi pensavano l’opposto, li definivano traditori e se avessero vinta la guerra li avrebbero tutti fucilati. Può dunque ogni cittadino ed ogni partito stabilire a suo criterio se il potere nel suo paese va rispettato o va sabotato dal di dentro e dal di fuori?
Gli stalinisti rivendicano tale azione ove si attacchi la Russia, molti autentici conservatori la hanno applicata nei confronti del regime fascista, se l’Italia cadesse nella sfera militare sovietica la sperimenterebbero i governanti d’oggi. Quinticolonnisti (o per converso collaborazionisti) dunque tutti in potenza, e agli stipendi di uno Stato Maggiore straniero – meno i marxisti rivoluzionari il cui disfattismo è lotta dei lavoratori per sé stessi e, insieme, per i loro fratelli di tutti i paesi. è chiaro che tra tutta questa gamma di casi una discriminante ideologica non può trovarsi; unico criterio distintivo pratico è quello dell’esistenza di un potere di fatto, che tenga nelle sue mani lo Stato. Tutt’al più si può esigere che si tratti di un potere stabile per alcuni anni, che le sommosse interne siano cessate, che siano stati stabiliti rapporti normali diplomatici con l’estero.
Mussolini aveva da tutti questi punti di vista le carte in regola. Se è stata azione meritoria la lotta contro di lui fino all’ultimo sangue da parte dei Nitti, dei De Gasperi, degli Sforza, dei Pacciardi, perché contro il governo attuale sarebbe un crimine l’analogo procedere dei Togliatti o dei Nenni? Evidentemente l’unica risposta è che i signori prima nominati disapprovano le idee e la politica dei secondi. Ma è indubitato che anche il signor Mussolini disapprovava vivamente l’opera che tutti compivano da Parigi da Londra o da Mosca, e questa non pare sia stata una ragione sufficiente, dinanzi alla storia, alla civiltà, alla morale, tutte parole che si mettono a larga disposizione di chi è riuscito a schierarsi dalla parte che ha saputo picchiare più forte.
è oramai chiaro che se ci fosse la terza guerra – od anche in funzione di quella forma cronica di conflitto che potrebbe sostituirla – in ogni paese del mondo agiranno due gruppi opposti che reciprocamente si imputeranno il crimine di tradimento alla civiltà alla democrazia e soprattutto alla pace. Per la cerchia dei politicanti di professione e per larghi strati soprattutto dei famosi ceti medi, si rinunzia in partenza a decifrare il grande problema teorico e storico delle ragioni e dei fini dei due contendenti.
Si tratta per loro di domandarsi non solo quale dei due alla fine sarà vittorioso, ma in primo tempo quale avrà il controllo politico e militare della zona in cui si vive.
Essendo lo Stato italiano oggi non un soggetto ma un oggetto del problema, la tesi politica della neutralità, che non è mai stata una tesi proletaria, non si pone nemmeno come tesi nazionale.
Il dubbio amletico è altrove: se un conflitto scoppierà e un fronte militare sarà tracciato tra Oriente ed Occidente, dove passerà questo fronte? Le forze delle potenze atlantiche stabiliranno di comprendere nelle loro linee di partenza la penisola italiana tenendola saldamente occupata? Il panciafichismo indigeno, ben sicuro che la polizia motorizzata e l’amorevole occhio delle portaerei che bordeggiano tra i nostri porti bastano a salvare da ogni attentato turbolento l’ordine yankee-vaticano che regna saldamente ormai in Italia, ha dei gravi fremiti quando sente parlare di fronti sulle Alpi e addirittura sui Pirenei; si tratterebbe di passare una volta ancora di mano in mano, di traversare penose angosce prima di sapere quali scarpe si debbano lustrare.
Per la soluzione di così ardente problema non contano nulla i pareri e i voti del parlamento italiano e, dopo i trionfi dell’opportunismo, nemmeno le azioni nella piazza secondo ruffianesche regie.
Meno che nulla conta la concessione o meno di basi militari a potenze straniere; oggi che si fa il giro del mondo senza scalo, una base si crea dovunque con un nugolo di aeroplani scaricando tutto in dieci minuti, dall’uranio alle vitamine col cioccolato, e soprattutto senza permesso e senza preavviso.
In effetti a combattere per la patria, qualunque sia il governo al potere e qualunque sia l’alleanza internazionale, oggi non si impegna nessuno.
I due gruppi hanno l’insigne sfacciataggine di sostenere entrambi che fanno “politica nazionale”, che lottano per la pace e che sono contro gli aggressori.
Su quest’altro famoso trucco dell’aggressore e dell’aggredito, su cui si specula da sempre, Palmiro ha avuto una trovata nuova. Che campino di trovate Totò e Macario è logico e rispettabile, ma i capi dei Grandi Partiti! E negli Storici Discorsi!
L’esercito sovietico non vuole attaccare nessuno, ma potrebbe venire sul nostro territorio “inseguendo un aggressore”.
La formula è alquanto dialettica: l’aggressore è colui che scappa.
Ettore fuggendo tre volte intorno alle mure della nativa Troia inseguito da Achille, era evidentemente l’aggressore. Non gli spetta più onore di pianto per il sangue per la patria versato.
Almeno l’esempio di tanti ciarlatani arrivasse a liquidare finalmente e con anticipo sui preventivi di Ugo Foscolo questa rovinosa superstizione del patriottismo!
Tecnica produttiva e forme giuridiche della proprietà.
Al fine di vagliare esattamente la tradizionale formula che definisce il socialismo come abolizione della proprietà privata, si richiamano i concetti marxisti sul succedersi delle rivoluzioni di classe quale conseguenza del contrasto fra le nuove forze ed esigenze della produzione e i vecchi rapporti di proprietà. Dei vari regimi di classe, fondati su istituti di proprietà individuale esercitata su oggetti diversi a seconda delle diverse caratteristiche della organizzazione produttiva e della tecnica del lavoro, il più recente è il regime capitalistico.
«Prometeo» n.11:
2. L’avvento del capitalismo e i rapporti di proprietà.
Il capitalismo trionfa in una rivoluzione che rompe una serie di rapporti. Tra questi il diritto del feudatario sui contadini servi, ed il diritto delle corporazioni sugli artigiani sono rapporti fra persone, non rapporti di proprietà su cose.
Il capitalismo sopprime inoltre la proprietà dei lavoratori artigiani sui loro prodotti e sui loro strumenti, e in larga misura quella dei piccoli contadini sulla terra, per trasformarli, come gli ex servi della gleba, nelle masse di nullatenenti salariati.
3. I termini della rivendicazione socialista
La lotta della classe dei salariati contro la borghesia capitalista ha per obbiettivo, conservando la divisione tecnica del lavoro e la concentrazione di forze produttive arrecate dal capitalismo, di abolire insieme all’appropriazione padronale dei prodotti ed alla proprietà privata sui mezzi di produzione e di scambio, il sistema di produzione per intraprese e quello di distribuzione mercantile e monetaria, poiché solo sopprimendo tali forme può cessare il sistema di sfruttamento e di oppressione costurito dal sindacato.
La rivoluzione borghese e la proprietà sui beni immobili
Sono beni immobili, nella accezione corrente, la terra e le costruzioni ed impianti attuati dall’uomo su di essa e non trasportabili di luogo in luogo. All’epoca dell’avvento del regime capitalistico la proprietà immobiliare poteva avere per proprio oggetto principalmente i terreni agrari, i fabbricati di abitazione, i fabbricati per opifici; e solo successivamente col diffondersi di macchinismi fissi o trasportabili, e poi ancora di reti di comunicazione di trasporto e di trasmissione e distribuzione di energie diverse si ebbero casi sempre più complessi in cui la distinzione tecnica sociale e giuridica tra beni immobili e mobili dà luogo a maggiori sottigliezze.
Ci soffermeremo per chiarezza dapprima sulla proprietà del suolo. La distribuzione di questa negli ultimi tempi del regime feudale era piuttosto complessa, avendosi zone di demanio collettivo appartenenti ai comuni o allo stato, grandi feudi assegnati dai poteri politici centrali alle famiglie della nobiltà, ed anche piccoli possessi indipendenti di contadini agricoltori. La prima forma era una derivazione di antichissime gestioni comuniste della terra soggetta a continui attacchi e dei signori, e dei contadini, e della nascente borghesia; essa traeva le sue origini soprattutto dai popoli e dai sistemi di diritto germanico, presso i quali all’epoca delle migrazioni ed invasioni nel sud si svolse nel feudalesimo militare e dinastico.
La terza forma del piccolo possesso autonomo derivava dall’impero e dal diritto romano, in quanto l’ordinamento di Roma nella madre patria e nei paesi conquistati si fondava sulla spartizione del suolo agrario ai cittadini liberi, soldati in tempo di guerra, mentre sussistevano poi altri molto più grandi lotti di suolo in possesso del patriziato, che li sfruttava col lavoro delle masse di schiavi, privi questi del diritto politico ma anche esenti dall’obbligo del servizio militare. Nel sistema romano, mancando sia la gestione in comune della terra sia l’istituto di un diritto sovrano che potesse spostarla ad arbitrio da un signore all’altro, salvo il controllo dello stato nella suddivisione dei nuovi territori occupati, si era pervenuti ad una precisa delimitazione e parcellazione dei lotti fondiari, classicamente disciplinata dal diritto civile vigente in tutto l’impero e storicamente ordinata anche in quello d’Oriente. Accennato così alle due forme collaterali alla proprietà feudale, osserviamo ora quali siano le caratteristiche di questa. È il condottiero vincitore, l’eletto di un gruppo di capi e principi alleati, poi il monarca assoluto ed anche la gerarchia ecclesiastica, che compie assegnazioni e spartizioni di autorità tra i vari signori e vassalli distribuiti in successivi ordini di gerarchia, fissando o mutando anche frequentemente e ad arbitrio i limiti delle circoscrizioni. Entro queste forme più o meno intricate tutta l’impalcatura di signori di guerrieri e di sacerdoti vive del lavoro della massa contadina vincolata a non abbandonare il feudo cui appartiene.
Come più volte osserva Marx, prevale in questo sistema sociale più che il rapporto giuridico fra il proprietario e la terra, quello tra il titolare del feudo, e del titolo nobiliare che lo accompagna, e la massa delle famiglie dei suoi servi. Non interessa al signore avere molta terra quanto molti servi, essendo a sua disposizione una certa parte del prodotto del lavoro di tutti costoro. Un altro cardine dell’ordinamento feudale è quello che il signore, comunque vada la sua gestione economica, non può perdere il suo feudo; esso non è alienabile, non è espropriabile, ed il sistema del maggiorasco ne evita anche la suddivisione ereditaria, istituto così importante invece nel sistema romano. Per conseguenza, ed almeno quanto alle enormi estensioni di terra oggetto di investitura feudale, non vi è mercato dei suoli, la terra non può essere scambiata con la moneta.
Questa valutazione del regime preborghese da cui partiremo nel valutare la posizione del capitale trionfante rispetto alla proprietà fondiaria è fondamentale nell’analisi marxista. È detto nel capitolo 24° del Capitale con riferimento all’epoca della servitù della gleba: “In tutti i paesi d’Europa la produzione feudale è caratterizzata dalla ripartizione del suolo fra il più gran numero possibile di vassalli. La potenza del signore feudale, come quella di qualsiasi altro sovrano, non poggiava sull’ammontare dei livelli percepiti, bensì sul numero dei suoi sudditi, e quest’ultimo dipendeva dal numero dei contadini stabiliti sui suoi domini”.
Poiché non vorremmo che sembrassero nuovi od originali gli svolgimenti che trarremo da queste premesse, richiamiamo anche, circa il rapporto tra il suolo e la moneta, un passo fondamentale del capitolo 2°: “Gli uomini hanno spesso fatto dell’uomo stesso, nella figura dello schiavo, il materiale primitivo della moneta; ciò non è mai avvenuto per il suolo. Una tale idea non poteva nascere che in una società borghese già sviluppata. Essa data dall’ultimo terzo del secolo decimo settimo, e la sua applicazione non venne tentata su grande scala, da tutta una nazione, se non un secolo più tardi, durante la rivoluzione del 1789, in Francia”.
Il capitale moderno non è dunque la stessa cosa della proprietà in generale, e non basta abolire questa, in teoria e nel diritto, per averlo debellato. Il capitale è una forza sociale la cui dinamica ha aspetti ben più complessi di un platonico diritto di proprietà. Esso si presenta come contrapposto alla proprietà fondiaria tradizionale, ed uno dei principali elementi dell’antitesi è che la seconda è veramente personale, il primo esce dai limiti della facoltà del privato: “Quando si studia storicamente il capitale nelle sue origini, lo si vede ovunque star di fronte alla proprietà fondiaria nella sua forma di moneta come patrimonio monetario o come capitale usurario”, dice Marx al capitolo IV, per stabilire che la circolazione mercantile ha per prodotto finale il denaro e che questo è la prima forma sotto cui appare il capitale (che incontreremo poi come opificio, come macchinario, come provvista di materie prime, come massa di salari). In una delle suggestive note al testo è poi detto: “La opposizione che esiste tra la potenza della proprietà fondiaria (feudale) basata sopra rapporti personali di dominio e la potenza impersonale del denaro, si trova chiaramente espressa nei due motti francesi: “non c’è terra senza padrone – il denaro non ha padrone”.
Il senso poi della economia moderna che succede alla distruzione dei rapporti feudali è racchiuso in un’altra citazione che trarremo dal capitolo ventiduesimo: “Noi arriviamo perciò a questo risultato generale, che il capitale, incorporandosi la forza lavorativa e la terra, queste due fonti primigenie della ricchezza, acquista una potenza di espansione che gli permette di aumentare i suoi elementi di accumulazione oltre ai limiti apparentemente fissati dalla sua grandezza, vale a dire dal valore e dalla massa dei mezzi di produzione già prodotti nei quali esso consiste”.
Quando poi Marx tratta diffusamente dell’interregno di benessere che si pone nella storia inglese tra la soppressione della medioevale servitù della gleba e l’avvio brutale della grande accumulazione capitalistica, che fonda la ricchezza borghese sul dilagare di una spietata miseria delle masse, un’altra nota ricorda che la società giapponese del tempo, con una organizzazione feudale della proprietà fondiaria fiancheggiata da una piccola proprietà rurale assai diffusa, offriva una immagine più fedele del medio evo europeo che i libri di storia imbevuti di pregiudizi borghesi.
Sul corneo volto dei contemporanei opportunisti che inorridiscono ogni qualvolta pretendono (nella loro incommensurabile asinità) che stiano per ritornare gli ordinamenti medioevali ponendo in pericolo le civili conquiste dell’era capitalistica, che non sanno più in quale altro modo impastare le bastarde combinazioni tra gli ideali della borghesia e le rivendicazioni socialiste, si applichi come un ceffone la battuta finale di questa nota di Marx: “È davvero troppa comodo essere liberali a spese del Medioevo”
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Negli ultimi tempi dell’antico regime, quando la potenza della borghesia nel campo economico è già rilevante, il capitale liquido radunato nelle mani di mercanti e banchieri esercita una violenta pressione per sopprimere gli ostacoli che gli impediscono di impossessarsi delle proprietà immobiliari. Indubbiamente il fatto centrale dell’accumulazione capitalistica consiste nell’approvvigionare col danaro ammucchiato materie prima da sottoporre al lavoro degli operai salariati e sussistenze da corrispondere a questi. Ma occorre pure per la formazione dei primi opifici disporre di luoghi di lavoro ed acquistare fabbricati da ridurre a stabilimenti manifatturieri e suoli per poterveli costruire. Inoltre, la nuova classe padrona di ricchezze è spinta a gareggiare con gli antichi signori feudali che aspira a superare e spossessare anche nel disporre delle case dei palazzi e della terra agraria, mentre i fittavoli arricchiti tendono a togliersi da una posizione di dipendenza acquistando la proprietà del locatore ed esercitando da assoluti padroni l’impresa agricola, che, come Marx nota più volte, è una vera e propria industria.
Tutta la storia e la stessa letteratura degli ultimi periodi antecedenti alla rivoluzione borghese è piena delle manifestazioni di questa lotta che i borghesi, gli arricchiti, i parvenus conducono per gareggiare anche in prestigio con i nobili. Questi, anche quando sono a corto di danaro e devono ricorrere ad affaristi ed usurai per mantenere il proprio lustro di vita, non solo disprezzano ed umiliano colui che vive di mercatura e di traffici, ma lo stesso diritto vigente li aiuta nel difendersi da loro, nel negare la restituzione dei prestiti, ed è tradizionale la scena del creditore molesto cui i servi del signore spianano le spalle a legnate.
Da questo stato di soggezione e di inferiorità il terzo stato non potrà liberarsi completamente che con la conquista rivoluzionaria del potere politico, e fino ad allora invano gareggerà stupidamente, profondendo i frutti delle sue speculazioni, con la grandezza dei suoi rivali di classe.
Nella commedia di Molière Ilborghese gentiluomo vediamo ferocemente satireggiato il mercante che vuole atteggiarsi a nobile. L’autore lo fa vedere beffato in una finta cerimonia di investitura cavalieresca da una troupe di comici che gli cantano in quella specie di italiano proprio della commedia dell’arte: “Ti star nobile, non star fabbola, pigghiar schiabbola”. Il borghese, quasi a dimostrare con molto anticipo la tesi marxista che non è il lavoro che permette di accumulare capitale, vorrebbe far dimenticare di aver maneggiato il martello del fabbro, e cingere la spada del cavaliere.
Ma ben presto la classe dei capitalisti si rifece delle umiliazioni delle nerbate e delle derisioni sconfiggendo nella rivoluzione sociale le classi dei nobili e dei preti, instaurò il proprio dominio e non trovò freni alla espansione delle sue forze economiche. Cadde allora il sistema della proprietà feudale e dilagò l’acquisto di beni immobili da parte dei portatori di capitale monetario che fino ad allora assai difficilmente avevano potuto soddisfare questa particolare esigenza. Tale fu uno dei caratteri più importanti della rivoluzione capitalistica, ed essa, sempre nelle lapidarie frasi di Carlo Marx, pervenne a “fare della terra un articolo di commercio” e, come potè vantarsi di avere liberato i lavoratori della campagna dalla servitù feudale e i lavoratori della città dai vincoli corporativi, per poterne fare i suoi dipendenti e i suoi sfruttati, potè egualmente menare il vanto di avere “incorporato il suolo al capitale”.
Potremmo indicare questo primo periodo di consolidamento del capitalismo vincitore come periodo di immobilizzazione del capitale mobile, intendendo per immobilizzazione l’investimento su larga scala nell’acquisto di proprietà e fondi agrari e di edifizi urbani, necessario complemento economico del possesso dei grandi mezzi industriali di produzione. E questa necessità economica diveniva al tempo stesso una necessità di ordine politico, poiché per debellare completamente gli antichi signori e le pretese di restaurazione dell’ordine feudale conveniva mortificarli anche nelle posizioni di prestigio da loro assunte nelle grandi metropoli che erano sorte per effetto del prorompere delle forme capitalistiche e nelle quali tuttavia re, cortigiani, militari ed ecclesiastici occupavano le dimore più imponenti, mentre era altra pretesa di dominio e di prestigio di tali classi il conservare larghissime estensioni di terreno coltivabili della provincia per le varie finalità di lusso, di svago, di caccia, di soggiorno, di comunità religiose e così via, laddove urgeva alla economia borghese mettere il tutto a reddito, sia per ulteriori investimenti affaristici di capitale che per l’intensificata produzione di sussistenze necessarie all’esercito dei lavoratori industriali.
Abbiamo voluto ricordare questo primo periodo di conquista della proprietà immobiliare da parte del capitale perché spingendoci innanzi vedremo che ad esso si contrappone un periodo modernissimo nel quale il capitale intraprenditore tende invece sempre più a svincolarsi dalla titolarità dei possessi immobiliari, poiché ben può esplicare con intensità massima le sue funzioni e realizzare il prodursi di profitti vertiginosi senza bisogno di detenere il possesso locale degli immobili, e senza d’altra parte avere più alcun motivo storico di preoccuparsi che questi ricadano nelle mani delle classi aristocratiche terriere ormai scomparse.
Nel periodo intermedio di un capitalismo stabile, che ci conviene esaminare un poco prima di venire all’analisi di questo terzo periodo modernissimo a cui per chiarezza dell’esposizione abbiamo accennato, i rapporti tra proprietà ed intrapresa si pongono in modi svariati. Quando però si esaminino attentamente le varie forme economiche e le corrispondenti forze sociali, riesce sempre ben chiaro che il carattere distintivo dell’epoca capitalistica deve rinvenirsi nell’intrapresa e non nella proprietà.
Il borghese del primo periodo, il romantico Padrone delle Ferriere, non lo potremmo concepire se non come una specie di unico patrono nelle cui mani si concentrano tutti gli elementi e i fattori della produzione. La terra, su cui sorge la fabbrica, gli appartiene, così pure la miniera che gli dà il minerale, lo stabilimento in cui lo si lavora, le macchine e gli utensili. Egli acquista tutte le materie prime e tutte quelle accessorie che entrano nella lavorazione ed acquista la forza di lavoro assoldando i suoi operai. Egli è padrone esclusivo di tutto il prodotto e lo colloca ove crede o gli torna più utile sul mercato. Egli stesso è un tecnico del ramo di produzione in cui lavora, tuttavia stipendia egualmente come suoi impiegati dei tecnici e dei contabili. In un primo periodo le cosiddette spese generali sono limitate, poiché l’officina deve tutto prodursi da sé, luce, calore, forza motrice; le stesse tasse che si pagano allo stato sono assai ridotte perché nei primi regimi liberali la borghesia applica in pieno la politica economica di lasciar fare, lasciar passare, e sopprime tutti i limiti e i balzelli che possono essere di ostacolo alle iniziative di produzione e di commercio. La registrazione contabile riesce quindi semplice e unitaria e tutto l’utile risultante dall’eccesso delle entrate sulle spese finisce nelle tasche del capitalista che non deve prelevarne affitti e canoni per gli spazi, gli impianti, gli edifizi di cui fa uso. In questo caso classico, iniziale, il capitalista dispone anche di abbastanza abbondante liquido per poter fare il banchiere di se stesso e quindi non si addebita interessi del capitale numerario che gli occorre per i suoi acquisti di merci e le anticipazioni di salario.
Se volessimo considerare nell’agricoltura il parallelo di questa azienda modello, lo troveremmo in un caso in cui il gestore è nello stesso tempo proprietario fondiario del suolo e di tutte le scorte morte e vive, ossia macchine, attrezzi, provviste di sementi e di concimi, mandrie di bestiame ecc. ed inoltre dispone di sufficiente capitale contante per anticipare i salari dei lavoratori giornalieri o ingaggiati ad anno. In tutti questi casi l’unica differenza attiva, che il padrone realizza come premio tra il ricavato della vendita dei prodotti e la somma di tutte le anticipazioni, comprende in sé la rendita fondiaria propria della terra, l’interesse del capitale finanziario, e l’utile dell’intrapresa, elementi economici che possono considerarsi distinti tra loro.
L’economista borghese li considera distinti perché pretende che sorgano da pretese fonti bastevoli ciascuna a generare ricchezza: la terra generatrice di rendita fondiaria, il danaro generatore di un frutto d’interesse, l’intrapresa generatrice di un profitto che viene a compensare l’attività capacità e accortezza di colui che ha saputo mettere insieme razionalmente i vari elementi della produzione.
Per l’economia marxista, tutti questi margini sono prodotti dal lavoro umano e rappresentano la differenza attiva tra il valore che questo ha prodotto e la minor somma che i salariati hanno ricevuto in cambio della loro forza lavoro.
La distinzione tra i vari elementi del guadagno padronale è tuttavia una distinzione storica, corrispondendo ad una spartizione della plusvalenza estorta alla classe lavoratrice tra proprietario fondiario, capitalista prestatore di danaro, ed intraprenditore.
La distinzione è di natura storica perché anche prima che sorgesse la vera e propria industria capitalistica che occupa salariati, la terra era suscettibile di dare una resa utile al proprietario fondiario, come il danaro bruto poteva dare un frutto a chi ne disponeva, banchiere o strozzino.
Trattasi ora di vedere quale sia la vera caratteristica della produzione capitalistica rispetto a questi vari elementi quando essi anziché trovarsi riuniti nelle mani di un unico titolare si trovano separati, quando cioè il proprietario giuridico del suolo o della fabbrica, il banchiere anticipatore del numerario, e l’intraprenditore, che dopo aver soddisfatto i due primi e tutti gli altri svariati enti di natura pubblica e semipubblica che vanno accavallandosi nell’economia moderna resta arbitro di incassare a proprio compenso e benefizio il prezzo commerciale dei prodotti rovesciati sul mercato, sono persone diverse.
In tutti questi casi il proprietario del terreno, dell’area, del fabbricato e perfino, in dati casi, del macchinario viene compensato con adeguati canoni di locazione, il banchiere anticipatore riceve un adeguato interesse per le somme prestate, allo Stato o ad altri enti eventualmente concessionari si corrispondono tasse e diritti diversi, e tutto quanto rimane costituisce un utile della intrapresa pura che la contabilità capitalistica tende a mettere falsamente in evidenza come qualche cosa che sorge dopo aver già remunerato i vari capitali, immobili e mobili.
Il marxismo venne a stabilire che questa terza forma, orpellata nelle apologie di classe come esponente di progresso, di scienza, di civiltà, è più delle altre due velenosa e virulenta, esaltatrice di sfruttamento di estorsione e di miseria. Il socialismo è tutto nella negazione rivoluzionaria dell’impresa capitalistica, non nella conquista di essa al lavoratore aziendale.
Questi vari elementi ed i loro rapporti si smistano nelle forme capitalistiche moderne in modi diversissimi, ma è già un rapporto economico tutt’altro che nuovo quello in cui rinveniamo aziende capitalistiche cui non corrisponde più nessuna forma di proprietà immobiliare, ed in taluni casi nemmeno una sede fissa ed un apprezzabile macchinario e utensilaggio, mentre tuttavia la dinamica del processo capitalistico sussiste in pieno, e nella sua forma più squisita. Si avvia così una specie di divorzio tra proprietà e capitale per cui il secondo si smobilizza sempre più e la prima si diluisce, si dissimula, o viene anche presentata come una proprietà di enti collettivi nelle statizzazioni, socializzazioni e nazionalizzazioni che pretendono di essere considerate forme di gestione non più capitalistiche.
Nota: il preteso feudalesimo nell’Italia Meridionale
Un formidabile repugnante “chiodo” del peggiore opportunismo che regna nel movimento socialista e comunista italiano è quello della deprecata esistenza e sopravvivenza del feudalismo nel sud d’Italia e nelle isole, specie a proposito dell’abusata questione del latifondo agrario meridionale, vero cavallo di battaglia dell’istrionismo retorico e del ruffianesimo politico italiano. Il dedurre da quest’immaginaria e inventata constatazione una tattica politica bloccarda e di collaborazione coi partiti borghesi radicali anche dell’Italia del nord (cui sì e no si concede da questi signori la patente di paese capitalistico) sul piano e nel quadro del limaccioso stato unitario di Roma, bastava e basterebbe a qualificarli di rinnegati della dottrina e dell’azione rivoluzionaria. Ma essi, i socialcomunisti nostrani, campioni della collaborazione demoborghese, mostrano ogni disprezzo per il rispetto ai principii, rivendicando l’impegno dell’arma generale del compromesso e tutto fanno derivare dalla contingente valutazione delle situazioni. È quindi il caso di mettere in tutto rilievo che quel loro giudizio sulla situazione semifeudale del meridione calpesta qualunque seria conoscenza della reale situazione dell’economia e dell’agricoltura meridionali, di quelle che sono le caratteristiche distintive della gestione feudale della terra, ed infine dei grandi tratti delle vicende storiche delle Due Sicilie.
Quella che banalmente si considera come arretratezza dello sviluppo sociale del Mezzogiorno, analogamente alla pretesa scarsa e deficiente evoluzione sociale dell’Italia in generale, non ha nulla a che fare con un ritardo storico nell’eliminazione di istituti feudali, ed anche dove presenta le famose zone depresse è invece un diretto prodotto dei peggiori aspetti ed effetti del divenire capitalistico, nell’Europa specie mediterranea, nell’epoca postfeudale. In pochi paesi come nel reame delle Due Sicilie, se guardiamo alla storia delle lotte politiche, il feudalesimo come influenza dell’aristocrazia fondiaria fu combattuto, fronteggiato e debellato dai poteri dell’amministrazione centrale dello Stato, sia sotto il regno dei Borboni e la dominazione spagnuola, che sotto le precedenti monarchie, e si possono prendere le mosse fin da Federico di Svevia. La lotta fu a molte riprese appoggiata da moti delle masse contadine ed urbane, e ben presto arbitri della situazione del regno furono gli intendenti e i governatori dei solidi ed accentrati poteri di Palermo e di Napoli. I risultati della lotta si tradussero in una legislazione anticipata di molto rispetto a quella degli altri staterelli italiani, compreso l’arretratissimo Piemonte, e lo stesso può dirsi nei riguardi del controllo a cui si sottoponevano le comunità religiose e la chiesa secolare da parte dell’autorità politica; né occorre colorire questa ovvia rievocazione con le lotte in Napoli degli eletti del popolo e la impossibilità di stabilire in quella città il tribunale dell’inquisizione. Il processo storico e giuridico, dopo la rivoluzione repubblicana del 1799 condotta da una borghesia audace e cosciente, si perfezionò sotto il robusto potere di Murat, e i restaurati Borboni ben si guardarono dall’intaccare la compatta e avveduta legislazione lasciata da quel regime nel diritto pubblico e privato. È quindi un errore triviale confondere la storia sociale del Mezzogiorno d’Italia con quella dei boiardi e degli Junkers dell’Europa nordorientale, che seguitarono a governare in feudi autonomi i loro servi, a taglieggiarli e giudicarli ad arbitrio, quando da secoli gli abitanti dell’Italia mediterranea erano cittadini di un sistema giuridico statale moderno, per quanto assolutistico.
Quanto alla struttura economica agraria, il quadro di un paese feudale ci presenta il rovescio di quello a cui si collegano le deficienze delle zone latifondistiche del Mezzogiorno italiano. Quel quadro presenta una agricoltura sia pure non decisamente intensiva ma omogenea e diffusa in piccoli esercizi con la popolazione lavoratrice allogata con uniformità sulla superficie coltivata, in abitazioni sparse e in piccoli casali. Il villaggio, che il nostro mezzogiorno purtroppo ignora, è la cellula di base della ricchezza agraria dei tanti paesi di Europa che i signori feudali sfruttavano per le loro grandezze e su cui si precipitò lo strozzinaggio dei borghesi, facendo talvolta il deserto e la brughiera, come descrive Marx a proposito dell’Inghilterra, lasciando altra volta vivere tale ricco cespite e limitandosi a smungerlo, come nella campagna francese.
I latifondi del sud e delle isole sono grandi zone semi-incolte su cui l’uomo non può soggiornare, e non vi si incontrano case coloniche e villaggi, in quanto la popolazione è stata ammassata da un urbanesimo pre-industriale e tuttavia nettamente antifeudale in grossi centri di diecine e diecine di migliaia di abitanti come in Puglia e in Sicilia. La popolazione sovrabbonda, ma la terra non può essere occupata per difetto di organizzazione e di un investimento di lavoro e di tecnica che da secoli nessun regime statale riesce a realizzare, o trova conforme alle esigenze della classe dominante, sia tale regime nazionale o meno. Non vi è casa, non vi è acqua, non vi è strada, la montagna è stata denudata, la pianura ha le acque naturali sregolate e vi domina la malaria. L’origine di questo decadimento della tecnica agricola è molto lontana, più lontana del feudalesimo che, ove fosse stato forte, l’avrebbe contrastato (come il bonificamento tecnico ed economico avrebbe meglio consentito nei secoli di mezzo un vero regime di signoria feudale decentrata ed autonoma). Se si pensa che tali plaghe all’epoca della Magna Grecia erano le più floride e civili del mondo conosciuto, che restarono sotto Roma fertilissime, si deve considerare che le cause del loro scadimento si trovano sia nella posizione marginale rispetto al dilagare del germanesimo feudale con la caduta dell’Impero romano (che le espose alle alternative di invasioni e distruzioni dei popoli del nord e del sud) sia alla depressione dell’economia mediterranea con le scoperte geografiche oceaniche, sia appunto al prorompere del moderno regime capitalistico industriale e coloniale, che fu condotto a localizzare altrove, giusta la ubicazione delle materie prime di base dell’industrialismo, i suoi centri di produzione e le sue grandi vie di traffico, sia infine alla costituzione dello Stato unitario italiano la cui analisi ci condurrebbe molto lungi e che istituì un rapporto tipicamente moderno, capitalistico e imperialistico, perfino precursore dei tempi più recenti.
Tuttavia, prima e dopo tale unificazione, il gioco delle forze e dei rapporti economici fu più che conforme ai caratteri dell’epoca borghese, costituendo un settore essenziale dell’accumulazione capitalistica in Italia, la cui limitatezza è in quantità e non in qualità.
Infatti, prima e dopo il 1860, malgrado lo scarso sviluppo industriale (su cui non va dimenticato che l’influenza dell’unità nazionale fu gravemente negativa, determinando il decadimento e la chiusura d’importanti opifici), l’ambiente economico è stato di natura completamente borghese. Si può dire del Mezzogiorno d’Italia e del suo preteso feudalesimo ciò che disse Marx per la Germania del 1849 parlando al processo di Colonia — si noti bene — proprio per mettere in rilievo che la rivoluzione politica borghese e liberale doveva ancora trionfare: “L’antico grande possesso fondiario era realmente la base della società feudale medioevale. La moderna società borghese (corsivi del testo), la società nostra, quella in cui viviamo, poggia invece sull’industria e sul commercio. Anzi, la proprietà fondiaria ha perduto tutte le caratteristiche d’esistenza di una volta, e dipende dal commercio e dall’industria. Oggigiorno l’agricoltura è gestita industrialmente e gli antichi signori feudali si sono abbassati a divenire produttori di bestiame, lana, grano, barbabietole, acquavite e così via, gente cioè che fa commercio di questi prodotti come ogni altro mercante! Per quanto ancora possano essere attaccati ai loro vecchi pregiudizi di classe, praticamente essi si trasformano in borghesi, che cercano di produrre il più possibile ai più bassi costi possibili, che comprano dove i prezzi sono più bassi e vendono dove sono più alti. Il modo di vivere, produrre ed acquistare di questi signori mostra già la menzogna delle loro affettate e tradizionali fantasticherie. La proprietà fondiaria, come elemento sociale dominante, presuppone il modo di produzione e di scambio del medioevo“.
Se la disposizione soprattutto del carbone e del ferro minerale ha fatto sì che dopo quel tempo (e dopo anche la stesura del Capitale, che a modello di una società pienamente capitalistica dovette prendere l’Inghilterra) la Germana è divenuta un grande paese di industria estrattiva e meccanica, oltre che di agricoltura condotta al modo economico e più moderno, riesce tuttavia evidente come quel giudizio di ambiente e di situazione sociale si applichi ancora più radicalmente al mezzogiorno d’Italia dopo un secolo, e dopo ben 90 anni di regime politico del tutto borghese liberale e democratico, regime che, dopo le sconfitte del ’48, la Germania attese fino al 1871, e, secondo i soliti sgonfioni chiacchieroni sul feudalesimo teutonico, fino a molto più tardi.
Nel sud d’Italia vige un attivissimo mercato del suolo, con frequenza di trapassi certamente molto più alta che in province di alto industrialismo; ed è questo il criterio discriminante cruciale tra economia feudale ed economia moderna. Vi si accompagna un non meno attivo mercato del grande e piccolo affitto e naturalmente dei prodotti del suolo. Proprio dove la coltura è latifondistica ed estensiva, essa si fa per grandi unità economiche con impiego esclusivamente di lavoratori giornalieri salariati e braccianti, e da molti decenni primeggia, economicamente, su quella del proprietario fondiario spesso in gravi difficoltà di cassa e oberato di ipoteche, la figura del grande affittuario capitalista, largo possessore di contanti e di scorte. Sia laddove il prodotto si riduce al grano, sia dove prevale l’allevamento zootecnico di tipo arretrato e perfino brado, non solo il capitale mobile è nelle mani dei grandi fittavoli e non dei proprietari fondiari, ma molti dei primi incettano e sfruttano a fondo, talvolta determinandone non la bonificazione ma il deperimento, le proprietà appartenenti a titolari diversi.
A considerazioni analoghe conduce l’esame della gestione della proprietà urbana. Anche a prescindere dalla attività industriale diffusa nelle zone più evolute, attorno alle città principali ed ai porti, tutto questo movimento di mercati ormai a giro e ciclo moderno determina da decenni e decenni un’accumulazione di capitali che è servita largamente di base alle industrie libere, semiprotette e protette del Nord (l’Italia, molto prima di Mussolini, era un paese protezionista di avanguardia). Non solo i depositi in banca di borghesi meridionali, proprietari, intraprenditori e speculatori, hanno alimentata sempre con forti correnti la finanza privata nazionale, ma alle risorse del sud ha largamente attinto il fisco, che raggiunge assai più facilmente la ricchezza immobiliare ed ogni movimento economico legato alla terra che non i profitti e sovrapprofitti industriali commerciali e affaristici. L’economia capitalistica italiana sta dunque a cavallo di questi rapporti di carattere del tutto moderno, e che è semplicemente risibile voler paragonare ad una situazione feudale, e presentare, anziché come una solida alleanza, sotto la maschera di un conflitto inesistente tra una borghesia evoluta e cosciente, avida tuttora di perfezionate e rinnovate rivoluzioni liberali o meridionali, e i leggendari “ceti retrivi” e “strati reazionari” della sporca demagogia alla moda.
In rapporto a questa chiara inquadratura di legami economici sta la spregevole funzione della classe dirigente del sud. I resti della storica aristocrazia depauperata vivacchiano in qualche palazzo semicrollante delle città maggiori; in tutta la regione spadroneggiano non signori feudali ma borghesi arricchiti, proprietari, mercanti, banchieri, affaristi, di taglio più cafonesco che signorile. Al margine del movimento della costoro ricchezza, la così detta “intelligenza” è discesa al rango d’intermediaria e mezzana del potere centrale dello Stato borghese di Roma, cui offre il meglio del suo pletorico personale, succhione delle forze produttive di tutte le province, dal commissario di pubblica sicurezza al giudice togato, dal deputato sostenuto da tutti i prefetti e che vota per tutti i governi, all’uomo di stato pronto a servire monarchie e repubbliche capitalistiche.
La lotta sociale nel Mezzogiorno, non meno che quella nel quadro dello Stato italiano in generale, ha posto per i veri marxisti all’ordine del giorno, prima durante e dopo l’abusatissimo ventennio, il superamento delle ultime e più recenti forme storiche dell’ordine capitalistico e mai più l’aggiornamento a modelli oltremontani di rapporti e istituti rimasti “indietro”.
Questa tesi della sopravvivenza feudalistica meridionale merita di essere appaiata con l’altra che interpretava il movimento fascista quale una riscossa delle classi agrarie contro la borghesia industriale. L’indirizzo del gruppo che tolse ai marxisti rivoluzionari il controllo del partito comunista d’Italia (il cosiddetto gruppo dell’Ordine Nuovo) poggia fino dai primi anni su queste due cantonate, su queste due piattonate basilari. Esse bastavano in partenza a costruire tutta una prassi e una politica di alleanza tra capitalisti industriali e rappresentanti traditori del proletariato, come si è poi vista in atto in Italia. Non era indispensabile la iniezione degenerante di virus disfattista da parte della centrale internazionale staliniana, nel suo indirizzo mondiale di patteggiamento e collaborazione tra i poteri del capitalismo e quello dello Stato falsamente definito socialista e proletario.
Se dovessimo indicare quello che a parer nostro è il più delicato e insidioso ganglio dell’attuale società capitalistica, non esiteremmo a designare il settore monetario. È qui che negli ultimi anni sono avvenute le più considerevoli trasformazioni di natura tecnica economica e politica; è qui che si manifesta con la maggiore evidenza, e con una portata gravida di sviluppi, il peso dell’intervento dello Stato come supremo organo di amministrazione, direzione e perfino gestione dello sfruttamento di classe, e come forza operante in modo egemonico nell’economia.
La più notevole di queste trasformazioni é indubbiamente rappresentata dal generale abbandono della moneta aurea e dall’universalizzazione in tutti i paesi, Stati Uniti compresi, della moneta fiduciaria. Dal punto di vista storico, vi sono certo molti precedenti di moneta imposta a corso forzoso, ma si trattava sempre di periodi eccezionali, di situazioni rivoluzionarie o di emergenza, e mai si ebbe la contemporanea adozione del sistema da parte di tutti gli stati civili e in tutto il mondo, se non forse risalendo al famoso esperimento di Diocleziano. L’alterazione della moneta cui ricorsero tanto spesso i sovrani del medioevo era anche essa un modo di abusare del diritto di coniaggio, ma l’abuso in ogni caso privava la moneta di una sola frazione del suo valore reale, non della totalità come nel caso della carta stampata inconvertibile. Ad ogni modo, questi esperimenti furono in ogni tempo considerati una truffa perpetrata a danno delle masse. La moneta é per sua natura un metro, uno strumento di misurazione, e come tale deve avere un intrinseco valore cui riferirsi. La parte più importante del I volume del Capitale di Marx é appunto dedicata alla spiegazione del concetto di moneta e della sua funzione nell’economia capitalista, e Marx giudica l’oro come l’unità monetaria definitivamente impostasi, e la definisce “merce equivalente universale”.
Oggi, la proclamazione da parte di tutti i governi dell’inconvertibilità della moneta cartacea con l’oro, togliendo ogni valore intrinseco alla moneta, crea situazioni del tutto nuove nel campo sociale ed economico. Essa rende lo Stato arbitro di un’infinità di rapporti che gli permettono di sottoporre la vita sociale a repentine e profonde trasformazioni, di intervenire in tutti i settori economici disciplinandone ogni manifestazione autonoma, di espropriare o premiare determinate categorie di cittadini, di accelerare o rallentare il ritmo dell’attività produttiva, di influire in modo determinante sulle relazioni con l’estero e su tutte le possibilità di scambio di merci e di persone. La moneta manovrata è insomma divenuta il più poderoso strumento di accentramento politico, di intervento governativo, di dispotismo economico, e, infine, di pirateria legalizzata.
Inflazione e intervento statale nell’economia
La prima e più nota di queste manovre di carattere monetario è costituita dall’inflazione. Tecnicamente, l’inflazione consiste nella eccedenza di segni monetari rispetto ai beni disponibili, e i suoi effetti deleteri si esplicano nell’aumento generale dei prezzi in conseguenza della pressione esercitata dai possessori di simboli di denaro per procurarsi i beni disponibili. Ora, chi regola l’immissione del denaro sul mercato, chi ha in mano gli elementi per incoraggiare o scoraggiare la tesaurizzazione, è appunto il potere statale, il quale se ne serve per le esigenze della sua politica interna ed estera. Poiché l’epoca in cui viviamo è per eccellenza l’epoca dell’imperialismo, e poiché le guerre, le crisi e tutte le agitazioni in genere, impongono un ritmo particolarmente intenso all’attività governativa e aumentano con una rapidità vertiginosa tutte le spese di Stato, i vari governi ricorrono dunque all’inflazione, cioè alla stampa di carta moneta, come ad uno degli strumenti prediletti per risolvere le loro strettezze.
I governi hanno due sole fonti importanti di entrate dirette: le imposte e l’emissione di prestiti. Ora, quando si é ricorso fino all’estremo al primo mezzo nei riguardi delle classi soggette (per le classi superiori la tassazione non é mai portata tanto innanzi), e quando ragioni di economicità, di opportunità politica e di praticità impongono di evitare il lancio di nuovi prestiti, per il potere ufficiale non resta che chiedere delle anticipazioni all’Istituto di emissione. E ciò avviene quasi sempre al di fuori del tanto sbandierato controllo degli organismi democratici e parlamentari che, secondo la magna carta delle democrazie, dovrebbero essere consultati in anticipo e dare la loro approvazione ad ogni nuova spesa.
Le maggiori spese dello Stato sono a loro volta in dipendenza e della politica bellicista e del sempre più diretto intervento nella cosa pubblica, con la conseguenza implicita di nuovi e maggiori investimenti statali di erogazioni, sovvenzioni, rilevazioni ecc. Insieme alle maggiori spese, le disposizioni governative circa le esigenze cosiddette di carattere nazionale esercitano un’attrazione sulla accumulazione di capitali orientando il flusso degli investimenti verso quei settori che, per essere i favoriti dallo Stato, garantiscono maggiori e più sicuri utili. Avviene perciò che anche in quei casi in cui é conseguita la piena occupazione, si effettui un continuo e graduale spostamento degli investimenti dalla produzione di beni di consumo comune alla produzione di beni di carattere militare, industriale governativo o altro. È soprattutto in questi casi che si verifica una rarefazione dei beni di prima necessità sul mercato, rarefazione cui fa riscontro un’uguale se non maggiore disponibilità di pezzi di carta stampa in mano alle masse, che si riversano su tali beni gonfiando inverosimilmente la domanda. In realtà, gli industriali se ne infischiano dei segni monetari per se stessi: essi guardano al sodo, alle loro possibilità di accumulazione, e nessun produttore é oggi disposto ad accettare per buono, sic et simpliciter, quello che le masse hanno accettato, cioè la banconota1.
Ne segue che la capacità dei segni monetari di esercitare un’azione stimolante sulla produzione é relativa alle prospettive di profittabilità futura dei singoli settori di investimento, mai al volume di tali segni sul mercato. Può avvenire che la grande disponibilità di questi spinga gli industriali a sbarazzarsene rapidamente (hot money, moneta che scotta) e con ciò ad accelerare i propri investimenti e le proprie spese; ma la velocità più o meno grande di questa trasformazione non ne pregiudica la sostanza. Il capitalista effettua il ciclo commerciale per tradurre i suoi ricavi in beni reali, ed a questo scopo è disposto anche ad accettare l’imperio di un immediato acquisto, che in ogni caso é sempre qualcosa di più concreto della carta monetata. Ma se le prospettive di permute effettive si riducono, si riducono anche gli scambi. Inoltre, nei casi di distorsione della domanda provocati dalla piena occupazione, la rapidità di accrescimento dei segni monetari in possesso delle masse non é mai tanto grande quanto la velocità con cui cresce l’offerta sviluppata attraverso i nuclei capitalistici che scambiano direttamente beni o attraverso gli organi dello Stato. I capitalisti sono infatti in grado di rivalutare i loro beni ad ogni transazione; lo Stato, a sua volta, di aumentare a piacere le proprie disponibilità. La divisione della società in classi possidenti e classi diseredate mette perciò queste ultime alla completa dipendenza delle prime, dipendenza che oggi va ben oltre il rapporto sociale fra chi deve vendere a qualunque costo la propria forza-lavoro (libertà di morir di fame) e chi la compra, ma risiede anche nella possibilità garantita al possessore di beni e merci di porre sempre nuovi ricatti a quelli che devono acquistarli. La situazione dei proletari si traduce quindi nella necessità, da un lato, di sottostare alla vendita della propria forza-lavoro, dall’altro di ricevere per essa una somma che può bensì variare nel numero delle unità, ma sarà ben presto interamente riassorbita dalle classi possidenti, le sole distributrici delle cose che abbiano un effettivo valore. La tesaurizzazione dei valori, cosa in fondo possibilissima fin che vigeva il regime aureo, é oggi preclusa alle masse proletarie e semi-proletarie, ridotte a dover accettare un mercato in cui fatalmente perderanno tutto quel che è possibile perdere, e su cui si presentano con un bene che é tale solo di nome.
Qualsiasi aumento del volume dei segni monetari in mano alle classi soggette é così destinato a ritornare presto o tardi nelle mani dei possidenti senza alterare l’effettiva ripartizione della ricchezza nazionale. Nell’atto di acquisto compiuto con moneta cartacea non vi é più la permuta di due valori, ma lo scambio di un bene contro una promessa. Perciò, mentre il valore del bene è qualcosa di fisicamente determinato, il segno monetario vale solo per le sue prospettive immediate o future, le quali non sono mai grandi. Si può anzi dire che tutto il processo di accentramento e di espropriazione verificatosi nello scorcio degli ultimi anni, é appunto avvenuto attraverso questo mezzo, cioè attraverso i vantaggi che i ceti possidenti beni trassero dalla fluidità monetaria rispetto al proletariato e ai ceti medi, che godevano di redditi fissi, di risparmi del passato, di una pura e semplice accumulazione di carta stampata o titoli.
Questo particolare regime della moneta ha avuto anche per conseguenza che il capitale finanziario, il capitale bancario, ha perso, pur nei casi delle sue superiori manifestazioni, la maggior parte della sua importanza sociale. Alla riduzione dell’influenza dell’alta finanza hanno indubbiamente contribuito le crisi, e massimamente quella del 1928, che ne hanno dimostrato la incapacità di sopravvivere a un crack economico generale. In questo caso, è soprattutto la dilatazione del credito che mina alla base la vita economica capitalistica. L’intervento dello Stato per salvare il salvabile si é quindi reso ovunque necessario e tale intervento ha voluto dire, per la continua permanenza del pericolo di crisi, la definitiva omologazione del capitale finanziario con lo Stato. Lo Stato è divenuto garante delle banche e le banche hanno dovuto fare tutto quanto desiderava lo Stato. Questi giustificava la sua azione con la necessità di “salvare gli interessi dei risparmiatori”: ma poiché lo sviluppo degli investimenti industriali é attualmente in gran parte un processo di autofinanziamento, i risparmiatori “salvati” furono i piccoli e medi depositanti, con quali risultati é ben chiaro. Quel che é rimasto è che banche e Stato hanno saldato in modo indissolubile i loro interessi: le due forze che oggi governano in modo assoluto la vita economica e sociale di tutti i paesi capitalisti sono, da una parte, il capitale industriale e, dall’altra, lo Stato in rappresentanza del capitale finanziario.
Come abbiamo detto più sopra, ad un certo punto l’inflazione può verificarsi anche in conseguenza della distorsione della domanda senza che vi sia di necessità una riduzione della produzione globale e perfino anche con un aumento della medesima. La distorsione della domanda ha origine nella politica economica perseguita dai governi, i quali, ponendo l’economia dei vari paesi sul piede di guerra, intensificano la produzione industriale e militare riducendo corrispondentemente la produzione dei beni di prima necessità. Tale spostamento della produzione non é accompagnato da un’uguale variazione dei salari monetari distribuiti, suscettibile d’altronde di provocare gravissimi disturbi sociali, ma dalla continuazione del pagamento di remunerazioni capaci di acquistare sul mercato un numero sempre minore di beni reali.
È avvenuto perciò che nella maggior parte dei paesi il prezzo dei beni di prima necessità e delle materie prime aumentasse in misura di gran lunga maggiore del prezzo dei prodotti finiti, dei servizi e degli articoli industriali. L’alto prezzo del primo genere di prodotti a un certo punto non rappresenta più un incentivo alla loro produzione, in quanto l’impoverimento del mercato riduce qualsiasi prospettiva di smercio e quindi di espansione della produzione. È così che, ad onta di tutto il parlare e lo stampare che si é fatto a proposito delle conseguenze che la guerra avrebbe avuto nei riguardi della classe capitalistica, questa non solo non ha sofferto quanto le classi proletarie, ma ne è stata grandemente beneficiata. Lo stimolo alla produzione dato dal conflitto ha permesso al capitalismo un’accumulazione straordinaria; dopo il conflitto, le esigenze della ricostruzione gli hanno consentito di continuare ad ammassare profitti su profitti, pietosamente definiti come “risparmi” realizzati per il bene universale.
La seguente tabella dimostra nel modo più chiaro le variazioni verificatesi in alcuni dei principali paesi del mondo, nel rapporto fra consumi, spese dello Stato, e investimenti. Naturalmente mancano i dati per l’Italia, ma è noto che da noi “si risparmia” (leggi: si accumula) molto più che prima della guerra (secondo Libero Lenti, nel 1947 gli investimenti nazionali sono stati pari al 14 per cento del reddito italiano, contro il 10 per cento nel 1938):
DISTRIBUZIONE PERCENTUALE DELLA PRODUZIONE LORDA NAZIONALE
(produzione lorda nazionale = 100)
Spese eseguite dai:
Investimenti
consumatori
governi
Nazionali (lordi)
Esteri (netti)
1938
1947
1938
1947
1938
1947
1938
1947
Australia
71
65
12
14
15
18
2
3
Canada
73
67
14
11
11
22
2
0
Cecoslovacchia
81
76
13
19
6
6
0
-1
Danimarca
78
74
8
11
13
18
1
-3
Francia
76
73
12
13
14
19
-2
-5
Norvegia
68
63
9
12
23
40
0
-15
Svezia
66
68
9
10
25
28
0
-6
Inghilterra
74
68
14
20
13
18
-1
-6
U. S. A.
76
72
15
12
8
12
1
4
Dalla tabella appare in modo inequivocabile che si é avuta dovunque una riduzione della percentuale del reddito nazionale riservato ai consumatori e un aumento della parte riservata alle spese governative e agli investimenti nazionali. La tendenza alla diminuzione degli investimenti all’estero é in genere da attribuirsi ai pericoli di questa operazione, alle barriere legislative elevate in proposito, ai disinvestimenti imposti ad alcuni paesi dalla guerra.
Contemporaneamente a queste variazioni nella distribuzione del reddito nazionale, in tutti i paesi sono aumentate nel corso del decennio considerato le disponibilità monetarie:
Circolazione monetaria Depositi bancari
1938 1947 1938 1947
Belgio (miliardi frs,) 23.6 82.8 20.6 76
Francia (miliardi frs.) 111 921 68 842
Italia (miliardi lire) 19 721 22 751
Giappone (miliardi yen) 2.8 219.1 15.2 208.9
Inghilterra (miliardi Lst.) 0.46 1.33 1.19 3.7l
U. S. A. (miliardi dollari) 5.8 26.6 26 86.9
E abbiamo considerato solo i paesi più importanti. In ogni modo, basta un calcolo elementare per convincersi che l’aumento delle disponibilità monetarie é stato ovunque di gran lunga superiore all’aumento della produzione effettiva, e che contemporaneamente a questo aumento dei segni monetari si é avuta una nuova distribuzione del reddito nazionale. L’inflazione é stata perciò un metodo cui hanno ricorso indistintamente tutti i governi e che si é dimostrato efficacissimo per l’esercizio della politica imperialista e totalitaria che caratterizza la nostra epoca.
Deflazione e inflazione
Qui un altro problema sorge: perché allora i governi temono l’inflazione? È vero che già nello scorso dopoguerra essa mostrò di provocare sconvolgimenti sociali di notevole portata, tanto che fu coniato il motto: “dietro l’inflazione c’è Lenin”. In questa affermazione aveva certo larga parte la resistenza padronale ad aumentare i salari col pretesto di pericoli anche maggiori, ma é altrettanto certo che la portata degli sconvolgimenti sociali che possono derivare dai disastri inflazionistici, soprattutto per la velocità con cui questi incrementano il numero dei diseredati e per le agitazioni cui danno origine in conseguenza del bisogno di sempre nuovi, seppur parziali, adeguamenti salariali, é un elemento che ha il suo peso nel determinare la linea di azione dei vari governi, Questi pericoli, e la miseria e i dolori che l’inflazione porta con sé, non sono tuttavia sufficienti a spiegare la politica anti-inflazionistica cui lo Stato periodicamente ricorre. Vi é qualche ragione più profonda,
Una di queste é rappresentata dal fatto che la velocità di ascesa dei prezzi supera talvolta la capacità delle amministrazioni statali di tenervi dietro. Grazie al meccanismo del credito, l’inflazione può superare il ritmo regolato per la stampa dei biglietti e rendere quotidianamente inadeguati i bilanci dei vari dicasteri con conseguente minaccia di bancarotta dello Stato. Ma, oltre che per queste ragioni di natura finanziaria, nella maggior parte dei casi una reazione alla tendenza inflazionistica si impone per la salute stessa dell’economia capitalista. Avviene infatti che, sotto lo stimolo della domanda monetaria e gli impulsi dati dallo sviluppo del credito, il capitalismo proceda tanto oltre, in alcuni casi, nei suoi investimenti, da non poter più ragionevolmente attendersi di ricavare dal mercato un profitto ad essi adeguato. Si manifesta qui il fondamentale problema dell’accumulazione capitalista: lo sviluppo della produzione presuppone di pari passo lo sviluppo degli sbocchi. Ora, la classe capitalista può bensì aumentare i suoi introiti aumentando lo sfruttamento del proletariato, può bensì espropriare vastissimi strati medio e piccolo-borghesi, ma i frutti di questa ulteriore accumulazione devono trovare in un modo o nell’altro una destinazione. Se la situazione del mercato impone una corsa agli investimenti per impedire che i guadagni realizzati svaniscano nel turbine del moto inflazionistico, se l’incremento della produzione supera le capacità globali di consumo del proletariato e delle classi intermedie e le spese pazze delle classi superiori, i nuovi impianti e i nuovi investimenti rischiano di tradursi in un passivo assoluto e di pesare così in modo schiacciante su tutta l’economia. Perciò il rallentamento della corsa agli investimenti, con accrescimento della liquidità del mercato ed eliminazione delle attività definite speculative (che consistono essenzialmente in operazioni commerciali che giuocano sulla fluidità economica), s’impone come opera di profilassi capitalista2.
Quest’opera è stata infatti intrapresa da tutti i governi appena il moto della inflazione diveniva troppo minaccioso. Va perciò preso atto che, contrariamente a quanto avvenuto nel dopoguerra 1918, in questo si è bensì ricorso alle manovre monetarie a beneficio dei governi e delle classi che questi rappresentano, ma non si è permesso che queste manovre andassero fino in fondo con tutti i rischi e pericoli in esse latenti. L’inflazione controllata é una conquista della tecnica governativa di questi ultimi anni e neppure gli avvenimenti di Ungheria, Grecia e Cina contraddicono fondamentalmente ad essa.
Ma se l’inflazione, aumentando i prezzi delle importazioni e riducendo quelli delle esportazioni, compie un’opera di impoverimento nazionale e talvolta costituisce un vero e proprio dono a determinate classi, la deflazione agendo in senso inverso provoca un rallentamento dell’attività produttiva orientata verso l’esportazione e verso il mercato interno, che non trova compenso neppure nella riduzione dei prezzi delle merci importate. La svolta che porta alla deflazione è perciò sempre accompagnata dal marasma economico e dal rapido aumento della disoccupazione. Mentre apparentemente le classi inferiori beneficiano della stabilità raggiunta da alcuni prezzi, in realtà si verifica una riduzione media delle entrate familiari dovuta all’impossibilità per molte unità lavorative di trovare impiego, alla riduzione delle ore di lavoro per le altre, alla minore mobilità di occupazione per tutte.
Va comunque constatato che, nella realtà della società borghese, non si verifica mai l’esclusiva prevalenza di un solo indirizzo di politica monetaria. Le due forze, inflazione e deflazione, sono sempre contemporaneamente presenti, e sono incoraggiate e si sviluppano a seconda delle circostanze e dei vari settori dell’economia. Il capitalismo conosce oggi soltanto l’intrecciarsi dinamico dei due moti, ignora la stabilità postulata da tanti esegeti ufficiali. Sia negli Stati Uniti che in Italia, per prendere i due esempi estremi, il processo inflazionistico è stato mantenuto per quanto riguarda i settori di produzione che tendono a soddisfare i consumi di prima necessità, mentre l’opera moderatrice della deflazione si é esercitata essenzialmente nella produzione di articoli finiti e industriali. In Italia, mentre l’aumento dei prezzi degli articoli di consumo alimentare raggiunge e supera le 55 volte l’anteguerra, i prezzi degli articoli di consumo industriale sono aumentati in misura meno forte. Negli Stati Uniti, a tutto il 1948, é stata più volte denunciata l’inflazione in settori produttivi fra cui l’industria edilizia e automobilistica, i servizi tecnici dell’abitazione ecc., mentre un moto contrario si constata in altri. In genere, si può stabilire che il risultato di queste tendenze contrastanti e contemporanee si traduce nell’accollare al proletariato gli svantaggi dei due fenomeni in una volta sola. È esperienza comune che, anche in periodo di deflazione, e perciò di disoccupazione crescente e di crescente incertezza economica, si verificano aumenti di prezzi tutt’altro che trascurabili e isolati: d’altra parte, l’azione deflazionista, sviluppandosi attraverso le disposizioni legislative che aumentano il tasso di costo del denaro e impongono l’incremento delle riserve bancarie, viene a modificare i costi di produzione, aumentandoli.
È chiaro che il potere, acquisito dai governi attraverso l’esercizio della manovra monetaria, di determinare a piacere il moto e il costo del denaro distrugge qualunque illusione di autonomia dei singoli capitalisti nell’esplicazione della loro attività produttiva. L’attività di produzione é ormai legata a filo doppio all’opera dello Stato, gli interessi d’elle singole aziende non sono più disgiungibili da quelli del governo e viceversa. La retorica costruzione dell’ideologia liberale, per cui la attività produttiva è qualcosa che compete all’iniziativa e alle capacità dei singoli individui, è ormai andata definitivamente in pezzi, e le fortune o le sfortune delle aziende non sono più determinate da quanto fa o potrebbe fare dietro il suo scrittoio il capitalista individuale, ma da quanto superiori ambienti politici e amministrativi dispongono. Questi, in verità, prendono decisioni a sfavore dei singoli solo quando altri singoli più potenti lo desiderino, ma l’autorità che ne deriva allo Stato è comunque ormai tale da non poter essere più ignorata da nessuno. Esso non è più solo il reggitore della forza pubblica, l’autorità che talvolta può imporre sgradevoli balzelli, ma l’organo cui competono decisioni fondamentali per tutta la attività economica. Nessun fattore contribuisce quindi maggiormente all’accentramento politico ed economico dello Stato quanto l’evoluzione storica per cui esso é divenuto il regolatore supremo delle vicissitudini monetarie.
Controllo del commercio estero
Insieme alla disciplina della vita economica nazionale e alla sua regolamentazione da parte dello Stato, la moneta manovrata impone il più assoluto controllo di tutti i rapporti con l’estero. Nel secolo scorso, la base aurea assicurata alla moneta andava ben più in là del significato fisico di questo rapporto. Essa rappresentava soprattutto la volontà dei singoli paesi di inserire la propria economia nell’economia internazionale e di legare i propri avvenimenti agli avvenimenti di tutto il mondo. La loro struttura produttiva, la distribuzione delle loro attività, il livello dei loro prezzi dovevano in tal modo accordarsi in una superiore armonia internazionale, che sola poteva permettere di parlare di “libero scambio” e di “naturale sviluppo delle forze produttive”.
La moneta fiduciaria è oggi accompagnata dall’assoluto assoggettamento degli scambi con l’estero al giudizio governativo. Questo stabilisce i tassi di cambio delle varie monete internazionali, e con la loro fissazione è in grado di variare a piacere i rapporti con l’estero. A parte il fatto che importatori ed esportatori possono così venire premiati o danneggiati da una qualsiasi decisione governativa, rimane la sostanziale circostanza che, al di fuori di qualunque tariffa doganale od accordo commerciale, quello che oggi disciplina i rapporti economici fra i vari paesi sono le decisioni relative alle loro valute e il fatto che i governi le accentrino tutte presso di sé. Sottoponendo il commercio con l’estero alle variazioni implicite nelle manovre monetarie e alle arbitrarie definizioni dei cambi, i singoli rami della produzione nazionale sono di volta in volta sviluppati o depressi a seconda degli orientamenti di politica commerciale dello Stato.
Le strutture economiche dei singoli paesi si allontanano perciò sempre più da una reciproca integrazione, la distribuzione internazionale delle attività é impedita, il livello dei prezzi non ha più nulla a che fare con le leggi classiche dell’economia, le frontiere diventano altrettanti sipari di ferro dietro ai quali attività essenzialmente parassitarie possono trovare incoraggiamento e sviluppo ed esercitare un’azione sempre più piratesca sulle classi soggette ai ceti capitalistici industriali ed agrari. L’allontanamento di ogni singola economia da quello che potrebbe essere lo standard mondiale, accentuando le divisioni fra Stati, rende contemporaneamente necessario un sempre più stretto legame fra capitalisti e potere governativo e il pronto intervento di questo ogni qualvolta si tratti di difendere la produzione nazionale (leggi: interessi capitalistici locali). Anche qui l’interesse e l’attività delle singole unità produttive risulta strettamente condizionato dall’intervento dell’organo superiore di difesa della classe.
Nel caso del commercio estero, l’accentramento statale, oltre a proteggere la produzione nazionale, rappresenta una garanzia agli affari degli esportatori, in quanto il governo, acquistando tutte le valute che questi ricavano dalle vendite all’estero anche se ad esse non fanno riscontro partite di importazione, li mette al riparo da qualunque rischio anche a costo di contribuire in modo esplicito e diretto all’inflazione. Nessun miglior sepolcro poteva trovare il liberalismo, nessun più spregiudicato epitaffio poteva erigersi la democrazia.
Il dollaro moneta di conto internazionale
Ma se tutto questo é avvenuto nell’ambito delle singole nazioni, se profondissime trasformazioni si sono verificate nel meccanismo degli scambi di merci in virtù delle trasformazioni subite dalla loro unità di misura, se l’abbandono della base aurea ha significato un’ulteriore possibilità di sfruttamento delle classi soggette e di definitiva espropriazione delle classi intermedie, sul piano internazionale il cambiamento non é stato meno radicale.
Le manovre monetarie non sono di origine recentissima, giacché hanno avuto forte sviluppo anche nel corso della guerra 1914-18 e negli anni ad essa successivi, ma fino al 1939, cioè fino al secondo conflitto mondiale, sul piano internazionale era pur sempre rimasto in vigore il gold-standard, la base aurea. Ora, a conflitto concluso, anche internazionalmente l’unità di misura monetaria non é più costituita dall’oro, ma dal dollaro: il dollaro, la “valuta forte” per eccellenza, é divenuta la moneta internazionale. È questo il logico riflesso dell’egemonia conquistata dagli Stati Uniti sul resto del mondo, e consacra in questa sfera le enormi possibilità di arbitrio di quella nazione. Che il dollaro sia ormai l’unica moneta internazionale valida é dimostrato dal fatto ch’essa serve come unità di misura e mezzo di scambio non solo al blocco occidentale, ma anche a quello orientale, Russia compresa: gli scambi commerciali fra Oriente ed Occidente avvengono esclusivamente sulla base del dollaro, e pagare in dollari costituisce oggi la massima delle garanzie per tutti i paesi.
La potenza economica e produttiva degli Stati Uniti é dietro di essi, e possederli é per gli individui e ancor più per gli Stati il segno tangibile della ricchezza. Ma il dollaro è anch’esso una moneta fiduciaria, la moneta di uno Stato, e come tale intrinsecamente legata alle fortune di questo. Ne segue che l’avere esteso il dollaro a tutto il mondo come valuta di scambio, significa aver legato indissolubilmente la sorte del mondo a quella degli Stati Uniti. Le vicende di questi avranno d’ora in poi ripercussioni senza uguali sulle vicende di tutti gli altri paesi. Se vi sarà una crisi in America, la sua velocità di generalizzazione sarà ben maggiore di quella del 1928 e, per quanto i vari paesi si siano chiusi in sé stessi come tante ostriche e siano armatissimi di regolamenti doganali, di difese commerciali ed economiche, le ripercussioni supereranno qualunque barriera con sconvolgimenti indubbiamente poderosi.
A che cosa ci troviamo infatti di fronte, oggi? A un mondo che soffre di una acuta fame di dollari. Tutti i paesi tendono ad accumulare riserve di questa valuta, a farsi pagare in dollari e a non pagare in dollari. Che la moneta del paese economicamente più importante sia la moneta di conto internazionale, nessuna meraviglia: é nella logica della storia, lo fu a suo tempo la sterlina inglese. Ma, a parte il valore aureo di cui godeva la sterlina, l’intera struttura del commerciò mondiale era allora ben diversa da oggi. L’Inghilterra esportava enormi quantitativi di beni e capitali, ma per le particolari esigenze della sua economia importava pure moltissimo. Avveniva così che le sterline compissero una circolazione completa fra la Gran Bretagna e il resto del mondo, cosa da cui si è oggi ben lontani nel caso del dollaro. Gli Stati Uniti sono oggi i più forti esportatori del mondo, essi riforniscono tutti i paesi dei principali beni e prodotti, ma questa partita rimane aperta senza possibilità di saldo. Gli Stati Uniti esportano ma non importano; sono il paese più autarchico del mondo. Questo flusso commerciale in un solo senso è la fondamentale causa della penuria internazionale di dollari, é ad essa the l’America cerca di metter riparo con le esportazioni gratuite del piano Marshall, che risultano in pratica le partite condizionanti; il commercio internazionale. Questo trova un altro freno al suo sviluppo nel fatto che, prendendo come base il dollaro, il commercio internazionale assumerà solo quel volume che i dollari in circolazione permetteranno. Gli Stati Uniti ne beneficeranno in ogni caso, poiché i dollari in circolazione finiranno prima o poi per tornare ad esser spesi in patria, ma le economie degli altri paesi assumono sempre più un carattere di dipendenza e di artificiosità con tutti i pericoli impliciti nella prospettiva che da un momento all’altro la crisi del dollaro si approfondisca e trasformi anche la “valuta forte” per antonomasia in un segno scottante nelle mani di chi lo possiede.
La quasi completa assenza di correnti d’importazione negli Stati Uniti non é certo da attribuire solo al diverso rendimento della produzione americana rispetto e quella europea e con ciò al diverso livello dei prezzi. Vi sono molti prezzi mondiali al di sotto di quelli americani; nondimeno essi non possono esercitare alcuna influenza sul mercato statunitense a causa del protezionismo pressoché assoluto che lo difende. E poiché anche gli scambi fra gli altri paesi incontreranno barriere protezionistiche altrettanto elevate, un ritorno alla normalità degli scambi non é neppur pensabile.
Per i prezzi più vantaggiosi offerti in molti settori, per la copia dei prodotti, per la loro modernità e facilità di acquisto, per la possibilità di pronte variazioni nelle decisioni di compera, per ragioni d’indole politica, tutti i paesi guardano agli Stati Uniti come al mercato fondamentale per tutti i rifornimenti, ed é anche in seguito a questo orientamento che il dollaro é divenuto la moneta di conto internazionale. Tuttavia, le conseguenze di questo stato di cose sono ancora difficilmente prevedibili in tutta la loro portata sia per l’America che per il mondo. Gli avvenimenti del prossimo futuro saranno a questo proposito più che istruttivi.
Resta frattanto provato che, nell’ambito nazionale, la moneta fiduciaria rappresenta lo strumento più poderoso di cui lo Stato moderno disponga per condurre a termine il suo intervento totalitario nella vita economica, e che l’adozione del dollaro come moneta internazionale trasforma le possibilità mondiali di scambio assoggettando tutto il mondo alle fortune e sfortune degli Stati Uniti.
Note
A dimostrazione valga un brano tratto dall’intervista accordata ad un giornalista inglese da un commerciante in Cina: “I prezzi aumentano e la valuta precipita: ogni bene costa cinque o sei volte di più di un mese fa. Chiesi a un mercante britannico del luogo: – Come riuscite a fare affari in condizioni così incredibili? Mi rispose: – Oh, é semplice: guadagniamo un monte di danaro badando bene a non possedere mai denaro”. ↩︎
(1) È evidente che a un certo punto i giudizi dei singoli capitalisti circa lo sviluppo degli investimenti se valgono a garantire concretamente la realizzazione dei profitti nel corso di cicli commerciali a moneta fluida, possono tradursi in un pericolo collettivo quando la somma di queste decisioni comporta una dilatazione degli impianti senza adeguata capacità di rispondenza del mercato. L’intervento governativo rappresenta allora l’azione moderatrice e compensatrice dei singoli giudizi a vantaggio della stabilità generale del regime. ↩︎
Quando si parla comunemente di religione e di scienza, si suole considerarle come due manifestazioni dello spirito nettamente antagonistiche. Eppure un esame più approfondito ci fa concludere che questa valutazione non corrisponde a verità. Pur sotto le apparenze, attualmente così diverse, esse sono state originate dalle stesse cause e sostanzialmente sono il medesimo fenomeno, solo che a un diverso grado di sviluppo; la religione più primitiva, la scienza più evoluta.
Se nell’uomo le conoscenze hanno potuto raggiungere l’attuale grado di elevatezza, ciò in virtù di una possibilità evolutiva del suo cervello infinitamente superiore a quella degli animali cosiddetti superiori. Questa capacità evolutiva è stimolata e azionata dalla necessità di provvedere ai propri bisogni, necessità che agisce con un meccanismo che, per usare una espressione paradossale, può essere in certo modo paragonato a quello che esercita l’uomo sugli animali quando li ammaestra. Esso riesce a produrre nella loro mente, in misura varia, a seconda delle capacità delle varie specie e dei singoli elementi di esse, conoscenze che, senza questo stimolante, da sé non sarebbero sorte. Orbene, quando è finalmente riuscito, in virtù di questa azione, a creare i primi mezzi tecnici per produrre il necessario per vivere, l’uomo è stato, dall’uso di questi mezzi, che portano con sé la necessità della divisione del lavoro, costretto a determinati rapporti, quelli e non altri, con gli altri uomini.
Le singole società umane, che solo allora si possono chiamare tali, si sono così costituite. Non molto diversamente avviene in certe specie di animali, anche inferiori (ad esempio api e formiche), che compiono un lavoro in comune. I vari membri dell’organizzazione, che questi animali creano, hanno funzioni varie e rapporti gerarchici tra loro e sempre quelli. Se in questi animali lo sviluppo delle loro società non è andato oltre, ciò dipende dal fatto che la loro capacità evolutiva intellettuale si è arrestata. Nell’uomo essa è continuata e continua e, stimolata dall’aumento numerico degli esseri umani e dai nuovi ed aumentati bisogni che sorgono, è indotta alla produzione di sempre nuovi e più ricchi mezzi per soddisfarli, i quali costringono a sempre nuovi e più complessi rapporti, la realizzazione dei quali non può avvenire senza che nel contempo vengano espressi sotto forma di idee.
E’ in questo meccanismo di sviluppo di bisogni sociali, di organizzazioni sociali, e quindi di sviluppo di conoscenze, che, ad un certo punto del cammino dell’umanità, si forma ed appare, in tempo vario e in modo pressoché uguale nei vari aggruppamenti di essa, quel fenomeno intellettivo che, ad un certo grado della sua evoluzione, assume i caratteri per cui viene designato col nome di religione.
Le prime forme di organizzazione sociale stabile apparvero quando i gruppi nomadi, che vivevano di alimenti offerti dall’ambiente naturale, cominciarono a fissarsi e a coltivare la terra. Per stimolare i cicli vegetativi in modo da ottenerne maggiori prodotti, le operazioni del primitivo agricoltore dovettero adattarsi a cicli stagionali e a regole che i primi capi e dirigenti delle tribù ebbero interesse a fissare, stabilire e far riconoscere generalmente. Di qui la necessità di portare l’attenzione sul giro degli astri, primo tra i quali, per i suoi effetti sul clima, il sole (che in quasi tutte le religioni è il primo degli Dei e uno dei più forti). La espressione di queste regole, aventi forza di leggi primitive disciplinanti le comunità, non poteva che assumere forme vaghe, misteriose e fantastiche, tuttavia direttamente sorte da un bisogno reale e da un procedimento sperimentale. Non diversamente avviene nel formarsi delle prime scienze; basti pensare alle prime ricerche astronomiche degli antichi Caldei, oppure al classico esempio del sorgere della topografia (scienza applicata) e della trigonometria (scienza teorica) sua figlia, nate per esigenza di ristabilire, dopo le fecondanti piene del Nilo e il ritiro delle acque, i precisi limiti degli appezzamenti coltivati da ciascuna famiglia.
L’insieme di tutte queste acquisizioni conduce a sistemarle nelle prime generalizzazioni, ed a tal fine la funzione che hanno, in tempi più recenti, la filosofia e la scienza, comincia ad essere assolta dalla religione che originariamente è, in fondo, una ipotesi per spiegare quanto avviene tra gli uomini e nell’universo tutto, e tale fondamento conserva pure al vertice del suo sviluppo. La sua comparsa sta ad indicare che l’essere umano è giunto a un tale punto della sua evoluzione intellettuale, da stabilire il rapporto di causa ed effetto tra alcuni fenomeni cui assiste o partecipa, e tenta di formulare una teoria che possa servire a spiegare tutti i fenomeni. Se noi chiamiamo scienza quella attività dell’intelletto che ha precisamente il compito di spiegare i fenomeni, è evidente che ogni ipotesi che si propone questa finalità è un’ipotesi scientifica, anche se la si dimostri in seguito errata.
Le scienze non procedono se non costruendo nuove ipotesi che le successive osservazioni eliminano in tutto o in parte per permettere la costruzione delle nuove. Queste sono possibili, e in tanto costituiscono un passo avanti, in quanto vi sono le nozioni precedenti che le sono servite di base o di punto di appoggio, anche se in perfetta contraddizione con esse. Il passo avanti ha dei limiti di possibilità segnati dalle cognizioni già acquisite, non dalla maggiore o minore genialità di questa o di quell’altra mente umana. La nuova ipotesi, ossia la nuova dottrina, considerata più precisa, più esatta, più vera di quella ritenuta ieri la vera, non è sorta per taumaturgica virtù di un genio eccezionale e superiore agli altri; è considerata più esatta, e lo è, non perché ha raggiunto o si è avvicinata al vero assoluto, ma perché o riesce a dare una spiegazione a fenomeni fino a quel momento inspiegati, o ne dà una spiegazione più accettabile per quelle menti che, avendo acquisito le più moderne nozioni, riconoscono errate o imprecise o incomplete le spiegazioni precedenti.
Per intendere meglio la natura di molti fenomeni, conviene sorprenderli nel momento in cui si iniziano. Giunti in seguito al massimo del loro sviluppo, molto spesso si sovraccaricano di altri elementi, i quali ne mascherano la genuina, originaria fisionomia. Per quanto riguarda le religioni, è pressoché impossibile oggi riconoscerne l’origine studiandole quali sono oggi, tutte pressoché a un alto grado di sviluppo. Bisogna riportarsi alle prime manifestazioni di esse, e cercare di ricostruire quali fossero le nozioni che gli uomini avevano delle cose e degli avvenimenti che servirono di base o di punto di partenza per le prime manifestazioni religiose. Molto rudimentali dovevano essere quelle nozioni, quando, ad esempio, si cominciarono a formare le prime basi di quella che divenne la religione greco-romana, col suo corteo di dei, di dee, di semidei e via. Certo esisteva la osservazione secolare che vi erano esseri che si muovevano, che si alimentavano, si modificavano e morivano, ed esseri che si modificavano e perfino morivano, ma non si muovevano e non si alimentavano. E infine esseri o cose che non si modificavano e non si muovevano da sé e per muoversi dovevano essere trasportate o spinte da quegli esseri che avevano la facoltà di muoversi.
L’idea del moto che fu tra le prime a formarsi, era legata all’esistenza di certi determinati esseri che avevano determinate caratteristiche. Fu un significativo passo nella conoscenza, quello che in principio fu fatto da uomini di acume superiore, e che consisté nella formulazione dell’ipotesi che corpi (come ad esempio il sole, la luna) non appartenenti a quelli che si muovevano da sé, dovessero essere spinti o trainati da esseri simili agli uomini o agli animali, anche se non visibili. Ammessa questa prima ipotesi che fu un tentativo di spiegazione scientifica, anche se oggi non è più accettabile, le elucubrazioni posteriori dovettero dare a questi esseri, di cui si era ammessa la esistenza le qualità necessarie per compiere le azioni che si riteneva compissero, cioè la potenza, infinitamente superiore a quella degli uomini, e la eternità, ossia l’immortalità. Che ci vuole di più per affermare che l’idea della divinità si è formata?
E l’uomo, ancora primitivo, non poteva non attribuire a questi esseri le stesse qualità che egli aveva, sia pure in maniera infinitamente maggiore, o qualità che in certo modo erano concepibili in quanto negazione di quelle che l’uomo possedeva. Questi esseri, così potenti, compivano azioni che non tutte riuscivano benefiche agli uomini, i quali giudicavano e giudicano gli avvenimenti dal bene o dal male che ne ricevono. E queste loro azioni gli uomini dovevano subire, quindi essi erano anche i padroni dei destini umani. Se facevano danno, vuol dire che era colpa degli uomini averli indotti in collera e bisognava trovare il modo di renderli favorevoli. (Già a questo momento si è infinitamente lontani ormai dalle prime ipotesi per tentare una spiegazione dei fenomeni cui gli uomini assistono). Per renderli favorevoli non si poteva comportarsi se non come era uso comportarsi con i potenti della terra, cui si offrono doni e si rivolgono preghiere.
Tutto ciò doveva essere fatto in misura anche maggiore, dato che essi erano assai più potenti anche dei maggiori potenti della terra. E per queste funzioni di collegamento i più adatti erano proprio quelli che queste cose coltivavano, sapevano, insegnavano. La casta dei sacerdoti si venne così creando. A costoro inoltre bisognava dare una casa per compiere le loro funzioni. E così nacquero i templi. Non manca alcuno degli elementi costitutivi di una religione. Così è sorta nel mondo greco-romano quella religione che fu chiamata paganesimo, nel cui meccanismo di produzione non ha agito solo il fattore puro e semplice dell’aumento o miglioramento della conoscenza: lo sviluppo del paganesimo ha seguito quello degli eventi umani1. Più questi eventi si sono accresciuti, si sono amplificati, si sono modificati, più è cresciuta la famiglia degli dei o se ne sono aumentate le funzioni, e più se ne sono perfezionate la organizzazione e la gerarchia, ricalcate entrambe sulla organizzazione e la gerarchia che si formavano nella società umana. Altra gli uomini non potevano né possono concepire. Ma se questa può essere stata l’origine del paganesimo, che ha alimentato nel mondo greco-romano il sentimento religioso, non così è nato il cristianesimo, che trova questo sentimento già da secoli parte costituente dello spirito umano.
Esso nasce nel vasto mondo della romanità nel periodo di decadenza del regime schiavistico e dell’Impero romano che di quel regime è la superstruttura e nel contempo il sostegno. Nasce come la espressione di una ribellione delle classi oppresse e dei popoli oppressi da quel regime, esprimendone le esigenze. Questo complesso ideologico fu denominato in seguito cristianesimo, perché chi lo formulò con maggior precisione fu Cristo, così come la leggenda, ossia i Vangeli, hanno tramandato.
Non ha importanza per il nostro assunto la questione se egli sia stato o meno un personaggio storico: importa il fatto che le masse oppresse, spinte dalla necessità della loro esistenza a ribellarsi, e incapaci di tradurre questa loro aspirazione se non nei termini di un’esperienza religiosa, non potessero insorgere senza avere a guida e a sostegno un essere superiore agli uomini, una divinità. Bisognava combattere contro una arcipotente organizzazione sociale, che si era costituita a sua difesa anche un corteo di forze sovrannaturali, ossia di Dei. Ma il Dio degli oppressi non poteva appartenere al gruppo dell’Olimpo, di cui tutti i costituenti si erano occupati solo e sempre di aiutare gli oppressori. Quando questo gruppo di Dei era stato formato gli oppressi non esistevano ancora come classe attiva rivoluzionaria sul teatro della storia. Il regime schiavistico era nella sua fase ascendente di sviluppo, nella fase in cui la schiavitù avvantaggiava fino ad un certo punto anche lo schiavo. Il Dio degli oppressi doveva essere di natura diversa da quelli, e più forte di tutti quelli insieme. Ma trattandosi di Dei non era possibile accettare che vivessero insieme, e quindi comandassero gli uni, amici di una parte dell’umanità, e gli altri, amici dell’altra. Nasceva e si imponeva la questione che o gli uni o l’altro fossero i veri Dei.
D’altra parte, è chiaro che una prima espressione embrionale prescientifica, all’altezza sia delle conoscenze dei capi che dell’incoltura delle turbe, dell’esigenza di rovesciare il tradizionale regime teocratico, non riuscendo a tradursi in un postulato egualitario che elevasse lo schiavo all’altezza del padrone, si formulasse simbolicamente nella asserita eguaglianza di tutti gli esseri umani in una vita di oltretomba, e la rivendicazione contro le angherie del ceto possidente si presentasse, ad esempio, alle folle ingenue degli oppressi come il divieto a costui del regno dei Cieli. Questo aspetto, esterno diremo, più passionale e più comprensibile, prende il sopravvento: la lotta che termina con la scomparsa del paganesimo, e la vittoria del cristianesimo, ma che è in sostanza il precipitare e il crollo del regime schiavistico, prende l’aspetto, nella storia dell’umanità, di una lotta di religione. Ma il Dio Cristiano, unico, tanto potente da dare la vittoria agli oppressi, non può essere solo il Dio di costoro senza essere nel contempo il padrone, anzi il creatore dell’Universo, di cui regola, comanda, crea e dirige ogni manifestazione.
A questo punto del suo sviluppo, l’idea cristiana, nata come espressione delle aspirazioni degli oppressi, passa a divenire una ipotesi, una nuova ipotesi, per la spiegazione dei fenomeni sia umani che dell’universo, e come tale esprime nei suoi sviluppi le vicende della società di cui divenne via via la sovrastruttura ideologica. Non vogliamo qui ripercorrere il complesso cammino storico per cui la religione cristiana, nata come formulazione ideologica della rivolta delle plebi oppresse, e come tale ricca di lieviti rivoluzionari anche se non traducibili sul piano di una trasformazione radicale della società, divenne la religione e la bandiera ideologica delle classi dominanti, dell’Impero romano prima, dei regimi feudali poi, e perciò si modellasse sulle esigenze concrete e sulla struttura di queste società mantenendo il postulato dell’astratta eguaglianza di tutti gli uomini di fronte a Dio (e perciò della loro fratellanza) e convalidando nel contempo, sul piano della vita terrena la ferrea divisione gerarchica delle classi cui diede anzi sanzione divina e caratteri di inesorabile legge.
La borghesia nascente, come lottava contro i vincoli di rapporti di produzione arginanti il suo dinamismo di classe rivoluzionatrice, così lottò nel tardo Medioevo e poi nei primordi dell’Evo Moderno contro la rigida e dogmatica impalcatura ideologica cristiana, contro la visione del mondo gelosamente difesa che di quei rapporti giustificava teoricamente la permanenza e che trovava una manifestazione concreta anche nell’apparato gerarchico e accentrato della Chiesa. E fu la lotta della scienza moderna contro i baluardi del dogma, e della Chiesa contro l’assalto della scienza. Eppure, compiuta dalla borghesia rivoluzionaria la distruzione della società feudale, fu la stessa classe vincitrice a far propria una religione che, nella sua secolare codificazione, ben si adattava a sancire la sottomissione inesorabile delle classi oppresse, la nuova schiavitù del lavoro salariato. Come si era riconciliata con la Chiesa pur distruggendone tanti privilegi, così la borghesia illuminista e razionalista, la borghesia creatrice della scienza moderna, la rivoluzionatrice del mondo economico medievale come delle ideologie tomiste, doveva far sua la religione cristiana, appellandosi alle sue postulazioni ugualitarie e umanitarie contro le vecchie classi dominanti e alla sua costruzione gerarchica contro le classi soggette.
La scienza moderna, figlia della borghesia nascente, aveva già eliminato la necessità di ammettere la presenza di un essere superiore per spiegare i fenomeni del mondo: e tuttavia, come si è visto, aveva lasciato sussistere intatta la religione col suo armamentario di dogmi apertamente contrastanti con quel principio: l’aveva lasciata sussistere perché, figlia della nuova classe dominante, ne riconosceva la necessità ai fini della conservazione sociale. Per la stessa ragione, quel principio, riconosciuto sul piano delle scienze come interpretazione dei fenomeni dell’universo, non fu trasportato sul piano dei rapporti umani ad interpretare lo svolgersi e il progredire di questi come prodotti di forze che nascono dagli uomini in quanto produttori e agiscono tra essi e su di essi. Questa concezione, perché diventi idea dominante e forza attiva è necessario che sia l’espressione, il pensiero di una classe che, per la necessità del suo sviluppo, della sua esistenza e quindi della sua lotta, deve assumerla nella sua ideologia. E’ la classe che soffre della nuova schiavitù del lavoro salariato che, indagando nelle sue miserie, giunge a questa conclusione: che le sue condizioni non sono una condanna imposta da un essere sovrannaturale (così come non è un essere sovrannaturale che governa il mondo studiato e interpretato dalla scienza) ma il frutto dell’attività umana. E se è così, è la stessa attività umana che deve sanarlo. Questa classe è il proletariato. Ma al proletariato, per la sua vita e la sua funzione di classe rivoluzionaria, non basta questo elemento ideologico negatore: esso necessita di una dottrina più complessa, distruttrice e costruttrice insieme. Tale dottrina è il marxismo.
Il marxismo nasce in condizioni molto analoghe al cristianesimo. Esso nasce infatti dalla lotta di classe e propriamente da quella odierna del proletariato contro la borghesia, ed in funzione di questa lotta. Nasce come l’espressione ideologica della classe proletaria, di cui indica la necessità del pervenire, la via e i modi di questo pervenire.
Il marxismo esiste non perché un giorno sia comparso nel mondo un certo individuo che si chiamava Marx, il quale si è posto a filosofare ed ha estratto dal suo cervello la dottrina che porta il suo nome. Il marxismo esiste in quanto esiste, ed esisteva già prima, la lotta tra proletariato e borghesia. L’esperienza e la critica di questa lotta provoca necessariamente in seno alla classe attiva, e cioè rivoluzionaria, la formulazione delle idee intorno ad essa2.
L’elemento casuale è rappresentato dall’essere l’individuo che compie l’atto, il tale o tal altro, essere nato qua o là, avere questa o quella qualità intellettuale e via. La dottrina marxista, come ogni altra dottrina, trova il suo fondamento nelle dottrine precedente e nelle esperienze e condizioni storiche esistenti. Delle dottrine precedenti, una parte utilizza, altre rigetta e riconosce errate e corregge. Anch’essa non può andare oltre i limiti che queste condizioni preesistenti ed esistenti permettono. E’ un termine dialettico del divenire storico delle lotte di classe; vale finché le condizioni che l’hanno fatta nascere non si sono modificate al punto da generare altri sviluppi. Essa accompagna, guida e dirige il proletariato nella sua lotta rivoluzionaria finché questo avrà espletato quanto è costretto a fare dalla necessità del suo sviluppo, e cioè distruggere la società attuale, la società borghese, per creare attraverso la fase della sua dittatura la società senza classi.
L’indagine critica marxista decifra il perché dell’insorgere e costituirsi della società borghese, e dell’antagonismo che in essa esiste fra la classe proletaria oppressa e la borghesia dominante. Essa mostra come dallo sviluppo stesso della società borghese, per virtù di questo antagonismo, si vengano a creare le condizioni per cui il proletariato dovrà distruggerla. La spiegazione data dal marxismo ai fenomeni umani è un’ipotesi scientifica in quanto è una spiegazione di essi, ed è la sola ipotesi che oggi possa essere formulata in base alle acquisizioni dottrinali che l’umanità possiede. Dall’esame critico dell’epoca borghese dell’umanità, la teoria si estende all’interpretazione del divenire di tutte le società umane, la cui successione è sempre frutto della lotta delle classi antagoniste, create per necessità derivanti dai modi di produzione.
Ma da questa ipotesi esplicativa dei fenomeni umani la concezione marxista si allarga. Il balzo innanzi nella decifrazione del meccanismo sociale e del volgere storico si è ottenuto superando le concezioni tradizionali scolastiche ed astratte di società, di individuo, di giustizia e sostituendo a questo metodo, che Marx chiamò metafisico, l’indagine dei contrasti di interessi e delle guerre di classe. Parimenti, le scienze della natura avevano progredito in modo formidabile liberandosi dalla immobilità aristotelica e tomistica dei Cieli, dai concetti assoluti di materia e di spirito, per ricercare l’infinito gioco delle forze e delle influenze attrattive e repulsive in tutti i campi dei fenomeni fisici, chimici, biologici.
Di qui il vigore generale della dialettica, che vale come distruzione rivoluzionaria di tutti i concetti superati e fossilizzati, difesi dalle forze dell’autorità e della conservazione. Di qui la minaccia al mondo moderno, al mondo borghese, fermatosi nell’applicazione della critica filosofica al campo delle scienze della natura, di estendere la critica al campo della economia politica e vincere le sue resistenze di classe con la critica delle armi rivoluzionarie.
La formazione della concezione marxista presenta alcune analogie con la formazione di quella cristiana, sia per le cause che l’hanno prodotto sia per il suo evolversi fino a divenire una spiegazione generale dei fenomeni dell’universo. Ma il contenuto delle due concezione non è solo diverso, è antitetico. Il cristianesimo è stato la dottrina di quel certo periodo storico, ossia del trapasso rivoluzionario che determinò il crollo della economia schiavistica e per cui si sono venute a creare le basi della società che dura ancora, malgrado le immense trasformazioni successive. Esso si fondava sulla esistenza di forze sovrannaturali. La concezione marxista, sorta in periodo di vastissimo sviluppo delle conoscenze, che, nella fase di investigazione e di quella di divulgazione, escludono il ricorso all’intervento di forze sovrannaturali, è chiamata ad accompagnare quell’azione rivoluzionaria del proletariato che deve condurre a distruggere proprio la società che il cristianesimo ha contribuito a formare.
Come la società in cui prevarrà il proletariato è destinata a distruggere quella attuale, così la ipotesi o la dottrina marxista è destinata a far giustizia di quelle precedenti e in particolare del cristianesimo, nello stesso modo come questo fece a sua volta con la religione pagana. Del cristianesimo resterà il ricordo storico, il ricordo di un fatto passato così come è oggi ricordo storico la religione pagana, con questa profonda differenza: che, in rapporto al paganesimo, il cristianesimo è stato un puro e semplice superamento, sia perché come ipotesi esplicativa dei fenomeni non esce dallo stesso concetto della necessità dell’intervento della idea divina sia perché, come azione sociale, se ha contribuito all’eliminazione della schiavitù nel senso classico della parola, non ha fatto che contribuire alla sostituzione di questa con nuove e più raffinate forme di schiavitù. Se, prima di esso, si comprava lo schiavo, comprandosene di fatto la capacità lavorativa, e gli si dava lo stretto necessario per vivere, nella società borghese tuttora richiamantesi al cristianesimo, è il lavoratore che al mercato non vende più se stesso ma le sue capacità lavorative, e il capitalista che le compra gli dà in compenso lo stretto necessario perché possa vivere, ossia mantenere efficiente la sua capacità lavorativa. Questa è la forma di schiavitù che il cristianesimo ha contribuito a creare e che si chiama oggi salariato. Al lavoratore zelante il cristianesimo offre l’illusione infrenatrice di una ricompensa dopo la morte, il regno dei cieli, in premio della sua rassegnazione ad accettare la tristezza della miseria presente.
Il marxismo, invece, mirando a distruggere proprio questa forma di schiavitù con la eliminazione del salariato, mira a demolire il pilastro fondamentale su cui poggia tutta la società moderna, a creare una società senza classi e perciò senza ideologie che alla divisione in classi e alla sua proiezione in tutti i campi del sapere si richiamino.
La dottrina e la pratica della lotta di classe sono al centro del marxismo, ma non possono essere proposte separandole dalla riduzione dei fatti politici e storici alla sottostruttura economica in cui si determinano i bisogni e si urtano gli interessi. Non vi è marxismo se non s’indaga per la stessa via sulla origine di tutti i fatti di natura morale e conoscitiva. In questa indagine, come abbiamo rammentato, trova il suo posto l’origine storica delle concezioni religiose come di quelle scientifiche trattate come processi analoghi non rispondenti a sfere diverse né interpretabili fuori dal campo dei rapporti materiali e naturali.
Nulla resterebbe della descrizione marxista sul successivo contrapporsi storico delle classi sociali in lotta, se si volessero trattare come mondi separati quelli della fisica, dell’economia, del diritto, dell’ideologia.
Alla posizione dei padroni di schiavi che avevano costruita una teologia vietata ai loro servi oppressi, utilmente si oppose una mistica più evoluta che, fingendo per ogni individuo la stessa attesa di una vita d’oltre tomba e di un giudizio sulle proprie azioni, ben si prestava a condurre la lotta egualitaria.
Quando l’ideologia cristiana fu adoperata a difendere la monarchia di diritto divino e l’assolutismo politico, convenne alla borghesia sospinta dalle sue esigenze economiche svolgere la critica di ogni presupposto soprannaturale. Divenuta classe dominante, essa non mancò di arrestarsi nella sua opera distruttiva dinanzi al pericolo del crollo di ogni barriera giuridica ed etica, di tutti questi sistemi che mutano sì, ma restano indispensabili per i regimi fondati su privilegi di classe. E’ quindi soltanto con la lotta del proletariato per abbattere il capitalismo che può venire spinta a fondo una critica scientifica radicale atta a rimuovere tutte le incrostazioni ideologiche tramandate dai successivi sistemi di classe.
Volere accettare il determinismo economico marxista come chiave degli urti sociali nel mondo presente, e quindi anche nella storia passata, voler prendere parte alla lotta dal lato della classe operaia e con un programma anticapitalistico, non è lontanamente ammissibile ove si pretenda che tale posizione ed azione si limitino ad un campo ristretto ed estraneo a quello della conoscenza scientifica, della professione di idee filosofiche o della confessione religiosa.
Così facendo, infatti, si rende impossibile considerare e sviluppare il contrasto tra le nuove forze produttive, primissima la classe che lotta per emanciparsi, e i vigenti rapporti e forme di produzione che sono per Marx nello stesso tempo il sistema sociale, il diritto vigente, lo stato, l’etica, le idee tradizionali rispondenti alla giustificazione del dominio della classe al potere, e le ideologie costituenti l’avanzo della difesa di sistemi sociali ancora più antichi.
Non può esservi dunque maggiore mostruosità che l’assunzione di un processo spirituale indipendente e superiore di natura religiosa o anche filosofica a cui si possa partecipare con manifestazioni di opinione e perfino con atti di professato culto e la contemporanea adesione e partecipazione alla lotta proletaria di classe.
Una simile adesione al marxismo è doppiamente contraddittoria; dapprima perché annienta la dipendenza e derivazione dei processi intellettivi ed emotivi dalle condizioni materiali ed economiche in cui vive l’individuo e la classe; in secondo luogo perché distrugge la successione storica delle classi sociali in lotta, e rendendo impossibile il comprendere come esse abbiano impiegato nell’offesa e nella difesa anche le loro proprie armi ideologiche e propagandistiche, riflesso dei loro interessi, attraverso la formazione dell’arma teorica della lotta operaia, arma in cui noi vediamo una forza altrettanto concreta di quelle economiche e militari, arma che è il marxismo stesso – come il marxismo altro non può essere che quest’arma rivoluzionaria; e quindi non può consentirsi la sua professione ai conformisti di ogni genere, ai credenti nelle menzogne della civiltà borghese o addirittura negli avanzi di un paradiso che la stessa borghesia aveva già considerato in frantumi.
Note
Diciamo eventi umani per usare una espressione generica. Per noi eventi umani significano sempre vicende di classi e di conflitti che sorgono fra di esse e che portarono nel mondo greco-romano alla costituzione di caste ben distinte tra loro per speciali privilegi, al di sotto delle quali esisteva la massa infinita degli schiavi in cui l’uomo una volta entrato cessava di essere tale per divenire giuridicamente una cosa. Seguire gli eventi non vuol dire compiere il modesto ufficio di commentatore. La religione pagana, come tutte in genere, ebbe il suo impulso da parte delle caste, classi, capi privilegiati che se ne servirono come strumento di dominio per la loro opera di asservimento e di oppressione delle classi soggette, rientrando per tale funzione nei fenomeni derivanti dalla lotta delle classi. ↩︎
E’ in seno alla classe anche se i primi formulatori della dottrina e il maggiore teorico non provengono da essa. E’ la classe che ha iniziato e compie la lotta di cui i teorici danno la spiegazione, avendone accettato e fatto proprie le aspirazioni. ↩︎
Il testo chiama forma fluttuante quella in cui i lavoratori in soprannumero, respinti per il perfezionamento tecnico degli opifici, sono riassorbiti per l’aumentata potenzialità e produzione di essi. Chiama forma latente quella per cui in distretti rurali i perfezionamenti tecnici rendono disponibili un gran numero di lavoratori che sono costretti a riversarsi nelle città offrendosi ai padroni industriali (fenomeno dell’urbanesimo). Chiama forma stagnante quella per cui si forma un eccesso nel numero dei lavoratori sia dell’industria che nell’agricoltura, respinti dai perfezionamenti, e che si offrono per lavori ad alto grado di sfruttamento come il cosiddetto lavoro a domicilio (sweating system). Infine l’ultimo residuo dell’eccedenza di popolazione operaia costituisce il pauperismo, da non confondersi ancora con i vagabondi, delinquenti, mendicanti, prostitute, costituenti i ceti non lavoratori (malavita, teppa, ecc.) che hanno grande importanza numerica soprattutto nelle moderne metropoli. Tornando alla parte di eccedenza operaia pauperistica essa comprende tre categorie: operai atti a lavorare ma disoccupati, orfani e figli di assistiti dalla carità pubblica (queste due categorie sono a disposizione del capitalismo per rientrare in servizio attivo nei momenti di grande richiesta) infine gli operai che per età, invalidità, o superamento del loro mestiere sono per sempre inabilitati.
Quindi se è vero che col progresso dell’accumulazione il saggio dei salari tende in generale ad elevarsi per i lavoratori che trovano occupazione, e se anche è vero che il capitale salari totale e il numero dei lavoratori tendono a crescere, contemporaneamente si verifica la creazione di un sempre più vasto esercito di riserva, composto di antichi artigiani e piccoli proprietari rovinati o espropriati per la trasformazione in salariati, ma esposti coi loro discendenti ai rischi della disoccupazione e quindi della miseria più nera malgrado le misure sia della carità sia della legislazione sociale sia della solidarietà operaia.
Più aumenta il capitale totale e quindi la ricchezza nazionale e sociale (in realtà ricchezza della classe capitalistica), più aumenta la ricchezza industriale e con essa il dominio del pauperismo (veggansi le enormi masse disoccupate nei paesi capitalisti nel dopoguerra). Tutto ciò costituisce la legge della crescente miseria del proletariato contrapposta alla crescente ricchezza capitalistica, non contraddetta affatto dal crescere – alla scala storica – dei salari per i lavoratori occupati ed anche del migliorato tenore di vita per talune categorie privilegiate, né scongiurata da misure legislative sociali, nel quadro dell’ordinamento capitalistico.
Gli scrittori borghesi dapprima esortavano i lavoratori a ridurre il loro numero, se volevano non eccedere i bisogni del capitale, ben sapendo che mai la riduzione sarebbe stata tale da provocare il loro allarme. In seguito ammisero cinicamente che questa povertà nelle classi inferiori era la condizione migliore per la prosperità della nazione. Oggi, e dopo Marx, non si trovano più tali affermazioni, dominando la ipocrita filantropia sociale, la demagogia e il decantare rimedi illusori affidati all’associazione e allo Stato.
Ma la legge fondamentale dell’accumulazione capitalistica seguita ad essere la stessa: tutti i mezzi per moltiplicare le forze collettive del lavoro che dovrebbero concorrere ad elevare il tenore di vita media, si applicano a danno del lavoratore individuale e diventano mezzi per sottometterlo al dominio del capitale privato. Qualunque sia il saggio dei salari, il progresso dell’accumulazione comporta l’aumento dell’eccedenza relativa di popolazione operaia; a misura che il capitale si accumula la condizione della classe operaia peggiora.
Sezione VIII
L’accumulazione primitiva
Forme storiche della proprietà ed origini del capitale
Il denaro diviene capitale, il capitale produce plusvalore, questo diviene capitale addizionale, dunque il capitale si produce dal meccanismo stesso del capitalismo. Tuttavia perché questo facesse la sua comparsa nella storia un primo capitale ha dovuto formarsi in ambiente non capitalistico.
L’economia classica considerando il capitale come valore accumulato ossia prodotto di lavoro accumulato afferma che i primi capitali si formarono col lavoro e col risparmio dei loro possessori.
Ora se è vero che ogni valore sorge da lavoro umano, non è vero però che il valore prodotto dal lavoro resti nelle mani di chi ha lavorato. In generale nelle epoche storiche fin qui svoltesi il frutto del lavoro è stato sempre tolto dalle mani del lavoratore e la sua accumulazione da parte del proprio diretto artefice è sempre stata un caso affatto eccezionale.
Contro l’idillio che dovrebbe regnare nei manuali di economia, nella storia vera regna la conquista, la tirannia, la rapina, ossia la forza bruta.
L’esistenza di un potere statale e delle forme giuridiche, anche facendo astrazione dalle palesi ed occulte violazioni, non ha mai significato la garanzia che il prodotto rimanesse attribuito al produttore. Anzitutto epoche di convulsioni sociali e politiche costituiscono bruschi trapassi tra un regime legislativo e l’altro, e le guerre civili o nazionali rappresentano o comportano sempre vaste espropriazioni, ma escludendo pure queste parentesi al diritto nel senso storico come abbiamo escluso quelle nel senso personale (delinquenza), noi non riconosciamo affatto ai vari sistemi giuridici che hanno finora dominato il carattere di assicurare al produttore il pacifico godimento di tutto il frutto del lavoro.
Il diritto è garantito nella sua applicazione dalla forza materiale dello Stato. Noi non vediamo nello Stato il rappresentante imparziale di interessi collettivi, ma invece l’organo del dominio di una parte della società, ossia di una classe.
Per conseguenza il diritto è volta a volta la codificazione delle norme che valgono a far rispettare gl’interessi di quella classe. Esistono quindi lo Stato e la legge proprio quando una classe ha bisogno di esercitare sulle altre una continua pressione coattiva, e poiché alla base di tali rapporti stanno gli interessi economici, di realizzare appunto la sistematica espropriazione in parte più o meno larga delle energie produttive delle classi sottomesse. Stato e diritto, dunque, significano appunto un sistema che vale a trasmettere il frutto del lavoro dai lavoratori ai non lavoratori.
Per intendere la struttura sociale e le vicende politiche di una data epoca noi ci domandiamo quali sono le classi in contrasto, quale di esse detiene il potere ossia lo Stato, e prima ancora ci domandiamo quali rapporti o forme della proprietà stabilisce e conserva il sistema in vigore. A loro volta i rapporti di proprietà si spiegano analizzando le forze di produzione, ossia le risorse tecniche di cui il lavoro dispone e la sua organizzazione e ripartizione fra gli uomini. Le forze produttive sono in ogni epoca le risorse materiali e fisiche utilizzate e i gruppi di uomini adibiti al lavoro. Queste forze produttive sono contenute in un determinato schema di rapporti di proprietà di cui stanno a guardia la legge e la forza statale. Ma per complessi motivi, come il crescere delle popolazioni, il trasformarsi della tecnica produttiva, per effetto di nuove invenzioni, per l’aprirsi di vie di comunicazioni e così via si creano delle condizioni per cui le forze produttive, e, prima tra esse, la classe che fornisce il lavoro, vengono in urto con le vigenti forme di proprietà. Di qui un’epoca di rivoluzione sociale, con la lotta tra la classe che beneficiava del vecchio sistema ed una classe fino ad allora dominata, la infrazione delle forme di proprietà, cioè l’abbattimento dello Stato, e il sorgere di un nuovo Stato con un diritto diverso.
Ritornando al quesito della prima accumulazione capitalistica, è attraverso un’analisi di tal genere che ne va cercata la soluzione, e non già nell’ingenua e tendenziosa asserzione che il lavoro e l’astinenza crearono il capitale originario. Tuttavia sarà bene prima ricapitolare l’applicazione più elementare di quanto abbiamo detto alla storia della società.
Agli inizi dell’attività lavorativa e della vita economica e sociale gli uomini sono pochi, mentre la terra disponibile è vastissima. I popoli sono divisi in piccole tribù vaganti che esercitano un’agricoltura e pastorizia primitiva, coltivando in comune una zona di terra occupata sotto la direzione di un capo che è dapprima il padre di famiglia. La proprietà individuale e la divisione in classi non fanno ancora la loro apparizione in questo periodo di comunismo primitivo.
La mobilità stessa delle tribù comporta il loro incontro, l’estendersi delle risorse produttive e dei bisogni, i conflitti, e l’imprigionamento dei vinti. Appaiono caste militari e sacerdotali; attraverso un lungo processo che siamo ben lungi dal trattare passiamo all’epoca della schiavitù. Una classe di uomini viene obbligata a lavorare al servizio di altri, senza possibilità di rifiutarsi o allontanarsi, e può essere posseduta ed alienata come bene privato, essendo ormai avvenuta la suddivisione della terra, del bestiame e di ogni altro bene tra i membri della classe dominatrice, o uomini liberi.
Tuttavia nelle stesse società antiche non tutti gli uomini liberi sono proprietari di terre o di schiavi; solo una minoranza di essi finisce con l’avere tale proprietà da poter vivere senza fare nessun lavoro, gli altri sono possessori di poco suolo che coltivano con le proprie mani e senza schiavi, o sono piccoli artigiani che producono e vendono oggetti manufatti. A questa epoca la legge e con essa l’ideologia filosofica e morale giustificano lo sfruttamento del lavoro degli schiavi, la loro vendita e perfino la loro uccisione. La classe dei grandi proprietari (patriziato) detiene per lo più lo Stato, in lotta con la classe dei piccoli coltivatori ed artigiani (democrazia greca – plebe romana). Il fondamento della produzione resta l’agricoltura malgrado il diffondersi della navigazione e dei commerci e l’apparizione di possessori di denaro e perfino di un embrione di capitalismo.
Con le nuove condizioni succedute alla caduta dell’Impero Romano al cristianesimo e alla abolizione della schiavitù, la base della produzione resta quella agraria e la terra resta divisa a grandi proprietari feudali.
Gli antichi schiavi sono liberati agli effetti del diritto e della nuova morale cristiana e non possono essere venduti. Tuttavia sono trasformati in servi della gleba ossia in lavoratori agricoli che non possono abbandonare il luogo, mentre il signore feudale usufruisce in larga parte dei prodotti del loro lavoro. Scompaiono però in gran parte, ridotti anche essi a servi della gleba, i piccoli coltivatori liberi e soltanto alcuni nuclei di artigiani cittadini possono darsi un regime di relativa indipendenza dalla nobiltà feudale organizzandosi in corporazioni professionali nei cosiddetti comuni.
In questo quadro della società feudale la classe dominante è quella della nobiltà terriera, suoi alleati e suoi strumenti sono il clero, l’esercito e lo Stato monarchico assoluto (malgrado i conflitti che hanno condotto dal decentramento feudale primitivo alla formazione di grandi unità statali).
In queste varie forme sociali non solo non troviamo in vigore lo stesso diritto e la stessa ideologia morale, ma nemmeno potremmo stabilire alcuni principi giuridico-morali comuni a tutte che costituirebbero il preteso diritto naturale. Gli stessi rapporti fra gli uomini sono a volta protetti a volta condannati sia dalla legge scritta che dal senso morale. Adunque non rinveniamo in vigore il famoso principio che ad ognuno appartiene il prodotto del suo lavoro, principio che dovrebbe spiegare in maniera onesta e pacifica la prima accumulazione di capitale.
Quasi sempre troviamo il lavoratore posto in condizione di non poter disporre dei mezzi di produzione che adopera e del suo prodotto. Ne è separato per effetto della forza legale tanto lo schiavo antico che il servo della gleba medioevale che l’operaio moderno. Troviamo il lavoratore non separato da strumenti e prodotti solo nel comunismo primitivo e nell’artigianato delle varie epoche come nel piccolo coltivatore proprietario; il che non esclude che anche questi ceti sociali sotto forme varie di tributi, tasse, usura, diritti diversi non debbano cedere ad altri parte del proprio prodotto subendo una estorsione di plusvalore.
Condizioni per la formazione del capitalismo
È alla società feudale terriera che succede direttamente l’ordine capitalistico. Perché questo possa funzionare occorre che da una parte vi sia accumulazione di denaro (e questa condizione è realizzata da antico tempo nelle mani di proprietari terrieri, commercianti, usurai, finanzieri, negrieri, ecc.) e dall’altra parte che vi sia una massa di lavoratori separati dagli strumenti di produzione e quindi obbligati alla vendita della forza lavoro.
La chiave dell’accumulazione primitiva è dunque il movimento storico che ha creato questa separazione. L’ordine feudale la impediva doppiamente: con la servitù della gleba che vietava al contadino e ai suoi figli di lasciare il feudo di origine; col sistema corporativo che obbligava con regolamenti complicatissimi e apposite magistrature gli artigiani e i loro figli a lavorare in una determinata arte e in piccole botteghe con un limitato numero di garzoni apprendisti. Le leggi dello Stato feudale sancivano questa situazione ed impedivano il prorompere dell’economia capitalistica, vessando inoltre la nascente classe borghese, formata di commercianti e banchieri della città o da antichi contadini divenuti artigiani emancipandosi dalla servitù e creando nei “borghi” contrapposti al castello del signore piccoli opifici per la produzione di manufatti. Questa classe formò una ideologia rivoluzionaria che condannò i vincoli e le restrizioni feudali in nome di tutta una teoria filosofica sulla libertà e l’eguaglianza giuridica, ma questa campagna per la liberazione del popolo rappresenta solo l’equivalente ideologico della necessità economica di mettere a disposizione della produzione una massa di venditori “liberi” di forza lavoro. D’altra parte le esigenze produttive premevano in modo irresistibile per le intensificate comunicazioni mondiali, il cresciuto commercio ed il crescente bisogno di prodotti sempre più complessi del lavoro. I capitalisti imprenditori ebbero non solo a prendere il posto dei maestri d’arte corporativi ma altresì dei detentori feudali delle sorgenti di ricchezza; il loro avvento si presenta come il risultato di una lotta vittoriosa contro il potere dei signori e le sue esorbitanti prerogative, contro il regime corporativo e gli ostacoli che esso poneva al libero sviluppo della produzione e alla libera speculazione dell’uomo sull’uomo. I cavalieri dell’industria hanno soppiantato i cavalieri della spada, essi hanno vinto con mezzi altrettanto vili (il testo vuol dire: conducendo alla lotta rivoluzionaria le nascenti masse del proletariato inconsce che il tempo della democrazia e del regime rappresentativo politico significasse trionfo del regime libero sfruttamento dei salariati) di quelli cui si servì il liberto romano per farsi padrone del proprio signore (Cap. XXIV, 1). «Lo sviluppo che ci spiega la genesi del capitale e quella del salariato ha per punto di partenza il servaggio dei lavoratori; il progresso che compie consiste nel cambiare la forma della schiavitù, nel sostituire alla speculazione feudale la speculazione capitalistica».
Naturalmente vi è anche il progresso sostanziale di aver spezzato i vincoli che si opponevano all’introduzione del lavoro collettivo e avere introdotto un’alta divisione tecnica del lavoro.
La nostra critica butta da lato tutta l’apologia democratica della rivoluzione borghese, e questo ne è aspetto fondamentale; tuttavia negando la presentazione filosofica e giuridica di tale ideologia essa non nega il valore storico e il carattere rivoluzionario della introduzione del capitalismo, creatrice delle condizioni per gli ulteriore sviluppi. «Quantunque i primi passi della produzione capitalistica siano stati fatti fin dai secoli XIV e XV in alcune città del Mediterraneo, l’era capitalistica non data tuttavia che dal XVI secolo; ovunque essa nasce l’abolizione della servitù della gleba è da lungo tempo un fatto compiuto e il regime dei comuni è di già in piena decadenza».
In questo periodo ogni rivoluzione politica rispecchia l’avanzarsi del capitalismo. È una vittoria di questo ogni atto che espropria masse di piccoli produttori, siano essi artigiani o contadini.
Il processo assume due aspetti. In generale l’abolizione della servitù della gleba permette la formazione di una diffusa piccola proprietà rurale. Ma il capitalismo ha bisogno che gli antichi servi feudali divengano non produttori indipendenti, bensì salariati, e quindi appoggia ogni misura che privi della terra i piccoli contadini.
In Italia il processo assume forme speciali. All’uscita dal medioevo l’Italia settentrionale e parte della centrale è all’avanguardia in fatto di tecnica produttiva (come di scienza e cultura). Il capitalismo non solo bancario e commerciale ma anche manifatturiero vi si sviluppa prima che altrove soprattutto a Firenze, Genova, Venezia, Pisa ecc. Il feudalesimo quindi vi scompare più presto e i servi della gleba sono attirati nelle fiorenti città. Gli artigiani maestri d’arte sono divenuti veri borghesi (popolo grasso) e i numerosi garzoni si trasformano in vere maestranze proletarie, tanto che la lotta fra le due classi suddette fa la sua apparizione (tumulto dei Ciompi ecc.). Poi le scoperte geografiche della fine del XV secolo cambiano completamente le correnti del mercato universale, le manifatture capitalistiche decadono, la classe borghese è fiaccata sul nascere, quella feudale manca di energie capaci di confluire in una creazione politica unitaria, i lavoratori rifluiscono nelle campagne ove si diffonde la piccola coltura, il paese cade in uno stato prolungato di marasma sociale e politico.
Il dopoguerra sovietico é stato caratterizzato, per quanto riguarda la produzione, dagli stessi fenomeni che si riscontrano nei paesi belligeranti, fatta naturalmente eccezione per gli Stati Uniti, dove la guerra non solo non ha provocato distruzioni di beni capitali ma ha permesso un gigantesco sviluppo e della capacità produttiva e della produzione corrente.
La guerra aveva inciso a tal punto sul meccanismo della produzione russa, che nel 1945 questa raggiungeva appena il 58% del livello toccato nell’ultimo anno prima del conflitto, cioè nel 1940; e nell’anno successivo saliva appena al 70%. Oltre alle distruzioni, che avevano interessato soprattutto le antiche zone di produzione occupate nel corso del conflitto dai tedeschi, e in genere al logorio di tutta l’attrezzatura industriale, cui erano da aggiungersi gli inconvenienti connessi al rapidissimo spostamento di impianti industriali nelle regioni orientali, contribuivano a questo ristagno dell’attività produttiva le difficoltà dell’approvvigionamento alimentare della popolazione attiva e la fuga di parte di questa dalle industrie verso le campagne e le attività commerciali “libere”.
Questo spiega anche perché nello stesso 1946, anno di partenza del nuovo piano quinquennale – ufficialmente iniziato il 15 marzo – l’aumento della produzione fosse relativamente modesto e la crisi di sviluppo della ripresa economica consigliasse alla fine dell’anno successivo la riforma monetaria, il cui intento era, da una parte, di arginare il processo inflazionistico che rendeva labili gli elementi di calcolo sui quali si fondava il piano, e, dall’altra, di provocare una drastica riduzione dei consumi e riattirare nel processo produttivo la mano d’opera di cui questo aveva bisogno per completare il suo ciclo normale. È perciò solo nel 1948 che la produzione industriale supera il livello anteguerra, cosa che del resto si é verificata in quasi tutti i paesi europei. L’indice della produzione, calcolato sulla base 1940 100, segue, secondo l’Economist, la curva di cui sotto1:
1945
58
1946
70
1947
92
1948
114
È interessante notare come questo sviluppo sia stato realizzato prevalentemente in zone estranee a quelle di tradizionale localizzazione dell’industria, cioè fuori delle zone occupate dai tedeschi: in queste ultime, infatti, l’indice della produzione rimane, nel 1948, ancora al 78% dell’anteguerra. Queste percentuali di aumento corrispondono quasi esattamente a quelle ufficialmente denunciate: infatti, secondo dichiarazioni del governo sovietico (riportate nel Monde del 22 genn. di quest’anno), nel 1948 la produzione industriale risultava aumentata del 27% sul 1947 e del 18% sul 1940. Giova però ricordare che l’indagine economica è, in materia, estremamente complessa, sia per la mancanza di sicuri elementi di calcolo, sia per l’eterogeneità delle cifre assolute, calcolate ora ai prezzi correnti, ora sulla base dei prezzi 1926-27, per cui non sorprende che in altre fonti gli indici della produzione appaiano sensibilmente diversi da quelli, estremamente guardinghi, dell’Economist e, ancor più, da quelli denunciati con scarso “scrupolo scientifico” dal governo russo2.
Comunque, nel 1948 si può ritenere che, rispetto al 1945, l’indice generale sia salito al 200%, che cioè la produzione sia raddoppiata, superando anche il livello prebellico. Ma l’aumento non é stato uniforme: mentre infatti l’industria manifatturiera si riprendeva rapidamente, soprattutto nei settori di produzione che riguardano gli strumenti agricoli (trattori, attrezzi, fertilizzanti) e in genere nel campo dei beni di produzione dove l’indice 1948 oscillava fra il 200 e il 600% rispetto al 1945, nelle industrie siderurgiche e metallurgiche e nel settore dei combustibili la ripresa era sensibilmente più modesta, e nelle industrie produttrici di beni di consumo la media non raggiungeva il livello generale oscillando fra 150 e 200. In altre parole, i due punti deboli dell’economia sovietica continuavano ad essere, da una parte, la produzione delle materie prime e, dall’altra, la produzione dei beni di consumo (particolarmente grave è il ristagno dell’industria edilizia: appena un quarto delle costruzioni era stato portato a termine rispetto ai preventivi del piano), e tutta l’impostazione della politica economica restava fondata sul criterio della ripresa dell’attrezzatura produttiva, non del soddisfacimento del consumo.
Il fenomeno é, si badi bene, comune a tutte le economie nazionali di questo dopoguerra: se l’indice 1938 è stato quasi ovunque superato (fa sempre eccezione, come di… dovere, l’Italia), lo si deve esclusivamente alle industrie produttrici di beni capitali, non certo a quelle produttrici di beni di consumo, e non si vede davvero che diritto abbiano i paesi di “vecchia democrazia” di far tanto strepito sullo scarto perdurante in Russia fra l’uno e l’altro ramo della produzione quando lo stesso fenomeno si verifica in Inghilterra o in Francia, o di vantare la superiorità del regime di produzione capitalista vecchio stile rispetto a quello che il capitalismo occidentale chiama, conformemente del resto alla formula dei dirigenti sovietici, “regime di produzione socialista”. Questa linea di sviluppo è, d’altra parte, coerente all’impostazione generale del nuovo piano quinquennale 1946-’50 il quale contempla3 un aumento della produzione, rispetto al 1945, del 61% e rispetto al 1940, del 48% (da 138,5 miliardi di rubli del potere d’acquisto 1926-’27 a 205 miliardi), ma l’aumento è inferiore a tale media nell’industria dell’acciaio, di poco superiore per l’estrazione del carbone e la produzione dell’energia elettrica, di appena il 14% (sul 1940) per il petrolio, ed è di appena un terzo superiore al 1940 per i beni di consumo, mentre è altissimo nel settore dell’industria meccanica in genere. L’economia sovietica rimane orientata, nonostante tutti gli sbandieramenti propagandistici, verso l’obiettivo dell’attrezzatura e riattrezzatura industriale ed agricola a scapito del consumo. Ciò non soltanto è vero, ma l’esecuzione del piano tende (come vedremo nella seconda parte di questa nota) a ridurre ulteriormente il margine di reddito nazionale destinato ai consumi e a convogliarne la massima quota possibile verso gli investimenti. Infatti, nel 1948 l’aumento della produzione era sopportato da un reddito nazionale rimasto, rispetto al 1940, inalterato e pari a circa il 30% del reddito nazionale americano. I calcoli in materia sono ancora più difficili che nel settore delle statistiche di produzione, alcune voci essendo stimate in prezzi correnti (i salari, le spese governative, alcuni investimenti), altre in prezzi 1926-27; né entreremo nel ginepraio di queste valutazioni. Pare comunque attendibile la stima dell’Economist (art. cit.) che così presenta la destinazione percentuale del reddito nazionale: consumi civili, 59%; formazione netta di capitali, 21%; difesa, 14%; costituzione scorte, 6%, dove appare chiaro come, rispetto alla media degli altri paesi industriali, la parte destinata al consumo sia sensibilmente più bassa (inferiore del 9-10% a quella britannica), la percentuale del reddito destinato ad investimenti sensibilmente più alta (il 9% più che in Inghilterra) ed ancora più alta quella destinata alla difesa e alla costituzione di scorte.
* * *
In un precedente articolo pubblicato nel n. 2 di Prometeo abbiamo chiarito i riflessi che sulla politica salariale russa ha l’impostazione data al sindacato come organo fondamentale dell’incremento della produttività del lavoro. È questo un punto che va costantemente tenuto presente quando si esamina la evoluzione sia dei prezzi che dei salari in Russia negli ultimi anni, e al quale perciò rimandiamo il lettore per un inquadramento generale del problema, limitandoci qui a rifare la storia della dinamica dei prezzi e dei salari nel dopoguerra sovietico.
Il periodo bellico aveva visto, fin dal 1941, l’introduzione di un sistema di prezzi multipli, corrispondenti a tre tipi di rifornimento dei beni di consumo: 1) prezzi di razionamento, rimasti stabili intorno a un livello fissato fin dall’inizio della guerra, e unicamente differenziati per categorie salariali; 2) prezzi di mercato libero per articoli offerti dai contadini o, in speciali negozi, da cittadini disposti a rivendere le eccedenze di prodotti a loro disposizione in base al tesseramento; 3) prezzi “commerciali” per beni di consumo venduti in appositi spacci di Stato (questi ultimi istituiti nell’aprile del 1944). Secondo l’Economist del 26 dic. 1947, nel 1944 i prezzi sul mercato libero e negli spacci commerciali superavano di 40-50 volte quelli dei generi razionati, le merci corrispondenti restando accessibili soltanto alle categorie sociali a reddito superiore: tecnici, professionisti, direttori di azienda, intellettuali, ufficiali, ecc.
Il sistema rimase in vita nel primo anno di pace, ma già nel 1946 erano presi provvedimenti per avviare gradualmente il ritorno a prezzi unici e perciò anche ad un tipo uniforme di approvvigionamento. Il 16 settembre 1946, un decreto stabiliva, da una parte, l’aumento dei prezzi dei generi razionati, e la diminuzione dei prezzi di mercato libero dall’altra: in complesso i prezzi dei generi razionati aumentavano del 166%, mentre negli spacci commerciali si verificava una riduzione del 71%. È vero che il decreto contemplava un aumento dei salari al disotto dei mille rubli mensili (100 rubli di aumento per i salari fino a 500 mensili, 90 per quelli fra 500 e 700 rubli; 80 per quelli fra 700 e 900; 60 per i pensionati e veterani); ma l’aumento medio dei salari corrispondeva appena al 25% raggiungendo il 50% solo per le categorie infime, e non bastava perciò a coprire l’effettivo aumento dei prezzi di razionamento, gli unici accessibili alla enorme maggioranza dei lavoratori il cui salario medio non superava i 500 rubli mensili. D’altro canto, dato tale livello medio dei salari, era pure evidente che la riduzione intervenuta nei prezzi “commerciali” non avvantaggiava l’operaio medio ma le categorie sociali superiori: non il primo, perché alla sua borsa gli articoli degli spacci commerciali di Stato restavano, pur con la riduzione verificatasi, inaccessibili (si prenda un esempio: 3 kg, di burro ai prezzi commerciali avrebbero richiesto per l’acquisto un mese di salario medio operaio). I prezzi commerciali rimanevano sensibilmente superiori a quelli di razionamento: lo scarto era per il burro di 8,6 volte (prima del decreto, 14.8), per il pane bianco di 7,5 volte: una camicia da uomo costava al mercato libera 5.050 rubli, a prezzo di calmiere 1.000; un paio di scarpe rispettivamente 1.700 e 270 rubli, e così via.
La prima riforma si traduceva dunque in una riduzione del potere di acquisto del salario medio, e aveva intenti deflazionistici: il suo obiettivo era di ridurre i consumi più generali. D’altro lato, la riduzione di alcune razioni e l’abbassamento di altre secondo criteri differenziali tendevano a richiamare verso l’industria e le città una mano d’opera che, durante la guerra, aveva preferito vivere in campagna e dedicarsi al commercio libero. In nuce, erano insomma già delineati i criteri che dovevano presiedere alla nuova disciplina dei prezzi e dei salari connessa alla riforma monetaria del dicembre 19474.
Quest’ultima, che, riducendo il valore del vecchio rublo nella misura di 10:1 e per tassi differenziati il valore dei depositi bancari, tendeva a falcidiare i mezzi monetari esuberanti in rapporto alla massa di beni effettivamente disponibili, o, in altri termini, a bloccare il processo inflazionistico derivante dall’accumulo di medio circolante nelle mani soprattutto dei contadini, richiamando nel processo produttivo una mano d’opera allontanatasi da essa e necessaria per la realizzazione del piano quinquennale 1946-50 (si tratta di circa due milioni e mezzo di persone, che infatti risultano ora riaffluite dal commercio libero all’industria e dalla campagna alla città), aveva il suo riflesso anche sui prezzi e sui salari.
Parallelamente al cambio della moneta veniva infatti soppresso il razionamento e, aboliti tanto i prezzi del calmiere quanto quelli commerciali, venivano introdotti prezzi standard (più alti nelle campagne che nelle città, a rincarar la dose delle finalità anti-contadine della riforma monetaria): tali prezzi si mantenevano sul livello raggiunto in seguito alla riforma del 1946 salvo che per il pane e i cereali e derivati in genere, che furono ridotti del 10%, e per alcune derrate alimentari, come il latte, le uova, il tè e la frutta, che subirono un lieve aumento: quanto ai manufatti delle industrie di consumo (vestiario, calzature ecc.) essi segnarono un nuovo aumento, mantenendosi però inferiori di tre volte ai prezzi degli aboliti spacci commerciali. Pur tenuto cento del ribasso dei generi di più largo consumo alimentare e del blocco dei salari e stipendi (che non furono toccati dalla riforma monetaria e successivamente aumentati di una modesta aliquota), la riforma comportava un ulteriore ribasso del tenor di vita della classe operaia (oltre che della classe contadina, che qui non ci interessa direttamente), mentre favoriva, ancor più della riforma del 1946, le stratificazioni sociali superiori, messe in condizione di acquistare a prezzi standard gli articoli che fin allora conseguivano sul mercato libero o negli spacci commerciali a prezzi assai superiori.
Ma la situazione si presenta ancor più grave, agli effetti del potere reale di acquisto dei salari operai, ove si considerino ì diversi provvedimenti presi nel periodo successivo, e che sì sono tradotti in una ulteriore riduzione del livello delle mercedi. In primo luogo, ricordiamo che, mantenuto per le categorie inferiori e medie di salariati il criterio del salario-base, vige in Russia un complicato sistema di retribuzione a premio basato sulla fissazione di una “norma di produzione” da stabilirsi anno per anno, e sull’istituzione di premi in proporzione al rendimento ottenuto al disopra della norma5: orbene, lo standard o norma di produzione é stato via via aumentato riducendo corrispondentemente le possibilità di conseguire sostanziali aumenti della mercede oraria. I premi in danaro ai “decorati” sono stati aboliti con decreto 1° genn. 1948; gli assegni alle madri con più figli sono stati ridotti; infine, prescindendo dal taglio operato sui depositi in banca in dipendenza del cambio della moneta (taglio che non poteva colpire la grande maggioranza dei lavoratori), si é avuta l’unificazione dei buoni fruttiferi e la loro sostituzione con nuovi buoni al cambio di tre rubli vecchi contro un rublo nuovo, cilé la svalutazione dei titoli di debito pubblico che tutti gli operai erano stati obbligati a sottoscrivere e che rappresentavano, coi loro interessi, un cespite supplementare. Si può dunque concludere che la riforma del dicembre 1947, pur con le successive misure di arrotondamento dei salari che possono aver portato la media di questi ultimi ad una massimo di 600 rubli mensili, ha, nella migliore delle ipotesi, mantenuto la mercede operaia al livello già svalutata della riforma 1946 e, nell’ipotesi più verosimile, l’ha abbassata.
Il dopoguerra sovietico ha dunque visto un processo di graduale aumento dei prezzi dei generi consumati dalla maggioranza della popolazione produttiva, e una riduzione di quelli pagati dalle categorie sociali superiori, le quali, fra l’altro, godono di vantaggi supplementari e di provvidenze assai superiori a quelle che i diversi enti statali e di fabbrica assicurano all’operaio comune. Il salario medio non ha seguito, pur attraverso i successivi aumenti, questo processo di lievitazione dei prezzi: gli è rimasto anzi sensibilmente indietro. Se nell’anteguerra e nei primi anni di guerra, era già difficile per l’operaio comune, con un salario medio oscillante fra i 400 e i 500 rubli, acquistare i beni di consumo necessari per un tenore di vita anche solo modesto, ciò é diventato ancor più difficile nel dopoguerra. Basterebbe a dimostrarlo la gravissima ammissione ufficiale secondo cui nel periodo del razionamento il consumo reale é risultato inferiore a quello consentito dal razionamento medesimo: in altre parole, il salario medio non bastava ad acquistare mensilmente neppure i generi a cui la razione dava diritto non perché la razione fosse abbondante ma perché il danaro a disposizione dell’operaio era insufficiente6.
La classe operaia russa continua insomma a vivere in un regime di “austerità” che non solo non tende a ridursi con lo svilupparsi dei diversi piani quinquennali, ma si fa di volta in volta più severo. E il forcaiolo capitalismo americano, che ha fondato la sua “prosperità” sul dominio incontrastato del mondo, può vantarsi (si veda l’U. S. News and World Report del 25 giugno 1948) di mettere il suo operaio in condizione di comprare con 9 ore di lavoro quello stesso paio di scarpe per acquistare il quale l’operaio sovietico deve lavorare 108 ore, e far passare questo diverso rapporto come una prova della superiorità del regime capitalista su quello “socialista”, o della democrazia sul “totalitarismo”. Per parte nostra, abbiamo già dimostrato nell’articolo surriferito e nell’analisi generale del sistema economico sovietico (vedasi Prometeo n. 1) come la retribuzione del lavoro si modelli in Russia su criteri mercantili come in qualunque regime capitalista, e quella diversità spieghiamo non col riferimento a pretese antitesi sociali fra economia americana ed economia russa, ma con obiettive diversità nei rapporti di forza fra due economie entrambe antisocialiste.
Note
Russia’s Economic Revival, in The Economist dell’11 dic. 1948 e segg. ↩︎
Per citare un esempio, lo Schwarz, in uno studio pubblicato sul Journal of Political Economy dell’ottobre 1948 (Soviet Postwar Industrial Production), calcola che nel 1947 la produzione industriale avesse raggiunto appena il 77 per cento del 1940 per un valore di 104,8 miliardi di rubli a prezzi 1926-27, contro i 138,5 del 1940 e i 205 preventivati dal piano per il 1950. ↩︎
Per una rassegna generale dei preventivi del piano, si veda l’appendice a A Survey of Economic Situation, and Prospects of Europe, pubblicazione dell’U.N.O. Ginevra 1948. ↩︎
Per un’analisi dettagliata di questa fase della dinamica prezzi-salari, cfr. Kravis e Mintzes: Soviet Union Trends in Prices, Rations and Wages, in Monthly Labor Review, luglio 1947. ↩︎
Il rapporto della delegazione operaia norvegese in Russia documenta come la stessa retribuzione a cottimo presenti tuttora notevoli differenziazioni per categoria: nell’industria metallurgica esistono 8 categorie di cottimisti con salario orario a premio oscillante da 1,50 come minimo, a 4,50 rubli come massimo. Era ovvio che il nuovo piano quinquennale, esigendo una tensione massima di tutti i fattori produttivi, consolidasse e aggravasse il regime delle forti differenziazioni salariali tipico della economia sovietica: il rapporto citato conferma che tale regime permane in atto con le sue gravissime sperequazioni; in una azienda in cui il salario medio mensile raggiunge gli 800 rubli, si hanno scarti salariali che lo portano, per le categorie privilegiate, ad un minimo di 2-3 mila rubli e ad un massimo di 10-14 mila. Per un consuntivo del rapporto della delegazione operaia norvegese, vedi Neue Züricher Zeitung 9-1 1949. ↩︎
Per il periodo successivo all’abolizione del razionamento, basti ricordare, per farsi un’idea del potere reale di acquisto del salario, che un kg. di pane costa oggi da 6,20 a 7,80 rubli, e un kg. di burro da 62 a 66 rubli. ↩︎