Partito Comunista Internazionale

La presentazione alla nuova traduzione del partito in lingua inglese La Sinistra italiana sulla linea di Lenin e dei primi due congressi della Terza Internazionale: La Sinistra italiana sulla linea di Lenin e dei primi due congressi della Terza Internazionale

Categorie: Lenin

Questo articolo è stato pubblicato in:

Traduzioni disponibili:

Il testo che ripubblichiamo è l’adattamento di uno studio che apparve la prima volta nel 1990 su “La Gauche Communiste”, numeri 18-19, 20-21 e 22-23, poi tradotto in italiano su “Il Partito Comunista” nei numeri 187-195 del 1990, infine in lingua inglese in “Communist Left”, dal numero 4 del 1991 al numero 25-26.

* * *

Il 23 febbraio 1919 su “Il Soviet”, l’organo di stampa della Frazione Comunista Astensionista (ancora la scissione all’interno del Partito Socialista Italiano non si era verificata) venne pubblicata una breve nota, ma con un titolo estremamente significativo: “Il Bolscevismo, pianta d’ogni clima”. Nell’articolo si metteva in evidenza come il bolscevismo non fosse un fenomeno solo russo, ma internazionale, perché bolscevismo e marxismo rivoluzionario erano la stessa cosa.

«Per combattere il pregiudizio patriottico e il sofisma della difesa nazionale noi non abbiamo atteso che Lenin e i bolscevichi, nostri compagni di fede e di tendenza da lunghi anni, riuscissero a trionfare in Russia; e anche senza il loro glorioso e luminoso esempio, il giorno che le vicende storiche ci avessero portato alla vittoria, avremmo fatto come loro hanno fatto. Appunto perché noi ed essi lavorammo e lavoriamo per lo stesso programma, per la lotta di classe che nega la solidarietà nazionale, per il socialismo rivoluzionario, per la conquista del potere e per la dittatura dei lavoratori, dei senza-patria. Perché questa dottrina e questo metodo non furono improvvisati nel 1917 […] ma fin dal 1847 erano stati proclamati dall’Internazionale Socialista; e noi che, come l’ala sinistra dei socialdemocratici russi, siamo stati e siamo contro tutte le posteriori revisioni del marxismo, a quel programma ci siamo ispirati […]

«Il bolscevismo vive in Italia, e non come articolo d’importazione, perché il socialismo vive e lotta ovunque vi sono sfruttati che tendono alla propria emancipazione.

«In Russia esso ha fatto la sua prima grandiosa affermazione, e noi, ritrovando negli svolgimenti formidabili della rivoluzione russa intero il nostro programma, abbiamo scritta in testa a queste colonne la magica parola slava: SOVIET, assurta a simbolo della Rivoluzione internazionale».

E quanto scritto nell’articolo era confermato dai fatti.

Nel turbine della prima guerra mondiale che coinvolse praticamente tutti i partiti della Seconda Internazionale e le grandi confederazioni sindacali, se in Italia il Partito Socialista si salvò dal precipitare nell’aperto tradimento non fu tanto per merito suo, quanto per opera della borghesia nazionale che, non avendo ancora deciso a quale delle due coalizioni belligeranti vendere la carne dei propri proletari, si era dichiarata, inizialmente, neutrale. Dapprima, eccettuato uno sparuto numero di nazionalisti, il popolo italiano, di ogni classe sociale, si era schierato per la neutralità.

Intanto la diplomazia borghese apriva trattative con entrambe le coalizioni belligeranti cercando di strappare i maggiori vantaggi possibili. Non contenta delle offerte degli austro-tedeschi, con i quali era legata da patto di alleanza, finì con l’entrare in guerra a fianco della opposta coalizione, siglando il 26 aprile 1915 il “Patto di Londra”. Questi eventi furono preceduti da una intensa campagna interventista in cui un ruolo della massima importanza ebbe colui che fino a pochi giorni prima era stato riconosciuto come il capo della corrente intransigente rivoluzionaria: Benito Mussolini.

Dopo aver opportunisticamente tergiversato, trattenuto dall’ala sinistra del partito, Mussolini passava apertamente al nemico di classe e fondava un suo giornale, “Il Popolo d’Italia”. Naturalmente presentò la sua adesione alla guerra come fatto “rivoluzionario”, che avrebbe aperto la strada dell’emancipazione dei lavoratori. Non è piacevole ammetterlo, ma a questa tesi aderirono sia Antonio Gramsci sia Palmiro Togliatti, futuri dirigenti del Partito Comunista d’Italia in via di degenerazione.

Però solo una insignificante minoranza degli iscritti al partito seguì Mussolini, la stragrande maggioranza si astenne dall’aderire alla guerra. Si disse che il Partito Socialista Italiano si era “salvato l’anima” per non avere aderito alla guerra. Ma la “non adesione”, quando non sia accompagnata da una vigorosa opposizione, non è che una ipocrita maschera che lascia allo Stato capitalista e alla borghesia ogni libertà di inquadrare militarmente il proletariato e mandarlo al macello nei campi di battaglia.

La equivoca formula di Lazzari, fatta propria dalla Direzione del partito a guida “rivoluzionaria”, del “né aderire, né sabotare la guerra”, di fatto non rappresentava altro che la capitolazione del partito nei confronti delle necessità dell’imperialismo nazionale.

A questa linea conciliativa si oppose l’ala intransigente del partito, che in seguito si organizzerà nella Frazione Astensionista.

Scriverà la Frazione Comunista Astensionista all’Internazionale Comunista in una prima lettera il 10 novembre 1919:

«Durante tutto il periodo della guerra vi fu in seno al Partito un forte movimento estremista che si opponeva alla politica troppo debole del gruppo parlamentare, della Confederazione Generale del Lavoro – perfettamente riformisti – e della stessa Direzione del Partito, sebbene fosse rivoluzionaria intransigente secondo le decisioni dei Congressi di prima della guerra. La Direzione è sempre stata divisa in due correnti di fronte al problema della guerra; la corrente di destra faceva capo a Lazzari, autore della formula “né aderire né sabotare la guerra”; la corrente di sinistra a Serrati, direttore dell’“Avanti!”. In tutte le riunioni tenute durante la guerra le due correnti si presentavano però solidali tra loro, e pur facendo riserva sul contegno del gruppo parlamentare non si mettevano decisamente contro di esso. Elementi di sinistra estranei alla Direzione lottavano contro questo equivoco prefiggendosi di scindere dal Partito i riformisti del gruppo e assumere un atteggiamento più rivoluzionario».

Al terzo congresso del PCd’I, a Lione nel 1926, quando ormai la direzione del partito era nelle mani dei Gramsci e dei Togliatti, dovemmo ricordare come «durante la guerra mondiale, se tutto il partito, o quasi tutto [riferimento questo a Gramsci e Togliatti, ndr], si oppose contro una politica di unione sacra, ancora meglio si ravvisò nel suo seno l’opera di una ben individuata estrema sinistra la quale nei convegni di Bologna (maggio 1915), di Roma (febbraio 1917), di Firenze (novembre 1917) e al Congresso di Roma del 1918 sostenne direttive leniniste come la negazione della difesa nazionale e il disfattismo, l’utilizzazione della disfatta per la impostazione del problema del potere, la lotta incessante e la richiesta di espulsione dal partito contro i capi opportunisti, sindacali e parlamentari.

«Subito dopo la guerra la direttiva dell’estrema sinistra si concretò nel giornale “Il Soviet” che fu il primo ad impostare e difendere le direttive della rivoluzione russa negandone le interpretazioni antimarxiste [Allusione all’Articolo di Gramsci “La rivoluzione contro il Capitale” del gennaio 1918, ndr], opportuniste, sindacaliste e anarcoidi, e ponendo correttamente i problemi essenziali della dittatura proletaria e del compito del partito, sostenendo fin dal primo momento la scissione del partito socialista».

Nel marzo 1919 si tenne in Russia il primo congresso della Terza Internazionale. Nessun rappresentante della nostra Frazione fu allora in grado di partecipare a quello storico incontro, però fu presente nel 1920 al secondo, vero congresso di fondazione, dove svolse un ruolo importante dando un notevole contributo dal punto di vista sia teorico sia tattico.

Ma già all’indomani del primo congresso di Mosca la Frazione Comunista Astensionista aveva tentato di mettersi in contatto con la Terza Internazionale inviando due successive lettere, unite alla collezione de “Il Soviet”; la prima, che abbiamo ricordato, in data 10 novembre 1919, la seconda il 10 gennaio 1920. Sfortunatamente nessuna delle due arrivò a destinazione perché furono intercettate dalla polizia.

La Frazione si presentava con queste parole: «La nostra frazione si è costituita dopo il congresso di Bologna del Partito Socialista Italiano (6-10 ottobre 1919) ma aveva iniziato prima la sua propaganda a mezzo del giornale “Il Soviet” di Napoli, indicendo quindi un convegno a Roma il 6 luglio 1919 nel quale venne approvato il programma poi presentato al Congresso […] Dopo la guerra, apparentemente tutto il Partito prese un indirizzo “massimalista” aderendo alla Terza Internazionale. Il contegno però del Partito non fu soddisfacente dal punto di vista comunista. [Qui la lettera rimanda alla lettura dei giornali allegati, ndr].

« […] Subito noi, con altri compagni di tutta Italia, ci orientammo verso l’astensionismo elettorale, che abbiamo sostenuto al congresso di Bologna. Desideriamo sia chiaro che al Congresso ci siamo divisi da tutto il resto del Partito non solo sulla questione elettorale, ma anche su quella della scissione del Partito […]

«La frazione “massimalista elezionista”, vincitrice al Congresso, aveva anche essa accettata la tesi della incompatibilità della permanenza nel Partito dei riformisti, ma vi rinunziò per considerazioni puramente elettorali nonostante i discorsi anticomunisti di Turati e Treves».

Esaminando la questione parlamentare la lettera così continuava: «La democrazia parlamentare nei paesi occidentali assume forme di tale carattere che costituisce l’arma più formidabile per la deviazione del movimento rivoluzionario del proletariato […] La sinistra del nostro partito fin dal 1910-1911 è impegnata nella polemica e nella battaglia contro la democrazia borghese, e questa esperienza conduce a concludere che nell’attuale periodo rivoluzionario mondiale deve essere troncato ogni contatto col sistema democratico […] Noi diamo importanza alla questione dell’azione elettorale e pensiamo che non sia conforme ai principi comunisti lasciare la decisione in merito ai singoli partiti aderenti alla III Internazionale. Il Partito comunista internazionale dovrebbe esaminare e risolvere tale problema».

Riguardo al Partito era specificato: «Oggi noi ci prefiggiamo di lavorare alla costituzione di un partito veramente comunista, e per ciò lavora la nostra frazione nel seno del P.S.I. […] Occorre notare che non siamo in rapporti di collaborazione coi movimenti fuori dal partito: anarchici e sindacalisti, perché seguono principi non comunisti e contrari alla dittatura proletaria, anzi essi accusano noi di essere più autoritari e centralizzatori degli altri massimalisti del partito. Vedete le polemiche su Il Soviet».

L’“Avanti!” il 30 o 31 dicembre 1919 (a seconda delle sue edizioni locali) riportava una lettera di Lenin indirizzata ai comunisti tedeschi. Nella sua lettera Lenin ribadiva la necessità della lotta contro tutte le deviazioni dal marxismo rivoluzionario, comunque camuffate. «Gli Scheidemann, i Kautsky, i Federico Adler – qualunque sia la differenza fra quei signori dal punto di vista della onestà personale – si sono mostrati dei piccolo-borghesi, dei traditori del proletariato, degli alleati della borghesia. Hanno sottoscritto tutti il manifesto del 1912 di Basilea nella imminenza della guerra imperialistica, parlavano tutti di “rivoluzione proletaria” e tutti ci si presentano oggi come dei democratici piccolo-borghesi, degli alabardieri della repubblica borghese, degli illusionisti della democrazia, degli aiutanti della borghesia controrivoluzionaria […] Attraverso la critica diretta e franca noi giungeremo presto a spazzare via in ogni paese, per mezzo della massa operaia educata marxisticamente, tutti i traditori del socialismo, giacché ve ne sono in tutti i paesi».

Nella stessa lettera Lenin ribadiva tanto il concetto della necessità della partecipazione parlamentare, quanto di non uscire dai sindacati gialli per quanto reazionari fossero, ma ammetteva che «le diversità di opinioni tra comunisti […] sono differenze fra i rappresentanti di uno stesso movimento che cresce in modo incredibile […] Sopra una simile base le diversità di opinione non sono un pericolo. Sono la crisi di crescita e non la debolezza della vecchiaia». Inoltre ribadiva l’assoluta necessità di «unire il lavoro illegale con il legale, di dare un sistematico e forte controllo dell’attività legale per mezzo del Partito illegale e delle sue organizzazioni».

La seconda lettera che la Frazione Astensionista indirizzò alla Terza Internazionale prendeva spunto proprio dall’appello di Lenin:

«Scopo della presente lettera è il sottoporvi alcune osservazioni alla lettera del compagno Lenin ai comunisti tedeschi che l’Avanti! del 31 dicembre 1919 riportava dalla Rote Fahne del 20, per chiarirvi bene quale sia il nostro atteggiamento politico […] Il partito [socialista] italiano non è un partito comunista e nemmeno rivoluzionario; la stessa maggioranza “massimalista elezionista” è piuttosto sul terreno degli indipendenti tedeschi. Noi al congresso [di Bologna, ndr] ci dividemmo da essa non solo per la tattica elettorale ma altresì per la proposta di esclusione dal partito dei riformisti capitanati da Turati»

Riguardo alle critiche rivolte da Lenin ai “sinistri” tedeschi, la Frazione chiariva: «Programmaticamente il nostro punto di vista non ha nulla a che fare con l’anarchismo e il sindacalismo. Siamo fautori del partito politico marxista forte e centralizzato di cui parla Lenin, anzi siamo i più tenaci assertori di questa concezione nel campo massimalista. Non sosteniamo il boicottaggio dei sindacati economici ma la loro conquista da parte dei comunisti, e le nostre direttive sono quelle che leggiamo in una relazione del compagno Zinoviev al Congresso del Partito comunista russo pubblicata dall’Avanti! del 1° gennaio».

Riportiamo per intero la parte della lettera dedicata alla posizione della Frazione su elezionismo e parlamentarismo:

«Siamo per la partecipazione alle elezioni di qualunque rappresentanza della classe lavoratrice a cui prendono parte solo lavoratori. Siamo invece apertamente avversi alla partecipazione dei comunisti alle elezioni pei parlamenti, consigli comunali o provinciali o costituenti borghesi, perché riteniamo che in tali organismi non sia possibile fare opera rivoluzionaria, e crediamo che l’azione e la preparazione elettorale ostacolino la formazione nella massa lavoratrice della coscienza comunista e la preparazione alla dittatura proletaria in antitesi alla democrazia borghese.

«Partecipare a tali organismi ed evitare le deviazioni socialdemocratiche e collaborazioniste, è una soluzione che non esiste in realtà nell’attuale periodo storico […]

«L’intransigenza parlamentare era realizzabile, sempre però tra continui urti e difficoltà, in periodo non rivoluzionario, quando non si prospettava possibile la conquista del potere da parte della classe operaia; e le difficoltà dell’azione parlamentare sono tanto maggiori quanto più il regime e la composizione del parlamento stesso hanno tradizionale carattere democratico. È con questi criteri che noi giudicheremmo i confronti colla partecipazione dei bolscevichi alle elezioni della Duma dopo il 1905.

«La tattica seguita dai compagni russi di partecipare alle elezioni per la Costituente e poi di sciogliere colla forza questa stessa assemblea, anche se non ha costituito una condizione sfavorevole al successo, sarebbe pericolosa in paesi dove la rappresentanza parlamentare, anziché essere una formazione recente, è un istituto costituito saldamente da molto tempo e radicato nella coscienza e nelle abitudini dello stesso proletariato […]

«Contrapponiamo alla attività elettorale la conquista violenta del potere politico da parte del proletariato per la formazione dello Stato dei Consigli, e quindi il nostro astensionismo non discende dalla negazione della necessità di un governo rivoluzionario centralizzato».

Si fa poi riferimento al Partito Socialista Italiano: «Le elezioni generali del 16 novembre, pure svolte da parte del P.S.I. sulla piattaforma del massimalismo, hanno ancora una volta provato che l’azione elettorale esclude e fa dimenticare ogni altra attività e soprattutto ogni attività illegale. In Italia il problema non è di unire azione legale ad azione illegale, come Lenin consiglia ai compagni tedeschi, ma di cominciare a diminuire l’attività “legale” per iniziare quella “illegale”, che manca affatto».

La lettera si concludeva con l’affermazione che «se finora siamo rimasti nel P.S.I. disciplinati alla sua tattica, tra poco tempo […] la nostra frazione si separerà dal partito che vuol tenere nel suo seno molti anticomunisti, per costituire il partito comunista italiano, il cui primo atto sarà quello di mandarvi la sua adesione alla Internazionale Comunista» (11 gennaio 1920).

La Frazione Comunista Astensionista partecipò al secondo Congresso dell’Internazionale dove ebbe un ruolo della massima importanza. Ne “Il Soviet” del 5 novembre 1920 leggiamo: «I deliberati del Congresso di Mosca concordano pienamente con quanto la nostra frazione ha sempre sostenuto sulla necessità di creare un partito veramente comunista, sulle funzioni e la costituzione di questo partito e sui suoi rapporti colla Terza Internazionale. Così pure concordano perfettamente con quanto da noi è stato sostenuto sulla questione dei soviet, facendo implicitamente giustizia sommaria del deliberato, da noi combattuto, del PSI di costruirli fin da ora».

È vero, sulla questione del parlamentarismo non ci fu accordo, ma si trattò, allora, di divergenza puramente tattica e la Frazione, pur ribadendo la propria posizione, non esitò ad accantonare l’astensionismo. Infatti l’azione parlamentare prospettata dalla Terza Internazionale non aveva niente a che vedere con il parlamentarismo socialdemocratico e collaborazionista.

«La tesi votata a Mosca ribadisce come premessa il concetto fondamentale che il parlamentarismo è un sistema di governo borghese, che non può costituire la forma dello Stato proletario, che non può essere conquistato dal di dentro ma spezzato insieme con gli altri organi congeneri e locali per essere sostituiti dai soviet centrali e locali ecc. Questa valutazione del parlamentarismo risponde precisamente a quanto al riguardo ha costantemente sostenuto la nostra frazione, la quale ha tenacemente insistito perché essa fosse accettata anche dalla maggioranza del partito […] La tesi di Mosca rileva giustamente che il metodo fondamentale della lotta contro il potere politico della borghesia è quello dell’azione di massa che si trasforma in lotta armata, come sempre abbiamo sostenuto noi, e relega l’azione parlamentare ad essere subordinata agli scopi dell’azione extraparlamentare, considerando la tribuna parlamentare come uno dei punti di appoggio, ossia una posizione legale che il partito, che dirige le azioni di massa, ovvero la lotta armata, deve costituire alle spalle del proletariato in lotta. Ciò è profondamente diverso e avverso a quanto ha fatto, prima e dopo Bologna, il PSI, il cui epicentro è restato sempre e unicamente l’azione parlamentare, che domina e guida tutta la lotta politica» (“Il Soviet”, 5 novembre 1920).

Questo a dimostrazione di come, anche su questo problema, se la valutazione tattica differiva, quella dei principi coincideva perfettamente. Quindi le tesi sul parlamentarismo adottate al secondo Congresso Internazionale non rappresentarono una sconfitta per la nostra Frazione, al contrario confermano quanto da noi affermato, perché stabilivano fino a che punto la funzione parlamentare poteva essere utilizzata ai fini dell’azione rivoluzionaria e ribadivano che la lotta per la conquista del potere si gioca fuori dall’azione parlamentare.

Chiarito questo aspetto, è da mettere in evidenza il ruolo avuto dalla Frazione italiana in una questione molto più importante: la determinazione delle cosiddette “21 condizioni” di adesione.

Su questo cruciale sbarramento si svolse un dibattito notevole. Mentre quasi tutti gli oratori accampavano delle particolarità dei propri paesi, che facevano loro accettare “tutto”, ma “con riserva”, il nostro delegato, al contrario, parlò nel senso di chiedere la massima severità in delle universali condizioni di ammissione: l’adesione avrebbe dovuto essere totale e senza riserve, nei campi tanto della teoria quanto dell’azione. La Frazione Astensionista riconobbe, forse unica fra i partecipanti, l’importanza capitale del secondo Congresso internazionale. Il suo portavoce affermò: «Esso deve difendere e assicurare i principii fondamentali della Terza Internazionale. Quando, credo nell’aprile 1917, il compagno Lenin tornò in Russia e tracciò le grandi linee del nuovo programma del Partito Comunista, parlò anche di ricostituzione dell’Internazionale. Disse che quest’opera doveva poggiare su due basi essenziali: bisognava da un lato eliminare i socialpatrioti, dall’altro eliminare i socialdemocratici, quei socialisti della Seconda Internazionale che ammettevano la possibilità dell’emancipazione del proletariato senza una lotta di classe spinta fino al ricorso alle armi, senza la necessità di realizzare la dittatura del proletariato dopo la vittoria nel periodo insurrezionale».

Il nostro rappresentante notò come la vecchia distinzione tra “riformisti” e “rivoluzionari” fosse ormai superata, perché ormai tutti quanti si professavano “rivoluzionari”. Passata ormai la guerra era facile affermare che “in futuro” non si sarebbe più ricaduti nell’errore della difesa nazionale. La stessa cosa si poneva per l’adesione da parte dei centristi al potere dei soviet, alla dittatura del proletariato, etc., nella speranza che la rivoluzione non avvenisse, e senza far niente per realizzarla. Sarebbe stato quindi un grave errore accoglierli nella nuova Internazionale.

Il nostro compagno ribadì la necessità del massimo rigore nell’applicazione delle 21 Condizioni proponendo quello che divenne poi il ventunesimo punto: «Quei membri del Partito che respingono per principio le Condizioni e le Tesi formulate dall’Internazionale Comunista devono essere espulsi dal Partito. Lo stesso vale specialmente per i delegati al Congresso straordinario».

Però, malgrado le condizioni di ammissione fossero ancor meglio precisate e completate, i nostri compagni non si facevano soverchie illusioni: «il senso della discussione fu che in massima i “ricostruttori” potranno entrare sotto certe garanzie nell’Internazionale. È nostra opinione che in certi paesi, e soprattutto in Francia, vi è il pericolo dell’entrata di elementi troppo destri» (“Il Soviet”, 3 ottobre 1920).