Partito Comunista Internazionale

O difesa dell’azienda o difesa degli operai

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Nostro volantino ai lavoratori dell’ILVA di Genova

 Il gran maneggìo intorno alla chiusura dell’altoforno a Cornigliano continua. Riunioni, ultimatum, comunicati, una girandola in cui si stipulano accordi pubblici e privati, si proclamano schieramenti, tutto in nome del benessere pubblico, della città, della salvaguardia dei lavoratori.

 Occorre fare un po’ di chiarezza.

 Intanto ci sono i lavoratori. Nello stabilimento lavorano più di 3.000 addetti. Una parte con contratto diretto con l’ILVA, un’altra attraverso l’infame sistema dell’appalto: cooperativa “di servizi” o impresa che sia, lavora all’interno dello stabilimento e concorre direttamente alla produzione, ma gestisce “in proprio” la maestranza, con l’unico scopo di dividere i lavoratori, aumentarne lo sfruttamento, rosicchiare altre fette di plusvalore.

 Ma anche fra gli operai ILVA ormai esiste la divisione tra vecchie leve e nuove, negli ultimi anni assunte con contratti capestro, con salari e norme svantaggiose.

 Dall’altra parte abbiamo i pescicani borghesi tutti, con i loro servi e utili idioti.

 La proprietà dell’impianto, situato su di un area in concessione demaniale, vorrebbe chiudere l’unico altoforno, poco remunerativo perché l’acciaio grezzo della concorrenza estera è a prezzi stracciati, ma, nello stesso tempo, mantenere il possesso dell’area: a Genova ogni metro quadro strappato alla montagna o al mare vale oro ed è un’ottima merce di scambio. Oggi il padrone Riva versa calde lacrime per la sorte dei “suoi” lavoratori e reclama il forno elettrico, ma non è da escludere che la richiesta sia solo strumentale per una ricca buonuscita. Altri borghesi infatti hanno messo gli occhi sull’area e parlano di “rilancio della città” e castronerie solo per mascherare nuovi finanziamenti pubblici per la gioia del Capitale. Le galline dei Comitati fanno un utile starnazzio nello scontro tra briganti.

 Lo stuolo dei servi vede nelle prime file gli enti pubblici e i sindacati. La giunta regionale (del Polo) sostiene chi vorrebbe strappare una fetta a Riva e soci, la provincia e il comune (di centro-sinistra) sono partigiani di Riva. Il sindacato di regime FIOM CGIL, che fa la sua parte, difende anch’esso gli interessi di Riva, ma a suo dire sta dalla parte degli operai nascondendo dietro questa “unità dialettica tra opposti” il suo ruolo anti-proletario di fedele servitore degli interessi borghesi.

 La difesa degli interessi operai su base aziendale è una bestemmia in seno al movimento operaio, portatrice di bastonate colossali. La tecnica è la seguente: quando monta la tensione all’interno di un’azienda che si dichiara in crisi si costruisce subito un cordone sanitario, rivendicando la “specificità” della questione quando invece 999 volte su 1.000 la questione è la stessa di tutta la classe: salario, orario di lavoro, licenziamenti. Viene additato come nemico solo il singolo padrone e in quanto non è capace a fare il padrone per non dire che il nemico è il Capitale e che solo l’unione di tutti i lavoratori può contenerne l’ingordigia.

 L’azienda è uno dei capisaldi del capitalismo e dove esso meglio si difende. Non può essere né “riformata” né “conquistata”. Il proletariato può combattere validamente solo unendosi su base territoriale e non aziendale. Se ci si riduce infatti nella dimensione aziendale l’unico metro di giudizio resta la produzione di plusvalore estorto ai lavoratori: anche il più onesto dei lavoratori posto ai vertici di una azienda non può che fare gli interessi dell’azienda stessa cercando di aumentare il saggio di profitto. Il più disonesto dei sindacalisti direbbe che invece è possibile coniugare capitale e lavoro, perché se l’azienda va bene anche il lavoratore ne riceve i benefici: quindi viva la concorrenza, si rinchiudano i lavoratori all’interno delle singole fabbriche, siano solidali con i propri padroni e cerchino di affossare le fabbriche concorrenti.

 Alle maestranze prigioniere della fabbrica sindacalisti e padroni offrono la truffa dei “contratti di solidarietà”, ossia di ripartire “equamente” i costi della crisi, ma solo sui lavoratori. Oppure la corruzione del prepensionamento, scaricando sulle casse INPS, e quindi su tutto il proletariato, i costi della crisi. Ultima spiaggia è il mito dei cosiddetti Lavori Socialmente Utili. Comunque i problemi del padrone vengono scaricati, direttamente o indirettamente, sugli operai. Invece non esiste e mai sarà possibile una reale convergenza di interessi tra padrone e lavoratori. Oggi Riva piange sulla sorte dei “suoi” operai, ma non esiterà un momento a liquidarli tutti quando il suo tornaconto lo richiederà.

 La vera solidarietà, non di un giorno ma di sempre, il vero sostegno è quello di tutto il movimento operaio. Ma per averlo sono da rompere le gabbie aziendali. E occorre sbarazzarsi dei sindacati di regime sempre pronti a recitare la parte, ma attrezzatissimi nel negare la solidarietà tra tutti i lavoratori. A Genova ben si guardano dal collegare la lotta all’ILVA con i lavoratori del porto, dove è in atto il tentativo di aumentare la flessibilità introducendo il contratto dei portuali anche per le lavorazioni meccaniche; ben si guardano dal collegarsi con gli autisti AMT costretti a turni sempre più massacranti, con neo assunti a contratto a tempo determinato. Non si collegano ai lavoratori della Vernazza, dove su sessanta assunti la maggioranza è a tempo determinato e non vengono pagati trasferte e straordinari, e nemmeno ai lavoratori della Simpro rimasti senza stipendio, con arretrati e liquidazioni da prendere.

 Il sindacato è di regime perché solidamente inquadrato nelle strutture statali, è servo della borghesia, perché impegna tutte le sue energie non per generalizzare la lotta e difendere gli interessi dei salariati, ma per portare i lavoratori all’isolamento e alla sconfitta. Preferisce la solidarietà del padrone a quella del movimento operaio. Solo quando proprio non può farne a meno, di concerto con tutto il regime borghese, si vanta di aver ottenuto un succulento piatto di lenticchie, messo in conto a tutto il proletariato.

 Convergano le energie proletarie verso un unico Sindacato di Classe negatore di qualsiasi solidarietà a padroni e servi, capace di opporre la solidarietà di tutti i lavoratori all’ingordigia borghese.