Gli insegnamenti della polemica russo‑cinese Pt.1
Kategorije: China, Jugoslavia, Mao Zedong, Opportunism, Titoism, USSR
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LA “COSTRUZIONE DEL SOCIALISMO IN UN SOLO PAESE” ALLA LUCE DEL CONFLITTO RUSSO-CINESE
Russia e marxismo
La rivoluzione russa non è stata un “imprevisto” per il marxismo. La vittoria del bolscevismo non è il risultato del “genio” di Lenin, di Trotski o di altri ma rappresenta la verifica del marxismo nella realtà storica. Lenin non ha arricchito d’uno iota la teoria marxista, ma l’ha difesa con un rigore assoluto nell’arco di quasi trent’anni. Tra stalinismo e marxismo, tra Stalin e Lenin, non c’è il minimo legame: c’è al contrario un abisso incolmabile. Tutto quello che si è prodotto in Russia dopo il 1926 non rappresenta una novità per il marxismo e non lo contraddice in niente, ma costituisce al contrario la più grande vittoria del marxismo per la semplice ragione che Marx e Lenin l’avevano previsto.
Oggi, ci troviamo soli a difendere le tesi marxiste sulla rivoluzione russa, le tesi stabilite da Marx e Engels, le tesi riprese da Lenin che trionfarono nel 1917, le tesi proclamate di fronte al mondo intiero per la prima rivoluzione proletaria vittoriosa della storia.
Rinviamo i lettori ai due testi Dialogato con Stalin e Dialogato coi morti (1956), e soprattutto all’opera monumentale divisa in due sezioni “Russia e Rivoluzione nella teoria marxista” e “Struttura economica e sociale della Russia d’oggi” che è apparsa in extensio nel giornale in lingua italiana del nostro partito, Il Programma Comunista (annate dal 1954 al 1957). Una parte della seconda sezione si trova tradotta nella brochure in lingua francese “L’économie soviétique de la révolution d’octobre à nos jours”.
Ribadiamo nuovamente queste tesi contro tutti i falsificatori, nel novero dei quali figurano, come dimostreremo, i sedicenti comunisti cinesi, che nel loro conflitto contro la Russia vantano una ortodossia che non hanno.
1. – A partire dal 1848, Marx ed Engels consideravano il dispotismo zarista come il bastione più solido della contro-rivoluzione in Europa. Si auguravano quindi la sua caduta, sia che fosse provocata dall’esterno (guerre della Germania e della Polonia unite contro la Russia nel 1848; guerre russo-turche) sia dall’interno (rivoluzione).
2. – Posti davanti all’ipotesi di una rivoluzione in Russia, Marx ed Engels chiarirono la loro posizione con estremo rigore. Il problema si complicava per la sopravvivenza in Russia di forme di comunismo primitivo (mir). Si poneva la questione: la rivoluzione russa poteva saltare la fase dello sviluppo capitalistico appoggiandosi sui mir? La risposta di Marx, nella famosa prefazione all’edizione russa del Manifesto del Partito Comunista, è senza equivoci: SI, se la rivoluzione russa può saldarsi alla rivoluzione proletaria in Occidente. Più tardi Engels constatò la dissoluzione del mir in seguito allo sviluppo della produzione mercantile nelle campagne.
3. – Dopo la corposa apparizione del proletariato sulla scena russa e la formazione del POSDR, Lenin constata l’inevitabilità dello sviluppo capitalistico nelle campagne e registra il passaggio dei difensori del mir all’idealizzazione reazionaria dell’arretratezza delle campagne russe (populismo).
4. – Avendo tutti i marxisti scartata l’utopia reazionaria dei populisti, il “socialismo nazionale russo”, restava da risolvere il problema dell’azione del partito e del ruolo del proletariato nella rivoluzione borghese antizarista (Due tattiche, 1905). I marxisti russi si scissero in due frazioni: i menscevichi che sostenevano che il proletariato doveva seguire la borghesia nella rivoluzione democratica e costituire solo una opposizione parlamentare dopo la caduta dello zarismo; il bolscevismo che negava che la borghesia russa fosse capace di impegnarsi in una rivoluzione radicale contro lo zarismo; attribuiva quindi il ruolo dirigente della rivoluzione borghese al proletariato, alleato ai contadini, e propose la partecipazione del partito proletario al Governo Provvisorio, e quindi una rivoluzione radicale contro l’assolutismo feudale.
La tattica difesa da Lenin non rappresenta alcuna novità per il marxismo: è la sola marxista e rivoluzionaria che il proletariato possa adottare nel corso di una rivoluzione borghese; era stata teorizzata da Marx e da Engels dopo il 1848. Vedi in particolare “Il partito proletario e comunista e i movimenti nazionali e democratici”, in Il Programma Comunista, n.14, 1961. Questo legame rigoroso con la teoria marxista fu senza tregua proclamato da Lenin, gettato in faccia a Kautsky giusto dopo la vittoria d’Ottobre: «Kautsky si impegna a dimostrare, con citazioni d’appoggio, una nuova idea – il ritardo della Russia – e da questa idea trae la vecchia deduzione che nella rivoluzione borghese non si sarebbe potuto andare oltre la borghesia! E tutto ciò in disprezzo di tutto quello che avevano detto Marx ed Engels paragonando la rivoluzione borghese del 1789-1793 in Francia alla rivoluzione borghese del 1848 in Germania» (“La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky”, Opere, 28, p.305-306).
Per tutti, la rivoluzione russa era dunque una rivoluzione borghese, con la sola eccezione dei populisti, inventori d’un socialismo originale, nazionale e panslavista!
5. – La storia ha dimostrato nell’ottobre del 1917 come una rivoluzione borghese poteva ben andare oltre la borghesia stessa: la rivoluzione d’Ottobre non “arricchisce” il marxismo, ma lo conferma. La rivoluzione russa trapasserà in una rivoluzione doppia, borghese e proletaria.
6. – Il contenuto essenziale del carattere borghese della rivoluzione russa è rappresentato dall’abolizione della proprietà fondiaria e dalla nazionalizzazione della terra: «La proprietà privata della terra è abolita in Russia fin dal 26 ottobre 1917, dal primo giorno della Rivoluzione proletaria socialista. Così è posto il fondamento più adeguato dal punto di vista dello sviluppo del capitalismo (ciò che Kautsky non poteva negare senza rompere con Marx), nello stesso tempo predisponendo il regime agrario più aperto al passaggio al socialismo. Dal punto di vista democratico-borghese, i contadini rivoluzionari russi non possono andare oltre; perché da questo punto di vista, non potrebbero rivevere niente di più “ideale” e di più “radicale” (sempre dal loro punto di vista) che la nazionalizzazione ed il godimento egualitario della terra» (p.324-325).
L’abolizione della proprietà fondiaria e la nazionalizzazione della terra abbattono gli ostacoli imposti dal feudalesimo alla formazione del mercato interno. Dopo il 1917 tutta l’economia russa tende al capitalismo. Lenin, dopo averlo previsto per vent’anni, lo riconosce nuovamente nel 1918 nella sua polemica con Kautsky, in un momento in cui il bolscevismo spera nella fusione della doppia rivoluzione russa con la rivoluzione proletaria in Occidente, quando Lenin conclude il testo che abbiamo citato con un saluto alla rivoluzione proletaria tedesca.
Nel 1919, la rivoluzione tedesca è schiacciata. Ma nel 1921, quando imposta la NEP, Lenin ripete ciò che diceva nel 1918 senza nessun “cambiamento”. La continuità teorica del bolscevismo e la fedeltà al marxismo sono perfette.
7. – Il contenuto socialista della doppia rivoluzione russa è essenzialmente politico. Può essere individuato in tre fattori:
– Spezzate le catene della guerra imperialista;
– Denunciato il tradimento della Seconda Internazionale e fondazione dell’Internazionale Comunista;
– Rivendicata la teoria marxista nelle questioni del Partito e dello Stato in Russia e nel resto del mondo (Stato e Rivoluzione).
8. – La doppia rivoluzione russa non poteva essere premiata dalla vittoria definitiva del proletariato (ovvero dalla sua sparizione come classe) senza unirsi alla rivoluzione proletaria in Occidente. La degenerazione del potere politico proletario in Russia non era inevitabile. È tuttavia un fatto storico che questa degenerazione è avvenuta nelle condizioni previste da Marx e da Lenin: l’isolamento della rivoluzione russa dalla rivoluzione proletaria occidentale. Anche questo fatto storico ci dà il diritto di affermare che la degenerazione dello Stato proletario in Russia rappresenta una conferma e non una smentita del marxismo.
La contro-rivoluzione staliniana iniziata nel 1926 ha tolto alla rivoluzione russa i suoi caratteri socialisti che, come noi avevamo individuato, erano di natura politica e non economica. Entrando nella Società delle Nazioni, alleandosi nel corso della seconda guerra mondiale alla Germania nazista prima, alle democrazie occidentali in seguito, partecipando con queste ultime alla spartizione delle zone d’influenza a Yalta e a Potsdam e alla fondazione dell’ONU, l’URSS è diventata uno dei più solidi anelli della catena imperialista. La dissoluzione dell’Internazionale Comunista nel 1943 e l’abbandono delle posizioni marxiste sul Partito e sullo Stato accompagnarono l’entrata dell’URSS nel concerto imperialista. Nel 1945, le conquiste socialiste della rivoluzione russa erano dunque definitivamente distrutte. Lo Stato di Stalin non era più uno uno Stato proletario, nemmeno “degenerato”.
Se la contro-rivoluzione distrusse il contenuto socialista della Rivoluzione d’Ottobre, tuttavia dovette sviluppare il suo contenuto economico borghese. Questo sviluppo si effettuò attraverso un compromesso con i contadini (forma kolkhosiana) che rappresenta il vero contenuto populista di quella che abbiamo definito la teoria della “costruzione del socialismo in un solo paese”.
Occorre fare a questo punto una importante osservazione. Se nel corso della controrivoluzione il Partito bolscevico fu fisicamente distrutto da Stalin, il proletariato non si oppose a questa distruzione: la contro-rivoluzione staliniana non ha conosciuto alcuna fase di guerra civile aperta.
Questo “argomento” costituisce ancora oggi l’obiezione fondamentale dei “trotskisti” alla nostra tesi della degenerazione completa e totale della Russia sovietica. Una tale obiezione suppone un esame puramente formale ed estraneo alla dialettica del problema delle contro-rivoluzioni, di cui quella russa non è certo la prima. Lo studio delle contro-rivoluzioni del passato ci dimostra che la disfatta o la vittoria militare di una classe non ha sempre corrisposto alla sua sconfitta o alla sua vittoria sociale. Per esempio la borghesia francese fu vinta militarmente nel 1815 dall’assolutismo europeo, ma la Restaurazione non poté ristabilire l’Ancien Régime.
L’analisi di una contro-rivoluzione non va posta su una base ristretta, ma collegata al vasto insieme dei rapporti di classe e di Stati a scala mondiale. Nell’epoca imperialista in particolare. La posizione marxista riguardo alla contro-rivoluzione staliniana può quindi essere riassunta così:
– L’attuale economia russa non soltanto non è socialista, ma non lo è mai stata. La contro-rivoluzione staliniana non ha significato la regressione dell’economia russa da un socialismo, che non esisteva, al capitalismo, ma una degenerazione nella quale lo sviluppo verso il socialismo si è trasformato in un consolidamento puro e semplice del capitalismo, non solo in Russia ma in tutto il mondo. Questa degenerazione passa attraverso il compromesso con i contadini e con la piccola produzione mercantile (nella forma kolkhosiana). La contro-rivoluzione staliniana non ha dunque restaurato il capitalismo in Russia, ma ha permesso il suo sviluppo come modo di produzione dominante1.
– Il potere socialista e proletario instaurato dalla Rivoluzione d’Ottobre si è trasformato in un potere politico pienamente borghese attraverso una degenerazione lenta e graduale che non ha dato luogo a una guerra civile aperta.
LA “COSTRUZIONE DEL SOCIALISMO IN UN SOLO PAESE” ALLA LUCE DELLA POLEMICA CINO-IUGOSLAVA
Senza dubbio abbiamo dato prova in tutto quello fin qui esposto di uno schematismo ridicolo e restando deplorevolmente astratti riguardo a una questione così concreta e attuale come la polemica russo-cinese. Tuttavia, prima di proseguire all’esame dei problemi concreti, bisogna ricordare che le tesi marxiste sulla rivoluzione russa e sulla contro-rivoluzione staliniana che abbiamo qui riassunto sono state ristabilite dal nostro Partito nel 1951. Prima di dimostrare che proprio questi problemi astratti da noi studiati nel 1951 sono oggi risollevati dai dirigenti cinesi nella loro polemica anti-russa e anti-iugoslava, vogliamo dare questa breve definizione: i problemi astratti di oggi sono i problemi concreti del futuro.
Nel 1964, la polemica russo-cinese e cino-iugoslava presenta immediatamente questo macroscopico aspetto concreto: nella loro polemica i cinesi affermano perentoriamente che la Iugoslavia è un paese capitalista. Questa tesi clamorosa, concreta, attuale della polemica russo-cinese tutti gli interlocutori dei cinesi (kruscioviani, titini, pro-castristi, trotskisti, etc.) la lasciano prudentemente nell’ombra. Inutile soffermarsi sulle ragioni di questa prudenza. Quando i dirigenti cinesi sostengono brutalmente che l’economia iugoslava è capitalista, distruggono tutte le loro menzogne sulla “costruzione del socialismo in un solo paese”, del “paese del socialismo”, del “campo socialista”, ecc. Non è a caso che proprio Togliatti, segretario del P.C. italiano e vecchia volpe dello stalinismo, ha qualificato “pericolosa” la tesi cinese sull’esistenza del capitalismo in Iugoslavia. In realtà, da un punto di vista strettamente logico, se si comincia ad ammettere che la Iugoslavia è un paese capitalista, perché non riconoscere che l’URSS e la Cina, La Polonia e l’Albania, in breve, tutti i paesi dell’armonioso “campo socialista” lo sono ugualmente?
Il nostro partito non “dialoga” con nessuno e non è “in concorrenza” con nessuno, non è un “gruppo di pressione” o un “circolo di studi”: è il partito della Rivoluzione Comunista. La via che conduce dalla contro-rivoluzione alla rivoluzione il nostro Partito la percorre da trent’anni almeno e non l’ha mai abbandonata per inoltrarsi nei vicoli ciechi dove si esibiscono i prostituiti dell’attualità. La polemica russo-cinese è uno dei fatti storici che, distruggendo la la leggenda del “socialismo in un solo paese”, rimetteranno il proletariato sulla via della rivoluzione comunista e del partito di classe. Non sorprende che la storia elimini i seguaci dell’attualità concreta. Per quanto ci concerne, da molto tempo aspettiamo di vedere i “concretisti” alle prese con una realtà che li distrugge, con questa realtà concreta costituita dalle contraddizioni del capitalismo internazionale, dal proletariato rivoluzionario e dalla rivoluzione comunista.
Vediamo come i dirigenti cinesi formulano la tesi che l’economia iugoslava è capitalista. Un articolo apparso nel Remin Ribao e nello Hongqi il 26 settembre 1963 (la responsabilità della traduzione ricade sulle Editions Oriente che sono direttamente finanziate da Pechino e sono dunque degli interpreti “autorizzati” del vangelo maoista) è interessante perché espone tutti gli argomenti cinesi sul capitalismo iugoslavo.
In un primo momento i teorici del Rimin Ribao insistono sull’esistenza di imprese “artigianali” nell’industria e di una piccola produzione mercantile nelle campagne: «Sexondo il Memento de statistique de la Yugoslavia, nel 1963 si contano in Iugoslavia più di 115.000 imprese “artigianali” private”. Gli usurai sono particolarmente attivi nelle campagne iugoslave. Certi individui traggono vantaggio dalla situazione difficile dei disoccupati». «Le cooperative generali dei lavoratori agricoli e le fattorie collettive impiegano un gran numero d’operai, e in mezzo a loro dei giornalieri, che sfruttano duramente». I teorici del Rimin Ribao concludono questa prima parte delle loro argomentazioni con questa domanda: «Come si può pretendere che non ci sia più il capitalismo in Iugoslavia?».
In tutta la sua solennità questa domanda è facile ritorcerla sui cinesi. I fenomeni denunciati dai maoisti in Iugoslavia esistono nella stessa misura, se non superiore, in tutto il “campo socialista”. Nelle campagne cinesi gli “usurai” non pullulano forse? In Cina, non ci sono più “imprese artigianali”? Le “fattorie collettive” cinesi non impiegano forse “un gran numero d’operai e tra essi dei giornalieri, che sfruttano duramente”? La stessa domanda può essere posta a voi stessi, signori maoisti: «come si può pretendere che non ci sia più il capitalismo in Cina?»
Il primo argomento dei cinesi contri gli iugoslavi è dunque d’una desolante banalità: riconduce a riconoscere che dopo trent’anni di vittoriosa “costruzione del socialismo”, il socialismo… non è stato “costruito” da nessuna parte. Le classi dominanti di tutto il mondo l’hanno capito, anche se fingono il contrario davanti alle masse e all’opinione pubblica. Oggi Pechino è obbligata a sollevare il velo che dissimula la realtà capitalista di un “campo socialista” puramente fittizio: ecco indubbiamente un primo passo verso la confessione totale che la contro-rivoluzione stalinista sarà costretta a fare. Ma questo primo passo non toglie niente al ruolo contro-rivoluzionario passato e presente del maoismo, variante cinese dello stalinismo, e ugualmente non modifica in niente il suo ruolo futuro.
I teorici del Rimin Ribao preferiscono però non insistere troppo sulle “imprese artigianali” e sulla piccola produzione di merci nelle campagne iugoslave. La vera novità dell’articolo risiede nel definire l’economia iugoslava come capitalista. I dirigenti cinesi sono contrari a utilizzare la categoria alla moda nelle università: la burocrazia, sociologia volgare, un guazzabuglio ideologico che resterà negli annali della storia delle aberrazioni del pensiero umano. In primo luogo è interessante di ricordare che Djilas, l’ex- braccio destro di Tito, teorizzava a proposito della Iugoslavia proprio la formazione di una “nuova classe”: la burocrazia. Il libro di Djilas, La nuova classe, è diventato un “classico” della sociologia americana, così gli ideologi di Pechino si trovano senza saperlo in compagnia di Djilas e dei professori americani. Cosa può esserci di più comico?
Il lato comico dell’affare si accentua quando i maoisti si lanciano in espressioni di questo tipo: «Degenerazione della dittatura del del proletariato, trasformata dalla cricca di Tito in dittatura della borghesia burocratica e compradora». Che obbliga il valido traduttore delle Edizioni Oriente ad aggiungere questa nota che ha il merito dell’esattezza: «Termine qui impiegato per analogia a quella parte della borghesia nazionale che, in Cina, prima della Liberazione, aveva la funzione di comprare per conto dei capitalisti stranieri le merci destinate all’esportazione».
A quel che sembra, i soli “mercanti” borghesi che il maoismo conosce sono i borghesi “burocratici e compratori” della Cina di Tchang Kai-Check. La sola forma di capitale che i dirigenti cinesi si preoccupano di combattere, è la forma antidiluviana del capitale commerciale. Per gli ideologi di Pechino, evidentemente, il capitale industriale e la borghesia industriale sono altamente progressivi e utili all’interesse nazionale della “Grande Cina”. Tutto questo è logico e corrisponde alla funzione borghese-rivoluzionaria del maoismo, nella fase dell’industrializzazione capitalista che percorre attualmente la Cina.
Quello che non è assolutamente logico, che non è soltanto ridicolo ma aberrante, fu la pretesa del maoismo dal 1929 al 1949 di fare combattere il proletariato cinese contro la sola “borghesia burocratica e compradora”; è la pretesa del maoismo d’agitare davanti al proletariato, non solamente della Cina arretrata ma dell’Occidente super-industrializzato, lo spettacolo antidiluviano della “borghesia burocratica e compradora, e questo nel 1964!
Ricorrendo dunque a quella categoria della sociologia borghese che è la burocrazia, gli ideologi di Pechino presumono due concetti completamente differenti. Il primo, l’abbiamo visto, consiste nella “borghesia burocratica e compradora”. Nel linguaggio marxista ciò significa “capitale commerciale”. Storicamente la forma “mercantile” del capitale precede la sua forma industriale. Questo fatto si è verificato anche in Cina, nonostante le modifiche apportate dall’imperialismo. Autentici rappresentanti dello sviluppo del capitale industriale in Cina, i maoisti hanno combattuto il capitale mercantile cinese alleato all’imperialismo, la “borghesia burocratica e compradora” di Tchang Kaï-Check. Tutto questo è logico in Cina. Non in Europa. Quando i maoisti scrivono che in Iugoslavia esiste «la dittatura della borghesia burocratica e compradora», «la dominazione del capitale burocratico e compradore», cadono in un abisso ridicolo e aberrante.
Gli ideologi di Pechino sovrappongono a questa comica trasposizione in Occidente della forma mercantile del capitalismo cinese, la categoria della sociologia volgare americana, la burocrazia.
Naturalmente, procedono a questa strana operazione con la grazia classica dell’elefante nel magazzino di porcellane. La loro definizione della burocrazia è talmente grossolana che, in confronto, anche il libro di Djilas sembra levarsi alle cime di penetrazione teorica. Questo gli ideologi di Pechino sono arrivati a scrivere: «Tramite la riscossione delle imposte e degli interessi la cricca di Tito si appropria dei profitti delle imprese. Secondo i dati del Rapporto dell’attività del 1961 del Consiglio esecutivo federale iugoslavo, si impossessa così dei tre quarti circa dei guadagni netti delle imprese». «I frutti del lavoro del popolo di cui Tito s’appropria servono essenzialmente a soddisfare gli sperperi di questa cricca di burocrati».
E tutto ciò vorrebbe passare per un’analisi marxista dell’economia iugoslava! La “cricca di Tito” rappresenta nello stesso tempo lo Stato e l’economia! La “volontà” della cricca di Tito è la causa prima di ogni “sfruttamento”! Perché esiste il capitalismo in Iugoslavia? “Perché – rispondono gli ideologi di Pechino – esiste la cricca di Tito“. Perché la cricca di Tito “s’appropria dei frutti del lavoro del popolo?”. “Perché, rispondono gli ideologi di Pechino, la cricca di Tito vuole dilapidare le ricchezze prodotte dal popolo”. E così di seguito all’infinito. Secondo i maoisti questa “cricca” riesce persino a dilapidare “i tre quarti circa delle entrate nette delle imprese”. Secondo gli ideologi di Pechino la “cricca di Tito” non è costretta a obbedire a delle leggi economiche determinate, nella fattispecie quelle del modo di produzione capitalista: fa la pioggia e il bel tempo nell’ambito economico; è una “cricca”, tutto qui! La riscossione delle imposte non è fatta nell’interesse delle imprese: in altri termini, per gli ideologi cinesi la “cricca di Tito” non è uno strumento delle imprese capitaliste iugoslave. Sono al contrario le imprese che sono uno strumento della “cricca”! L’economia iugoslava esiste solamente in funzione di questa”cricca” e non il contrario. Le “dilapidazioni”, le bisbocce della “cricca di Tito” rappresentano per i maoisti la causa prima, il motore immobile della società e dell’economia iugoslave. Marx, un secolo fa, scrisse quattro tomi intitolati Il Capitale. Che ingenuità! “La baldoria” doveva intitolare la sua opera!
Con la “cattiva volontà” della “cricca di Tito”, che “dilapida” “i frutti del lavoro del popolo” iugoslavo, che fa bisboccia “con i tre quarti circa dei ricavi netti delle imprese” estorti grazie alla “riscossione delle imposte”, i maoisti spiegano la natura capitalista dell’economia iugoslava. Perché questo ragionamento non potrebbe essere applicato alla “cricca di Mao”, alla “cricca di Pechino”? E chiaro quello che sta succedendo: i dirigenti di Pechino parlano dei “cattivi” di Belgrado e di Mosca, mentre i dirigenti di Belgrado e di Mosca a loro volta parlano dei “cattivi” di Tirana e di Pechino, “assetati di sangue”, emuli di Gengis Khan”. Saremmo in presenza di una polemica “marxista” quando il dibattito non raggiunge nemmeno il livello (se così si può dire) dell’ideologia borghese e della sociologia volgare? La polemica russo-cinese e cino-iugoslava non è ne teorica ne ideologica: gli “argomenti” di questa polemica sono fabbricati negli uffici diplomatici degli Stati interessati. Ed è da questo dibattito “elevato” sulle “dilapidazioni” di queste “cricche” che dovrebbe dipendere la sorte del proletariato internazionale?!
Il terzo elemento che utilizzano i dirigenti cinesi per sostenere che l’economia iugoslava è capitalista presenta almeno un’apparenza di marxismo. Si tratta della questione della centralizzazione o decentralizzazione dell’economia. In questo ambito i maoisti pensano di avere buon gioco, ma non fanno che provare la loro malafede. Alla pagina 11 del testo che abbiamo citato, ricordano giustamente la polemica di Lenin contro “l’opposizione operaia” e accusano il sistema dell’ ”autogestione” iugoslava di non avere niente in comune con il socialismo. Da un punto di vista formale, nessun leninista può sostenere che i cinesi abbiamo torto su questo. In ogni caso, non è certo da Mao che possiamo imparare queste cose. Il Partito Comunista Internazionale è stata la sola corrente dell’opposizione anti-staliniana a denunciare fin dall’inizio la deviazione anti-marxista rappresentata dal sistema iugoslavo della “autogestione”. Nel 1952. il nostro Partito “difese” Stalin di fronte le accuse dei titini sulla questione della centralizzazione dell’economia. Nel 1957, nel testo I fondamenti del comunismo rivoluzionario apparso nel n° 1 di Programme Communiste, denunciammo nel krusciovismo la vittoria delle tesi titine in materia di decentralizzazione. Infine nel 1962, davanti al trionfo delle posizioni dell’economista Liberman e di fronte alla divisione del PCUS in due sezioni, agricola e industriale, il nostro Partito ha riconosciuto la vittoria definitiva del titoismo nella Russia di Kruscev. Se dunque la frase “storica” pronunciata da Krusciov in Slovenia, davanti al maresciallo Tito: «Le “differenze” che esistevano tra i partiti comunisti dell’Unione Sovietica e della Iugoslavia sono appianate», se dunque questa frase “storica” ha potuto sorprendere qualcuno, non certamente noi!
Ma la concordanza formale delle tesi maoiste con la teoria marxista non riesce a dissimulare l’ipocrisia e la malafede dei cinesi che ricorrono nella loro polemica anti-iugoslava a un trucco meschino: l’identificazione della centralizzazione economica con il socialismo. Non una parola sul fatto che la centralizzazione economica è innanzi tutto una conseguenza del capitalismo, conseguenza che il socialismo conserva. Per questo sono obbligati ad ammorbidire le citazioni di Marx e di Engels alle quali ricorrono. Ecco un piccolo esempio di questo modo cinese, tutto staliniano, di citare i classici del marxismo. Alla pagina 11 del testo citato troviamo: «Nell’Anti-Dühring Engels afferma: “Il proletariato s’impossessa del potere di Stato e trasforma i mezzi di produzione in proprietà di Stato”».
Per i maoisti qui tutto il pensiero dì Engels. La maniera è di interrompere le citazioni nel puto dove “serve”. Questa la citazione completa: «Ma né la trasformazione in società per azioni, né la trasformazione in proprietà dello Stato sopprime la qualità del capitale delle forze produttive. E lo Stato moderno non è a sua volta che l’organizzazione che la società borghese si dà per mantenere le condizioni esteriori generali del modo di produzione capitalista contro le intromissioni che vengono dagli operai come dai singoli capitalisti. Lo Stato moderno, qualunque sia la sua forma, è una macchina essenzialmente capitalista: lo Stato dei capitalisti, il capitalista collettivo nell’immaginario collettivo. Più fa passare le forze produttive in sua proprietà, più diventa capitalista collettivo, nei fatti, più sfrutta i cittadini. Gli operai restano dei salariati, dei proletari. Il rapporto capitalista non è soppresso, è al contrario spinto al suo culmine. Ma arrivato al suo culmine, si rovescia. La proprietà dello Stato sulle forze produttive non è la soluzione del conflitto, ma racchiude in essa il mezzo formale, il modo di afferrare la soluzione».
Engels parla qui di “rapporto capitalista”, afferma che “il rapporto capitalista non è soppresso”, infatti “gli operai restano salariati, dei proletari”, anche con “la proprietà dello Stato sulle forze produttive”. Il “conflitto” essenziale contenuto nel “rapporto capitalista”, il “conflitto” tra capitale e lavoro salariato, non si può risolvere che con la distruzione dei due termini in conflitto, con la distruzione del capitale e del lavoro salariato. Il lavoro salariato, l’antitesi, non può distruggere la tesi, il capitale, senza autodistruggersi. Engels non si balocca con delle formule hegeliane, come non mancheranno di pensare gli “estremisti di sinistra” che sorridono del nostro continuo riferimento al “dogma” marxista. La dialettica con la quale abbiamo a che fare, per quanto possa dispiacere all’ “anti-dogmatismo” oggi di moda, è il riflesso della dialettica reale del modo di produzione capitalista nel cervello impersonale del partito di classe. Ciò è così vero che questa dialettica reale ha permesso a Engels di prevedere ciò che imbarazza oggi così crudelmente gli ideologi russi, iugoslavi e cinesi, così come evidentemente, tutti gli “estremisti anti-dogmatici”: la proprietà dello Stato sulle forze produttive non sopprime il rapporto capitalista, né sopprime il conflitto tra capitale e lavoro salariato.
Dal punto di vista storico, se il capitalismo nasce, si sviluppa ed entra in decadenza prima di morire; se, come mezzo storico specifico di produzione, percorre successivamente delle fasi differenti, in quanto modo generico di produzione, riproduce un solo rapporto essenziale (il salariato) ed è riprodotto da questo stesso.
Engels definisce implicitamente, nel passaggio citato dell’Anti-Duhring, le determinazioni essenziali del rapporto capitalista: produzioni di merci, lavoro salariato. Vogliamo tuttavia riprodurre, per la sua chiarezza assoluta, una pagina inedita dei manoscritti di Marx, che andreamo a pubblicare come “Sesto capitolo del Capitale”. Marx scrive dunque (“Il processo di produzione capitalistico visto nel suo insieme”):
«Si ricava dalla produzione un valore superiore alla somma di valori anticipati per il processo di produzione e nel suo corso. La stessa produzione di merci appare come mezzo a questo fine, così come in generale il processo di lavoro appare solo come mezzo del processo di valorizzazione. Bisogna intendere qui il processo di valorizzazione come processo di creazione del plusvalore, e non nel senso che aveva precedentemente, come processo di creazione del valore.
«Ma questo risultato si ottiene nella misura in cui il lavoro vivente che l’operaio deve eseguire, e che si oggettiva poi nel prodotto del suo lavoro, è più grande del lavoro contenuto nel capitale variabile speso nel salario; in altri termini, del lavoro necessario alla riproduzione della forza del lavoro.
«In quanto il valore anticipato diventa capitale solamente riproducendo del plusvalore, la genesi del capitale riposa anzitutto, come processo di riproduzione capitalista, su questi due elementi:
«In primo luogo, l’acquisto e la vendita della capacità di lavoro, ovvero un atto che si svolge nella sfera della circolazione, ma che, se si considera l’insieme del processo di produzione capitalista, non è solamente uno dei suoi elementi e la sua premessa, ma come il suo risultato costante.
«Questo acquisto e questa vendita della forza lavoro implicano la separazione delle condizioni oggettive del lavoro – ovvero dei mezzi di sussistenza e di produzione – dalla forza vivente del lavoro, essendo quest’ultima l’unica proprietà di cui dispone l’operaio e l’unica merce che può vendere.
«Questa separazione è così avanzata che le condizioni di lavoro stanno di fronte all’operaio come persone autonome, il capitalista, il loro possessore non essendo che la loro personificazione in opposizione a l’operaio, semplice possessore della capacità di lavoro. Questa separazione e questa autonomia sono una condizione preliminare all’acquisto e alla vendita della forza lavoro e all’incorporazione del lavoro vivente al lavoro morto per conservarlo e accrescerlo, ovvero per la sua auto-valorizzazione.
«Senza questo scambio del capitale variabile contro la forza lavoro, non ci sarebbe nessuna auto-valorizzazione del capitale totale, e dunque nessuna formazione di capitale, né alcuna trasformazione dei mezzi di produzione e di sussistenza in capitale.
«In secondo luogo, c’è il vero processo di produzione, ovvero il vero processo di consumo della forza lavoro comperata dal possessore di merci e di denaro.
«Nel processo di produzione reale, le condizioni oggettive del lavoro – materia prima e mezzi di lavoro – non servono solamente ad oggettivare il lavoro vivente, ma ad oggettivare più lavoro che non ne contenga il capitale variabile. Esse servono dunque come mezzo di assorbimento e di estorsione del pluslavoro, che si manifesta nel plusvalore (ed nel plusprodotto).
«Consideriamo ora i due elementi: 1° lo scambio della forza lavoro contro il capitale variabile; 2° il vero e proprio processo di produzione (in cui il lavoro vivente è incorporato come agente nel capitale). L’insieme del processo appare come un processo dove: 1° meno lavoro oggettivato è scambiato contro maggior lavoro vivente, poiché di fatto il capitalista riceve dal lavoro vivente in cambio del salario; e 2° le forme oggettivate che il capitale riveste immediatamente nel processo del lavoro, i mezzi di produzione (dunque ancora del lavoro oggettivato) come mezzo per spremere e assorbire questo lavoro vivente. Il tutto forma un processo che si svolge tra il lavoro vivente ed il lavoro oggettivato. Questo processo non trasforma solamente il lavoro vivente in lavoro oggettivato, ma anche il lavoro oggettivato in capitale, e dunque anche il lavoro vivente in capitale. È dunque un processo dove c’è produzione non soltanto di merci, ma di plusvalore, e dunque di capitale.
«I mezzi di produzione rivestono qui la forma non solamente di mezzi per la realizzazione del lavoro, ma nello stesso tempo di sfruttamento del lavoro altrui».
Carlo Marx stabilisce che «la creazione del capitale poggia essa stessa, prima di tutto, come il processo di produzione capitalista, su questi due elementi: 1° lo scambio della forza lavoro contro il capitale variabile; 2° il vero processo di lavoro (dove il lavoro vivente è incorporato come agente del capitale)». Carlo Marx dimostra che il primo elemento sul quale si fonda “il processo di produzione capitalista”, ovvero “l’acquisto e la vendita della capacità del lavoro”, non è semplicemente “un atto che si sviluppa nella sfera della circolazione”, non è, in altri termini, un atto che fa parte della circolazione e della distribuzione del profitto, ma «se si considera l’insieme del processo di produzione capitalista, non è solamente uno dei suoi elementi e la sua premessa, ma il suo risultato costante». Il processo di produzione capitalista, dunque, in ciascuna delle sue fasi storiche, è generato da questo rapporto essenziale che genera a sua volta: l’acquisto e la vendita della capacità di lavoro. Questo rapporto è dunque “non solamente uno dei suoi elementi e la premessa” del processo di produzione capitalista, “ma ancora il suo risultato costante”. Come il capitale non è né il titolo di proprietà, né la persona di Ford, ma un processo storico, economico, sociale, questo processo stesso produce le sue proprie condizioni in quanto risultati e riproduce nelle suoi risultati le sue proprie condizioni. È per questo che Carlo Marx può scrivere quel che si trova con lettere di fuoco nei suoi “Annali della preistoria umana” che sono i capitoli della ottava sezione del primo libro del Capitale: «Questo acquisto e questa vendita della forza lavoro implica la separazione delle condizioni effettive del lavoro – ossia di sussistenza e di produzione – dalla forza vivente del lavoro, essendo quest’ultima l’unica proprietà di cui dispone l’operaio e l’unica merce che può vendere».
Dall’accumulazione primitiva all’imperialismo, dalla manifattura alla “proprietà dello Stato sulle forze produttive”, il rapporto essenziale del processo di produzione capitalista è uno: “La separazione delle condizioni oggettive del lavoro dalla forza vivente del lavoro”, altrimenti detta la trasformazione in merce della forza lavoro, e la trasformazione in capitale “delle condizioni oggettive del lavoro, ovvero dei mezzi di sussistenza e di lavoro”. Siamo dunque in presenza di «un processo che si sviluppa tra il lavoro vivente e il lavoro oggettivo. Il processo non trasforma solamente il lavoro vivente in lavoro oggettivo, ma anche il lavoro oggettivo in capitale, e dunque anche il lavoro vivente in capitale».
Dopo il 1848, il nostro programma implica dunque la lotta per un processo di produzione sociale nel quale il lavoro vivente si trasforma sì in lavoro oggettivato, ma nel quale il lavoro oggettivato non si trasforma in capitale: nel quale, dunque, il lavoro oggettivato sia al servizio del lavoro vivente, e non inversamente il lavoro vivente al servizio del lavoro oggettivato, come avviene quando il lavoro vivente e il lavoro oggettivato assumono la forma capitale. E perché ciò si possa verificare lo sappiamo dal 1848: che deve essere distrutto il rapporto essenziale del capitalismo: l’acquisto e la vendita della capacità del lavoro.
Sappiamo anche da altrettanto tempo che la proprietà giuridica dei mezzi di produzione non è in alcun modo l’essenza del rapporto capitalista, e non abbiamo neanche bisogno di scoprire lo Stato capitalista collettivo di Engels o l’associazione unica dei capitalisti di Marx per non trovare alcunché di nuovo nel capitalismo di Stato: la scuola marxista ha anticipato queste forme che la realtà conferma. Con grande terrore dei nostri nemici perché dal 1848 sappiamo che «questa separazione si è così spinta avanti che le condizioni di lavoro stanno di fronte all’operaio come persone autonome, il capitalista, il loro possessore, che non è che la sua personificazione in opposizione all’operaio».
Di tutto ciò, i maoisti non sanno niente. A tal punto che se noi, che abbiamo definito dalla sua nascita il regime di Tito come capitalista, dovremmo scegliere, oggi, tra Kruscev che definisce “socialista” la Iugoslavia e Mao che l’etichetta come “capitalista”, non sapremmo a quale dei due assegnare la palma dell’antimarxismo.
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La “questione iugoslava”, per nostra disgrazia e quella dei nostri lettori, non termina qui. Nella loro polemica i cinesi sollevano ancora due importanti questioni alle quali dobbiamo fare riferimento prima di trarre delle conclusioni generali.
I maoisti sostengono che nel 1945 fu instaurato non solamente un potere politico socialista in Iugoslavia, ma che vi si produsse contemporaneamente una trasformazione socialista dell’economia. Nell’articolo citato, parlano a più riprese di “leggi socialiste pianificate”, di “imprese che, all’origine, erano proprietà di tutto il popolo”, per concludere: «Il settore economico della proprietà di tutto il popolo è degenerato in economia di capitalismo di Stato» e «La degenerazione del potere di Stato in Iugoslavia è sfociata nella distruzione del sistema economico socialista». E aggiungono: «La degenerazione del potere di Stato in Iugoslavia non è stata accompagnata da un capovolgimento del vecchio potere per mezzo della violenza (…) Gli stessi individui, la cricca di Tito detengono il potere». «La restaurazione del capitalismo in Iugoslavia ci insegna che in un paese socialista la restaurazione del capitalismo non avviene necessariamente con un colpo di Stato contro-rivoluzionario, né con un’invasione armata dell’imperialismo, si può produrre anche con la degenerazione del gruppo dirigente del paese».
All’inizio di questa analisi della questione iugoslava alla luce della polemica russo-cinese, abbiamo ricordato che i problemi “astratti” sono i problemi concreti del futuro. Quando il nostro Partito affrontò nei 1951 l’analisi della controrivoluzione staliniana, dovette risolvere il problema dell’assenza “di un’invasione armata dell’imperialismo” e di una “guerra civile”. Abbiamo ricordato quale soluzione abbiamo dato a questo grave problema della contro-rivoluzione. I maoisti prima di tutto, per ragioni che non hanno niente a che vedere con il marxismo ma soltanto con gli interessi dello Stato cinese, per sostenere oggi che l’economia iugoslava è capitalista si trovano di fronte lo stesso problema. Ma il modo in cui lo risolvono non è soltanto un capolavoro d’antimarxismo: è un insulto ignobile al socialismo!
Né Lenin, né noi, né alcun marxista ha mai sostenuto che l’economia russa era diventata socialista nel 1918, o nel 1923, o nel 1926. La contro-rivoluzione staliniana ha distrutto in Russia il potere politico socialista. Questa contro-rivoluzione non è sopraggiunta, è vero, in seguito ad un’invasione condotta dall’imperialismo e non si è nemmeno scatenata all’interno di una guerra civile vera e propria. Ma è un fatto storico che si è realizzata con “un colpo di Stato contro-rivoluzionario”, per utilizzare i termini degli ideologi di Pechino; è un fatto storico che ha distrutto il partito bolscevico all’interno della Russia e dell’Internazionale Comunista nel mondo intero; è un fatto storico che ha dovuto assassinare il fior fiore del proletariato rivoluzionario russo e che dopo il suo passaggio “gli stessi individui… non detenevano più il potere”.
I maoisti sostengono che nel 1945 non solamente un potere politico socialista fu instaurato in Iugoslavia, ma anche che fu “costruita” un’economia socialista. E hanno la pretesa di convincere il proletariato mondiale che “gli stessi individui” lo stesso “gruppo dirigente”, la “cricca di Tito”, governava la Iugoslavia economicamente e politicamente socialista e governa oggi la Iugoslavia economicamente e politicamente capitalista.
Se, per ipotesi assurda, fosse vero, i maoisti sarebbero solamente riusciti a dare la prova che un’economia socialista può degenerare in economia capitalista nel modo più pacifico possibile, senza violenza; ciò ritornerebbe a provare la superiorità del modo di produzione capitalista sul modo di produzione socialista, a provare che il capitalismo può riassorbire pacificamente il socialismo. In realtà, il “socialismo” di cui parlano i maoisti è il capitalismo puro e semplice. Le “leggi dell’economia socialista pianificata” di cui si ubriacano gli ideologi di Pechino, sono le leggi staliniste della “progressione geometrica della produzione”, le leggi del Capitale e dei suoi adoratori.
Se oggi mille prove reali provano la veridicità delle nostre affermazioni, i maoisti stessi ce ne forniscono la milleunesima per la bocca dei loro accoliti di Tirana. Perché, tra tutte le cose strane che si può vedere in questo mondo, c’è questa: mentre i maoisti scrivono che dal 1945 al 1948 l’economia iugoslava era socialista, gli albanesi scrivono esattamente il contrario in un articolo intitolato “La cooperazione economica dei revisionisti iugoslavi”. Su “Zeriti populi” del 6 giugno 1963, in Edizioni Oriente, n.3, accusano Tito d’aver tentato di colonizzare l’Albania nel 1945: «questo atteggiamento e questa politica dei revisionisti iugoslavi era del tutto identica alla politica d’asservimento praticata dai fascisti italiani nei riguardi del nostro paese».
Poiché i cinesi hanno pubblicato quest’articolo riteniamo che lo condividano. Ciò che definiscono “economia socialista pianificata” (instaurata in Iugoslavia nel 1945) non è dunque per la loro stessa ammissione che un’economia capitalista pura e semplice e i governi che l’hanno “costruita” conducono una “politica identica alla politica fascista”. Il “socialismo nazionale” conduce dunque ai medesimi risultati del “nazional-socialismo”.
Grazie, noi l’abbiamo sempre saputo e sempre affermato.
LA REALTÀ HA DEFINITIVAMENTE DISTRUTTO LA “TEORIA” DELLA “COSTRUZIONE” DEL SOCIALISMO IN UN SOLO PAESE
Mao non ha dichiarato guerra alla Iugoslavia per sport o per fare mostra d’una ortodossia inesistente. Nelle sue mani la Iugoslavia non è che una pedina di cui si serve contro Kruscev. Sostenendo che la Iugoslavia è un paese capitalista, Mao si riserva la possibilità di dire altrettanto domani della Russia kruscioviana. In questo gioco diplomatico-ideologico, può utilizzare la scomunica stalinista della Iugoslavia nel 1948.
Ma in questa schermaglia ideologica Krusciov potrebbe essere più stalinista di Mao e batterlo sul suo terreno, perché Stalin mai ammise che la rivoluzione maoista avesse raggiunto la “tappa” socialista e, dopo, nemmeno Krusciov l’ha fatto. A tal punto che, mentre Mao dovrà forgiare degli audaci sofismi per spiegare al proletariato cinese e internazionale “la degenerazione pacifica della Iugoslavia e dell’URSS dal socialismo al capitalismo, Krusciov, non avrà bisogno di fornire alcuna spiegazione per sostenere la recente e sorprendente “nazificazione” della Cina perché non ha mai riconosciuto che vi fosse stato “edificato il socialismo”. Per Stalin come per Krusciov la Cina ha vinto l’imperialismo e so sta impegnando a lottare contro il “feudalesimo”. Tutto qui!
Così crolla la teoria della contro-rivoluzione, la “costruzione del socialismo in un solo paese”. L’ironia della storia ha voluto che ci sia più di un paese che si vuole costruire il socialismo in casa; l’ironia della storia ha voluto che i paesi che hanno costruito il socialismo in un solo paese s’accusino reciprocamente d’aver costruito il capitalismo; l’ironia della storia vorrà forse domani che questi stessi paesi si dichiarino la guerra.
Ma il proletariato internazionale, tramite il suo partito di classe, già nel 1926 proclamò contro Stalin che il socialismo nascerà solo dopo la rivoluzione comunista mondiale, dalla distruzione del capitalismo in tutti i paesi.
Note
- Vedere la “Risoluzione del 10 dicembre 1958 del Comitato centrale del P.C.C.” e la “Risoluzione adottata dal Politburo del P.C.C. il 29 agosto 1958”, di cui abbiamo citato e commentato i passaggi più importanti in Programme Communiste, N° 29 pp.10 a 13. ↩︎