Espulsi ed espulsori
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Già alcuni anni sono trascorsi da un articolo «Sulla strada di sempre» che in un « anno primo-numero unо » indicava l’ennesimo doloroso strappo del rosso filo organizzativo del partito formale del dopoguerra.
Fu definitiva a quel punto la separazione tra le due parti – frazioni – che si erano venute a determinare nell’organizzazione «Programma Comunista», e la parte che con un procedimento fino ad allora mai impiegato era stata espulsa, usando l’altra frazione di una malintesa e falsa autorità centrale che gran parte del partito supinamente accettò, conscia di aver portato via con sé l’onore del partito, secondo la splendida definizione della Sinistra al Congresso di Livorno del 1921, riprese con tenace volontà ed ottimismo rivoluzionario la strada di sempre, per la ricostruzione dell’organo della Rivoluzione sociale. Poco importa ora chi e perché; il Partito nel suo insieme aveva perso la bussola, la coscienza rivoluzionaria della giusta rotta, né riusciva più a recepire i corretti stimoli che da una parte minoritaria – non fino ad allora certo frazione! – provenivano con martellante perseveranza a che almeno il Partito tutto ritornasse all’abc della dottrina onde ritrovare le energie e la chiarezza per rimettersi nel solco ‘nostro’.
Gli sbandamenti erano di tale ampiezza che le stesse voci che gridavano del ritorno all’antico erano ormai d’impaccio alla voglia di noyoutage politico, alla foia sfrenata di tatticismo, per formare, si diceva, infine il «vero partito», forte e compatto, per fare uscire dall’angusto perimetro del circolo dell’organizzazione che la passata generazione di rivoluzionari ci aveva consegnato. Ed allora il martellare le nostre tesi di base diventava più di un lusso teorico, diventava una fastidiosa accademia che, si diceva, faceva perdere di vista l’urgenza del presente, comprometteva la possibilità di «cogliere l’occasione favorevole», ma solo era una sciocca perdita di tempo; tutto il resto dell’organizzazione non capiva l’abisso in cui, sotto la «species» della disciplina totale ed assoluta esigenza che mai la parte che poi fu espulsa aveva messo in discussione sotto la teorizzazione infame della lotta politica all’interno del partito, il centro dirigente stava spingendo l’intera compagine.
Da «Tesi supplementari», aprile 1966:
«Ben sappiamo che la dialettica storica conduce ogni organismo di lotta a perfezionare i suoi mezzi di offesa impiegando le tecniche in possesso del nemico. Da questo si deduce che nella fase del combattimento armato i comunisti avranno un inquadramento militare con precisi schemi di gerarchie a percorsi unitari che assicureranno il migliore successo dell’azione comune. Questa verità non deve essere inutilmente scimmiottata in ogni attività anche non combattente del partito. Le vie di trasmissione delle operazioni devono essere univoche, ma questa lezione della burocrazia borghese non ci deve fare dimenticare per quali vie si corrompe e degenera, anche quando viene adottata nelle file di associazioni operaie. La organicità del partito non esige affatto che ogni compagno veda la personificazione della forza partito in un altro compagno specificamente designato a trasmettere disposizioni che vengono dall’alto. Questa trasmissione tra le molecole che compongono l’organo partito ha sempre contemporaneamente la doppia direzione; e la dinamica di ogni unità si integra nella dinamica storica del tutto. Abusare dei formalismi di organizzazione senza una ragione vitale è stato e sarà sempre un difetto ed un pericolo sospetto e stupido».
Resistemmo allo sgangherato andazzo imperante con ogni nostra forza, preoccuparti al massimo di non spostarci di un pollice dai vincoli della disciplina, della tradizione e dalla gerarchia funzionale del partito, di non scimmiottare gli imbelli criteri democratici di maggioranza e minoranza, di rimanere sempre sul terreno del centralismo organico, la fondamentale struttura del nostro organismo partito, il suo modo di esistere, svilupparsi, vivere.
Malgrado la conclamata volontà di aderire in toto alle tesi del Partito al suo programma storico, la compressione organizzativa, la « politique dabord » all’interno dell’organizzazione, le mille trame e pastette, le accuse di tutto e del contrario di tutto, riuscivano nell’infame compito dell’espulsione, questa davvero nel più triviale stile dell’ aborrita democrazia. Fummo costretti a prendere atto della strada che la vecchia organizzazione aveva deciso di seguire; volevano un partito disciplinato a muoversi in ogni contorsione d’anguilla che la fetida quotidianità avesse imposto, un partito compatto a seguire le alzate d’ingegno dei «capi », un partito a gerarchia militare, con fiduciari e sottocapi; eravamo d’impaccio al raggiungimento di questo supremo risultato, e riuscirono a cacciarci. Pure le nostre tesi, l’esperienza viva delle generazioni rivoluzionarie, cristallizzate in forma definitiva, l’essenza stessa dell’organo Partito, avvisano in modo chiaro del pericolo degenerativo, delle sue cause, dei suoi sintomi, anche se ovviamente non danno alcuna ricetta «pratica » sulle misure di difesa e cura.
Da «Tesi sul compito storico», luglio 1965:
« La Sinistra sperò di salvare l’Internazionale ed il suo tronco vitale e valido di grandi tradizioni senza organizzarsi come una frazione, o come un partito nel partito. Nemmeno la Sinistra, anche quando le manifestazioni del nascente opportunismo andavano diventando sempre più innegabili, incoraggiò od approvò il sistema delle dimissioni individuali dal partito o dalla Internazionale.
Tuttavia i testi già indicati in cento loro passi mostrano che la Sinistra nel suo pensiero fondamentale ha sempre visto il cammino verso la soppressione delle scelte elettorali e dei voti su nomi di compagni o su tesi generali come un cammino che andava verso la abolizione di un altro ignobile bagaglio del democratismo politicantesco, ossia quello delle radiazioni, delle espulsioni e degli scioglimenti di gruppi locali. Abbiamo molte volte enunciato in tutte lettere la tesi che questi procedimenti disciplinari dovevano andare diventando sempre più eccezionali per avviarsi alla loro scomparsa.
Se il contrario avviene e peggio se queste questioni disciplinari servono a salvare non principi sani e rivoluzionari ma proprio le posizioni coscienti od incoscienti di un opportunismo nascente, come avvenne nel 1924, 1925, 1926, questo significa soltanto che la funzione del centro è stata condotta in un modo sbagliato e gli ha fatto perdere ogni reale influenza di disciplina della base verso di lui, tanto più, quanto più viene sguaiatamente decantato un fasullo rigore disciplinare.
E’ stata però sempre ferma e costante posizione della Sinistra che, se le crisi disciplinari si moltiplicano e diventano una regola, ciò significa che qualche cosa non va nella conduzione generale del partito, e il problema merita di essere studiato. Naturalmente non rinnegheremo noi stessi commettendo la fanciullaggine di ritornare a cercare salvezza nella ricerca degli uomini migliori o nella scelta di capi e di semicapi, bagaglio tutto che riteniamo distintivo del fenomeno opportunista, antagonista storico del cammino del marxismo rivoluzionario di sinistra.
Su un’altra tesi fondamentale di Marx di Lenin la Sinistra è fermissima, e ossia che un rimedio alle alternative e alle crisi storiche a cui il partito proletario non può non essere soggetto, non può trovarsi in una formula costituzionale o di organizzazione, che abbia la virtù magica di salvarlo dalle degenerazioni. Questa illusione si inscrive tra quelle piccolo-borghesi che risalgono a Proudhon, e attraverso una lunga catena sfociano nell’ ordinovismo italiano, ossia che il problema sociale possa essere sciolto da una formula di organizzazione dei produttori economici. Indubbiamente, nella evoluzione che i partiti seguono, può contrapporsi il cammino dei partiti formali, che presenta continue inversioni ed alti e bassi, anche con precipizi rovinosi, al cammino ascendente del partito storico. Lo sforzo dei marxisti di sinistra è di operare sulla curva spezzata dei partiti contingenti per ricondurla alla curva continua ed armonica del partito storico. Questa è una posizione di principio, ma è puerile volerla trasformare in ricette di organizzazione.
Nella concezione del centralismo organico la garanzia della selezione dei suoi componenti è quella che sempre proclamammo contro i centristi di Mosca. Il partito persevera nello scolpire i lineamenti della sua dottrina, della sua azione e della sua tattica con una unicità di metodo al di sopra dello spazio e del tempo. Tutti coloro che dinanzi a queste delineazioni si trovano a disagio hanno a loro disposizione la ovvia via di abbandonare le file del partito. Nemmeno dopo avvenuta la conquista del potere possiamo concepire la iscrizione forzata nelle nostre file; è perciò che restano fuori dalla giusta accezione del centralismo organico le compressioni terroristiche nel campo disciplinare che non possono non copiare il loro stesso vocabolario da abusate forme costituzionali borghesi, come la facoltà del potere esecutivo di sciogliere e di ricomporre le formazioni elettive tutte forme che da molto tempo si considerano superate non diremo per lo stesso partito proletario, ma perfino per lo Stato rivoluzionario e temporaneo del proletariato vittorioso. Il partito non ha da presentare a chi vuole aderirvi piani costituzionali e giuridici della società futura, in quanto tali forme sono proprie solo delle società di classe. Chi vedendo il partito proseguire per la sua chiara strada, che si è tentato di riassumere in queste tesi da esporre alla riunione generale di Napoli, luglio 1965, non si sente ancora a tale altezza storica, sa benissimo che può prendere qualunque altra direzione che dalla nostra diverga. Non abbiamo da adottare nella materia nessun altro provvedimento».
Queste poche e sparse righe riportate a scopo esemplificativo da un corpus formidabile per sintesi storica, ed indirizzo d’azione, che caratterizzava in modo tutt’affatto originale il nostro partito rispetto a qualunque altro raggruppamento e partito, ‘vicino’ o ‘lontano’, danno già loro sole una chiara indicazione sul futuro dell’organizzazione formale quando la mala pianta dell’opportunismo comincia a gettare radici e si smarrisce il metodo corretto per estirparla, quando gli « aggiornatori » nei fatti, anche se a parole ossequienti del programma, crescono e si rafforzano nell’organizzazione, di prendere, come è detto, « una qualunque altra direzione che dalla nostra diverga ».
Gli scissionisti dell’anno 1974 affermavano di avere nelle mani ancora il partito di quelle tesi, e questo ancora credeva il grosso dei militanti, che poco comprendevano della durissima battaglia allora da una « parte » combattuta a che la tradizione ed i principi fossero salvati dal disastro, e supinamente ingoiavano il fatto infame dell’espulsione, o peggio vi applaudivano.
Quell’organizzazione che aveva creduto rafforzarsi amputando la parte che non si voleva piegare all’intrigo, alla lotta politica nel partito, ai compromessi tattici e programmatici impiegati, si diceva, per « mantenere ed aumentare gli effettivi dei compagni », quell’ organizzazione non osava ancora gettare alle ortiche l’ultimo straccio di fedeltà formale alla tradizione della sinistra. Ma la compressione ideologica ed organizzativa, la lotta politica tra compagni, il malinteso centralismo che ribalta ogni discussione sull’ordine o sulla direttiva che sembrano errati o contraddittori alle tesi da parte di chi li riceve, con l’etichetta di indisciplina e anticentralismo, tutto ciò era l’aspetto complementare del meccanismo democratico, dei congressi, delle maggioranze e minoranze, delle tesi contrapposte secondo gruppi e frazioni, eredità di assetti borghesi che volevamo aver espulso per sempre dalla nostra organizzazione, strutturata a ben più alto organico livello.
Gli espulsori hanno voluto un partito «unito per forza », illudendosi di poter manovrare con la pretesa della disciplina per la disciplina la loro organizzazione di fronte agli effetti di tutti gli espedienti tattici ai quali demandavano l’improba funzione di sbloccare la chiusa situazione del movimento di classe, e dilatare gli effettivi del partito. Gli è mancato il coraggio di andare sino in fondo e rinnegare anche formalmente tutte le tesi della Sinistra, assumendo una struttura apertamente di centralismo democratico, con spazio al gioco delle maggioranze e minoranze; forse questo avrebbe ancor di più allargato i loro confini, e la
perdita sarebbe stata solo dell’inutile manchette di prima pagina che richiama alla Sinistra ed alla suo lotta antiopporportunista ed antidemocratica.
Non averlo fatto, mantenendo d’altro canto la formale struttura verticistica, ha portato ad altre ampie scissioni; ha portato al tragicomico punto che hanno avuto il coraggio di pubblicare una sorta di riassunto delle posizioni degli scissionisti dell’ultima ampia mandata, come li hanno definiti « compagni che hanno lasciato il partito». Come punto d’arrivo per dei centralisti di ferro non c’è male: e sta di fatto che in questo caso gli «scissionisti » non sono stati neppure espulsi per le loro posizioni!
Ma allora sarebbe stato ritrovato da parte degli ex espulsori il corretto metodo sempre dalle nostre tesi ribadito, la soluzione per cui « a chi non è d’accordo con noi, non resta che andarsene»!
Di certo nel partito sano, come la Sinistra ha chiaramente definito, il processo di eliminazione dei corpi estranei, di quanti non si sentano « di seguire il partito per la sua chiara strada », delineata dalle Tesi, avviene o dovrebbe avvenire per questa via organica, naturale; ma l’organizzazione che gli espulsori di allora pretesero costruire, non ha certo sviluppato quel genere di sana reazione. Essa si va invece decomponendo nelle frazioni diverse che la costituivano, incapaci ormai di convivere perché assolutamente mancanti del cemento programmatico unitario, né del resto organizzate in un vero assetto democratico, ormai comunque scomparso anche nei partiti borghesi statali, ad esclusione forse del PCI. Stravolta la natura originaria su cui era stato fondato, sintomo più tragicamente grave l’espulsione del ’74, forse in tempi più brevi di quanto gli espulsi di allora si aspettassero, il « partito forte e centralizzato » va in pezzi, e si attendono rifondazioni più o meno tardive ed equivoche da parte dei vari gruppi ex-uniti.
Ma nulla importa a chi è rimasto sulle posizioni di sempre della Sinistra le eroicomiche vicende degli ex-vicini, se non per la formidabile conferma e questa è lezione viva per noi che da queste miserie ne deriva.
Ancora una volta l’esperienza storica del Partito, il suo corpus eorico, ha ben indicato cause e conseguenze, ancora una volta si è dimostrato che l’infrangere nella pratica quei capisaldi teorici non porta all’organizzazione migliore, ma corrompe e distrugge l’organizzazione stessa. Al di là del fatterello quotidiano di una scissione disgregante in un partito dell’area della « sinistra », come qualche imbecille può vedere la cosa, resta per noi comunisti la preziosa riprova della validità del metodo nostro, la coscienza della saldezza della base su cui abbiamo ricostruito. Con gli « espulsori » abbiamo fatto definitivamente i conti in quel numero 1 – anno primo, né abbiamo ormai alcunché da spartire con quella organizzazione.
Il partito che noi siamo sicuri di veder risorgere in un luminoso avvenire sarà costituito da una vigorosa minoranza di proletari e di rivoluzionari anonimi, che potranno avere differenti funzioni come gli organi di uno stesso essere vivente, ma tutti saranno legati, al centro o alla base, alla norma a tutti sovrastante ed inflessibile di rispetto alla teoria; di continuità e rigore nella organizzazione; di un metodo preciso di azione strategica la cui rosa di eventualità ammesse va, nei suoi veti da tutti inviolabili, tratta dalla terribile lezione storica delle devastazioni dell’opportunismo. In un simile partito finalmente impersonale nessuno potrà abusare del potere, proprio per la sua caratteristica non imitabile, che lo distingue nel filo ininterrotto che ha l’origine nel 1848.
Da «Contenuto originale del programma comunista », settembre 1958.