Geografia del superopportunismo, gli aspiranti-eredi di Lincoln
Indici: Questione Razziale negli USA
Categorie: CPUSA, Democratism, Opportunism, Partito Comunista Italiano, Partito Socialista Italiano, Racial Question, USA
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Il Partito Comunista Americano è tornato sulla ribalta della cronaca. Il 27 marzo u. s., gli uffici del partito in tutta l’Unione e la tipografia e la redazione del suo organo, il « Daily Worker », sono stati occupati e chiusi dalla polizia. Le draconiane misure sono state motivate dal governo, e per esso dal Dipartimento del Tesoro, con gli estremi di morosità in cui si sarebbero trovati i colpiti. Secondo le autorità federali, il partito avrebbe omesso di pagare tasse per un totale di 389.265 dollari mentre il « Daily Worker » avrebbe mancato di versare, dal 1951 al 1953, somme per un ammontare complessivo di 40.000 dollari.
Commentando l’accaduto, « l’Unità » accusava il governo americano di fare ricorso a evidenti pretesti. Per noi la questione se sia o no contemplata dalla Costituzione americana la tassazione di un partito politico è di scarso interesse. Resta comunque provato che il governo americano ha agito in coerenza ai principi borghesi, per i quali la democrazia parlamentare – come scrisse Lenin – si riduce in sostanza alla democrazia dei ricchi. Ma i capi del P. C. americano sono essi coerenti con i principi teorici e programmatici del marxismo, al quale dicono di ispirarsi?
Abbiamo sotto gli occhi il resoconto giornalistico dei discorsi pronunciati, il 20 gennaio 1956, in un comizio alla «Carnegie Hall» di New York, da Eugene Dennis, segretario generale del P. C. Americano, e da John Gates, membro del Comitato nazionale del Partito e capo-redattore del « Daily Worker ». Il comizio, tenuto in occasione del 32º anniversario del « Daily Worker », assumeva particolare importanza, anche perché era la prima volta che i due capi apparivano in pubblico, dopo una permanenza di quattro anni nelle galere nazionali. Davanti a un uditorio di 3.500 cittadini (negli USA i comunisti moscoviti sono « pochi ma buoni ») essi facevano affermazioni di principio, alle quali « l’Unità » (2-2-1956) attribuiva valore programmatico, visto che intitolò il suo «servizio»: «il programma dei comunisti americani esposto da Dennis al Carnegie Hall ». Non si trattava, dunque, di frettolose dichiarazioni, ma di una esposizione ordinata dei principi che guidano l’azione del P. C. americano. Mentre si fa un gran chiasso sulle « nuove vie aperte al socialismo » che il XX Congresso del P.C.U.S. ha additato da Mosca ai partiti esteri, sarà interessante vedere come si presenta la « via americana » del programma del partito di Dennis e Gates.
Il meno che si possa dire delle affermazioni di costoro è che l’ultimo dei socialisti riformisti si sarebbe sentito disonorato, quaranta anni fa, a sottoscriverle, e resta solo da constatare che i quattro anni trascorsi in galera non sono valsi a guarire i capi « comunisti » americani dai morbi letali del patriottismo e del costituzionalismo. La « via diversa » è dovunque la stessa, come si vede.
Il discorso di Dennis, almeno nel resoconto sintetico dell’Unità, ci è apparso molto meno interessante, ai fini critici, del discorso di Gates. Tuttavia abbiamo trovato in esso quanto basta a dimostrare come il P. C. americano sia assolutamente mondo di marxismo e classismo rivoluzionario. Somma precauzione dei feroci nemici della borghesia « yankee » è di mostrarsi corretti patrioti. Ma essi, volendo provare ai « censori maccartysti » la falsità delle accuse di « attività antiamericane » mosse ai comunisti U.S.A., vanno decisamente oltre il bersaglio. Dovendo liberarsi delle accuse di servire una potenza straniera, buttano a mare qualunque atteggiamento possa essere improntato all’internazionalismo proletario. Abbiamo letto nel discorso di Dennis: « Quando e come si verificherà questo mutamento (passaggio al socialismo) dipende dalla maggioranza del popolo americano. Noi comunisti crediamo che, alla fine, un qualche governo dei lavoratori e dei contadini, che risponda alla volontà popolare, potrà effettuare il passaggio dal capitalismo al socialismo. Nello stesso modo noi siamo sicuri che questo sarà un vero governo americano, ne sarà a capo un presidente americano e agirà attraverso un Congresso americano che sarà – per la prima volta nella storia del nostro paese – formato veramente dal popolo, con il popolo e per il popolo. E, come americani e come comunisti, noi peroriamo e vogliamo che questa democrazia venga realizzata con mezzi costituzionali e democratici ».
Quando si dice la lapidarietà delle espressioni! In una ventina di righe il segretario generale del P. C. degli Stati Uniti ha messo fuori combattimento le principali posizioni teoriche e programmatiche del comunismo marxista.
1º) Ha liquidato l’internazionalismo rivoluzionario. Il governo dei « lavoratori e contadini » americani, ha detto, sarà un governo nazionale americano. Eccoci riportati alla bojata emerita del « comunismo nazionale » che nel caso specifico reca il marchio « made in U.S.A. »; 2°) Ha ridotto in poltiglia la dittatura del proletariato affermando che il « governo operaio e contadino americano » agirà attraverso un Congresso americano, cioè non si reggerà dittatorialmente: 3°) Ha mandato in soffitta la rivoluzione e la conquista violenta del potere. Ha dichiarato infatti che i comunisti americani intendono andare al potere, servendosi dei « mezzi costituzionali e democratici ».
Un altro passo del discorso di Dennis, che ci è molto giovato, ai fini polemici, è quello dove l’autore parla, con mentalità prettamente statunitense, del « mercato delle idee ». Non sapevamo che esistesse una Borsa-valori delle idee, ma dobbiamo credere a quanto dice il segretario generale del P. C. americano: « Noi comunisti americani siamo ben contenti di ogni possibilità che ci si offre per sottoporre le nostre vedute e la nostra politica all’esame di pubblici dibattiti e all’approvazione sul mercato delle idee ». Sia lodato il Dio Dollaro! Ora comprendiamo perché i capi del P. C: Americano si rifiutano di pagare le tasse. Loro hanno venduto, sul mercato delle idee, l’intera dottrina ed il totale programma marxista, chiedendo in cambio l’esonero dalle tasse, cioè il privilegio di esistere in quanto partito. E dunque è vero che il governo Eisenhower non sta ai … patti costituzionali.
Dennis, una volta lavoratore del legno e carpentiere (vedi « l’Unità » citata), ha parlato anche di altri argomenti, come la coesistenza pacifica, la necessità dell’unità sindacale, ecc. Ci asteniamo dal commentare, per evitare che qualche lavoratore del legno o qualche carpentiere che figuri tra i nostri quattro lettori debba arrossire di vergogna per la irrimediabile involuzione reazionaria dell’ex compagno di categoria, che ora capeggia il P. C. in U.S.A.
Sgombrato il campo dagli ostacoli fastidiosi che impediscono ai « comunisti » americani di lavorare, vogliamo dire le accuse loro mosse dai « maccartysti » di essere fautori dell’internazionalismo proletario, della dittatura del proletariato e della rivoluzione – lavoro eseguito egregiamente da Dennis – toccava al facondo John Gates, capo-redattore del « Daily Worker », di svolgere la esposizione particolareggiata del programma del P. Comunista Americano. Bisogna riconoscere che John Gates è un inarrivabile « businessman », forse il meglio dotato di tutti i suoi colleghi che operano sul « mercato delle idee ». Egli ha dedicato la maggior parte del suo discorso, riferisce l’Unità, « alla questione dei rapporti fra la lotta per la democrazia e la lotta per il progresso negli Stati del Sud », e non si può dire che abbia peccato di abilità … mercantile.
Nordisti in ritardo
Noi crediamo, forse perché non frequentiamo il « mercato delle idee » e quindi rimaniamo fermi ad un fossilizzato marxismo che non trova acquirenti, che l’unica barriera la quale negli Stati Uniti impedisce l’erompere di una nuova era storica (che non può essere che il socialismo) sia rappresentata dalla dittatura della classe capitalista. Contro di essa nessuna forza sociale e politica, che non sia il proletariato delle città e delle campagne organizzato in partito politico rivoluzionario, può alcunché. Solo la rivoluzione proletaria e la dittatura del proletariato possono far « progredire » gli Stati Uniti. Invece, i capi del P. C. americano parlano di « progresso », ma sono ben lontani dall’intendere, con questo democraticoide termine, il passaggio del potere nelle mani del proletariato. Essi sono gente versata negli affari della grande politica. Non sono tanto fessi da commettere la bestiale sciocchezza di « isolarsi », e perdere i contatti con il grande elettorato, quello che dovrà eleggere un « governo operaio e contadino americano », poggiante su un « Congresso americano », fondato sulla « Costituzione americana ». Ora il classismo è proprio la « via » che debbono percorrere coloro che non hanno bisogno dei voti invece bramosamente appetiti dal P. C. americano. E come poter sperare di raccoglierne in tutte le classi, se non presentando un programma elettorale accettabile da tutte le classi?
Sono tali considerazioni, da cui aborriscono coloro che non sono strateghi elettorali, che impongono ai capi del P. C. Americano di ri- piegare su questioni che trovano consenziente l’ambito gregge della « intellighenzia », della piccola bor- ghesia e, perché no? di parte del politicantismo che ha il privilegio di sedere al Congresso: la lotta per la « attuazione della democrazia nel Sud », l’abolizione della segregazione nelle scuole, la restituzione del diritto di voto ai negri che ne sono privati da i razzisti, e, sopra ogni cosa, la difesa della Costituzione minacciata dalla « cospirazione dixiecrate ». Ed eccoci arrivati! Cos’è mai questa « cospirazione dixiecrate » (cosiddetta dalla linea Mason- Dixon che segna il confine settentrionale degli Stati Uniti del Sud) a fronteggiare le cui insidie il P.C. Americano chiama a raccolta tutte le classi sociali statunitensi? Ecco quanto diceva in proposito John Gates, n. 2 del partito e n. 1 del « Daily Worker »:
« Noi comunisti americani dichiariamo di essere pronti a difendere il governo degli Stati Uniti, sia esso formato dall’amministrazione Eisenhower o da qualsiasi altra amministrazione, in ogni modo che si renda necessario, per proteggere il paese e rafforzare la Costituzione contro la cospirazione Dixiecrate ».
e le parole hanno un senso, l’invito rivolto dal P. C. Americano, che pretende di rappresentare gli interessi del proletariato americano, al governo americano che sicuramente rappresenta gli interessi della borghesia capitalistica e della conservazione sociale, affinché si crei una « grande lotta comune » e una sorta di « unione sacra » delle classi contro la « cospirazione Di- xiecrate », sta a dimostrare che il P. Comunista americano ritiene che questa potenza politica si fondi su posizioni sociali ancora più reazionarie di quelle tenute dalla borghesia. Vuol dire che, nel pensiero dei capi alla Dennis e alla Gates, la « Dixiecrazia » poggia socialmente su un modo di produzione inferiore e retrogrado rispetto allo stesso capitalismo. Infatti come mai si chiederebbe al governo Eisenhower, e quindi al capitale americano, di intervenire contro questa edizione americana della togliattiana « reazione in agguato », se non si credes- se in un contrasto di classe tra essa stessa e la borghesia capitalistica? I capi del P. C. Americano ritengono, dunque, che tra i magnati capitalisti e i « Dixiecrati » vi possa essere contraddizione di classe. Ma chi sono codesti « Dixiecrati »? sono forse i rappresentanti di uno « zarismo » americano, di una sopravvivente società feudale che prosperi reazionariamente nell’« area del dollaro »? o sono addirittura esponenti di civiltà pre-colombiane, i « nostalgici » di Toro Seduto che vagheggiano la riscossa pellerossa contro gli odiati « Visi Pallidi »? Disilludetevi. I Dixiecrati sono nient’altro che i democratici agrari del Sud, cioè i deputati del Partito democratico eletti coi voti dei razzisti del « solido Sud » …
John Gates ha parlato chiaro ai suoi 3.500 comizianti (neanche la centesima parte dei partecipanti a certi comizi del suo collega on. Ingrao, direttore dell’« Unità »). Egli ha messo in evidenza che il Congresso è dominato da una coalizione dei democratici del Sud – i Dixiecrati – e di repubblicani reazionari. Tale ostacolo sbarra la via ad ogni « innovazione progressista », sicchè qualunque sia il partito che vincerà le elezioni presidenziali, non potrà evitare che questa alleanza reazionaria blocchi qualsiasi legislazione progressiva. Secondo John Gates, e per esso il P. C .- Americano, la nazione americana non potrà « andare avanti » finchè la « cospirazione Dixiecrate » sarà lì, nel Sud, a sbarrare la strada alla democrazia calante dal Nord. Egli diceva testualmente alla « Carnegie Hall »: « Come il nostro paese cento anni fa scoprì che non avrebbe potuto fare più progressi fino a che non avesse abolito la schiavitù, oggi la nazione non può andare avanti, non può stabilire basi salde per una espansione della democrazia e per l’eliminazione della povertà, fino a che non verrà realizzata la democrazia nel Sud ».
Chi oserebbe definire marxista John Gates, redattore-capo dei « Daily Worker »? Soltanto idioti come il senatore Mac Carthy possono riuscire a non vedere quello che realmente sono i « comunisti » americani.
La gente che milita nel P. C. Americano è composta, almeno per quel che riguarda la dirigenza, di intellettuali piccolo borghesi i quali non si rifanno, e avrebbero orrore a rifarsi, alle tradizioni rivoluzionarie del proletariato americano. Essi sono gli anacronistici e ridicoli continuatori delle ideologie liberali legate alla lotta tra gli Stati industriali del Nord e gli Stati agrari e schiavisti del Sud, che ebbe un epilogo sanguinoso, un secolo fa, nella Guerra di Secessione. Essi veleggiano nel più puro (e oggi reazionario) lincolnismo, quando si sbracciano a predicare la santa crociata per la « espansione della democrazia » del Sud.
Per John Gates, partigiano « nordista » in ritardo di un secolo, non la rivoluzione proletaria contro lo Stato di Washington e la classe capitalista e imperialistica che esso rappresenta, ma la « democratizzazione » del Sud rappresenta il massimo compito del proletariato americano, ovvero dell’alleanza interclassista tra proletariato e borghesia « democratica ».
Siete capaci di trangugiare un altro passaggio del suo discorso? Eccolo: « La necessità urgente del nostro tempo è la creazione di una forte anti-dixiecrazia, una alleanza popolare anti-monopoli il cui compito principale sia la distruzione del potere dei Dixiecrati nel Sud con la realizzazione di una democrazia politica, del diritto di voto e della libertà di organizzazione. Questo minerà alle basi il potere del monopolio nel paese intero e aprirà con la forza di una cascata la strada al progresso economico, politico e sociale ».
Il periodo è costruito in modo da spingere gli ascoltatori all’applauso. Siamo certi che a Gates gli applausi non sono mancati. Fortuna per lui che a sentirlo non fossero degli operai marxisti, perché in tale caso non sarebbe bastato per subissarlo un vagone di torsoli e di pomidori fradici, gli unici spiccioli con i quali i marxisti si recano al « mercato delle idee ». Non c’è dubbio che John Gates ed i suoi amici « nordisti » siano degli abili trafficanti. Essi chiedono al governo federale di strozzare gli odiati « sudisti » e in cambio cedono … la rivoluzione proletaria. Di questa, secondo il loro cervello lincolniano, non ci sarebbe più bisogno, se si riuscisse ad « espandere » la democrazia nel Sud. L’avete or ora letto: dopo siffatto grandioso rivolgimento il « progresso economico, politico e sociale » esploderebbe da sé, spontaneamente è senza scosse ulteriori, « con la forza di una cascata ».
Ma il « progresso economico » ecc. ecc, che seguirebbe all’abbattimento del « potere dixiecrate » nel Sud, si concilierebbe con la dominazione della classe capitalistica? Visto che, per bocca di Dennis, il P. C. Americano parla di « passaggio al socialismo », sembrerebbe di no. Anzi, John Gates afferma categoricamente che la democrazia politica, o la edizione speciale di essa che subentrerà (« con la forza di una casata », non lo dimenticate!) alla caduta della bastiglia dixiecrate, avrà l’effetto sicuro di « minare alle basi il potere del monopolio nel paese intero ». Vale a dire che la vittoria sulla « Dixiecrazia » segnerà la fine, o meglio il principio della fine, – gradualisticamente parlando – del capitalismo. Ciononostante, i capi del P. C. degli Stati Uniti invocano, come abbiamo visto, il governo federale, al quale promettono l’incondizionato appoggio qualora esso si ponga a capeggiare la crociata contro il retrogrado Sud. Ma, se fosse vero che la cacciata dei « reazionari » antidemocratici dagli Stati del Sud aprirebbe la fase storica del « passaggio al socialismo », non sarebbe per lo meno ingenuo attendersi che il governo di Washington acconsentisse ad intraprendere una siffatta impresa? Eugene Dennis e John Gates vogliono una cosa semplice e chiara: che sia lo stesso governo americano a mettere in moto, scagliandosi contro la « Dixiecrazia », il meccanismo del « passaggio al socialismo ». Vorremmo proprio vivere abbastanza per vedere una borghesia farsi « starter » … della corsa al socialismo !…
La lotta contro la « Dixiecrazia » non è vista dai capi del P. C. made in U.S.A. come il compito esclusivo di un potere proletario, ma come una misura costituzionale del governo federale, a prescindere dal colore politico dell’amministrazione. Conviene fare il sacrificio di riscrivere quanto detto da John Gates: « Noi comunisti americani dichiariamo di essere pronti a difendere il governo degli Stati Uniti, sia esso formato dalla amministrazione Eisenhower o da qualsiasi altra amministrazione, in ogni modo si renda necessario per proteggere il paese e rafforzare la Costituzione contro la cospirazione Dixiecrate ».
Come si vede, nella concezione dottrinaria dei « comunisti » alla Gates, di sbagliato non ci sono le conseguenze logiche, ma la premessa dalla quale sono tirate. Il fronte unico tra proletariato e borghesia, rappresentata dal governo di Washington, diviene assolutamente conseguente, se si accetta il fantastico assurdo e disfattista postulato ideologico, secondo il quale la classe dominante statunitense, che impera unitariamente nel Nord come nel Sud della Confederazione, può spaccarsi in due campi ostili: dixiecrazia e anti-dixiecrazia. Ma per chi, come noialtri sudditi della Repubblica italiana, è abituato a sentire parlare di « apertura a sinistra », le menzogne e le stupidaggini contro-rivoluzionarie dei « comunisti americani » non rappresentano un’eccezione o una rarità.
La buffonesca « apertura a sinistra », invocata da Nenni e Togliatti, poggia appunto sul falsissimo presupposto che la lotta per l’abbattimento del potere borghese è subordinata alla distruzione di quella sorta di « cospirazione dixiecrate » italiana che l’« Unità » e l’« Avanti! » denunziano quotidianamente. Anche i John Gates nostrani predicano che ogni tentativo di « progresso » è destinato a fallire fino a quando la democrazia sarà immobilizzata, cosi dicono, dalla « reazione feudale » annidata nel Mezzogiorno e nelle Isole. Forti di tali poderose inquadrature dottrinali, essi vendono al « mercato delle idee » i noti programmi di riforma agraria, la cui attuazione dovrebbe portare alla « democratizzazione » integrale della Nazione, punto di partenza per ogni ulteriore passo avanti. E come i John Gates d’oltreatlantico, i « comunisti » nostrani assumono che tale compito debba essere espletato da una coalizione borghese-proletaria, e cioè da una combinazione parlamentare e ministeriale tra cattolici e « marxisti ». Perché dovremmo meravigliarci, allora, delle tesi del Partito comunista degli Stati Uniti?
La « Dixiecrazia » contro la quale si accaniscono i « comunisti » americani vale, ai fini controrivoluzionari, il preteso feudalesimo che i social-comunisti nostrani scoprono nelle « aree depresse » dell’Italia. Come i capi alla Dennis e alla Gates si fanno trombettieri di una seconda guerra di secessione che ancora una volta dovrebbe vedere il « reazionario Sud » soggiacere al progredito Nord industriale, allo stesso modo i capi del PCI e del PSI cianciano ignominiosamente di un « secondo Risorgimento » e sognano di portare il « feudaleggiante » Mezzogiorno al livello industriale – tanto caro a Gramsci – del Settentrione. Evidentemente, una qualsiasi « dixiecrazia », con o senza razzismo, è indispensabile all’esistenza politica dei partiti di Mosca. Dove non esiste, essi se la inventano per loro uso e consumo. E se no, come farebbero il loro mestiere di luridi controrivoluzionari? Quale altro falso bersaglio potrebbero fabbricarsi per deviare l’impeto rivoluzionario delle masse e giustificare le loro tresche con i partiti e i governi borghesi?
Riferisce « l’Unità » che il 4 aprile il governo americano ha revocato il sequestro dei beni e delle sedi del P.C.U.S.A. e del « Daily Worker ». La revoca è avvenuta dietro versamento di depositi di garanzia da parte del P C U.S.A. e del « Daily Worker ». Così, versando una congrua somma di dollari, i « comunisti » americani sono stati riammessi nel « mercato delle idee ». Ci saremmo veramente meravigliati se la faccenda fosse andata a finire diversamente. Infatti cos’ha da temere la borghesia americana da parte di un partito diretto dai Dennis e dai Gates? Soltanto un Mac Carthy può non vedere che essi sono i poveri epigoni di Lincoln.