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Le grandi lezioni dell’Ottobre bolscevico Pt. 3

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Glavni članak: Le grandi lezioni dell’Ottobre bolscevico

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L’atteggiamento di fronte alla guerra

Abbiamo insistito su questi precedenti, a costo (può forse sembrare) di sacrificare ad essi una parte dell’«epopea di Ottobre», proprio perché il trucco dell’opportunismo consiste nel presentare la rivoluzione russa del 1917 come un«episodio» a se stante, non previsto, non preparato in lunghi anni di continuità teorica e pratica ininterrotta, non inserito in una visione mondiale della strategia rivoluzionaria: in certo modo come una «anomalia» storica, o come una geniale ma irripetibile «scoperta» – non tanto di un partito, quanto di un uomo.

Vale al contrario per noi, come tesi teorica e come insegnamento pratico, che l’Ottobre nacque da una lunga gestazione, attraverso la quale vennero definiti e sempre meglio scolpiti i punti-chiave della funzione primaria del partito, del ruolo dirigente e infine egemonico del proletariato nella rivoluzione prevista in Russia, della necessaria correlazione fra questa e la rivoluzione in Europa (e viceversa), e dell’inevitabilità del passaggio, in Russia, dall’alleanza proletariato-contadiname nella «rivoluzione borghese portata fino in fondo» alla lotta aperta fra le classi ex alleate – lotta destinata a volgersi in vittoria proletaria con l’appoggio della rivoluzione socialista vittoriosa nei paesi a capitalismo avanzato.

Abbiamo insistito su quei precedenti anche perché mostrano come, in perfetta aderenza alla dottrina marxista, i bolscevichi abbiano escluso fin dall’inizio la possibilità di «costruire il socialismo» in Russia fuori dalla prospettiva della rivoluzione mondiale comunista.

Questa prospettiva mille volte ribadita diventa una realtà immediata allo scoppio della guerra mondiale 1914-18. I bolscevichi non hanno esitazioni: si è aperta la «fase suprema del capitalismo»; l’alternativa per tutto il periodo storico che la prima carneficina mondiale inaugura è fra guerra e rivoluzione, per tutti i paesi: la III Internazionale preciserà il concetto nel dilemma «O dittatura del proletariato o dittatura della borghesia». Nessuna delle giustificazioni addotte, da qualunque parte della barricata, per rinunciare alla storica missione della classe operaia aderendo alla guerra sono irrevocabilmente respinte; nessun «difesismo», sotto nessun pretesto, è avallato. Non c’è nessuna «civiltà», nessuna «democrazia», nessuna «patria», che la classe operaia internazionale sia chiamata a difendere e salvare: non per esse, d’altronde sono scese in guerra le grandi potenze, ma per la spartizione del mondo, per la conquista dei mercati, per l’oppressione intensificata di altri popoli. Non solo non c’è nulla da salvaguardare e da difendere: c’è solo da offendere e distruggere! Il proletariato internazionale non chiede pace né agisce per essa: pratica il disfattismo rivoluzionario, la fraternizzazione al disopra delle trincee, il sabotaggio della «patria»; lotta per la «trasformazione della guerra imperialistica in guerra civile»; unisce nella stessa condanna l’aperta adesione alla guerra e il rifiuto di contrapporre ad essa l’unica soluzione possibile per la classe operaia, quella rivoluzionaria. La divisa non conosce frontiere: vale per il proletariato di Francia come di Germania, d’Inghilterra come di Russia. Quella Russia che la marcia dell’imperialismo ha unita in un «solo grumo di sangue» alle borghesie di tutto il mondo e l’ha legata al loro destino. Vano, a Pietroburgo come a Parigi e Londra, come a Vienna e Berlino, invocare la necessità di difendere la patria perché con essa si difende il bene supremo della «democrazia» e della «civiltà» minacciate – vano per lo zarismo alleato alle democrazie di Occidente, come lo sarà per il regime post-zarismo di democrazia borghese ancor più interessato alle fortune e alle vittorie dell’Intesa La prospettiva è unica, ripetiamolo, ed urgente; il quadro è mondiale; sarà rivoluzione in Russia, e sia pure, all’inizio, rivoluzione democratica «portata fino in fondo»; sarà rivoluzione socialista in Europa. «In tutti i paesi avanzati, la guerra mette all’ordine del giorno la rivoluzione socialista, parola d’ordine che si impone tanto più imperiosamente in quanto gli oneri della guerra pesano più duramente sulle spalle del proletariato, e in quanto il ruolo di quest’ultimo diverrà più attivo nella ricostruzione dell’Europa dopo gli orrori della barbarie patriottica attuale, commessi nel quadro degli immensi successi tecnici del grande capitale). (La guerra e la socialdemocrazia russa, 1 novembre 1914). E sempre più, man mano che la guerra procede, necessita di una nuova Internazionale eretta sulle macerie della II e dei suoi partiti socialsciovinisti e socialpacifisti, delle sue «destre» come dei suoi «centri» conciliatori, non meno ed anzi più reazionari.

È sul solco di questa ininterrotta proclamazione dell’apertura di un ciclo mondiale e irreversibile di rivoluzioni guidate da quelli che ancora si chiamano partiti «socialdemocratici» ma che ben presto si chiameranno, spogliandosi della loro «biancheria sporca», partiti comunisti, che nascerà Ottobre: non «eccezione» alla regola di un pacifico avvento al potere, non proprietà esclusiva di un proletariato (caso mai, proprio a quest’ultimo potrebbe sembrare aperta la via di un’eccezione, e un’eccezione non socialista), ma regola generale e direttiva invariabile. Dov’è la ignobile finzione di vie non-rivoluzionarie; dove, peggio, il mostro infame di «vie nazionali»? La storia, è vero, vieta ai paesi arretrati di saltare da soli al disopra dei gradini economici che portano al socialismo pieno, e che sono già stati percorsi dai paesi «evoluti» (ma con quale disprezzo Lenin parla degli «immensi successi tecnici del grande capitale»!), ma non solo questa realtà non ha nulla di «nazionale», essendo un fatto storico abbracciante l’intero arco del mondo, bensì è vero che neppure per gettare, sotto la ferrea dittatura del «proletariato che dirige i contadini», le «basi del socialismo» cioè per salire dal più basso gradino di economie non solo precapitalistiche ma addirittura patriarcali al gradino più alto del capitalismo pieno, neppure per questa possibilità è data altra via che quella della rivoluzione, quindi dell’antidemocrazia e del terrore da un lato, dell’internazionalizzazione dell’assalto proletario al cielo dall’altro. Il Lenin che a Zimmerwald e a Kienthal nell’Imperialismo e negli innumerevoli scritti di guerra (Controcorrente!), ribatte con l’urgenza di un compito storico inalienabile il chiodo della «trasformazione della guerra imperialista in guerra civile», che fustiga le illusioni disarmiste e pacifiste, che invoca una nuova Internazionale poggiante sulla rivendicazione di questi stessi principi, che vede in un unico quadro le rivoluzioni di occidente e di oriente, e addita al proletariato, dovunque, al suo partito, in ogni paese, la via della conquista del potere, – quale che possa essere, nelle condizioni obiettive e di fatto, il suo programma economico immediato – sarebbe dunque il padre delle vie pacifiche e nazionali al socialismo, il teorico della «coesistenza» anziché il loro becchino? Il Lenin del Programma militare della rivoluzione proletaria sarebbe dunque il capostipite delle «marce della pace» e della rivendicazione dei «valori» nazionali e democratici?

Sarebbe, insomma. Lenin il primo rinnegatole dell’Ottobre Rosso?

Partito e Internazionale

Non seguiremo qui passo passo i mesi densi di storia che dal ritorno di Lenin in Russia nell’aprile 1917 conducono alla sfolgorante vittoria di Ottobre, oggetto di ripetuti testi e riunioni del nostro Partito. Importa invece seguirne le linee dorsali, che si prolungano al di là dei limiti di tempo e di spazio di quel nodo cruciale del movimento proletario e comunista contemporaneo, per ribadirne il carattere permanente e normativo.

Dalle tesi di aprile alla conferenza di partito dello stesso mese, dal I congresso panrusso dei Soviet alle giornate di giugno; dal V congresso clandestino del luglio, alla lotta contro Kornilov in agosto; dall’intensa vigilia che è insieme restaurazione della dottrina marxista in Stato e rivoluzione e battaglia per l’insurrezione contro le resistenze in seno al Comitato Centrale; dall’insurrezione stessa, passando per il boicottaggio del Preparlamento, alla presa del potere e alla costituzione del Consiglio dei Commissari del Popolo, dalle prime fondamentali leggi eversive alla dispersione dell’assemblea costituente; dalla pace di Brest Litovsk alla liquidazione della residua alleanza coi socialrivoluzionari di sinistra e all’inizio della guerra civile su tutti i fronti; in tutta questa fase in cui la storia di decenni si condensa in pochi mesi e anticipa decenni di avvenire, cercheremo noi le lezioni dell’Ottobre proletario e comunista nel programma di interventi dispotici nell’economia che, in una serie martellante di testi prima e dopo l’insurrezione e fino al discorso sull’«Imposta in natura» di quattro anni dopo, Lenin, cioè il partito bolscevico attraverso la sua voce e la sua penna, definisce sulla linea costante della prospettiva del passaggio della Russia arretrata (e solo in isole relativamente ristrette capitalista) al capitalismo pieno, sotto il controllo politico e statale della dittatura: meglio ancora, dell’edificazione delle «basi» del socialismo in una lotta aspra contro la microproduzione piccolo-borghese contadina e urbana, il cui esito dipende dal divampare della rivoluzione proletaria nei paesi a capitalismo stramaturo? No. E non perché questo programma, che nulla tace e nulla concede alla demagogia di promesse irrealizzabili nell’ambito della sola Russia, non si inquadri in modo rigoroso nella classica visione marxista, non mutandone una virgola (è, essenzialmente, il programma del Manifesto 1848 e dell’Indirizzo 1850); non perché sia lecito supporre che un altro programma fosse possibile o augurabile, e questo sembri, all’ansia dei militanti, troppo «modesto», – un passo non avanti ma indietro sulla via del socialismo. Ma perché non è esso che definisce proletario e comunista l’Ottobre; non e esso che infiammò le masse proletarie di tutto il mondo negli anni roventi del primo dopoguerra; non è esso preso a sé che segna l’immutabile e generale via dell’emancipazione della classe operaia. Sulla base di quel programma, il vittorioso potere proletario lavorerà a consolidarsi nell’attesa che la rivoluzione comunista in Europa, almeno in Europa, sciolga il nodo dell’arretratezza economica russa mediante l’apporto delle forze produttive e delle risorse tecniche ereditate dal capitalismo là dove esso ha esaurito il suo ciclo e il potere gli è stato strappato di mano: nazionalizzando la terra prima, spingendo poi l’economia agricola verso forme sempre più avanzate di lavoro associato; prima controllando una grande industria (e relativo apparato finanziario e commerciale) spinta a cartellizzarsi e concentrarsi, poi affidandola in gestione allo Stato, e facendo leva su di essa – arma politica prima che economica – per accelerare l’evoluzione nelle campagne e prepararsi, se la rivoluzione europea non verrà prima, all’inevitabile riaprirsi del conflitto con la classe contadina. Sulla base non di quel programma, ma della rottura del ferreo anello che lo legava al programma politico comunista (e mondiale!) della dittatura di Partito, – e della liquidazione anche fisica dello stesso Partito con la violenza repressiva di Stato, lo stalinismo svilupperà non solo «capitalismo economico» ma «capitalismo politico», farà della Russia dell’Ottobre una grande potenza nazionale e dei partiti della rivoluzione i partiti della democrazia e dell’ordine, e li getterà nella fornace della seconda guerra imperialistica in difesa dei pilastri dorati del Capitale. Sulla base di questa rottura politica e dello sfruttamento di quelle basi economiche duramente conquistate, poggia ora l’URSS della coesistenza pacifica: in nome di questa vittoria della controrivoluzione è lecito oggi alla borghesia internazionale commemorare un Ottobre sterilizzato e «reso innocuo», un Ottobre entrato a far parte dell’universo aclassista e interclassista della «Cultura», o di quella «terra di nessuno» (cioè di tutti) che nelle rappresentazioni di maniera sarebbe la storia; un Ottobre che ha abdicato a tutto ciò per cui era e resta per noi, e ridiverrà un giorno forse non lontano per tutti i proletari, una luce ed una forza.

Questa luce e questa forza, oggi accuratamente nascoste alla classe sfruttata perché non rinascano come terribili spettri al disopra di un orizzonte che sembra chiuso ad ogni prospettiva diversa dall’agonia prolungata e senza scampo di un regime imputridito, vanno cercate nel più vasto quadro in cui anche le «misure economiche» del 1917 e del 1921 si inserivano, esattamente al loro posto, e dal quale attingevano senso e valore. Rievochiamole.

Nella linea ininterrotta, e difesa con le unghie e coi denti, che dalle tesi di aprile va fino alla fondazione delle III Internazionale e alle sue basi costitutive, il Partito bolscevico – parte inscindibile del movimento proletario organizzato mondiale – si spoglia anche nel nome di qualunque elemento che possa far nascere il sospetto di un legame fra democrazia e socialismo: «La parola democrazia applicata al partito comunista non e soltanto scientificamente errata: è oggi, dopo il marzo 1917, un paraocchi messo al popolo rivoluzionario per impedirgli di edificare liberamente, arditamente, di sua iniziativa il nuovo ordine: i Soviet dei deputati operai e contadini e di tutti gli altri deputati come potere unico nello «Stato», come precursore della estinzione di ogni specie di Stato» («I compiti del proletariato nella rivoluzione», 10 aprile 1917). Il Partito (e, con esso, tutti i partiti del mondo in quanto seguano la stessa via maestra) sarà comunista tout court.

Posto dal crollo dello zarismo in una situazione fortunata di vigilia rivoluzionaria prima degli altri partiti e degli altri proletariati, esso è conscio delle responsabilità mondiali che gli incombono in forza di questo «privilegio storico». «A chi molto è stato dato molto si chiede … Occorre che proprio noi, proprio oggi, fondiamo senza tardare una nuova Internazionale proletaria, o meglio non temiamo di constatare apertamente che essa è già fondata e che essa agisce. È questa l’Internazionale degli «Internazionalisti di fatto». Essi ed essi soli sono i rappresentanti delle masse internazionaliste rivoluzionarie». Che, nella contingenza storica, questi internazionalisti comunisti siano pochi, non lo spaventa: «Non è il numero che importa, ma l‘espressione giusta delle idee e della politica del proletariato veramente rivoluzionario. L’essenziale non è di «proclamare» l’internazionalismo, ma di saper essere, anche nei tempi più difficili, degli internazionalisti di fatto». Se esiste, in Russia per una serie di circostanze che non dipendono dalla borghesia ma che sono ad essa imposte dall’ineluttabile marcia delle lotte di classe, una «libertà» maggiore che in altri paesi, «usiamo di questa libertà non per predicare l’appoggio alla borghesia e al «difesismo rivoluzionario» borghese, ma per fondare coraggiosamente, onestamente, da proletari alla Liebknecht, la III Internazionale, nemica irriducibile dei traditori socialsciovinisti e degli esitanti del centro». Questo dovere verso il proletariato internazionale sta in cima al pensiero del Partito, è il suo primo compito; alla nuova Internazionale esso fornirà l’ineguagliabile patrimonio di una teoria marxista restaurata nella sua integrità rivoluzionaria, e ribadita attraverso i rudi fatti dell’«assalto al cielo» a Pietroburgo e Mosca: Stato e rivoluzione e Ottobre sono coevi; La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky di Lenin e Terrorismo e bolscevismo di Trotzki sono il bilancio teorico e pratico di tre anni di guerra civile; le tesi del I e del II congresso sono il dettato non del Partito russo come tale al mondo, ma del marxismo, alla cui essenza non adulterata tutti i partiti di tutto il mondo sono stati ricondotti dalla dinamica della guerra fra le classi, ai proletari di qualunque paese.