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Le grandi lezioni dell’Ottobre bolscevico Pt. 5

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Egemonia del Partito

Egemonia del proletariato – egemonia del partito. I due termini sono inseparabili così come, nel «Manifesto», il termine finale: «Organizzazione del proletariato in classe dominante» è inconcepibile senza il termine preventivo: «Organizzazione del proletariato in classe … quindi in partito».

La storia di Ottobre è, inseparabilmente, la storia di due processi che si snodano in senso inverso e, qua e là si incrociano in modo violento e perfino sanguinoso: man mano che le masse lavoratrici si allontanano dal governo provvisorio, disertano i fronti di guerra, scendono in piazza, si scontrano con le forze dell’ordine, premono verso l’insurrezione, chiedono non con bollettini di voto ma a colpi di fucile la presa del potere, i partiti che si richiamano alla classe operaia ma esprimono e riflettono le esitazioni, la codardia e infine il servilismo della piccola borghesia si schierano, uno dopo l’altro, sul fronte della democrazia parlamentare e della guerra; nella stessa misura, il Partito che dall’aprile esprime in tutte le proclamazioni e in tutta la sua attività l’urgenza di spezzare quel fronte maledetto e conquistare il potere in nome «del proletariato e degli strati poveri del contadiname» si staglia sulla scena politica e sociale come il Partito unico della rivoluzione e della dittatura. La prova di forza della dispersione dell’Assemblea costituente lascia per questo Partito un ultimo residuo di possibile alleanza: i socialrivoluzionari di sinistra. Brest Litovsk spezza anche quest’ultimo legame. La guerra civile fino a Kronstadt ed oltre, vede il potere proletario avanzante scontrarsi con le risorgenti velleità democratiche, popolareggianti, centrifughe, anarchiche o populiste, dei vecchi gruppi e partiti e travolgerle.

Questa «decantazione» di forze politiche e sociali non era un fatto nuovo: gli scritti di Marx e di Engels sulle lotte di classe in Francia e in Germania sono percorse come da un filo continuo dalla denunzia – consegnata alla storia perché il proletariato rivoluzionario e il suo partito ne facciano tesoro – della inevitabilità del passaggio successivo al nemico di uomini, gruppi, partiti, nei quali si rispecchiano e si prolungano gli interessi economici, la forma mentis e il bagaglio ideologico, delle classi intermedie. La grandezza dei bolscevichi sta nel fatto che, per la prima volta nella storia del movimento operaio, trasformarono questa dura lezione negativa in una forza agente, in una ragione di vittoria; accettarono, magnificamente soli la responsabilità del potere, lasciando che i morti seppellissero i morti e non esitando neppure un momento a passare sopra alle indecisioni, alle titubanze, agli scrupoli democratici, degli stessi compagni – vecchi compagni di milizia comunista – che avevano esitato davanti al «salto nel buio» dell’insurrezione di Ottobre; archiviarono come un fatto oggettivo la diserzione di molti o di pochi, e aprirono coscientemente il libro della dittatura di partito in nome della classe. La decantazione delle sane energie proletarie dalle forze spurie era avvenuta: uniclassista, la rivoluzione divenne, per necessità storica ineluttabile, unipartitica: alla testa della classe-egemone non rimase che un Partito, anch’esso egemone – sua coscienza teorica, sua volontà organizzata suo organo nelle conquiste e nell’esercizio del potere. E fu la vittoria.

Sempre legando i «salti qualitativi» dell’Ottobre alla meccanica sociale vista e riconosciuta delle esperienze della lotta proletaria sull’arena del mondo, già nel settembre 1917 Lenin scriveva: «La fine ignobile del partiti socialista-rivoluzionario non è dovuta al caso: è il risultato, più volte confermato dell’esperienza europea, della situazione economica dei piccoli proprietari, della piccola borghesia». In forza di tale riconoscimento (non russo, non locale, non contingente), il Partito guiderà da solo l’insurrezione, prenderà da solo il potere, sicuro che il moto reale delle masse non s’interpreta consultando gli stati d’animo né di partiti su cui pesa «l’inerzia storica» del mondo piccolo-borghese che le avvolge da tutte le parti, né di istituti, sia pur di origine rivoluzionaria, nel cui seno le oscillazioni, la intrinseca codardia, la «forza dell’abitudine», proprie di quel mondo si riflettono, ma anticipandolo sul «portolano» della teoria e di quelle sue incessanti conferme che sono i bilanci storici delle lotte di classe – su quella carta nautica che sola permette di prevedere il disporsi naturale delle forze di classe di fronte all’ora decisiva, di sentire quest’ora, di intervenire in essa come forza che non crea ma dirige la rivoluzione. La dirige, beninteso, ben oltre i limiti temporali della presa del potere, nella coscienza che essa è soltanto il primo atto del dramma sociale e che lo stesso nemico risolleverà la testa dopo, nel corso ben più vitale dell’esercizio del potere: che quindi il Partito, e solo un partito, sarà tanto più necessario allora. Nel 1920, restituendo al proletariato d’Occidente la lezione già ricevuta, ma grave del bilancio di tre anni di guerra civile e di dittatura comunista, Lenin ripeterà: «La dittatura del proletariato è la guerra più eroica e più implacabile della classe nuova contro un nemico più potente, contro la borghesia, la cui resistenza è decuplicata dal fatto di essere stata rovesciata (sia pure in un solo paese) e la cui potenza NON CONSISTE SOLTANTO NELLA FORZA DEL CAPITALE INTERNAZIONALE, NELLA SOLIDITA’ DEI LEGAMI INTERNAZIONALI DELLA BORGHESIA, MA ANCHE NELLA FORZA DELL’ABITUDINE, NELLA FORZA DELLA PICCOLA BORGHESIA … Chi indebolisce, sia pur di poco, la disciplina ferrea del partito, del proletariato (SOPRATTUTTO DURANTE LA DITTATURA DEL PROLETARIATO) aiuta in realtà la borghesia contro il proletariato». Aggiungerà: «La negazione del partito (e per Lenin, partito qui significa partito comunista tout court) e della disciplina di partito … equivale al COMPLETO DISARMO DEL PROLETARIATO DI FRONTE ALLA BORGHESIA. Equivale appunto a quella dispersione, a quella incostanza, a quella incapacità di essere fermi, di essere uniti, di coordinare le azioni, che sono proprie della piccola borghesia, e che rovinano inevitabilmente ogni movimento rivoluzionario se vengono trattate con indulgenza». Dittatura del proletariato è centralizzazione e disciplina, quindi dittatura del Partito. In una formula lapidaria che ha il merito di integrare quella di Lenin legando inscindibilmente la «disciplina di ferro» del Partito e ciò senza di cui – come noi della Sinistra insistemmo (e non era un punto «accademico» ma una questione di vita e di morte) – non esiste centralizzazione e non v’è disciplina, o non è di ferro, cioè la continuità programmatica e organizzativa, e l’organico coordinamento ad essa della tattica, in quanto opposte alla discontinuità teorica e pratica, all’eclettismo vacillante e all’incancrenita tendenza all’improvvisazione dei partiti «operai» influenzati dalla piccola borghesia e dalla sua intellighenzia Trotzki dirà nello stesso anno: «Solo con l’aiuto di un partito che si appoggia sul suo passato storico, che prevede teoricamente il corso dello sviluppo e tutte le sue tappe, e ne conclude (si legga attentamente: «conclude» dalla previsione teorica dello sviluppo storico, non dallo sviluppo storico passivamente subito, imprevisto, ogni volta «scoperto», ogni volta «nuovo»!) quale forma di azione in un momento dato è la giusta, solo con l’aiuto di questo partito il proletariato può liberarsi dalla NECESSITA’ DI RIPETERE LA PROPRIA STORIA, LE PROPRIE OSCILLAZIONI, LA PROPRIA INDECISIONE E I PROPRI ERRORI». (Gli insegnamenti della Comune di Parigi).

A questa forza si dovette la vittoria insurrezionale d’Ottobre, ad essa il trionfo nella guerra civile; a questa forza deve attingere la rivoluzione di domani. Essa si iscrive a lettere di fuoco nelle tavole di bronzo in cui la rivoluzione bolscevica scolpì i suoi insegnamenti legandoli in eredità ai proletari e ai militanti comunisti di tutte le generazioni e di tutti i paesi. Sulla traccia di Lenin e Trotzki, che scrivono le parole da noi riportate avendo davanti agli occhi – ben più che l’insurrezione vittoriosa, lo scioglimento dell’Assemblea Costituente e la rottura con i socialrivoluzionari di sinistra – l’intero periodo storico della guerra civile in tutte le sue agitate e sfolgoranti vicende, noi riassumeremo questo insegnamento capitale nella formula seguente: Quando la classe operaia si presenti sullo scenario politico (peggio ancora sullo scenario parlamentare, ma ciò riguarda assai meno il 1917 bolscevico) divisa tra diversi partiti, la via non passa per un potere gestito in comune da tutti insieme, ma per la violenta liquidazione successiva di tutta una collana di servitori del capitalismo in veste falsamente operaia, fino al potere totale del partito unico.

Il principio dell’egemonia del partito si legge in tutte lettere nella opera di Marx e di Engels e specialmente in quella dettata dalla lunga polemica con gli anarchici e con i bakuninisti e in difesa del Consiglio Generale della prima Internazionale. Ma la grande forza delle rivoluzioni, anche di quelle che in definitiva furono vinte, sta nel mettere in luce sempre più completa, in un rilievo sempre più aspro, i lineamenti permanenti della dottrina e del programma. Non c’è nulla di nuovo, – ma il vecchio appare carico di un gigantesco bilancio di lotte fisiche della classe operaia – nei paragrafi di quelle tesi sul ruolo del partito comunista nella rivoluzione proletaria, che, proprio al termine della sanguinosa guerra civile, nel 1920, il II Congresso dell’Internazionale fece suo: «L’internazionale Comunista respinge nel modo più deciso l’idea che il proletariato possa compiere la sua rivoluzione senza possedere un partito politico autonomo. Ogni lotta di classe è una lotta politica. Scopo di questa lotta che si trasforma inevitabilmente in guerra civile, è la conquista del potere politico. Ma il potere politico non può essere afferrato organizzato e diretto che da un partito politico … La nascita dei soviet come forma storica fondamentale nella dittatura del proletariato non sminuisce affatto il ruolo dirigente del partito comunista nella rivoluzione proletaria … Nella storia della rivoluzione russa noi abbiamo vissuto un intero periodo in cui i soviet marciavano contro il partito proletario e appoggiavano la politica degli agenti della borghesia. Lo stesso fenomeno si è potuto osservare in Germania ed è anche possibile in altri paesi. Affinché i soviet assolvano il loro compito storico, è necessaria l’assistenza di un forte partito comunista, che non si «adegui» semplicemente ai soviet, ma sia in grado di spingerli a rinnegare il loro «adeguamento» alla borghesia e alla socialdemocrazia delle guardie bianche … La classe operaia ha bisogno del partito comunista non solo fino alla conquista del potere, non solo durante la conquista del potere, ma anche dopo il passaggio del potere nelle mani della classe operaia … La necessità di un partito politico del proletariato cessa soltanto con la completa distruzione delle classi».

La rivoluzione è mondiale

Attraverso tutto l’Ottobre, questa fusione completa fra il Partito che durante la guerra aveva lottato, in nome della rivoluzione socialista mondiale, per la trasformazione della guerra imperialistica in guerra civile, e lo stupendo slancio delle masse proletarie nelle grandi concentrazioni industriali urbane, corre una profonda, inestinguibile vena di internazionalismo. Non solo per i militanti del Partito, ma per i proletari che compivano in pochi giorni e mesi, nelle vie e nelle piazze, nelle fabbriche e nei quartieri popolari la loro «educazione politica», erano realtà vivente le parole martellanti con cui Lenin e Trotzki additavano nella rivoluzione in cammino «un anello nella catena della rivoluzione internazionale» (il primo ad essersi spezzato, perché il più debole), nel potere conquistato e inflessibilmente tenuto con l’appoggio delle masse armate «un distaccamento dell’esercito internazionale del proletariato», nella Russia non più «santa» una «fortezza assediata» in attesa che «gli altri distaccamenti della rivoluzione socialista internazionale» venissero in suo «aiuto»: erano realtà vivente le parole con cui, nell’orgoglioso preambolo della «Dichiarazione dei diritti del popolo lavoratore sfruttato», la Repubblica dei Soviet si assegnava, come compito inscindibile da tutti gli altri, «la vittoria del socialismo in tutti i paesi» e la grandiosa prospettiva aperta da Lenin dalla Tribuna del III Congresso panrusso dei Soviet: «Gli avvenimenti … hanno dato a noi, classi lavoratrici e sfruttate di Russia, il ruolo di onorevole avanguardia della rivoluzione socialista internazionale, ed ora vediamo chiaramente l’ampiezza di sviluppo della rivoluzione: il russo ha cominciato (e altrove: «Chi si trova nella situazione più favorevole deve incominciare»), il tedesco, il francese, l’inglese completeranno, e il socialismo vincerà». Tutte queste che non erano tanto «parole» quanto colpi vibrati nella dura roccia di una rivoluzione conscia di dovere le sue origini e di aver tracciato il proprio destino dalla rivoluzione europea, esprimevano nella loro asciuttezza antiretorica il sentimento e la passione che armavano il braccio e mettevano in rapidissimo movimento il cervello di gigantesche masse proletarie, erano il linguaggio impersonale di una lotta di classe che mai avrebbe potuto ammettere di essere, oggi o domani, grettamente «russa» e meschinamente «nazionale», ma spalancava le finestre sul mondo, non tracciava alla splendida volontà di lotta e allo spirito di abnegazione senza limiti del proletariato insorto e vincitore nessun confine nello spazio e nel tempo, e che sentiva nel suo palpito il battito della più grande battaglia al di là delle frontiere artificiosamente segnate dalla storia. «Non siamo soli: dinnanzi a noi c’è l‘intera Europa», gridava Lenin in faccia ai titubanti, ai conciliatori, ai vili, e i proletari che si erano battuti senza tregua per nove lunghi mesi di tempesta, come si batteranno senza respiro in tre lunghi anni e mezzo di guerra civile, sapevano con lui, per istinto, forse senza aver letto il grido finale del «Manifesto», d’essere i combattenti in una guerra unica, non divisibile in parti, non «a singhiozzo» o al «contagocce»(come si direbbe oggi); e ad essa guardavano come reparti avanzati di una trincea estesa a tutto il mondo. Per quei proletari, era ovvio che, ancora una volta nelle parole di Lenin, «la nostra rivoluzione è iniziata come rivoluzione mondiale».

In aprile, dando il salutare colpo di barra al partito, Lenin aveva scritto che l’Internazionale degli «internazionalisti di fatto» «è già fondata ed agisce» anche se non esisteva ancora formalmente: essa era lì, nei proletari di Pietrogrado e di Mosca come in Liebknecht a Berlino; era in una professione di internazionalismo non verbale ma pratica e attiva, in una dedizione senza confini alla causa universale del socialismo, quando, nel drammatico svolto della pace di Brest, Lenin giustificherà con la fermezza e la sincerità che mai lo abbandoneranno la firma di un trattato pur sentito come «ignominioso», nel vivo di una situazione che poteva apparire disperata per le sorti del vittorioso Ottobre, il suo discorso batterà e ribatterà su quello che egli definisce – oh commentatori-becchini «IL PIU’ GRANDE PROBLEMA STORICO» della rivoluzione russa (e, nel contempo, la sua «più grande difficoltà»): «LA NECESSITA’ DI RISOLVERE I COMPITI INTERNAZIONALI, LA NECESSITA’ DI SUSCITARE LA RIVOLUZIONE INTERNAZIONALE, DI OPERARE IL PASSAGGIO DALLA NOSTRA RIVOLUZIONE, STRETTAMENTE NAZIONALE, ALLA RIVOLUZIONE MONDIALE». Nato come rivoluzione internazionale, l’Ottobre aveva al centro dei suoi problemi un compilo internazionale, diciamo pure un dovere – non astratto, non iscritto in un codice morale, ma sgorgante dall’internazionalità che è intrinseca alla lotta di emancipazione del proletariato, come lo è nel moto di espansione del capitalismo. Ancora una volta. «a chi molto ha dato molto si chiede», e i magnifici proletari d’Ottobre non esiteranno a dire il meglio di se stessi perché, in forza e con l’appoggio della loro lotta, «il tedesco, il francese, l’inglese», possano «completare» l’opera – essi per i quali «E’ INFINITAMENTE PIU’ DIFFICILE COMINCIARE LA RIVOLUZIONE», anche se sarà infinitamente più facile condurla a termine. Prima ancora che, con un ritardo non dipendente dalla volontà degli «artefici» noti o anonimi di Ottobre i «comunisti di diversi paesi d’Europa, America ed Asia» si riunissero a Mosca per costituire la III Internazionale, l’internazionalismo era il sangue e l’ossigeno di cui si nutriva quotidianamente la ciclopica battaglia avente per teatro l’intera immensa superficie della Russia: i «bollettini» di guerra del «fronte» delle lotte di classe europee si intrecciavano con i fiammanti comunicati di Trotzki dai mille fronti della guerra civile, e, su questi, gli operai e i contadini in armi imparavano a conoscere nel nemico un avversario mondiale. «Voi sapete – dirà Lenin all’VIII Congresso panrusso dei Soviet – fino a che punto il capitale sia UNA FORZA INTERNAZIONALE, fino a che punto le fabbriche, imprese e magazzini capitalistici più importanti sono legati tra di loro in tutto il mondo e che, di conseguenza, per batterlo definitivamente è necessaria una azione comune degli operai su scala internazionale». Nessuno, in verità, poteva saperlo meglio dell’eroico «distaccamento» russo dell’esercito rivoluzionario mondiale del proletariato: perché nessuno, nelle sue file, aveva mai potuto credere che lo scontro fra le classi avesse origini e destini diversi in tutto il mondo, e che imponesse compiti e necessità differenti sotto diversi cieli. «I proletari», essi lo sapevano per rude esperienza «non hanno patria».

Negazione del “socialismo in un solo paese”

Origini, compiti, ma anche destini comuni: potevano gli stessi uomini, lo stesso partito e gli stessi proletari, agli occhi dei quali la «rivoluzione era nata come rivoluzione internazionale» e aveva come suo «più grande problema storico» il passaggio dai limiti nazionalmente ristretti in cui si era accesa al teatro sconfinato del mondo, avere una prospettiva diversa da quella formulata da Lenin ne «Il compito principale dei nostri giorni»: «La salvezza è possibile soltanto nella via della rivoluzione socialista internazionale, nella quale siamo impegnati: il nostro compito, finché siamo soli, sta nel salvaguardare la rivoluzione, nel conservarle una certa dose di socialismo, per debole che sia, fino al momento in cui la rivoluzione scoppierà negli altri paesi e altri distaccamenti verranno alla riscossa»? Potevano essi concepire la «loro» rivoluzione altrimenti che come una «prova generale della rivoluzione proletaria mondiale», sulla quale avevano «scommesso», dalla cui vittoria attendevano il consolidamento definitivo della «propria», giacché «la rivoluzione comunista non può vincere se non come rivoluzione mondiale». (L’ABC del comunismo)? In nome della rivoluzione mondiale, o almeno europea lungamente attesa e propiziata, i bolscevichi si erano assicurati il «momento di respiro» della pace di Brest, in quella «certezza» avevano lottato contro le orde dei bianchi; «passati dalla guerra alla pace» nel 1920, non dimenticavano che «la guerra tornerà: sinché sussistono il capitalismo e il socialismo, non possiamo vivere in pace: alla fine, l’uno o l’altro deve prevalere: ci sarà messa di requiem o per la repubblica dei soviet o per l’imperialismo mondiale»; e, per uccidere l’organizzazione mondiale del capitalismo, mai avrebbero pensato che esistesse un’arma diversa dalla «diffusione della rivoluzione almeno in alcuni dei paesi più progrediti»; nessuno avrebbe messo in dubbio che «la vittoria definitiva del socialismo in un solo paese è impossibile» (III Congresso dei Soviet).

Era una condizione di vita anche solo per il mantenimento del potere politico, per la «salvaguardia della rivoluzione».Non era una frase, per Ottobre, l’internazionalismo: era una cosa sola con la VITTORIA DEL SOCIALISMO!