Un contratto nazionale a rovescia
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Nell’ultimo numero avevamo facilmente previsto che padronato e organizzazioni sindacali dei metalmeccanici avrebbero ripreso e concluso le trattative per sbloccare una situazione che minacciava di incancrenire provocando sempre più vivaci e forse incontrollabili reazioni proletarie. La previsione si è avverata a tamburo battente, tanta era per ambo le parti la fretta di uscirne.
Così, dopo otto mesi e più, l’agitazione dei metalmeccanici è stata frettolosamente liquidata. Che la santissima trinità sindacale canti vittoria è più che legittimo: quello che le stava a cuore, cioè il rafforzamento della sua rete aziendale in pieno accordo coi padroni, le è stato concesso. Gli operai pagano per il diritto dei sindacati di fornicare con le direzioni aziendali intorno al modo migliore di offrire loro la carota dei premi di produttività e degli incentivi al rendimento, affinché la mungitrice automatica di plusvalore funzioni appuntino e il bastone dei sovrintendenti negrieri si abbatta su spalle forse disposte in santa rassegnazione a tollerarlo.
Tutta la sostanza dell’accordo è reazionaria, forcaiola, negriera. La tattica di direzione degli scioperi aveva sancito lo sbriciolamento delle forze proletarie prima fra aziende private e statali, poi fra azienda e azienda privata; il contratto erige a principio, in tutte le voci, l’ ultracapitalistico principio della divisione fra proletari e della loro concorrenza reciproca. Non v’è un solo punto dell’accordo che non ripeta il ritornello: Metalmeccanici, non siete più un blocco solo di sfruttati, siete un pulviscolo di categorie divise da profonde differenziazioni di salario, di condizioni di vita, di scaglionamento gerarchico; ognuno per sé, nessuno per tutti!
Gli operai erano scesi in lotta con due aspirazioni fondamentali: un aumento generale e sostanziale del salario; una riduzione sostanziale e generale del tempo di lavoro. «Ottengono», dopo una lotta lunga e coraggiosa ma ignominiosamente diretta e conclusa dalle organizzazioni sindacali, un aumento della paga-base che non va oltre e in vari casi sta indietro il 12% ed è già assorbito dall’ aumento del costo della vita e dalle spese sostenute in un’agitazione che se impostata unitariamente, avrebbe fatto tremare tutta la società borghese italiana e strappato in pochi giorni tutto quello che i proletari volevano: soprattutto, questo aumento lo vedono differenziato per settori produttivi, giacchè è una cosa nel settore autoavio, siderurgico ed elettromeccanico, un’altra nella meccanica generale, nelle fonderie e nei cantieri, e sarà ancora diverso al 10 luglio 1964, quando un aumento dell 1% sarà applicato nel settore della meccanica generale. Il tutto, poi, assorbe i “benefici” già precedentemente concordati, malgrado i giuramenti della triade sindacale che proprio su questo punto mai si sarebbe ceduto.
Peggio ancora stanno le cose per ciò che riguarda la riduzione dell’orario di lavoro. Si era partiti (piattaforma della FIOM) dalla rivendicazione generale delle 40 ore: si è arrivati all’accettazione di una riduzione differenziata secondo i settori a 46 45 (?), 44 e 43 (massimo), da raggiungersi gradualmente entro l’1-7-1965: si è dunque di gran lunga al disotto della richiesta di partenza, si ha come faticoso traguardo di due anni meno ancora di quanto si chiedeva subito e si assiste a una piratesca differenziazione tra settore e settore, tra operaio ed operaio.
Si era parlato di parificazione fra uomini e donne: si è ottenuto il riconoscimento del principio ma la sua applicazione sarà pur essa graduale e, anche così, sfidiamo chiunque a dimostrarci che, a parità di mansioni effettive, operai ed operaie saranno posti sullo stesso livello. Analogamente per il rapporto giovani-anziani: esso sarà equiparato a gradi per le leve operaie dai 18 ai 20 anni, non per quelle al disotto dei 18.
Bastavano queste infami divisioni, questi incitamenti alla concorrenza reciproca fra operai? Ohibò! Già divisi in settori con salari e tempi di lavoro diversi, i metalmeccanici si vedono anche spezzettati gradualmente (il gradualismo è uno degli aspetti di questo contratto capestro) in sei categorie, che poi diventeranno 5; ed è vero che prima erano sette, ma il rapporto fra la remunerazione del manovale al gradino più basso della gerarchia e quella dell’operaio al gradina più alto ora peggiorato a danno del primo; si passa da 100 per il manovale comune a 101-106, 0-118-132 (si noti il salto finale: entrare nell’aristocrazia operaia non è da tutti!) per le categorie che gli stanno sopra;
il parametro diventa poi 140 per gli “intermedi” di 2a categoria e 190 per quelli di 1a (avremo dunque una divisione in piccola e grande “nobiltà” – specializzati e intermedi-, senza contare gli operai che passano nella categoria impiegatizia e d’ora in poi circoleranno in colletto duro, anche fisicamente, nella fabbrica).
Naturalmente, a questa miseranda realtà fa da contorno il prezzemolo dei premi aziendali e dei cottimi. Ma, a parte il fatto che queste variabili della remunerazione del lavoro rappresentano degli strumenti assassini di supersfruttamento dei salariati ad opera del capitale, si tratta di “benefici” anche qui differenziati: così, i premi legati all’andamento produttivo comportano percentuali variabili a seconda delle dimensioni delle aziende, ed è ovvio che le percentuali varieranno ulteriormente, rispetto alla formula del contratto nazionale, a seconda delle situazioni contingenti e delle fornicazioni tra «sindacato nell’azienda » e padrone dell’ azienda; per i cottimi, liberi i sindacati di contrattarli aziendalmente – ennesima differenziazione in vista! Due scatti di anzianità sono riconosciuti agli operai; ma il divario rispetto agli impiegati cresce anche qui in forza della rivalutazione al 50% degli scatti concordati per questi ultimi. Il lavoro straordinario è ammesso; le percentuali di maggiorazione, che in origine dovevano toccare almeno il 50% oltre le 44 ore sono state aumentate genericamente dell’8-10%.
Di fronte a questo ginepraio, che porta allo spasimo la frammentazione di tutta una categoria operaia di enorme peso numerico e, come si è visto in questi mesi, di alto potenziale combattivo, e che rende impossibile all’operaio medio non diciamo di ritenersi soddisfatto, ma neppure di fare il conto spicciolo di come potrà combinare il pranzo con la cena oggi fra sei mesi, fra due anni (ogni proletario dovrà arruolare al suo servizio una calcolatrice elettronica, o mettersi nelle mani di un ragioniere, per capire che cosa effettivamente dovrebbe venirgli in tasca e che cosa non gli verrà), sta il grande “successo” di sindacati che saranno chiamati al tavolo verde di ogni singola azienda per fare i conticini di ciò che si dovrà graziosamente distribuire alle maestranze in rapporto all’ “andamento produttivo” e in contropartita dei servizi resi a Sua Maestà, e che coccolati dal padrone come si coccolano i deputati e i senatori, diventeranno sempre più i leccapiedi non solo della Confindustria, ma delle sue rappresentanze locali e aziendali.
E’ un contratto nazionale alla rovescia: basato sullo spezzettamento in mille categorie e sottocategorie, in mille situazioni contingenti e imprevedibili, in mille « casi concreti », in mille trappole a danno di chi lavora e a svantaggio di chi sfrutta. E’ questo il contratto “moderno” dei supersindacati del supertradimento!