Situazione di guerra e situazione rivoluzionaria
Categorie: Antifascism, Capitalist Wars, Popular Front
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Nell’articolo di fondo del numero precedente, ci siamo preoccupati di mettere in evidenza un punto seguente: quando le armi intervengono al posto delle prigioni, delle deportazioni, le forme normali dunque della repressione come anche della cornice parlamentare ed elettorale, quando dunque una situazione di guerra si apre, la barricata politica che separa la frontiera del capitalismo da quella del proletariato è quella che oppone irriducibilmente INTERVENTISTI e DISFATTISTI. L’essenziale per la difesa del regime capitalista è la guerra. Che vi si partecipi in nome della democrazia, del Fronte Popolare, dell’anarchismo, del “comunismo di sinistra”, questo ha importanza solamente per attenuare o corrompere il proletariato, giacché sono utili tutti i colori della gamma e ci vuole il rosa democratico, come lo scarlatto “comunista”, ma il tutto è che si vada alla guerra ed è per questo che si deve tenere per ferma questa direttiva: la sorgente della ripresa della lotta proletaria si trova unicamente nell’opposizione alla guerra, nella sua negazione, nell’azione che tende alla disfatta del PROPRIO esercito, quello che ha per conseguenza, lo scoppio di analoghi movimenti nell’altro settore del capitalismo. Applicare questa direttiva agli avvenimenti spagnuoli, significa che è nel campo dove un’azione cosciente di disfattismo rivoluzionario si svilupperà per primo che si avrà altresì una ripresa del movimento proletario. Nel campo delle prospettive – basandoci sulle esperienze della guerra del 1914-18, è dunque da considerare che, come allora i movimenti rivoluzionari provennero dai paesi dittatoriali, ancora stavolta avremo le prime ondate di ripresa proletaria, non nel campo “antifascista”, ma nel campo di Franco.
Per quanto il dovere nostro e di tutti i proletari è di portarci al soccorso di tutte le vittime della guerra imperialista ed in primissimo luogo di quelle che il capitalismo imprigiona, occorre dunque non commettere l’errore di considerare che i nuclei di proletari i quali oggi sono nelle prigioni di Valencia o di Barcellona perché resistono alla municipalizzazione (forma ipocrita ed antifascista di dissimulare l’attacco governativo alle imprese socializzate), che questi nuclei possano rappresentare la base di raggruppamento del proletariato e del partito di domani. Noi non potremo considerare che il fosco orizzonte attuale del massacro proletario in Spagna ed in Cina, si sarà infine squarciato che quando sentiremo le prime voci proletarie affermare: è la disfatta militare del nostro esercito (che esso sia del Mikado o di Chang-Kai-Shek, di Franco o di Miaja) che rappresenta la via che ci ricondurrà alla salvezza.
Come si vede, nel caso estremamente probabile in cui gli avvenimenti del 1914-18 si riprodurranno, i feroci interventisti che erano partiti (ma che soprattutto avevano applaudito alla partenza degli altri) sotto la bandiera della guerra contro il fascismo, giacché questa guerra era rivoluzionaria, vedranno che è proprio nell’altro campo che si verificheranno i primi movimenti rivoluzionari. Ed allora probabilmente intenderemo qualcuno dire: ma gli avvenimenti confermano quanto avevamo previsto, in effetti le pallottole repubblicane se hanno ucciso delle migliaia di sfruttati, di fascisti, hanno tuttavia risvegliato la coscienza di classe di quei proletari. A questo titolo non è Lenin che ha preparato, con le direttive politiche dei bolscevichi, la rivoluzione in Russia, ma Poincaré, Bethmann-Hollweg, Salandra e Lloyd George.
Ma vorremmo oggi mettere in evidenza un altro problema che gli avvenimenti sembrano confermare con sempre maggiore chiarezza. Se è vero che nell’ordine politico rivoluzione o guerra si oppongono a tale punto che ogni forma di ricollegamento alla guerra è una forma di opposizione violenta alla rivoluzione e viceversa, non è però vero che, nell’ordine del tempo, situazione di guerra o situazione rivoluzionaria si oppongano irrimediabilmente. Che cioè, quando una situazione di guerra è scoppiata, sia da escludere il significato di classe di tutti i movimenti proletari. Più precisamente: che tutte le agitazioni sociali sviluppantesi in una situazione di guerra rappresentano altrettante fasi di quest’ultima e si oppongano tutte e necessariamente alla lotta per la rivoluzione comunista.
Prendiamo l’esempio della Francia. Si può con un espediente teorico dire: gli scioperi del giugno 1936, tutti gli altri che si sono sviluppati fino al dicembre 1937 – gli altri che dovessero sopravvenire, poiché erano diretti dal Fronte Popolare che deteneva la direzione del governo, e poiché si concludevano sull’altare della collaborazione di classe e dell’Unione Sacra per la guerra antifascista in Spagna, tutti questi movimenti non hanno nessun carattere di classe. Poiché l’essenziale, il punto centrale della situazione è la guerra, ne risulta che poiché questi movimenti si dirigono verso la continuazione della guerra, e non verso la sua negazione, essi non possono essere considerati che delle manovre del capitalismo, una sorta di concessione che fa la borghesia al proletariato per ottenere in contropartita la sua adesione alla guerra.
Quest’espediente teorico ci porterebbe al di fuori del marxismo ed in definitiva porterebbe altresì al di fuori del campo specifico della lotta proletaria.
L’opposizione di classe non è quella delle bandiere politiche, ma quella degli interessi antagonisti inconciliabili. Quando il Fronte Popolare innesta la bandiera rossa sull’Eliseo (non l’ha fatto ma potrebbe anche arrivarci), non cambia la natura di classe di questo fortilizio capitalista. Analogamente, quando i centristi riescono a canalizzare gli scioperi verso la campagna della “Francia ai francesi”, della mano tesa, dell’appoggio alla Spagna repubblicana, ecc., non riescono per questo a dare un significato capitalista agli scioperi. Il carattere di questi ultimi resta di classe e si tratta qui di una caratteristica INALTERABILE di classe.
Le forme estreme prese dal movimento operaio negli ultimi due anni partecipano della tensione estrema degli avvenimenti. In una situazione accesa, quando si svolge il macello in Spagna ed in Cina, le forme della lotta di classe negli altri paesi arrivano ad un’espressione ultima, se non dal punto di vista politico, per quanto concerne i mezzi impiegati. D’altronde le occupazioni delle officine non sono un fenomeno esclusivamente francese, ma internazionale. Se ne sono avuti episodi negli Stati Uniti, in Belgio, e persino nell’olimpica Inghilterra.
Vi è quindi confluenza fra i caratteri estremi della situazione internazionale (guerra) ed i metodi cui fa ricorso l’azione del proletariato (occupazione delle fabbriche). Per dei marxisti è indiscutibile che, dal momento in cui si attenta al profitto capitalista, dal momento in cui dunque si lotta per l’aumento dei salari, per le 40 ore, per i congedi pagati, si lotta per il proletariato e non per il capitalismo, anche se a dirigere questi movimenti si trovano i portavoce dei mercanti di cannoni: i socialisti ed i centristi, in combutta o separatamente.
La forma estrema dei movimenti operai si spiega dunque per rapporto al clima politico in cui viviamo e che si riassume nella lotta fra la risposta borghese alla situazione (la guerra) e la risposta proletaria a questa stessa situazione (la rivoluzione). Assistiamo dunque a dei fenomeni che, a prima vista, sembrerebbero paradossali, che cioè dei movimenti obiettivamente rivoluzionari, come l’occupazione delle fabbriche, possano essere diretti verso la forma specifica del massacro del proletariato e cioè verso l’appoggio all’armamento della Francia ed alla guerra di Spagna e di Cina.
Ma il paradosso non è che apparente. Non si liquida una situazione come quella del 1936, 1937 in Francia con i piccoli procedimenti delle trattative presso il prefetto, od il ministro del lavoro. Per fare fronte a questi movimenti il diversivo deve essere di una portata molto maggiore e, che Blum e Faure lo vogliano o no, si deve fare ricorso agli stupefacenti della mobilitazione per la guerra, come lo dicono apertamente Thorez, Cachin e Zyromski.
La convulsione internazionale attuale ed il fatto che il capitalismo abbia dovuto fare ricorso alle forme ultime delle sue manovre, ci permettono anche di comprendere che la zona elevatissima sulla quale i proletari sono oggi costretti a fare la loro esperienza, non può concludersi che attraverso la manifestazione definitiva della coscienza proletaria: attraverso cioè la lotta insurrezionale per la distruzione dello stato capitalista. È inutile ripetere quanto abbiamo già detto numerose volte nel corso anche di quest’articolo: le forme più compiute di questa lotta avverranno nei paesi dove il capitalismo non ha potuto limitarsi ai buoni uffici dei traditori centristi e fascisti, ma ha dovuto fare ricorso alle forme del terrore fascista. Quello che ci interessa mettere in evidenza, in quest’articolo, è che il carattere di classe dei movimenti attuali non può essere negato in considerazione del successo ottenuto dai guerrafondai.
Per concludere. L’antagonismo fra capitalismo e proletariato si manifesta sempre nel campo economico ed il dovere dei comunisti è di partecipare a tutte le lotte rivendicative. Dal punto di vista politico, questo stesso antagonismo si manifesta unicamente: nell’opposizione: INTERVENTISMO-DISFATTISMO. Il dovere dei comunisti è di combattere accanitamente nelle organizzazioni sindacali per:
1º spingere i proletari alla rivolta contro TUTTE le formazioni dirigenti (centrali, periferiche, sindacali, corporative od altre) che sono altrettanti anelli della macchina capitalista funzionante a pieno rendimento per la guerra imperialista. Questa ci sembra essere l’espressione del disfattismo rivoluzionario per i paesi dove non esiste la guerra militare.
2º incoraggiare ogni movimento rivendicativo dei proletari, perché esso obiettivamente si oppone al girone della guerra imperialista, allarmando i proletari sul fatto, chiaramente messo in evidenza dagli avvenimenti del 1937 soprattutto in Francia, che la vittoria anche rivendicativa, non è possibile che alla condizione di fare, dell’agitazione, un momento della lotta contro la guerra imperialista e per la sua trasformazione in guerra civile.
In una parola, in una situazione in cui ogni giorno, ogni linea dei giornali che avvelenano i proletari, fa parte della manovra tragica del capitalismo per il loro massacro IN ATTO nella guerra, il dovere dei comunisti è di giammai, sotto alcun pretesto ricollegarsi con forze, anche di base, di quest’infame meccanismo, è di portare alla sua logica conseguenza la lotta originata dal contrasto economico; il disfattismo militare e politico dove esiste la guerra, il disfattismo politico, negli altri paesi.