L’AZIONE DEL PARTITO COMUNISTA D’ITALIA Sezione della III Internazionale nel movimento sindacale e nella classe operaia (pt. 2)
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Norme per la costituzione e organizzazione dei Gruppi Comunisti
(Il Comunista N. 46 del 21-7-1921)
Il 1921, anno primo del Partito Comunista, fu fervido di lavoro per l’affasciamento delle forze comuniste e per la formidabile azione esplicata in seno alle masse. Si procedeva da un lato alla emanazione dell’indirizzo politico generale, e contemporaneamente si cercava di tessere la rete dei comunisti tra le masse proletarie per legarle all’azione del Partito. Le «Norme» sono un ennesimo attestato che la Sinistra Comunista non è un’accolta di studiosi e pensatori, ma una compagine di rivoluzionari di battaglia all’avanguardia del proletariato.
Molte sezioni e federazioni comuniste hanno richiesto che l’Esecutivo Sindacale emani norme precise per la organizzazione dei Gruppi Comunisti. La richiesta, opportuna, è stata presa in considerazione da questo comitato che stabilì con il presente comunicato le disposizioni complete per la formazione dei Gruppi Comunisti alle quali dovranno rigidamente attenersi tutte le sezioni del Partito. Vogliamo sperare che tutti i compagni, compresa la grande importanza che la nostra opera di penetrazione assume nei sindacati.
Ed ecco le norme per la costituzione e la organizzazione di essi:
1) In tutte le località la sezione comunista provvederà ad avere compagni iscritti al Partito e alla Federazione Giovanile che lavorino presso uno stesso locale, ufficio o azienda industriale o agricola, e costituire fra essi un centro di lavoro. Questo dev’essere composto di almeno tre soci; ove gli iscritti al partito non raggiungano questo numero, non si potrà logicamente costituire il Gruppo. Questo si dovrà comporre, come detto, di soli iscritti al Partito. Potranno però aderirvi i simpatizzanti, dei quali dovrà essere tenuto un elenco separato; essi assumeranno la qualifica di soci simpatizzanti.
I gruppi comunisti vanno costituiti anche in seno alle Leghe di mestiere, sindacati, cooperative di lavoro, di consumo, agricole ecc. Anche qui si dovrà procedere come detto più sopra. Avverrà così che singoli compagni si troveranno ad essere soci di due o più gruppi. Sarà tanto di guadagnato in quanto essi potranno svolgere la loro attività tanto nella propria azienda come nelle organizzazioni sindacali ed economiche.
Per tutti i gruppi comunisti obbligatorio è l’acquisto del solo contrassegno di adesione alla Internazionale dei Sindacati Rossi. È lasciata facoltà ai gruppi di imporre un contributo ai propri aderenti, sia pure in misura minima. I fondi che eventualmente verranno raccolti con questi contributi sono esclusivamente dedicati alle spese di organizzazione interna e di propaganda.
2) I gruppi comunisti devono indirizzare la loro attività all’opera di propaganda nella massa organizzata e non, svolgendo opera di collegamento fra il Partito e gli operai, divulgando in mezzo ad essi le principali deliberazioni e manifestazioni di ordine politico e sindacale del Partito Comunista, in modo che queste giungano subito a conoscenza di tutti coloro ai quali interessano. In una parola, il Gruppo comunista deve essere la lunga mano del Partito nella fabbrica, nella Lega, nella cooperativa, nel circolo, ecc.
Speciale cura hanno da seguire i Gruppi comunisti costituiti in seno alle Leghe di mestiere. Laddove i nostri compagni sono in maggioranza essi devono operare per divenire dirigenti sia inducendo i disorganizzati ad organizzarsi in modo da rafforzare la lega, sia riaffermando continuamente nelle assemblee e nelle riunioni i principi e le idee comuniste in modo da trasformare la lega in uno strumento di lotta di classe.
3) Ogni gruppo dovrà eleggere nel proprio seno un comitato composto di tre o cinque membri, a seconda del numero dei soci, che saranno scelti esclusivamente fra gli iscritti al Partito. Il Comitato del Gruppo dovrà poi scegliere un proprio fiduciario che entrerà a far parte del Comitato Sindacale comunista locale, il quale sarà composto, come si è detto, dai fiduciari dei Gruppi. Anche il Comitato Sindacale comunista si eleggerà il proprio organo direttivo. In quest’ultimo entrerà di diritto un membro appositamente designato dall’Esecutivo della Sezione comunista. Il Comitato Sindacale ha il mandato di curare l’affiatamento tra i singoli gruppi disciplinandone l’azione e curandone lo sviluppo. Esso dovrà tenere continuamente aggiornato un elenco dei gruppi costituiti e del numero dei soci aderenti; si dovrà tenere in continuo contatto con l’Esecutivo centrale sindacale, informandolo della situazione locale dei gruppi, dei loro bisogni e delle opere compiute. I Comitati Sindacali dovranno poi provvedere alle vendite dei contrassegni di adesione alla Internazionale dei Sindacati Rossi diffondendoli, attraverso i Gruppi, nella massa lavoratrice.
I Comitati delle Federazioni provinciali dovranno per conto loro curare e controllare l’azione dei Comitati Sindacali locali. L’Esecutivo Sindacale, con sede a Roma, coordinerà nazionalmente tra i Gruppi comunisti della stessa industria e darà un movimento nazionale. Questi comitati, dei quali in questi giorni è stato costituito il primo tra i lavoratori panettieri, avranno il compito di disciplinare nazionalmente le forze comuniste onde organizzarle per una unica azione nell’interno delle singole organizzazioni nazionali.
Crediamo di aver dato sufficienti e chiare norme per la costituzione e organizzazione dei gruppi comunisti. Ad ogni modo, i singoli compagni, le Sezioni e le Federazioni, si rivolgano, ove lo ritengano necessario, al Comitato Esecutivo Sindacale che darà tutti gli schiarimenti e le delucidazioni richieste. Ed ora, con fede e con maggior entusiasmo al lavoro per la vittoria nostra, per la vittoria del comunismo!
Il Comitato Esecutivo Sindacale
Direttive sindacali
(Il Comunista N. 47 del 7-8-1921)
La lotta che il Partito conduce contro l’opportunismo e alla quale deve partecipare tutto il proletariato si basa su un programma di azione pratica comprendente tutte le questioni che interessano le contingenze e le finalità del movimento operaio.
Il Partito si presenta così, nel campo anche dell’attività economica e rivendicativa, e nelle questioni organizzative sindacali del proletariato, come la guida della classe, e non come si era soliti fare nel partito socialista dove gli organi sindacali, parlamentari e politici elaboravano piattaforme «autonome» e non si presentavano come strumenti del partito, ma al contrario consideravano il partito come un ausiliario. Il Partito, quindi, lancia direttive che non possono essere definite sindacali, ma che in realtà si propongono sempre la questione fondamentale e generale della lotta contro il duplice nemico della rivoluzione, l’opportunismo e il capitalismo.
Punto 1) Situazione internazionale sindacale.
La sistemazione del movimento operaio italiano nei quadri internazionali a cui il partito comunista fin dal suo sorgere ha dedicato la massima attenzione, non è raggiunta ancora né si può dire che si siano fatti grandi passi con i congressi della Confederazione del Lavoro e del Sindacato Ferrovieri. Tutti i grandi organi proletari italiani non hanno ancora presa posizione chiara di fronte al dilemma: Mosca o Amsterdam? In seguito ai risultati del Congresso Internazionale dei Sindacati rossi si terranno immancabilmente in Italia i congressi nazionali della Confederazione, dell’Unione Sindacale, del Sindacato Ferrovieri e tutti questi organismi definiranno la loro posizione sulla base di chiare direttive rivoluzionarie. Il partito comunista che conosce le decisioni del congresso sindacale internazionale e la tattica da esso adottata nella materia sindacale e compendiata nell’appello lanciato a tempo addietro per la unificazione delle organizzazioni operaie italiane. Definita la sua posizione sindacale, il partito comunista convocherà un convegno sindacale per delimitare il suo lavoro per la questione internazionale e rivolgerà alle masse la sua parola circa l’atteggiamento da tenere degli organismi operai nazionali.
Punto 2) L’offensiva dei dirigenti confederali contro i comunisti.
Il partito comunista deve però dire la sua parola ai lavoratori nei quali i suoi membri che militano nelle organizzazioni economiche su vari problemi importantissimi di ordine attuale; la direttiva più importante riguarda l’organizzazione italiana; la Confederazione Generale del Lavoro, nella quale si sviluppa la forte e combattiva opposizione agli indirizzi dei dirigenti.
Nella recente riunione del Comitato del Consiglio della Confederazione è stata adottata una deliberazione che prelude all’inizio in Italia di quella campagna che i dirigenti sindacali dominati dal riformismo hanno attuato in molti altri paesi, contro i comunisti. Il rimedio è il lavoro nell’interno contro questi capi, costoro minacciano di attuare la scissione operaia espellendo i comunisti dalle organizzazioni. Il Comitato Esecutivo confederale ha avuto i poteri di attuare queste espulsioni di organizzazioni e di sezioni dall’organismo confederale.
Il chiaro obiettivo dei mandatari della Confederazione, i quali si accorgono come la nostra influenza si estende su ogni terreno ogni giorno e prepari la liberazione del proletariato dalla loro influenza addormentatrice, è di sabotare la formazione di una maggioranza comunista nelle loro file.
Il partito comunista raccoglie la sfida lanciatagli in tal modo dai peggiori nemici della classe proletaria. Esso anzi conferma pienamente e incondizionatamente, anche di fronte alla situazione creata dal deliberato confederale, la sua parola d’ordine di rimanere nella Confederazione, e lavorarvi per trarre tutte le organizzazioni dalla parte della sinistra; e tale direttiva è chiara e di facile traduzione pratica a tutti i compagni che dall’incresciosa minaccia dei bonzi non devono lasciarsi intimidire. I compagni non se ne vanno e non se ne andranno dalle file delle organizzazioni confederali. Essi dichiarano arbitrario ogni atto tendente ad escludere dalle file chi non viola la disciplina specifica nella lotta contro i capitalisti, ma chi agisce secondo le direttive e i metodi di politica proletaria. Se qualcuno deve essere eliminato dalle file dell’organizzazione, è colui che rinnega nel fatto il principio della lotta di classe, costui va appunto cercato tra coloro che hanno fatto votare quel deliberato di cui la stampa capitalista e reazionaria è così soddisfatta.
Il partito comunista ordina che i suoi aderenti lotteranno con tutti i mezzi contro quello che deve essere ritenuto un atto arbitrario e un tentativo di sopraffazione, cioè contro lo sfratto dalle file della organizzazione di fedeli compagni di lavoro.
Ogni tentativo in questo senso verrà dai nostri compagni combattuto evitando ogni possibile compromesso che potrebbe stabilire il precedente delle imposizioni dirigenti confederali, come convocazioni di congressi, analisi di risoluzioni, ecc.
Se l’espulso è un organizzato, tutti i comunisti organizzati lo sosterranno, esigendo che l’espulsione si discuta nell’assemblea della Lega e boicottando ogni adunanza da cui lo si escluda, con tutti i mezzi possibili.
Se l’espulso è un organizzatore, sia esso un funzionario locale o delle federazioni nazionali, i compagni organizzati di quella circoscrizione in nessun modo riconosceranno l’autorità della organizzazione locale, proporranno che l’organizzatore sia riconfermato ed in caso contrario attueranno il boicottaggio in tutte le forme possibili.
Se si scioglie un’intera organizzazione locale, essa si rifiuterà con tutti i mezzi di evacuare i locali sociali e, insieme alle altre organizzazioni locali, boicotterà la partecipazione a tutte le riunioni e assemblee a cui ha diritto di rappresentanza, a pena di boicottaggio in tutte le forme di dette adunanze.
Altre misure possono essere di volta in volta indicate dai comitati sindacali comunisti. La massima pubblicità sarà data dalla stampa del Partito agli episodi di questa lotta e ai lavoratori saranno denunciate le gesta reazionarie dei capi sindacali su questo terreno.
Punto 3) La politica di «pacificazione» dei dirigenti confederali.
I comunisti restano nella Confederazione, e ci restano per esercitare a fondo la loro funzione di spietata critica alla politica dei dirigenti. Nessuna occasione deve essere trascurata per invitare le masse a disapprovare le trattative e gli accordi con i fascisti, che per i comunisti hanno valore di tradimento della causa proletaria. Dovunque gli organizzati e organizzatori comunisti dichiareranno e spiegheranno chiaramente che la Confederazione del Lavoro non può e non deve disciplinarmente impegnare i suoi iscritti a direttive di ordine politico che potrebbero risultare dalle sue intese con coloro che finora hanno impunemente posto a a sacco le sedi proletarie. Se la Confederazione è alleata al Partito socialista lasci a quest’ultimo la cura di dirigere in questo campo l’attività di quegli organizzati che sono gli iscritti o simpatizzanti socialisti. In realtà i dirigenti confederali, che nell’ultima loro riunione si sono espressamente occupati perfino della politica parlamentare, sono divenuti i dittatori dello stesso Partito socialista, che stanno trasformando in un partito laburista legato alla loro politica di collaborazione, e di corporativismo. I comunisti che restano nella Confederazione vi stanno per spezzare questa politica rovinosa e per liberare le masse da questa dittatura controrivoluzionaria, lavorando alla penetrazione dello spirito comunista nei sindacati. Mal grado gli atteggiamenti dei dirigenti confederali, i comunisti contano sull’ausilio dei lavoratori organizzati nella lotta aperta contro le bande della reazione. Questa parola deve essere portata in tutte le adunanze proletarie.
Punto 4) Crisi economica e disoccupazione.
Una direttiva unica deve essere data alla propaganda e all’azione dei comunisti in questo campo. La critica più aspra deve essere opposta all’indirizzo seguito in materia dagli organi confederali e dev’essere denunciata la loro acquiescenza alle imposizioni dei capitalisti. La chiusura delle aziende, la insufficienza delle provvidenze governative in materia di disoccupazione e di concessione di opere pubbliche, l’illusoria speranza di utilizzare l’antico strumento di Stato per via collaborazionista, come propongono i dirigenti confederali, l’arrendevolezza di questi all’offensiva di sfruttamento capitalista.
E’ importante dimostrare che i dirigenti confederali, con tale politica, mentre nulla realizzano di concretamente utile alle masse, pongono la loro tesi collaborazionista e pacifista non solo aldi
sopra dell’interesse della rivoluzione zione, ma anche contro gli interessi immediati dei lavoratori, rinunziando, per non turbare le loro manovre e intese politiche con gruppi borghesi, all’impiego della forza sindacale del proletariato – per la battaglia contro l’offensiva padronale che potrebbe venire ingaggiata quando si fosse veramente deciso a spingerla a fondo, sul terreno politico. Questo sarà possibile solo sloggiando i disfattisti dalla dirigenza delle masse proletarie organizzate e questi argomenti devono venire impiegati per attrarre i più lar ghi strati dei lavoratori nella lotta contro i dirigenti sindacali.
Per la questione dei disoccupati, il Partito lancerà fra breve un apposito manifesto.
Dal nostro punto di vista questa questione diviene questione squisitamente politica. Si deve svolgere la critica dei palliativi che propongono i riformisti. Lo stato borghese a cui si rivolgono non riesce a tempo a porre rimedio alla tragica situazione delle folle dei disoccupati se non con misure inefficaci e aventi carattere di beneficenza.
Dal punto di vista di classe una sola rivendicazione può essere agitata, il principio della sostituzione del sussidio con la corresponsione dell’intero salario al disoccupato in ragione del numero dei componenti della famiglia. Questo, che rappresenta uno stadio elementare verso l’economia socialista, è in contrasto con la potenza del potere borghese, ma prelude ad una realizzazione socialista sulla base dell’obbligo sociale del lavoro.
Punto 5) Tattica nelle agitazioni economiche.
I riformisti sono soliti avvalersi di un argomento specioso contro i nostri compagni che lavorano nei sindacati: quello che noi non abbiamo la possibilità di fare, e non faremmo in realtà, nei conflitti economici niente di diverso da essi. Bisogna rispondere che i comunisti non disdegnano di ottenere le conquiste contingenti della organizzazione sindacale nel campo della contrattazione delle condizioni di lavoro; che non escludono che per ragioni tattiche si possa risolvere di volta in volta di accettare le proposte dei padroni, di spingere ad oltranza o moderare ad un certo limite gli scioperi. Quello che li distingue dai riformisti e dai socialdemocratici è la propaganda rivoluzionaria che essi sanno esplicare da ogni episodio della lotta economica, il costante orientamento della coscienza della massa di lavoratori verso fini politici e di classe. I comunisti devono provare che cosa significhi il fatto che i grandi centri della rete dell’organizzazione proletaria siano in mano ad amici larvati della borghesia e della reazione, che considerano il massimo pericolo l’allargarsi delle agitazioni e il coinvolgimento di tutta la vita sociale e politica del paese, e legano le mani ai lavoratori anche quando questi seguirebbero le direttive comuniste. I comunisti sanno di non poter realizzare i loro scopi se le grandi masse sono ancora dominate dall’influenza di capi sindacali opportunisti, e considerano al primo piano della loro lotta rivoluzionaria la conquista di posizioni dirigenti, per strappare le masse dal controllo della borghesia.
Tutta l’attività sindacale dei comunisti si basa su questa constatazione: che nell’epoca attuale di crisi convulsionaria del regime borghese è impossibile il semplice miglioramento delle condizioni operaie che si illudono di ottenere i sindacalisti che si vantano di essere apolitici, e che diviene più difficile man mano che la crisi si inasprisce. Per questo il vecchio concetto di sindacalismo è fallito.
I sindacati devono quindi divenire le falangi dell’esercito rivoluzionario imbevendosi dello spirito politico comunista, e lottare inquadrati dal partito di classe per la conquista del potere e la realizzazione della dittatura proletaria.
Il Comitato Esecutivo
Il Comitato Sindacale
Per la difesa e la riscossa proletaria contro l’offensiva borghese
(Il Comunista, 21 Agosto 1921)
Coerentemente a tutta l’azione data alla sua battaglia nel campo dell’azione economica e nei confronti dell’organizzazione sindacale, il 14 agosto 1921 il P.C. d’Italia lancia ai tre grandi organismi che abbracciano l’enorme maggioranza dei lavoratori italiani la sua proposta di azione generale di classe del
proletariato organizzato per la difesa e la riscossa contro l’offensiva borghese, elevando a questioni di principio, da difendere come una invalicabile trincea, le rivendicazioni che interessano tutte le categorie operaie. L’appello si scontrerà nella resistenza di tutte e tre le organizzazioni, ma diverra’ la bandiera non solo del Partito ma di masse sempre più influenzate da esso, e lo stesso evolversi della situazione imporra’ di rispondervi, in modo tuttavia imperfetto ed incompleto, con l’Alleanza del Lavoro, nel febbraio dell’anno dopo.
LAVORATORI ITALIANI!
Comitato sindacale comunista
Alla Confederazione generale del lavoro,
All’Unione sindacale italiana,
Ai Sindacatori italiani.
A nome degli operai comunisti e simpatizzanti per le direttive comuniste, che militano in organizzazioni sindacali italiane, vi facciamo presente una proposta formale per un’azione di classe diretta a fronteggiare l’attuale situazione politica.
Le conquiste dai lavoratori italiani con la forza della loro organizzazione e attraverso memorabili battaglie sono poste in pericolo dall’atteggiamento delle classi borghesi capitalistiche.
Mentre infierisce la disoccupazione e continua a rovesciare sul lastrico migliaia di lavoratori che contribuirono ai favolosi guadagni realizzati negli ultimi anni dalla classe padronale, si delinea l’attacco anche alle condizioni di lavoro conquistate dal proletariato: al livello dei salari, alla durata del lavoro, ai rapporti disciplinari con i padroni.
In tali condizioni, le azioni dei gruppi isolati sono destinate a certa sconfitta; non conducono che ad offrire l’occasione all’avversario, e, con questo, a rendere nullo il valore dei risultati conseguiti in lotte precedenti, sia fortificando le posizioni di resistenza della classe nemica, sia disgregando le file della nostra organizzazione professionale e degli aggruppamenti locali.
Per evitare – ed ogni altra via non vi è come sbocco se non la sconfitta e la disorganizzazione – non ci si deve limitare all’orizzonte delle rivendicazioni contingenti e particolari, ma si devono stabilire i caposaldi di un’azione generale del proletariato e prendere posizioni precise di principio, abbandonando l’inizio di compromessi.
Quindi le grandi organizzazioni proletarie che sono sul terreno della lotta di classe, devono impostare una battaglia generale proletaria che porti le questioni che interessano oggi realmente tutte le categorie dei lavoratori sul terreno della organizzazione sindacale a principio, e che concluda alla creazione di un fronte unico su tali punti come premessa di una battaglia da condurre con una varietà di mezzi.
I punti precisi che la classe operaia non deve chiedere ma difendere sono, secondo le nostre proposte, i seguenti:
a) otto ore di lavoro;
b) rispetto dei concordati vigenti e dell’attuale valore globale dei salari;
c) rispetto dei patti colonici per i piccoli agricoltori;
d) assicurazione dell’assistenza per i lavoratori licenziati e le loro famiglie attraverso la corresponsione di un indennizzo proporzionato al costo della vita e al numero dei componenti della famiglia, tendendo a raggiungere il livello dell’integrale salario per una famiglia operaia gravando gli oneri sulla classe industriale per una quota parte dei salari, e per il resto sullo Stato;
e) integrità del diritto di organizzazione e riconoscimento di questa.
Elevare questi punti a questioni di principio significa proclamare lo sciopero generale nazionale di tutte le categorie degli operai e dei contadini, su un fronte dell’organizzazione di classe, per qualsiasi categoria o in una qualsiasi zona le classi padronali attaccheranno le posizioni raggiunte dai lavoratori sui detti caposaldi.
Le organizzazioni nazionali del proletariato italiano da noi invitate, in nome della causa proletaria, ad esaminare la nostra proposta ed accordare il loro consenso, consultino a tale scopo i loro consigli nazionali.
Noi chiediamo che questi discutano la presente comunicazione, e – qualora la approvino – nominino immediatamente una commissione d’intesa per un comitato di preparazione che possa essere costituito dalle tre organizzazioni sindacali.
L’importanza della nostra proposta non ha bisogno di altri argomenti. Il dilazionarne l’attuazione non può che aggravare la lotta e ritardarla in condizioni più difficili per le organizzazioni.
Il proletariato è minacciato dalla miseria, dalla servitù, dall’ abbrutimento, dalla fame.
Dovrà esso assistere al dissolversi lento dei suoi organismi di battaglia senza saggiare le sue forze formidabili per impedire il tetro avvenire che lo attende, nel momento in cui nemmeno la stessa classe padronale governante sa quali prospettive si schiudano in una soluzione del problema? Ai grandi organismi delle masse operaie e contadine d’Italia la risposta.
Il Comitato sindacale comunista precisa inoltre a mettere in rilievo le speciali tesi della sua fede politica; esso si è limitato a dichiarare che i comunisti, se la battaglia proposta sarà decisa, saranno al loro posto nella prima linea e nella santificazione per la comune causa.
Milano, 14 agosto 1921.
Il Comitato sindacale del Partito Comunista d’Italia
LAVORATORI D’ITALIA!
I comunisti, lanciando questa proposta e questo appello, assolvono un preciso dovere verso il loro programma e le loro finalità. Essi prendono la posizione di battaglia e dicono la chiara parola che esce dalla loro dottrina e dalla loro tattica alle masse tormentate dall’esasperazione. Quanto avviene oggi, col passaggio dall’apparente prosperità dell’immediato dopoguerra che nulla aveva conquistato al proletariato di miglioramenti economici che migliorassero la sua situazione nei quadri dell’attuale regime di produzione, alla recessione impressionante di tutto l’assetto economico, che viene a colpire unicamente e massimamente le classi lavoratrici, è la prova di quanto affermano in tutto il mondo i comunisti. Nella situazione attuale non vi è possibilità di conciliare anche temporaneamente gli interessi del proletariato con quelli dei capitalisti, con la sopravvivenza del sistema di produzione borghese.
La salvezza e la difesa operaia da un domani ancora peggio dell’oggi che eguagli o superi lo strazio della guerra pur ieri finita, stanno nella battaglia a fondo, nell’impegnare il proletariato a tempo con tutte le sue forze, prima che esse vengano sommerse e disperse dall’imperversare della crisi. Non può rifiutare d’intendere questo chi si dice amico della classe proletaria e non sia ligio agli interessi ed alla politica delle classi sfruttatrici.
LAVORATORI D’ITALIA!
Il periodo delle restrizioni e delle minacce che si inizia è quello in cui meglio potrete saggiare la vostra forza di classe e realizzare la via per la completa emancipazione. Lo stesso infierire su voi, in tutti i campi e in tutte le forme, della classe avversaria, è segno infallibile della fine del dominio di questa.
È nei momenti più impegnati che i forti temprano le forze e che l’apparenza dell’entusiasmo cede il posto alla ferrea decisione di combattere e di vincere. Il morale del rosso proletariato italiano non è abbattuto. Il canto del trionfo resta nella gola dei bianchi. Il proletariato cerca, nella esasperazione del suo dolore, le vie della sua riscossa.
LAVORATORI D’ITALIA!
Avanti, contro le provocazioni e le aggressioni del capitalismo, per la rivoluzione proletaria!
Il C.E. del Partito Comunista d’Italia
Il duello sindacale tra socialisti e comunisti
(da Il Comunista, 14-8-1921)
L’articolo che qui pubblichiamo mostra chiaramente, in polemica con i socialisti, come il Partito comunista veda e proclami la sua specifica azione in campo rivendicativo. Ciò che distingue i comunisti, i rivoluzionari, dai riformisti, non è il possesso di una particolare ricetta che assicuri il successo in ogni sciopero, ma il fatto di sollevare ogni azione parziale ed economica all’altezza di azione generale e politica e di non cessare di propugnare e difendere, nei vivo delle lotte operate, il programma e l’obiettivo finale della classe; di trarre anzi da queste lotte, guidate con la massima energia come autentiche battaglie, la conferma storica della necessità di superarne i limiti ristretti e contingenti, e di permeare il sindacato della propria dottrina.
In questi giorni i socialdemocratici hanno menato scalpore per la grande vittoria nelle elezioni per la Commissione Esecutiva della Camera del Lavoro di Milano, nelle quali hanno ottenuto una maggioranza di centomila voti.
Dalla votazione per il Congresso nazionale confederale i voti per la tattica comunista sarebbero scesi da cinquantamila ad appena quindicimila, ed i socialdemocratici avrebbero guadagnato terreno – tutto ciò sta a dimostrazione che a Milano e nel bacino milanese il proletariato starebbe perdendo fiducia nella nostra offensiva.
Ora, a parte le informazioni che saremo in grado di pubblicare quando avremo meglio indagato sull’andamento dell’elezione camerale ultima, occorre notare che si è votato per rappresentanti di leghe come del resto stabilisce lo Statuto, e quindi non hanno partecipato al voto tutti gli organizzati direttamente, ma solo i loro dirigenti
Comunque sia è umoristico pensare che i caporioni sindacali di Milano, dai riformisti della prima ora ai loro reggimoccoli
ex massimalisti alla Bensì, d’ora innanzi si muoveranno addirittura e ce ne diranno di cotte e di crude per il fatto che con la loro legalissima (?) maggioranza seguiteranno ad essere più che mai boicottati e fischiati dalle folle operaie, che l’hanno capita ormai e che dei mandarini e della loro politica ne hanno le scatole piene.
L’azione comunista nelle file del proletariato organizzato milanese continua assiduamente, e non lontano è il tempo in cui si saprà che cosa pensare dell’odierna strombazzata vittoria numerica di quel partito, che vive solo per difendersi dalle rampogne e dalle azioni comuniste, che fa a cuor leggero gli accordi con i macellatori del proletariato, ma inorridisce all’idea di vedere i comunisti!
Altro specioso argomento di polemica socialista contro i comunisti: il modo con cui è finita la battaglia dei lavoratori in legno, la cui Federazione di categoria è diretta da provati dirigenti comunisti. Dopo di aver tentato invano di resistere alla serrata padronale, l’organizzazione ha dovuto riconoscere delle condizioni di ripresa, tra le quali figura la riduzione delle paghe. Il sommo giornale socialdemocratico si è precipitato con una non comune dose di asinagine, di demagogia e di malafede, sull’argomento.
Dunque esclama con aria trionfante il cronista dell’Avanti!, anche quando le agitazioni sindacali sono dirette da comunisti finiscono male, sono perdute! Anche i comunisti hanno accettato la riduzione delle paghe! Contraddizione stridente con le critiche dei comunisti agli organizzatori socialisti per la arrendevolezza, per l’accettazione delle imposizioni del padronato!
Davvero necessario è spiegare a
a questi pennaioletti illividiti dalla corrosione intellettuale che la contraddizione non c’è affatto, che i compagni della Federazione Lavoranti in legno hanno fatto tutto il loro dovere e dato prova anche di ottima tattica sindacale data la situazione, che la riduzione delle paghe ai lavoranti in legno è un argomento che invece conferma la giustezza delle nostre aspre critiche all’indirizzo della C. G. del Lavoro.
Rileggano i lettori il testo del nostro recente comunicato sindacale. Rileggano le nostre dichiarazioni in materia di tattica sindacale e le nostre polemiche con i socialisti della C.G.L., ed essi non troveranno nulla che lontanamente giustifichi le asserzioni dell’Avanti! (reparto marxista applicato alla cronaca nera).
Noi non abbiamo mai preteso ed anzi spesse volte abbiamo rimproverato ai sindacalisti di porre su questo terreno
la polemica con i riformisti, di possedere speciali ricette per far guadagnare agli operai tutte le agitazioni economiche!
Noi siamo così lontani dal dire al proletariato che occorre che mandi i comunisti alla dirigenza dei suoi sindacati per essere certo di vincere tutte le singole agitazioni, che anzi la base della nostra predicazione e della nostra polemica sindacale contro i confederalisti è l’affermazione che oggi è impossibile risolvere i problemi anche contingenti che riflettono le condizioni di vita degli operai con l’azione tradizionale dei sindacati, e che solo generalizzando la lotta e portandola sul terreno politico, dove si verifica sotto la guida del partito di classe la azione d’insieme di tutte le categorie di lavoratori, si può superare l’attuale critica situazione.
Noi accusiamo la C.G.L. di essere controrivoluzionaria perchè sfugge le questioni generali che potrebbero portare ad un’azione di tutto il proletariato, azione quindi politica, e rivoluzionaria; e le sfugge appunto per arrivare ad una simile situazione.
Noi vorremmo che alla testa della Confederazione ci fossero i comunisti perchè allora, invece di partire dal ridicolo presupposto che la crisi attuale si potrà sistemare nei quadri del regime capitalistico, e quindi infrenare gli scatti delle masse, e indurle a piegare e sopportare, si partirebbe dalla suprema verità che questa è la crisi finale del regime, che bisogna invece spingere le forze proletarie al massimo di tensione, per rompere l’equilibrio instabile di una società in dissoluzione, e quindi si organizzerebbe la grande lotta d’insieme delle masse.
La Confederazione ed i suoi dirigenti lavorano in modo da evitare i grandi scontri su base politica e nazionale, e ciò da anni ed anni, ciò anche nel recente periodo di avanzata proletaria, quando una serie di fortunate battaglie economiche spingeva le masse a reclamare audacemente conquiste più radicali. La Confederazione fa la stessa politica oggi che lo scontro tende a determinarsi sul terreno di una disperata resistenza proletaria per non essere respinti indietro dalle posizioni conquistate in un tetro regime di depressione e di oppressione.
La Confederazione, se seguisse un indirizzo non controrivoluzionario, avrebbe potuto trasformare l’impari lotta di gruppi e di categorie proletarie, dinanzi alle imposizioni del capitalismo episodi nei quali gli operai, non solo se comunisti, ma anche se eroi addirittura, finiranno per essere separatamente battuti e capitolare a poco a poco tutti in grandi azioni, in una grande azione generale, ponendo delle grandi questioni di principio che avrebbero avuto tra le masse un’eco formidabile. Lo stesso incalzare della crisi capitalistica moltiplica queste occasioni, e solo la complicità socialdemocratica riesce a rendere alla borghesia il servizio di scompaginare le forze che suscita il dissolvimento del regime economico. La grande questione di principio, per uno sciopero nazionale « politico» poteva essere: la lotta contro le devastazioni delle sedi proletarie, il rifiuto di accettare i licenziamenti, il rifiuto dell’abbandono delle otto ore.
Dando la parola d’ordine di resistere qua e là come si può, di trattare, di non escludere per principio che si possa cedere su uno di questi punti fondamentali, la Confederazione fa opera di sabotaggio della rivoluzione, e noi per questo la denunciamo al proletariato.
Conquistando un sindacato noi non pretendiamo di aver acquistato la possibilità di agire con le forze di quel solo sindacato in modo da evitare le conseguenze degli errori e dei tradimenti riformisti, appunto perchè solo in un’azione generale, che essi boicottano, sta il rimedio alla insolubilità della crisi: in un’azione generale da cui non uscirà un capitalismo che accetti di non licenziare e di non ridurre le paghe, il che è impossibile, ma uscirà la sconfitta politica del capitalismo se il proletariato riuscirà a spezzare il giogo malefico dei socialdemocratici che lo disarmano e lo ingannano.
Conquistando un sindacato noi non ci sogniamo di dire: questo sindacato non firmerà mai un concordato che non segni un’avanzata, una vittoria economica. Sarebbe ridicolo, e contrasterebbe più di tutto con le nostre affermazioni che è assurdo concepire l’azione emancipatrice del proletariato come una sicura e continua avanzata di progressivo miglioramento. Noi, conquistata quella posizione, ce ne facciamo leva per la preparazione e lo svolgimento della lotta rivoluzionaria politica, una delle cui tappe è il rovesciamento della dittatura dei bonzi confederali.
La sconfitta se tale può chiamarsi rispetto a quella che si prepara per il proletariato per effetto della passività dei capi confederali, dei lavoratori in legno, è solo una prova di più per la requisitoria comunista contro i disfattismo dei mandarini.
Riunione del Comitato Centrale Sindacale Comunista
(Il Comunista, 25 ottobre 1921)
I mesi successivi all’appello del 14 agosto 1921 furono occupati dal Partito nel portare costantemente la proposta comunista di un’azione generale del proletariato nelle grandi riunioni di Federazioni e Camere del Lavoro e nell’ agitarla fra le masse operaie, non solo in previsione del Consiglio Nazionale che la Confederazione Generale del Lavoro era stata costretta, volente o nolente, a convocare per il novembre a Verona, ma in vista di quello sciopero generale che l’entrata in azione di intere categorie (chimici. metallurgici) rendeva improrogabile. Di questa costante e intensa attività non possiamo dare una documentazione completa: ci limitiamo a riprodurre questo testo che precede di poco il Consiglio Nazionale nale della CGL, e che allude anche all’ennesima scappatoia governativa e riformista di un «controllo » statale sulle aziende, vecchia e non mai morta trappola per insabbiare l’azione diretta proletaria
ORDINE DEL GIORNO
Il C. E. Comunista, udite le ampie relazioni dei compagni delle zone in cui si svolgono le agitazioni contro la riduzione delle paghe ed esaminata la situazione delle categorie operaie che sono impegnate o stanno per impegnarsi nella lotta, riconferma integralmente la propria proposta alle grandi organizzazioni proletarie italiane per un movimento unico culminante nello sciopero nazionale a difesa dei postulati fondamentali delle condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori;
constata come anche coloro che accolsero con ostilità e denunziarono come assurda e demagogica la proposta comunista, ossia i dirigenti socialdemocratici della C.G. del Lavoro, vanno constatando come tutti gli altri espedienti escogitati per fronteggiare la situazione falliscono miseramente e gli avvenimenti stanno per imporre quella azione generale del proletariato che gli organismi sindacali avrebbero dovuto prospettarsi fin dai primi sintomi dell’offensiva padronale, anzichè svalutarla distraendo le masse dall’impiego diretto della propria forza organizzativa; dichiara che nella situazione sociale presente i comunisti sostengono il principio che il proletariato deve opporsi con la sua azione di classe e con la forza delle sue organizzazioni alle richieste dei capitalisti, rifiutandosi di scendere
sul terreno insidioso dell’esame dello stato delle aziende borghesi dissimulato con mille artifizi soprattutto se le indagini sono affidate a rappresentanze in
cui la funzione di arbitro è riservata ai delegati dello Stato borghese, e nel momento in cui è evidente che il bilancio delle famiglie proletarie è inasprito dal
rincaro della vita; affermando che l’equilibrio tra il rendimento delle aziende borghesi e la retribuzione del lavoro si stabilisce sul terreno delle battaglie di
classe, fino al momento in cui,
diventando l’equilibrio stesso impossibile, le lotte del proletariato tenderanno a spezzare i limiti del sistema politico ed economico; e rilevando che in questo momento sono in agitazione importantissime categorie proletarie, ed
in sciopero con mirabile combattività gli operai lanieri e i metallurgici della Venezia Giulia, a cui il proletariato organizzato ha
il dovere di dare la propria solidarietà, essendo con la loro causa in gioco quella di tutti i lavoratori; invita tutti gli organismi proletari ed in prima linea quelli a direzione comunista, a reclamare la urgente immediata convocazione del Consiglio Nazionale della C.G. d.L. e a sostenervi di attuare lo sciopero generale nazionale se la classe padronale non
recederà su tutto il fronte del lavoro dalla sua offensiva.
(continua)