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Il dilemma del capitalismo: o riarmo o crisi

Kategorije: Capitalist Crisis, Capitalist Wars

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Quanto i marxisti affermano circa le cause della guerra imperialistica, cioè che essa è il portato necessario delle contraddizioni economiche del sistema capitalista, e in quanto tale incontrollabile persino per la classe dominante, induce invariabilmente i rappresentanti della «intellighenzia» borghese a sorridere e irridere al determinismo economico. Fanno quindi piacere le ammissioni che di tanto in tanto sfuggono alla penna o alla bocca dei nostri avversari. Quanto scrive sul Giornale (12-6-52) uno che della economia è professionista, A. Amati, potrebbe considerarsi addirittura un contributo al marxismo. Egli, infatti, scriveva testualmente: «Non è un segreto per nessuno che l’America (Stati Uniti) produce assai più dei suoi bisogni e che, se vuole evitare una crisi, deve poter distruggere, almeno finché non sia placata la rivoluzione delle macchine, parte della sua esuberante ricchezza. È quello che fa normalmente con la sua burocrazia statale che intralcia e ritarda il ritmo della sua produzione; è quello che sta facendo ora, distruggendo ricchezze colle spese di riarmo che provocano consumi senza che i consumatori rimpiazzino il consumato. Il soldato che indossa la uniforme e la consuma, nulla ha dato in cambio che possa essere chiamato un prodotto delle sue mani… Se cessasse di colpo il riarmo, i prezzi scenderebbero precipitosamente, in un’atmosfera di panico, con tutti i danni che ne conseguono, non per il ribasso in sé, ma perché gli improvvisi ribassi, essendo imperniati sulla paura, hanno effetto dirompente sui rapporti economici che si trovano in uno stato di quiescenza».

Con non eccezionale cinismo il nostro specialista di economia ammetteva che, date le ripercussioni risanatrici del riarmo sulla economia americana, una politica di distensione dei russi significa un serio pericolo per la stabilità economica degli Stati Uniti. E per corroborare di prove il suo ragionamento forniva i dati delle oscillazioni subite da determinati prodotti sul mercato americano, durante la Conferenza economica di Mosca ed altre iniziative del Governo di Mosca e di Pechino, che potevano essere interpretate come sintomi della determinazione di Mosca di lavorare ad allentare la tensione internazionale. Trascriviamo testualmente: «Fu in conseguenza appunto di questa politica all’acqua di rose che il mercato americano cominciò ad orientarsi verso il ribasso con preoccupanti falcidie nei greggi. In pochi mesi i vestiti da uomo sono scesi da 70 a 53 dollari, quelli da donna da 165 a 115; le uova da un dollaro la dozzina a mezzo dollaro; i pneumatici per automobili hanno subito ribassi che vanno dal 15 al 20% e così via. La fine del mercato del venditore sembrava palese e sarebbe bastata una piccola spinta, un qualunque avvenimento banale e imprevisto per scatenare la crisi».

A parte le solite esagerazioni sull’intervento dei cosiddetti fattori psicologici, immancabili nei ragionamenti degli economisti borghesi, il quadro tracciato spregiudicatamente da A. Amati non può definirsi privo di realismo. Ma è una confutazione del marxismo o piuttosto un forzoso riconoscimento, poco importa se consapevole o no, della dottrina marxista sulle cause della guerra imperialistica? Dopo aver ammesso che una eventuale crisi economica americana si propagherebbe ineluttabilmente ai paesi d’Occidente, e in pratica, all’intero mondo, il nostro bravo professore borghese concludeva così: «Il riarmo continuerà e la crisi economica sarà evitata».

Lasciamo perdere le vane divagazioni sugli errori che avrebbe commesso il Cremlino, attizzando la guerra fredda e i suoi numerosi focolai di guerra guerreggiata (Grecia, Indocina, Cina, Corea, Malesia ecc.) e fornendo in tal modo alla America il mezzo per tirarsi fuori dalla incipiente crisi. Se si ammette che il riarmo, e la espansione della produzione di armamenti, che lo stesso Amati definisce come una distruzione della ricchezza «esuberante», cioè non assimilabile dal mercato, è una necessità imprescindibile per la stabilità economica e sociale degli Stati Uniti, si ammette conseguentemente che un impulso irresistibile spinge il capitalismo statunitense a modificare la situazione interna ed internazionale secondo le esigenze della industria americana. È stupido partire dal riconoscimento della necessità obiettiva per il capitalismo americano di ricorrere al riarmo, come unica alternativa alla crisi economica, e fare apparire il Governo degli Stati Uniti come subordinante alla politica del Cremlino la propria campagna riarmistica! Sotto questo aspetto, l’articolo potrà fare piacere all’Unità, per la quale di contro ad un’America guerrafondaia (quale è in realtà) si ergerebbe una Russia pacifista (quale non è in realtà). La verità è che, traducendosi una eventuale crisi economica americana in una crisi del mercato mondiale, la Russia, che a questo è legata per mille fili, è egualmente interessata ad impedirla. D’altra parte, la economia russa, in quanto economia capitalistica, non può non presentare le medesime contraddizioni che conosciamo al capitalismo di tutti i paesi.

Interessa soprattutto dell’articolo dell’Amati il riconoscimento delle tremende difficoltà che si oppongono al capitalismo, storicamente portato a rinserrare nelle forme dello scambio mercantile tutti i prodotti del lavoro sociale. Dire infatti che il capitalismo, se vuole evitare la crisi, deve distruggere nella fornace della guerra, «la ricchezza esuberante», equivale a dire che il capitalismo deve disfarsi dei prodotti cui non riesce a dare carattere di merci, vendibili cioè sul mercato. Deve, contrariamente alla sua natura, creare un consumo che esce dal quadro mercantile e monetario, ma che non assicura la soddisfazione di alcuna esigenza fisica e sociale della umanità, anzi procura ad essa tormenti inenarrabili, distruzioni di forze produttive, stragi, giacché questo «consumo senza consumatori» è il riarmo. Quale soddisfazione sentirlo dire dagli economisti della stessa borghesia!

Il marxismo ha sempre sostenuto il principio determinista nella spiegazione dei fatti sociali, basandosi sulla risultanza scientifica, dialettica, che ogni sistema di produzione, su cui si erge la dominazione di classe, contiene in se stesso le forze antitetiche destinate a distruggerne l’esistenza. Il capitalismo ne fornisce la prova lampante. Tutta la irrefrenabile evoluzione della tecnica produttiva, che si traduce in un aumento continuo della produttività, cozza violentemente contro la distribuzione mercantile e monetaria dei prodotti. Né la borghesia può evitare le conseguenze della formidabile spinta; non può fare altro che indirizzare verso il riarmo, cioè verso la guerra, cioè verso la distruzione, la massa enorme di prodotti che non riesce a sottomettere alle leggi dello scambio mercantile. Così facendo salva se stessa, ma minaccia la vita medesima della intera umanità. Poiché le classi dominanti non conoscono il suicidio, dovranno i nemici della borghesia procedere alla sua violenta eliminazione dal potere statale. Non è la rivoluzione un fatto di volontà o di «coscienza», ma una necessità materiale che spinge le masse salariate e nullatenenti che costituiscono l’enorme maggioranza della popolazione del pianeta. A meno che non si ammetta che il suicidio, sconosciuto alle classi, sia eseguibile dalla specie.

Quando rappresentanti della classe dominante, egregio sig. Amati, sono costretti a ripetere le argomentazioni degli sfruttati, è un segno, questo, che la catastrofe non è evitabile.