Discussioni sulla tattica del Partito comunista d’Italia
Categorie: Party Doctrine, PCd'I
Questo articolo è stato pubblicato in:
Il compito del nostro Partito
Alla vigilia ormai del Congresso nazionale non vorremmo ancora trattare troppo lungamente della quistione della tattica, che, connessa a quella dell’opera passata del Partito, il Congresso appunto esaminerà a fondo.
Gli articoli dei compagni Presutti e Mersù che rispecchiano l’opinione di qualche altro compagno nostro, ci inducono a tentare ancora di tracciare le ragioni del nostro atteggiamento. Più che partire da elucubrazioni teoriche, a cui se mai proprio i dirigenti del Partito non hanno il tempo di dedicarsi, vogliamo connettere le conclusioni tattiche di ordine generale che sono riassunte nelle nostre tesi con la nozione del compito del Partito comunista in Italia, derivante da quello che è per noi stato il punto concreto di partenza: la esperienza pratica della crisi del Partito socialista e di questo primo anno di lotte del Partito comunista.
Le ben note internazionali esperienze della lotta proletaria nel dopoguerra condussero a stabilire una tesi vitale, a cui si vorrà perdonare di essere contenuta nella dottrina; quella che la via per la quale la classe proletaria giungerà a far trionfare la propria causa dovrà passare per la distruzione violenta dell’attuale macchina statale. Che il Partito possegga una tal tesi, non vuol dire che si stia pago di considerare la verità, ma vuol dire di meglio. Vuol dire che per la vittoria del proletariato è necessario che anche nei periodi che precedono la fase della lotta suprema in cui quella necessità diventerà tangibile materialmente, esista appunto un partito che su di essa fondi il suo programma e la sua organizzazione, divenendo la principale forza che integrando lo sviluppo degli avvenimenti verso quella ultima soluzione sviluppi la preparazione del proletariato alle esigenze di essa.
Questa affermazione si ripete molte volte nelle tesi come si riflette in molti atteggiamenti tattici presi dal Partito, non perché rappresenti un dogma indiscutibile e una categoria sacra, ma perché, a nostro modesto avviso, la esperienza pratica della lotta proletaria la sorregge ad ogni momento.
Il fallimento del Partito socialista si ricollega alla illusione di una tattica «ad uso universale» nella quale ancora oggi ci pare che da molte parti si corra serio pericolo di ricadere. Il Partito avrebbe potuto comprendere forze anche non volte all’obbiettivo massimalista ed indirizzate su vie opposte, come la utilizzazione e la conservazione della macchina statale borghese, perché queste forze facevano capo a parti del proletariato e occorreva tenersi uniti ad esse per portare tutta la massa sul terreno dell’azione rivoluzionaria, appena la situazione lo avrebbe permesso. È notissimo come l’essere inquadrate nello stesso organismo di dirigenza delle masse con queste forze di destra, impedì alle correnti massimaliste di assolvere il loro compito di preparazione e sviluppo di condizioni rivoluzionarie, finché non divenne evidentissimo che in qualunque momento ed anche in situazioni maturate verso lo sbocco rivoluzionario, ne avrebbe parimenti silurata ogni azione: da qui la scissione.
Se precedentemente la maggioranza del Partito non aveva inteso che vi era inconciliabilità tra i propositi massimalisti e la tolleranza nelle file della organizzazione di partito di chi era principio contro la lotta rivoluzionaria e la dittatura, questo si è dimostrato come sintomo sicuro della impotenza rivoluzionaria del Partito nelle ulteriori situazioni «pratiche». Perché tante volte il proletariato italiano è stato fermato sulla via di azioni rivoluzionarie? Perché i rivoluzionari non avevano preventivamente stabilita una piattaforma di azione politica che denunziando apertamente l’antirivoluzionarismo della destra avesse ottenuto di sottrarre ad essa il diritto di inquadrare l’azione parlamentare e sindacale delle masse, o almeno avesse evitato di impostare dei movimenti di masse in cui la manovra era in mano dei controrivoluzionari, ma questi apparivano garantiti dalla comune responsabilità dei rivoluzionari negli ordini di movimento e nei risultati. Si tenga ben chiaro questo gioco pratico delle forze, e se ne riconsiderino le tristi esperienze.
Dopo la scissione del Partito socialista ci siamo trovati innanzi a dati obbiettivi della situazione alquanto mutati, e nessuno lo contesta. Molto meno facile (almeno per i molti che nel 1919 e 1920 si erano creduti alla vigilia della rivoluzione italiana) si presentava una grande insurrezione di masse con direzione aggressiva contro il potere borghese. In un certo senso la impostazione della lotta per la dittatura si è allontanata.
Noi osserviamo che internazionalmente e nazionalmente, con maggiore evidenza anzi nel secondo caso, la mutata e peggiorata situazione non è tale da aprire alle masse altre vie da quella dell’assalto allo Stato, bensì sottolinea enormemente l’antitesi tra la legale costituzione vigente e gli interessi proletari: ieri non si potevano inserire nelle istituzioni vigenti le massime conquiste, ma si poteva ottenere da esse la soddisfazione di limitati e parziali interessi proletari, oggi nemmeno questo è possibile e la sopravvivenza del regime significa schiacciamento anche economico e sindacale del proletariato. La lezione che ci dà la realtà è in questo, e giova insistervi molto.
In tale situazione la massa è ancora in gran parte dominata dai partiti opportunisti poiché non sa che essi non possono mantenere le loro promesse minimaliste. Che da queste difficoltà non si uscirà con la propaganda teorica, ma solo con la partecipazione all’azione e ai movimenti delle grandi masse, è affermazione che tutti ci ha concordi. Ma mentre noi la traduciamo in una soluzione concreta e pratica, ci pare che proprio i nostri critici facciano di questa asserzione, capovolgendone la impostazione, un sofisma. La mentalità del Presutti e del Mersù, è che la partecipazione a iniziative di grandi movimenti di masse da qualunque parte vengano contenga una via sicura per giungere ai fini rivoluzionari. Presutti lo dice chiaramente quando stabilisce che per garantirsi che lo svolgimento dell’azione delle masse si diriga verso lo sbocco rivoluzionario basta al Partito comunista la condizione di esistere come partito a sé. Mersù pensa analogamente quando afferma che la opposizione del Partito comunista alla costituzione di un governo socialdemocratico non può concretarsi in una attitudine reale se non dopo che tal governo sia divenuto in fatto, e che sia buona tattica anche partecipare alla lotta generale per il governo socialdemocratico, agli effetti della ulteriore preparazione rivoluzionaria.
Quello che è indubitamente esatto nel considerare la situazione attuale è che la grande massa è disposta a muoversi per obbiettivi immediati, e non sente quegli obbiettivi rivoluzionari più lontani di cui possiede invece la coscienza il Partito comunista. Bisogna utilizzare per i fini rivoluzionari quella disposizione delle masse, partecipando allo slancio che le porta verso gli obbiettivi che loro pone la situazione. È vero questo al di fuori di ogni limite? no. Quando noi poniamo alla nostra tattica il limite di non smarrire mai l’attitudine pratica di opposizione al governo borghese e ai partiti legali del Partito comunista, facciamo noi della teoria, o lavoriamo rettamente sulla esperienza? Ecco il punto.
Per noi la esistenza indipendente del Partito comunista è ancora una formola vaga, se non si precisa il valore di quella indipendenza in base alle ragioni che ci hanno imposto di costruirla attraverso la scissione, e che la identificano con la coscienza programmatica e la disciplina organizzativa del gruppo. Il contenuto e l’indirizzo programmatico del Partito, che nella sua milizia e in quella più vasta che inquadra sindacalmente e in altri campi non è una macchina bruta ma appunto è un prodotto e un fattore al tempo stesso del processo storico, possono essere influenzati sfavorevolmente da atteggiamenti erronei della tattica. La sicurezza della organizzazione dipende dalla possibilità di controllare i movimenti delle forze che al Partito fan capo.
L’azione che Mersù propone per facilitare direttamente l’avvento di un governo socialdemocratico, equivalendosi a quella che svolgerebbe un partito che abbia riconosciuto di dover sostituire alla lotta per la dittatura un surrogato conciliabile con la situazione mutata, comprometterebbe la impostazione programmatica del Partito e la sua indipendente esistenza. L’azione che Presutti sostiene nel seno degli arditi del popolo vorrebbe di re affidar il controllo e la direzione dei movimenti di forze tra cui vi sarebbero quelle del Partito ad una centrale politica mista: stessa situazione di quella derivante dai movimenti passati diretti dal Partito socialista, Confederazione e Gruppo parlamentare in cui il disfattismo riformista comprometteva il metodo rivoluzionario in insuccessi immancabili, demoralizzando la massa.
Una coalizione politica crea gli stessi rapporti che creava, col noto e disastroso effetto, la convivenza nel Partito socialista di opposte tendenze. Certo la unità del Partito socialista permetteva di affermare che si partecipava ad azioni inquadranti grandissima parte del proletariato italiano, ma ciò non toglie che si finisse nell’opportunismo. Oggi, si dice, che il Partito comunista organizzato a parte, e questo basterebbe ad evitare analoghe conseguenze. Come e perché? Qui proprio vi è dottrinarismo e meccanicismo, e uso sbilenco di dialettica. Il Partito socialista non era che una coalizione di partiti, un vero partito del lavoro. Esso immobilizzava la sinistra non per il fatto che fosse comune la organizzazione, ma per quello che che era comune al Direzione dei movimenti. Quel dirigente di partito che in omaggio all’andare alle masse concedesse quanto noi negammo, cioè che una centrale politica anonima e incontrollabile come quella degli arditi del popolo diramasse ordini diretti alle sezioni comuniste senza nemmeno aver proposto un accordo al Partito, mostrerebbe di fare di quella formola una applicazione dogmatica e cieca, e rovinerebbe per sempre la organizzazione e l’indipendenza del Partito: questa non è nulla se non è la norma di dare le disposizioni di movimento per le vie di una gerarchia unitaria e accentrata. E trattandosi di una centrale militare più che politica la cosa si aggrava, se per poco si pensi che diritto di dirigenza militare significa conoscenza, non diremo nemmeno di supreme responsabilità affrontate da tutti coloro che si pongono a disposizione, ma di mezzi di preparazione e di armamento, controllo e disposizione su questi.
Perciò noi restiamo fermi su queste basi della tattica del Partito, in cui si riassumono le più utili esperienze del movimento italiano: fare propri gli obbiettivi immediati delle masse e provocare il movimento di insieme di queste verso di essi, ma conciliando (e lo si può brillantemente) tutta la utilizzazione di questo potente slancio proletario con la garanzia che non venga intaccato quel tanto di preparazione rivoluzionaria già raggiunto nella organizzazione indipendente del Partito e nel suo indipendente controllo di parte delle masse. Quindi lavoro per l’Alleanza sindacale e per la difesa degli interessi immediati minacciati dall’offensiva borghese non solo di ordine economico ma anche di ordine politico bensì unicamente attraverso una pressione dall’esterno e a mezzo della lotta delle masse sulla borghesia e sullo Stato.
In nessun caso dunque dovrà il Partito dichiarare di aver fatti propri postulati e vie di azione politica che avvalorino la preparazione a svolgimenti contrastanti con il contenuto programmatico del Partito, come sarebbe se si proponesse la diretta utilizzazione della macchina borghese da parte del proletariato per uscire dalla situazione attuale. E neppure esso dovrà accettare la corresponsabilità di azioni che possano domani essere dirette da altri elementi politici prevalenti in una coalizione la cui disciplina si sia preventivamente riconosciuta: senza di che non vi sarebbe coalizione.
Dinanzi al problema del governo socialdemocratico, l’attitudine di mostrare che esso non può contenere una soluzione dei problemi proletari è necessaria anche prima che esso si costituisca, per evitare che il proletariato non sia tutto aggiogato al fallimento di tale esperienza. Che tanto non ritardi il reale sviluppo che a questa esperienza conduce, è detto anche nelle tesi, ed è curioso come lo ammetta, nettamente contraddicendosi, il Mersù stesso, quando afferma che questo sviluppo è accelerato dalla pressione rivoluzionaria delle masse. Il Partito comunista non fa che divenire il protagonista, nelle sue attitudini e nella sua opera e nella sua lotta, di questa pressione della parte più rivoluzionaria delle masse, rifiutando di schierarsi tra le forze che invocano il governo socialdemocratico. Ecco come l’antitesi diviene non solo teorica ma anche pratica, contraddicendo la dialettica di Mersù che corrisponderebbe alla mutevolezza di atteggiamenti. La dialettica dirittamente intesa spiega invece proprio come la opposizione comunista all’esperimento socialdemocratico, prima e dopo, sia un coefficiente del precipitare degli sviluppi tra cui quell’esperimento è compreso.
Quella stessa contraddittoria ammissione contiene il germe della risposta ad un’altra obiezione che noi ci permettiamo di trovare quanto mai vaga ed astratta: quella che costruisce sul vuoto il dilemma: o agire col movimento che tende al governo socialdemocratico, o restare inattivi e fermi alla critica, intento che anche l’amico Presutti ci attribuisce, immaginandoci dediti unicamente alla travagliosa emissione di teorici pensamenti.
Nella stessa opera del nostro Partito è la risposta. Si tratta di tenersi sul terreno di attori e fattori della pressione rivoluzionaria delle masse, volgendo in questa le lotte per gli obiettivi immediati. La attitudine e il lavoro intenso del nostro Partito di fronte alla offensiva padronale, ci hanno consentito e ci consentono senza il bisogno di impegnarci in movimenti che contengano la negazione del nostro programma e gravi insidie per il proletariato, di edificare ed esplicare un formidabile piano di azione delle masse in cui tutti i problemi anche concreti che le interessano si vengano ad inquadrare. Quando si dimostrerà che anche l’esperienza di un governo di sinistra della macchina statale borghese non fa fare un passo alla soluzione di quei problemi vitali per i lavoratori, allora l’azione di grandi masse sulla rete di lavoro e di organizzazione da noi tracciata, si volgerà efficacemente sulle vie rivoluzionarie, trovando un punto di appoggio che altrimenti le mancherebbe affatto come le mancò in tutte le classiche occasioni che posero in evidenza la impotenza del vecchio Partito socialista, perché allora si potrà trasformare in un concreto rapporto di fatti quello che è ora solo una cosciente previsione dei comunisti, ossia la parte controrivoluzionaria che rappresentano i propagandisti odierni delle vie legali e democratiche di emancipazione proletaria.
Sono limiti tattici che non traccia la teoria, ma la realtà, e questo è tanto vero che, senza fare gli uccelli del malaugurio, noi prevediamo che se si continuerà ad esagerare in questo metodo delle illimitate oscillazioni tattiche e delle coincidenze contingenti tra opposte parti politiche si demolirà a poco a poco il risultato di sanguinose esperienze della lotta di classe, per arrivare non a geniali successi, ma allo svuotamento delle energie rivoluzionarie del proletariato, correndo il rischio che ancora una volta l’opportunismo celebri i suoi saturnali sulla sconfitta della rivoluzione, le cui forze già esso dipinge come incerte e esitanti e avviate sulla via di Damasco.
AMADEO BORDIGA
Il problema fondamentale
II
Abbiamo trattato nel nostro primo articolo la questione da un punto di vista generale, sforzandoci di mettere in luce le posizioni di principio contenute nelle tesi riguardo alla questione tattica, e ciò per necessità di fissare in proposizioni sintetiche – quindi il più nettamente possibile, fin dal principio – le differenti premesse teoriche della questione, dalle quali sarebbero poi risultate in contrasto con le tesi le illazioni d’ordine tattico che ne avremmo tratte. Sia in una prima postilla che Il Comunista faceva precedere all’articolo, sia nelle poche parole di risposta ad uno dei relatori (il compagno Bordiga), sia nell’articolo a firma Leo, rafforzato anche questo da una postilla, è affermato che le nostre critiche sono insussistenti per il semplicissimo fatto che lottiamo contro un nemico immaginario e mai esistito. Le nostre affermazioni tutt’altro che essere in contrasto con le tesi, ne sarebbero la conferma più esplicita ed assoluta. Il Leo arriva a dir questo: «Che cosa resta ora delle osservazioni del compagno Presutti? Questo: che le osservazioni non sono che … affermazioni solidali coi concetti espressi nelle tesi che egli approva … senza accorgersene! (il corsivo è nostro). Questa non è foga dello scrivere, è baldanza giovanile!». Per l’esame delle tesi non ci si può fermare al raffronto di alcune frasi, che possono anche coincidere, ma ci si deve riferire al valore che acquistano per ciò che le precede e le segue, quindi procedere con metodo di sintesi alla ricostruzione del contenuto delle varie tesi, che potrebbero tra di loro anche contraddirsi nel tutto o nella parte, e non perdersi nell’analisi slegata di affermazioni isolate. Con questo metodo noi potremmo firmare i nove decimi delle tesi, pur dichiarandoci avversi alla loro conclusione. Noi chiudevamo il nostro articolo con questa conclusione: «È perciò preciso compito dei partiti comunisti di secondare, promuovere, tutte le iniziative da qualunque partito della classe lavoratrice partano, che mirino a sollevare «a mezzo dell’azione diretta» le condizioni del proletariato, non sdegnando una diretta partecipazione negli organi dirigenti della lotta. I partiti comunisti non hanno nulla a temere da questi contatti, anzi essi vi hanno tutto da guadagnare».
Per pervenire a questa illazione tattica conclusiva, era indispensabile fissare, insistere, con chiarezza, su alcune affermazioni di principio, fondamentali: a) le dottrine anarchiche e sindacaliste presentano un pericolo assai trascurabile per la rivoluzione comunista: la realtà s’impegna di liquidarle; b) non è sul terreno della propaganda, ma sul terreno dell’azione che il Comunismo, e per esso il Partito Comunista, conquista le grandi masse; c) le masse, a misura che procedono nell’azione si radicalizzano, superano le mentalità piccolo borghesi (menscevica, sindacalista e anarchica), e abbracciano i principii e il metodo del Comunismo; d) basta al Partito Comunista di esistere come tale, cioè come partito a sé, per non perdere la sua fisionomia e non divenire una nebulosa nella mente dei proletari.
Alcune di queste affermazioni sono contenute nelle tesi, come quella alla lettera b, e fino a un certo punto, assai dubbio, anzi nello spirito assolutamente contraddittorio, quella alla lettera a, ma né il compagno Bordiga, né Leo, pure facendoci rilevare che noi o non avevamo capito nulla delle tesi, o ci eravamo fermati come l’asino di Burindano ad un passo della 41°, ci hanno chiarito il come da affermazioni uniformi noi siamo venuti a conclusioni così diverse e contraddittorie.
Che cosa sono tenuti a risolvere i Partiti Comunisti in riguardo alla tattica al giorno d’oggi, e dopo il III Congresso dell’Internazionale Comunista? Cioè quale è il problema fondamentale tattico dell’ora? Il III Congresso, e più ancora le successive riunioni del Comintern, hanno risposto in modo assai esplicito: divenire partiti di masse, andare verso le masse. Come? Ecco a che cosa bisogna rispondere. Naturalmente si sono affacciate diverse soluzioni del problema, e quindi diverse tendenze al riguardo. Su un punto tutti i Partiti, i compagni dell’Internazionale sono assolutamente d’accordo: nel riconoscere cioè che oggi l’obiettivo fondamentale è quello indicato dal Congresso dell’Internazionale: andare verso le masse. La situazione politica del proletariato rovesciata in tutti i Pesi, la profonda crisi economica del capitalismo seguita all’apparente prosperità industriale dei primi due anni del dopo-guerra in cui il proletariato ebbe l’illusione di poter strappare sine die concessioni su concessioni al capitalismo senza scomodarsi troppo in incognite insurrezionali, la enorme disoccupazione conseguenza della crisi che ha prodotto una certa concorrenza tra le masse di operai disoccupati e i pochi privilegiati occupati, hanno enormemente abbassato lo spirito di combattività e la fede del proletariato. Aggiungere a questo l’opera nefanda svolta dai partiti maggioritari e centristi per spegnere nelle masse ogni anelito rivoluzionario e legarle mani e piedi al carro del capitalismo sfruttatore, opera coronata sempre più da successo a misura che sul terreno politico il proletariato perdendo posizioni acquistava la nozione della forza potente e colossale dell’avversario, e quindi di spostava dagli obiettivi massimalisti a quelli minimalisti, contingenti. Il fatto obiettivo della situazione del movimento operaio internazionale è questo: la mentalità della maggioranza del proletariato è sotto la influenza dei capi riformisti e centristi. I partiti comunisti concorreranno al miglioramento della situazione e potranno ricondurre il proletariato, scoraggiato e depresso dalla crisi e dalla reazione che lo colpisce nelle forme più tragiche e disperate, ad una «morale» massimalista, e quindi allo spirito di combattività rivoluzionario, nella misura che riusciranno a strapparlo dalla influenza nefasta dei capi riformisti e centristi. A questo punto la parola d’ordine della Internazionale Comunista si trasforma in fronte unico. Nel pensiero del presidente del Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista, Zinoviev, questo nuovo motto dovrebbe ritenersi una integrazione e un approfondimento dell’altro «andare alle masse», nel senso che la lotta pel fronte unico condurrebbe i partiti alla conquista delle masse. Anche su questa parola d’ordine del fronte unico, in linea generale, tutti i partiti comunisti sono d’accordo, come lo erano per l’altra. Non ci fermiamo lungamente sulla soluzione che il compagno Zinoviev dà di questo problema perché i nostri giornali hanno riportato per intero il suo discorso tenuto alla riunione del 28 dicembre del Comitato Esecutivo. Egli in sostanza dice: «il fronte unico di cui noi facciamo oggi la nostra più importante piattaforma di agitazione in tutto il mondo, mettendo i riformisti e i centristi dinanzi a proposte concrete e bene determinate, in quanto a mezzi da usare e a fini da raggiungere, serve a costringerli a uscire dalla loro politica demagogica e a smascherarsi dinanzi alle masse per chi sono: questo è l’unico mezzo per cui le masse potranno imparare a conoscere chi sono i loro attuali capi, e a riconoscere la giustezza delle nostre critiche e delle verità che andiamo predicando da tanto tempo». Egli ammette in ciò che si possa realizzare il fronte unico, oltreché sul terreno sindacale, anche su quello politico, ritenendo che i partiti comunisti, che già da tempo hanno superato la loro fase di sviluppo e di organizzazione, sono consolidati, cristallizzati secondo la espressione sua, non devono temere di perdere la loro fisionomia costituendo alleanze temporanee con altri partiti della classe operaia purché, ben s’intende, il partito resti partito a sé, e conservi libertà di critica e di movimento senza impegni di sorta. Il compagno Radek va oltre di molto: egli arriva a dimostrarsi favorevole ad una coalizione parlamentare con i socialdemocratici (egli si riferisce più specificamente alla Germania, unico paese dove una tale tattica è resa possibile dalla situazione parlamentare) per la costituzione di un governo socialista che s’impegni di realizzare alcune rivendicazioni, e giunge fin’anche, se le nostre informazioni corrispondono al vero (noi non possediamo degli scritti di Radek che quelli apparsi nella traduzione italiana, nella stampa e nei libri) a sostenere l’eventualità dell’appoggio dei deputati comunisti a un Governo di sinistra social-borghese che si impegni anch’esso di attuare alcune rivendicazioni.
Quale è la soluzione che le tesi dei nostri relatori danno a questo problema fondamentale dell’ora: divenire partito di masse, e fronte unico?
Ogni problema tattico, lo ripetiamo, si ricollega per la sua soluzione ad affermazioni di principio di cui deve essere una logica applicazione. Le tesi giustamente fanno rilevare che non si può indifferentemente ed arbitrariamente assumere questo o quell’altro atteggiamento tattico lasciandosi influenzare dalle specifiche situazioni economiche contingenti, caratteristica questa propria dell’opportunismo, non avendo il programma del partito (tesi 29) il carattere di un semplice scopo da raggiungere per qualunque via, ma quello di una prospettiva storica di vie e di punti di arrivo collegati tra loro. Da ciò derivano una serie di limiti entro i quali l’attività e gli atteggiamenti dei Partiti Comunisti possono muoversi senza compromettere e venir meno al loro compito fondamentale, che consiste nel riservare al Partito comunista la funzione di nucleo centrale, di protagonista della rivoluzione proletaria, funzione negata dalle scuole anarchiche e sindacaliste. Condizione essenziale per cui la sollevazione della classe lavoratrice, vittoriosa come atto insurrezionale, divenga rivoluzione vittoriosa, è che essa acquisti forma e coscienza comunista, cioè che sbocchi nella dittatura proletaria. La vittoria della rivoluzione è quindi tanto più assicurata in quanto maggior numero di proletari si muovono nell’orbita d’influenza del Partito Comunista, il solo che abbia la dittatura come categoria assoluta. È giusta, marxisticamente ortodossa, l’impostazione che del problema tattico fanno i relatori, i quali nel vasto esame delle possibili situazioni delle quali il Partito Comunista potrebbe essere chiamato a muoversi, hanno sempre, incessantemente, diremmo quasi pedantemente dinanzi questo fondamentale punto programmatico del comunismo, e la preoccupante che falsi passi e sentimentali concessioni alla realtà contingente ed episodica compromettano irrimediabilmente l’avvenire del Partito e della rivoluzione. Però, e in questo è che noi ravvisiamo una concezione troppo meccanica del processo rivoluzionario, questa preoccupazione ci pare spinta tant’oltre da divenire un pregiudizio, e da costituire un ostacolo ingombrante e pericoloso per lo stesso avvenire del Partito e della rivoluzione, presentando il pericolo di isolarlo, proprio nei momenti risolutivi della vita della classe lavoratrice, dalle masse stesse.
Alla tesi 36 è detto: «Il fronte unico sindacale … offre la possibilità di azioni d’insieme di tutta la classe lavoratrice … libero da ogni corresponsabilità (del partito comunista) con l’opera degli (altri) partiti» e più sopra «sia che si tratti di richieste economiche, sia anche che esse rivestano carattere politico, il P.C. le proporrà come obbiettivi di una coalizione degli organismi sindacali, evitando la costituzione di comitati dirigenti di lotta e di agitazioni nei quali tra altri partiti politici sia rappresentato e impegnato quello comunista» e ancora alla tesi 23 «la evidente incompatibilità ad appartenere … anche a quei movimenti che non hanno il nome e la organizzazione di partito pur avendo carattere politico» donde si desume:
1. Che le tesi dei relatori non prevedono possibile ed utile altro fronte unico che quello sindacale.
2. Che il Partito deve mantenersi al di fuori, in una posizione di attesa, di fronte a qualsiasi movimento della classe lavoratrice, anche se spontaneo, anche se contro la bonzeria sindacale di tutte le tinte, anche se nelle circostanze in cui esso di manifesta e si sviluppa rappresenta una necessità imposta alla classe lavoratrice dalla passività e dalla inerzia dei dirigenti le organizzazioni economiche, anche se esso ha tutte le forme e il contenuto di un movimento che nelle prevedibili fasi del suo sviluppo può condurre ad uno sbocco rivoluzionario.
3. Che l’attività del Partito per la conquista delle masse sul terreno dell’azione non trova altro campo all’infuori di quello sindacale.
4. Che la lotta contro il riformismo e il centrismo si esaurisce sul terreno dell’azione contro i soli dirigenti riformisti e centristi delle organizzazioni economiche.
5. Che la sola agitazione teorica con la letteratura (tesi 36 «il Partito comunista agiterà allora (quando gli altri partiti prenderanno la iniziativa di azioni ed agitazioni per un programma di benefizi del proletariato) sottolineandoli e precisandoli, quegli stessi postulati, come bandiera di lotta di tutto il proletariato») è sufficiente a smascherare l’opportunismo dei partiti socialdemocratici di fronte alla classe lavoratrice.
6. Che il coinvolgere il Partito comunista in azioni comuni con gli altri partiti operai per obbiettivi ben precisati da condursi con mezzi di lotta ben precisati (tesi di Zinoviev) anziché offrire l’inestimabile vantaggio di battere i partiti centristi e riformisti direttamente, e non indirettamente attraverso gli organizzatori sindacali (ben s’intende che i due terreni di lotto contro il centrismo e il riformismo non si elidono ma si integrano, devono cioè essere usati tutti e due) smascherandoli appena abbandoneranno la lotta, come è indubitato appena questa assumerà forme nuove e appena i mezzi di lotta iniziali si saranno rivelati insufficienti per la vittoria dell’azione ingaggiata, presti il Partito al pericolo di perdere di fronte alle masse la sua fisionomia programmatica.
Un esame particolareggiato delle tesi ci avrebbe portato troppo lontano, e non è possibile espletarlo in uno o più articoli di giornale. Il certo è che da tutto il complesso della relazione balza una contraddizione evidente: da una parte lo sforzo, potente e coscienzioso, di abbracciare il movimento rivoluzionario come movimento di tutte le forze sociali in moto, discordi e contrastanti talora stranamente concordanti tal altra, coscientemente affiancate altrove, ma tutte fatalmente e necessariamente confluenti alla grande rivoluzione comunista, incuneando in questo caos immenso come elemento risolutivo il Partito comunista, e dall’altra una conclusione tattica che fa credere che il metodo dialettico nelle mani dei relatori più che uno strumento di studio sicuro e unitario della storia e del suo vasto e complesso processo, sia una vera mera esercitazione intellettuale.
La rivoluzione contemporanea delle classi lavoratrici, o sarà comunista o non sarà che un vano conato. Ma più che le dottrine e la propaganda degli agitatori, sarà l’incalzare stesso degli avvenimenti, sotto la pressione delle necessità banali dell’economia, che porterà i lavoratori, anche inconsapevolmente all’uso dei metodi del Comunismo, che indiscussamente è la più razionale e la più positiva dottrina storica contemporanea. Ma nessuna situazione economica è insolubile, perché il problema economico in tanto esiste ed è vivo, in quanto ad esso si ricollegano i bisogni degli uomini. Ridurre i bisogni degli uomini alla capacità economica della società umana: è questo il sogno imperialista, il quale tende con la sua offensiva reazionaria ad abbassare il tenore di vita del proletariato – o aumentare la potenza economica dell’immenso laboratorio produttivo che è il mondo – è questa la soluzione comunista. Dunque non è per un processo assolutamente meccanico e fatale delle cose che si giunge alla rivoluzione comunista; ma per una confluenza delle necessità economiche con la capacità volitiva della classe lavoratrice, che è portata dalla sua posizione come classe sociale alla soluzione comunista del problema. La capacità volitiva è rappresentata dal Partito Comunista. Presentano quindi lo studio dei metodi che conducono al rafforzamento dei Partiti comunisti il più grande interesse per noi, e la più grande importanza. Noi crediamo che nella misura in cui i Partiti comunisti sapranno tanto più liberamente e arditamente muoversi in mezzo alla classe lavoratrice, e tanto più liberamente in quanto più omogenei, e basati su una ferrea disciplina interna, corrispondentemente essi eviteranno di trasformarsi in sette e in movimenti puramente teorici, e guadagneranno la simpatia delle masse che avendoli sempre al loro fianco, in tutte le loro lotte e le loro speranze, impareranno a conoscerne i membri come i loro più fedeli e più coraggiosi difensori.
SMERALDO PRESUTTI