L’economia capitalistica mondiale affonda nella crisi
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Un nome, per dar corpo ai sussulti che scuotono l’intero mondo economico torna e ritorna sulle bocche degli economisti borghesi, dei «teorici» opportunisti, delle autorità monetarie: quello dell’inflazione.
Le masse proletarie, malgrado le esigue riserve sociali permettano ancora di reggere la pressione economica, avvertono questo stato di crisi dal salario, che di merci ne acquista sempre meno, dal posto di lavoro che si fa sempre più precario, dall’aumento dei disoccupati.
Rispetto alle crisi precedenti, degli anni ’70, che si esprimevano essenzialmente nelle forme monetarie, come pressioni speculative sulle divise che di volta in volta si trovavano nell’occhio del tifone, e costringevano le Banche Centrali a complicati interventi sui mercati finanziari in subbuglio, la crisi attuale non presenta le stesse caratteristiche di «speculazione selvaggia». Allora gli economisti borghesi non ebbero il coraggio di oltrepassare l’analisi della moneta, per loro tutto il male risiedeva in un meccanismo «malato», che permise allo Stato economicamente più forte di scaricare sui partners commerciali la propria «insolvibilità», il proprio «deficit». Gli economisti borghesi con tinte progressiste, (dal momento che oggi, e lo insegna il marcio opportunismo comun-socialista, progressismo si identifica con la difesa dei «sacri interessi nazionali») arrivarono fino a cogliere il rapporto di sudditanza politica che ha legato i paesi europei agli USA, e scandalizzati proposero la creazione di un blocco commerciale europeo, una CEE rinforzata, per contrastarne lo strapotere; gli opportunisti rettificarono un poco il tiro; una Europa «sindacato giallo dei padroni» americani, non servirebbe a nulla. Tutti si scervellarono nella fantasiosa creazione di un meccanismo che non creasse squilibri nell’economia mondiale, e tutti, capitalisti, teorici della borghesia ed opportunisti si trovarono a braccetto nella ricerca di una moneta forte, solida, che garantisse i corsi dei cambi, le transazioni commerciali, che assicurasse l’eternità del sistema.
Col passare del tempo, le condizioni generali del processo di produzione capitalistico si sono andate aggravando, e le forme nelle quali la crisi si sviluppa, tendono sempre più a quella «crisi generale del capitalismo» la cui previsione è un cardine della nostra dottrina rivoluzionaria. Le caratteristiche comuni a tutte le economie, sono le seguenti: pure rigurgitando di denaro le banche, gli investimenti marcano una costante diminuzione, gli impianti produttivi vengono utilizzati al di sotto delle loro potenzialità – fino ad arrivare, come in Italia, ad un impiego al di sotto del 70 per cento – cala il prodotto, e calano i profitti.
Contemporaneamente un rialzo senza precedenti dei tassi di interesse ed un aumento spropositato dei prezzi, che spinge i governi alla ricerca di misure per il controllo, giungendo fino al punto di bloccarne d’autorità l’aumento, senza però riuscire ad evitare il gonfiarsi dei costi di produzione. Ciò si traduce nell’espulsione di parte della forza lavoro dalla produzione – 2 milioni di disoccupati in Italia, e un tasso di disoccupazione crescente in tutto il mondo – e le concessioni e i sussidi che gli stati più o meno generosamente erogano per tamponare gli effetti della disoccupazione e della sottoccupazione, e per sostenere le aziende in crisi, inducono ulteriori spinte inflazionistiche; l’aumento di tutti i costi, compreso quello del denaro, di cui paradossalmente c’è abbondanza, si accompagna quindi ed in tutti i paesi, ad una diffusa recessione economica che equilibra gli scarti tra produzione e vendite, tra costi e prezzi, e permette la sopravvivenza e lo sviluppo soltanto alle aziende più forti.
Il controllo dei cicli economici, secondo la teoria keynesiana si rivela una utopia; merci e denaro tornano ad essere le personae dramatis della produzione capitalistica. Ignorano gli economisti borghesi, che la «forma monetaria» di cui l’oro è la materializzazione, non è che una metamorfosi della forma «valore generale» e quindi «l’enigma del feticcio moneta è soltanto l’enigma del feticcio merce divenuto visibile», e che gli squilibri monetari niente altro riflettano se non gli squilibri reali dell’intero modo di produzione capitalistico.
«Con lo sviluppo del sistema di credito, la produzione capitalistica cerca continuamente di eliminare questa barriera metallica, questa barriera insieme materiale ed immaginaria della ricchezza e del suo movimento, ma torna sempre a battere la testa contro il muro» (Marx).
In realtà la debolezza dell’attuale sistema monetario, o di qualsiasi altra forma monetaria che mente di borghese o idiozia di opportunista possa escogitare, è nella sostanza stessa del modo di produzione capitalistico, per il quale la forma mercantile che assumono i prodotti del lavoro umano, costituisce una struttura rigida che non può contenere la spinta dell’espansione delle forze produttive.
Il capitalismo produce merci, non per soddisfare bisogni umani, ma per venderle e realizzare il valore in esse contenuto; la sua capacità di produrre non conosce soste, ma quella di acquistare, da parte dei mercati, non è infinita! Produrre non basta, il capitale deve circolare sotto la forma di merce per realizzare valore ed aumentare di massa. Nelle parole di Marx: «nella crisi si assiste al manifestarsi di questa rivendicazione; la totalità delle carte di credito, dei titoli, delle merci, deve poter essere in un sol colpo e simultaneamente convertita in moneta bancaria, e questa, a sua volta, in oro».
Mentre il processo inflazionistico, generalizzato alla scala internazionale, costringe i prezzi in una spirale demente, gli Stati nazionali ritrovano le armi del protezionismo economico, saltano gli accordi commerciali, si incrinano le «Sante Alleanze», si distruggono i vecchi equilibri.
Tutto l’andamento internazionale di questa crisi, la sua non riducibilità ad eventi o squilibri «locali», dimostra la impossibilità storica in regime borghese delle riforme, per creare isole di «pace economica» nel mare tempestoso della produzione capitalistica, e smentisce tutta la teoria dell’opportunismo, che pretende di legare le sorti del proletariato a quelle dell’economia nazionale, stringendolo in bastarde alleanze con i «ceti medi produttivi», le mezze classi succhione e reazionarie.
Facciamo parlare i nostri Maestri su questa tanto decantata comunanza di interessi: «l’interesse del capitalista e dell’operaio è lo stesso», sostengono i borghesi e i loro economisti. E infatti! L’operaio va in malora se il capitale non lo occupa. Il capitale va in malora se non sfrutta la forza lavoro, e per sfruttarla deve comperarla. Quanto più rapidamente si accresce il capitale destinato alla produzione, il capitale produttivo, tanto più fiorente è l’industria; quanto più la borghesia si arricchisce, quanto più gli affari vanno bene, tanto più il capitalista ha bisogno di operai, tanto più caro si vende l’operaio.
La condizione indispensabile per una situazione sopportabile dell’operaio è dunque l’accrescimento più rapido possibile del capitale produttivo». Ed ancora: «Dire che gli interessi del capitale e gli interessi dell’operaio sono gli stessi, significa soltanto che il capitale e il lavoro salariato sono due termini di uno stesso rapporto. L’uno condiziona l’altro, allo stesso modo che si condizionano a vicenda lo strozzino e il dissipatore.
Sino a tanto che l’operaio salariato è operaio salariato, la sua sorte dipende dal capitale. Questa è la tanto rinomata comunità di interessi fra operaio e capitalista». E, aggiungiamo noi, tra operai e piccola borghesia. La limpida dimostrazione conduce poi ad un’altra importantissima conclusione, cioè che mercato delle merci e mercato della forza lavoro sono due aspetti complementari nel processo capitalistico (soltanto nel comunismo il prodotto del lavoro umano avrà perduto il carattere di merce per divenire prodotto sociale e sarà totalmente scomparsa la categoria di mercato e di merce). Alla crisi dell’uno corrisponde quindi necessariamente la crisi dell’altro; è vera la tesi dell’economia politica proletaria per cui le lotte rivendicative che la classe operaia compie in difesa delle proprie condizioni di vita, non causano l’insorgere di crisi nel processo di produzione capitalistico, anche se in determinate circostanze, quelle della crisi generale appunto, riescono «fisiologicamente» incompatibili con esso, ma risulta anche dimostrata scientificamente l’altra tesi, per cui il capitalismo è condotto per sua stessa natura a crisi cicliche che lo portano alla distruzione, dilazionabili per un certo tempo, ma assolutamente inevitabili. Ne segue che niente vi è di più precario, in regime capitalistico, delle possibilità materiali di vita della classe operaia. E le crisi capitalistiche, sempre più profonde, nella fase imperialistica, sboccano necessariamente nell’alternativa: o guerra mondiale, o rivoluzione comunista mondiale: così fu nel passato, tale sarà nell’avvenire che non si annuncia lontano. In questo va trovato il senso formidabile dell’affermazione del Manifesto dei Comunisti, per cui il risultato delle lotte rivendicative, che rappresentano il campo delle esperienze elementari delle guerre di classe, non sta nel successo immediato, quanto nella crescente unione dei lavoratori; che non può realizzarsi che attorno ad un programma, ad una lotta politica, cioè attorno ad un partito, che senza tener alcun conto delle «barriere nazionali», sia capace di dirigere il proletariato attraverso le fasi alterne della lotta fino allo schiacciamento violento dello Stato. Il concetto rivoluzionario, che noi rivendichiamo integralmente, che è solo nostro, del sindacato scuola di guerra della classe operaia, è stato rinnegato dall’opportunismo politico e sindacale che non può nemmeno più condurre lotte rivendicative generalizzate, perché metterebbero definitivamente in chiaro che lo Stato borghese è l’organo di repressione per la continuità della dominazione di classe, tali lotte risvegliando in strati proletari sempre più vasti la coscienza che è impossibile l’emancipazione della propria classe senza la distruzione di quello stesso Stato che l’opportunismo in ogni modo si propone di amministrare.
Abbiamo già detto che la crisi che sta squassando la totalità del mondo capitalistico, allo stesso modo colpisce il mercato della forza lavoro, cioè la classe di coloro la cui unica possibilità di vita risiede nella vendita delle proprie braccia alla classe dei capitalisti. Si saturano i mercati, si blocca la produzione capitalistica si esaurisce la richiesta della forza lavoro e la si espelle dalla produzione. Crisi internazionale del capitalismo; come l’opportunismo può giustificare l’impostazione che da trent’anni ha dato alle lotte operaie, dal «ricostruiamo e poi richiediamo» nell’immediato dopoguerra, al frustro ritornello «possiamo chiedere di più perché gli affari per i padroni vanno bene, i loro margini di profitto sono alti»? Dopo l’illusione di un «domani migliore», schiacciato e corrotto dalla azione combinata dell’opportunismo e dei margini economici che il capitalismo poteva concedere, il proletariato si risveglierà nelle peggiori condizioni di vita: l’opportunismo potrà sempre addebitarle al «cattivo padrone nazionale».
Da questa crisi avanzante il proletariato potrà trarre vantaggio solo alla condizione che sappia ritrovare il suo partito di classe, la sua luminosa tradizione di battaglia; solo se, materialmente provando quanto sia falsa la tesi cardine dell’opportunismo, di un capitalismo che possa essere guidato e corretto volontaristicamente nel suo sviluppo fino al socialismo, getterà via tutte le false illusioni di una pacifica conquista dello Stato borghese, del latte-miele democratico. La «nostra» crisi, quella che da sempre noi comunisti abbiamo profetizzato ed atteso, o a questo avrà servito, o l’umanità lavoratrice sarà condotta al terzo massacro imperialistico. Noi comunisti salutiamo in essa l’alba della riscossa di classe.