Bombe «H» e «Armi segrete» deterrente contro il proletariato
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In questa fase storica di crisi della borghesia mondiale e di timida ripresa della lotta di classe, Stati imperialisti e opportunismo becero e corruttore si ingegnano a presentare la loro violenza e capacità distruttiva come un flagello «naturale» ed inevitabile.
Il marxismo rivoluzionario ha sempre respinto questa tesi e questa minaccia mistificatrice e subdola.
La violenza, nella moderna lotta delle classi sociali antagoniste, è violenza di classe, come la ricerca di strumenti di distruzione e lo studio della strategia e tattica del loro impiego è il frutto che matura in condizioni materiali, economiche e sociali la cui spiegazione va ricercata in questo terreno storico e reale. Non avendo né tempo né cattivo gusto di ricostruire la storia di questo aspetto della lotta di classe dall’uomo selvaggio all’era atomica, come amano fare gli adoratori «dell’umana natura corrotta» e simili favole, cercheremo, attraverso la chiave marxistica che considera la violenza come «levatrice di storia» e non oracolo ed imperscrutabile demiurgo, di puntualizzare alcuni recenti sviluppi della teoria della violenza che i «poligoni di tiro» degli Stati imperialistici, dal famigerato «Pentagono» al più contorto e merlato Cremlino, stanno mettendo a punto, digrignando i denti tra l’ambiguità del sorriso diplomatico e la ferocia di lupi da guardia del Capitale.
Gli opposti imperialismi, grazie all’oppio soporifero sparso a piene mani dall’opportunismo social-pacifista durante il primo massacro mondiale, e dall’ancor più bieco stalinismo durante e dopo il secondo, si sono premurati di convocare Conferenze di «pace» mentre i mezzi distruttivi più micidiali venivano impiegati sul campo di battaglia per il macello di proletari, gli uni contro gli altri armati per la difesa della «patria» e dell’onore nazionale.
La Società delle Nazioni prima, la Conferenza di Ginevra (mai chiusa) e l’ONU poi, poterono presentarsi come l’areopago internazionale dove i soloni compulsavano i loro cervelli per affrontare un piano di pace «stabile e duratura».
Nel frattempo, nell’ambito della divisione dei compiti e delle funzioni tipica del sistema capitalistico, l’intellettualità più acuta era impegnata a teorizzare sull’«arma assoluta», per una sete mistica di definitiva quiete del corpo e dell’anima, non importa se a carico della «distensione» (non quella di cui si parla tanto) dei corpi proletari disseminati sui campi di battaglia periferici o metropolitani.
L’arma assoluta, come è noto, sarebbe stata finalmente trovata alla fine degli anni ’40 per mezzo della fissione nucleare e della reazione a catena, in una parola con la scoperta della bomba atomica.
Il pacifismo mondiale, belando in processioni sempre più ambigue ha preteso di individuare nell’arma lo strumento dell’Apocalisse, la sua cavalcatura più drastica e definitiva. Solo il marxismo rivoluzionario, rimossi da tempo tutti gli «assoluti», «teologici» o laici, non importa, ha opposto a tale forma di «catastrofismo» fatalistico ed interessato, il suo sano «catastrofismo» storico e rivoluzionario.
Gli argomenti sono stati e sono ancora quelli con i quali il lucidissimo Federico Engels, «il generale» come veniva scherzosamente e affettuosamente soprannominato dal «moro» (C. Marx), aveva sbaragliato e coperto di ridicolo agli occhi dei rivoluzionari del suo tempo e di tutti i tempi, il Sig. Dühring (Antidühring – Teoria della violenza – IIIª parte) che si muoveva (e peggio si muovono i suoi ancora più ridicoli epigoni) «nell’ambito delle puerilità pura e semplice». Anche il Sig. Dühring, con metodo «assiomatico» e metafisico, aveva pensato di far colpo parlando di onnipotente «violenza» delle classi dominanti nella storia, e ne aveva fornito una sua teoria. In ogni epoca, la classe dominante si sforza di presentarsi come insostituibile e investita di una autorità e forza invincibili e perciò «sacra». Non è sfuggita a questa norma, pur senza poterla giustificare con la collera divina in quanto nota rivoluzionaria e dissacratrice, la borghesia capitalistica; per questo si è coperta ancor più di ridicolo agli occhi dei rivoluzionari conseguenti. «Ebbene – afferma Engels – consideriamo un po’ più da vicino questa onnipotente «violenza» del Sig. Dühring: «La spada in pugno», Robinson asservisce Venerdì. Da dove ha preso la spada? Neanche nelle isole fantastiche delle imprese robinsoniane le spade sinora crescono sugli alberi, e il sig. Dühring resta debitore di una risposta qualsiasi a questa domanda. A Robinson era tanto possibile procurarsi una spada quanto è possibile a noi il supporre che un bel giorno Venerdì gli possa apparire con un revolver carico in mano, nel qual caso tutto il rapporto di «violenza» si rovescia: Venerdì comanda e Robinson deve sgobbare. Chiediamo scusa al lettore se ritorniamo con tanta insistenza alla storia di Robinson e Venerdì, che propriamente è più al suo posto in un giardino d’infanzia anziché nella scienza, ma che possiamo farci?
Noi siamo in obbligo di applicare coscienziosamente il metodo carismatico del sig. Dühring e non è colpa nostra se così ci muoviamo nell’ambito della puerilità pura e semplice. Dunque il revolver ha la meglio sulla spada e questo fatto farà comprendere, malgrado tutto, anche al più puerile assertore di assiomi che la forza non è un semplice atto di volontà, ma che esige per manifestarsi condizioni preliminari molto reali, soprattutto «strumenti» di cui il più perfetto ha la meglio sul meno perfetto; che questi strumenti devono essere inoltre prodotti, il che dice ad un tempo che il produttore di più perfetti strumenti della forza, vulgo, armi, vince il produttore di strumenti meno perfetti e che, in una parola, la vittoria della forza poggia sulla produzione di armi, e questa poggia a sua volta sulla produzione in generale, quindi … nella «potenza economica», «nell’ordine economico», sui mezzi materiali che stanno a disposizione della forza».
La forza, al tempo di Engels, come prosegue nel passo al quale rimandiamo i lettori (tanto è semplice, chiaro e comprensibile, eccetto che per i sigg. Dühring, più duri … di lui), era rappresentata dall’esercito e dalla marina da guerra; noi – salvo aggiornamenti -, dalle bombe atomiche, dai missili ad ogiva multipla e via di seguito con questi ordigni. Ma la sostanza teorica rimane quella: non esiste arma «assoluta», esistono le armi che storicamente vengono prodotte. Ma la bomba atomica ci distruggerebbe tutti, vinti e vincitori, hanno belato all’unisono i Krusciov e i Kennedy, i Giovanni XXIII e il gregge al seguito. Con questo ritornello, macabro e ricattatorio, i signori borghesi ed opportunisti hanno tenuto a bada, e si sono tenuti a bada, per ben 30 anni, quando il capitale dal diavolo in corpo, riesploso più potente e gonfio di prima sta impedendo anche ai più sottili strateghi una completa revisione della teoria di una eventuale IV° guerra mondiale da combattersi con i sassi. I colossi imperialistici si confondono nell’estenuante e plateale negoziato SALT. Si fanno balenare ogni tanto accordi fantastici, pace millenaria; ma per poco, perché al momento opportuno cala la doccia «calda» di nuove strategie di offesa, di armi segrete, dal raggio della morte, alla battaglia meteorologica (con gravi preoccupazioni per il «nazionale» Bernacca).
La spada in pugno è stata brandita in questi ultimi giorni dal Robinson di turno, il bambolone Schlesinger, marine dallo sguardo ingenuo, con la sua teoria della «guerra atomica limitata» contro la tesi della «risposta graduata convenzionale», elaborata nell’era d’oro della coesistenza pacifica dalla «testa … d’uovo» McNamara, che a sua volta aveva rovesciato la teoria della «rappresaglia massiccia» del cavaliere dell’Apocalisse Foster Dulles.
Non ci meravigliamo di queste conversioni, che non sono affatto il frutto del genio strategico di simili «carpe», ma le conseguenze che le condizioni materiali della produzione generale capitalistica inducono nell’ambito della strategia e della tattica militare, che in ultima istanza significa del controllo da parte dei ladroni imperialistici del loro dominio sulle rispettive zone di influenza, sempre più precarie, sempre meno eterne.
Siamo di fronte ad un assaggio non puramente psicologico: i mostri imperialistici si stanno rendendo conto che la crisi economica potrà comportare un confronto militare non più localizzato o localizzabile, e devono cominciare a vedere che effetto fa la proposta di qualche fungo (atomico) avvelenato, magari nel cuore dell’Europa, culla del capitalismo.
Gli U.S.A., preoccupati di evitare che le bombe possono cadere nel proprio «invitto» territorio nazionale, sanno che effetto potrebbero produrre sulla propria classe operaia, disarmata sul piano ideologico, ma imprevedibile per quel che riguarda le sue reazioni.
Dunque un altro mito sta cadendo, ma la mistificazione continua: i destinatari reali di queste minacce sono i proletari, che si troveranno ancora una volta di fronte al dilemma tragico di sempre: o assecondare la guerra tra gli Stati, o aprire le ostilità contro gli affamatori, dando inizio alla guerra civile.
Sono terminate le sfilate per il disarmo e la pace: «sudano i fuochi a preparar metalli»; il proletariato, la classe operaia faccia la sua parte se non vuol perire per mano delle armi che ha affilato con le sue stesse mani. O capitalismo o comunismo, non c’è altra via!