Il ciclo economico russo segue le sorti del capitalismo mondiale Pt.1
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Nel 1956, a seguito delle affermazioni del 20º Congresso del Partito Comunista Russo con le quali si cancellarono anche le ultime tracce di politica classista dal partito e dallo Stato sovietici, il nostro movimento pubblicò il «Dialogato coi Morti». Coi morti, appunto, dato che al partito proletario e rivoluzionario nessun terreno esisteva ormai più, nemmeno di polemica, con la dirigenza cremlinesca. Definitivamente svanita fu anche l’illusione di una Russia pronta a scontrarsi militarmente con l’America, gendarme numero uno della conservazione mondiale.
La rivoluzione borghese russa «is over, è un fatto compiuto», scrivemmo nel 1953. L’industria russa, pienamente capitalistica, non si contrappone più alla rivale d’oltre Atlantico, bensì affermò voler pacificamente emulare gli squallidi successi del maggior brigante imperialistico. Affermò, contro tutte le previsioni del marxismo, possibile la dominazione, in pace, sul mondo intero, «super-imperialistica» alla Kautsky, delle due potenze, l’una campione del capitalismo, l’altra del socialismo, congressualmente giostranti a suon di statistiche: tonnellate di acciaio contro kilowattora di energia, megatoni H contro phantom «convenzionali».
Non solo, ma il sistema ipoteticamente socialista russo avrebbe, entro il 1975 si disse, dimostrata la sua superiorità sul capitalismo e lo avrebbe raggiunto, ma sul suo stesso terreno, quello della folle produzione di merci, dell’accumulazione di capitale, dello sfruttamento dei salariati.
Contro questa ingannevole contrapposizione, per la quale i proletari del mondo intero furono spinti a macellarsi in difesa di Stati falsamente «operai» e «socialisti», noi opponemmo sempre la denuncia della pretesa natura post capitalistica dell’economia in Russia, anzi dimostrammo in essa la presenza degli elementi caratteristici di ogni produzione di capitale: merci, salariato, lavoro associato, e solo nella sua parte più moderna ed industriale mentre permanevano nella struttura produttiva agricola retaggi ancora preborghesi e addirittura comunitari (kolkoz).
Dimostrammo altresì presuntuosa ed impossibile la prospettiva che vedeva la Russia rapidamente raggiungere il volume produttivo statunitense data la differenza nelle condizioni di partenza e il prevedibile rallentamento nella corsa russa. Mostrammo però che il confronto era possibile e misurabile proprio perché trattavasi di regimi sociali basati sulle medesime leggi economiche.
Dinanzi al fuoco d’artificio delle statistiche calcolate ad effetto sparate dalle due sponde, alle quali oggi si aggiunge l’ancora più disgustosa stretta di mano «in orbita» fra ladroni imperialistici, messaggeri, nell’anno di crisi 1975, non di una impossibile pace universale a cui nessuno crede più, ma della consumata spartizione della sottostante terra, sulle spalle di milioni di ingannati proletari e attoniti contadini terzomondisti, il nostro partito iniziò un meticoloso lavoro di riordinamento ed elaborazione, con metodo scientifico e non meramente propagandistico, delle misurazioni, ripetute su lunghi archi di tempo, delle grandezze caratterizzanti il divenire delle economie nei diversi paesi.
Il quadro del Dialogato
Fra i primi risultati del lavoro di ricerca fu la presentazione sintetica, nel 1956, del «QUADRO DEGLI INCREMENTI TOTALI E MEDI ANNUI DELLA PRODUZIONE INDUSTRIALE NEI PAESI E PERIODI TIPICI DELLO SVILUPPO STORICO DEL CAPITALISMO».

In senso immediato con questo si intesero verificare due importanti leggi del modo capitalistico di produzione, derivate entrambe dalla più generale legge della caduta tendenziale del saggio del profitto così come enunciata e dimostrata teoricamente da Marx nel Capitale: 1) «in fase normale il ritmo di incremento dell’accumulazione di ogni paese decresce col tempo»; 2) «il capitalismo più giovane ha incremento medio più rapido» (Dialogato). Queste leggi, verificate nell’industria russa, ne confermano la classificazione nella specie capitalistica. Ma, più in generale, scrivevamo: «Le chiavi per decifrare il quadro, eloquente di per sé nel suo significato di piattaforma del corso futuro, sono tre: Crisi, Guerra, Rivoluzione». Oltre a confermare, cioè, la tendenziale storica diminuzione di produttività del capitale, sua condanna a morte, indaghiamo il futuro susseguirsi dei «periodi» e attendiamo quello che non sarà termine ed inizio di nuovi cicli economici, ma che segnerà la rivoluzionaria chiusura di ogni contabilità borghese, quando si programmerà lo smantellamento di interi rami industriali ed il rallentamento dello sviluppo produttivo.
Dall’ultima ondata di rivoluzione internazionale coincidente nel quadro con la «prima guerra», sono seguiti i periodi: Ricostruzione, Crisi, Ripresa, Seconda guerra, Ricostruzione.
Allo specchio qui ripubblicato abbiamo aggiunto un «periodo»: all’ultimo, «1946-1955, anni 9, Ricostruzione», e l’elevato valore dei tassi di incremento medi annui ne misurava lo slancio, qui segue il «periodo» «1955-1974 anni 19», e lo chiamiamo «Imperialismo», come già era il periodo 1900-1913, anni 13.
Il momento attuale non potrebbe essere più opportuno per «chiudere» anche con questo periodo; il 1974, del quale ora disponiamo gli indici della produzione industriale, è per quasi tutti i paesi l’anno di massimo nello sviluppo economico, l’inizio di una «tendenza involutiva» dell’economia capitalistica, la fine del «benessere», il «ritorno agli anni ’30» come scrivono gli stessi economisti borghesi.
Del resto, già in calce al quadro del Dialogato scrivevamo: «Per le conclusioni più vaste non oseremo una profezia, solo un auspicio. Il decennio postbellico di avanzata della produzione capitalistica mondiale continui ancora alcuni anni. Poi la crisi di interguerra, analoga a quella che scoppiò in America nel 1929. Macello sociale delle classi medie e dei lavoratori imborghesiti. Ripresa di un movimento della classe operaia mondiale, reietto ogni alleato. Nuovissima vittoria teorica delle sue vecchie tesi. Partito comunista unico per tutti gli Stati del mondo. Verso il termine del ventennio, l’alternativa del difficile secolo: terza guerra dei mostri imperiali – o rivoluzione internazionale comunista. Solo se la guerra non passa, gli emulatori morranno!».
Gli «alcuni anni verso il termine del ventennio» ci hanno portato al 1974.
Il periodo qui concluso, dell’altro di pace imperialistica descritto nel quadro, 1900-1913, presenta la non breve durata: 19 anni contro 13 ed una certa somiglianza nelle velocità di crescita. Già sapevamo che i cicli del capitale tendono ad allungarsi. Con l’altro periodo di pace, giustamente detto di «Ricostruzione», il 1920-1929, l’analogia è minore appunto per la perturbazione recata dalla recente guerra.
Per le precedenti colonne il quadro è lo stesso già pubblicato dal partito così come appare nel Dialogato. Solo abbiamo sostituito agli incrementi percentuali totali nel periodo, allora segnati in tondo, direttamente i numeri indici della produzione industriale base 1913, relativi agli anni di separazione dei periodi. Per gli anni dal 1880 al 1913, verificati i conteggi, abbiamo soltanto corretto alcuni tassi di incremento, sensibilmente solo il Regno Unito nel secondo periodo. Immutate le fonti dei dati ricordando che «il presente quadro è elaborato solo su dati di fonte russa (Varga, Stalin, Kruscev). Gli indici dei primi due periodi sono tratti dalle cifre relative alle industrie base, date da Varga».
Per i periodi invece dal 1913, vista la notevole concordanza dei dati, abbiamo ricalcolato tutti gli indici in base alle più recenti tabelle pubblicate dall’ONU: nessuno scostamento significativo.
Tutto il rigo russo, dal 1913, è invece nuovo. Infatti la Direzione Centrale di Statistica dell’URSS nel 1973 ha creduto opportuno buttare al macero tutti i precedenti rapporti, peraltro scarni e sibillini, sull’andamento dell’economia e sulla realizzazione dei piani quinquennali (destalinizzazione statistica!): pubblicando una edizione speciale dell’Annuario ci fornisce nuove e più complete serie. Qui aggiorniamo gli indici della produzione industriale. Quali informazioni saranno più vicine alla realtà? Presumibilmente questi ultimi, visto che descrivono uno sviluppo più lento dell’industrialismo russo mentre l’adozione delle vecchie serie porterebbe oggi a masse di produzione spropositate tali da non convincere nemmeno il più sciovinista kolkhoziano siberiano. Le correzioni apportate al quadro giocano a favore di un rafforzamento nella dimostrazione delle nostre leggi in quanto più veloce è la diminuzione dei saggi di accumulazione nel tempo e meno diverso il ritmo sovietico da quello dei paesi occidentali.
Iniziamo quindi ad osservare i dati del periodo aggiunto: perfettamente verificate le «orizzontali»: generale rallentamento rispetto al periodo precedente per i sei paesi. Ma vogliamo confrontare i tassi di incremento con l’altro periodo di «Imperialismo» 1900-1913; maggiore somiglianza di condizioni esterne, maggiore concordanza di fase (il periodo lungo di Marx): per tutti verificata la diminuzione, Gran Bretagna da 2,6% a 2,5%, Francia da 6,0% a 5,8%, Germania da 7,3% a 5,4%, Stati Uniti da 7,3% a 3,8%, Russia da 10,0% a 8,8%. Anomalia per il Giappone: da 10,1% a 12,8%; una spiegazione è nelle terribili distruzioni subite durante la guerra in quel paese, tali da produrre per la sua macchina produttiva come una seconda nascita (questo non gli ha impedito già nel dicembre 1974 di crollare, come gli altri, con la produzione del 14,5% dell’anno prima).
Leggiamo ora il quadro verticalmente. Qui gioca «l’anzianità» del capitalismo nei diversi paesi. Tornano tutti «in riga», ad eccezione di un piccolo rallentamento tedesco; le economie hanno tutte riacquistato il loro andamento necessario dopo le distruzioni belliche di differenti entità ed il successivo periodo di ripresa; per esempio la Germania Occidentale si ridimensiona dal 22,1% annuo del dopoguerra al prevedibile 5,4%. Il basso ritmo dell’industria statunitense si spiega con l’ingolfamento abnorme di merci prodotte da una economia che, unica, non fermò nemmeno in tempo di guerra (+ 4,5% nel periodo) e non subì alcuna distruzione sul suolo nazionale: tutto pronto per la crisi di sovrapproduzione. Anche nella lettura «verticale» si evidenzia il «miracolo giapponese».
E veniamo alla Russia. Tasso di incremento medio annuo in questo «Secondo Imperialismo»: 8,8%. Valore adeguato ad un capitalismo già abbastanza maturo, paragonabile al 7,3% della Germania nel 1900-1913 per esempio, un tasso «da imperialismo» insomma, appunto come già era la Germania di allora nell’opuscolo di Lenin. Dando uno sguardo a tutto il rigo della Russia si verifica come sia definitivamente trascorso il periodo della accumulazione originaria con le velocità del 13,0%, 10,0%, 34,1%, 19,3%, 17,0%, 17,2%. La legge della caduta tendenziale del saggio del profitto vige, perfetta, anche per la Russia, anzi proprio perché nel suo sviluppo già protetta con cortine di ferro dalle alterne vicende del capitalismo mondiale, più docilmente lo sviluppo della sua economia si adagia, con le sue due nascite, sulla teorica curva asintotica del saggio del profitto.
Il prodotto delle vicende sociali di sessanta anni dalla rivoluzione d’Ottobre in Russia ci mostra un paese a regime sociale pienamente capitalistico, anzi possiamo affermare che, quello che già fu la debolezza della rivoluzione antizarista, la mancanza di una classe di borghesi, motivo del suo ritardo e causa del successo della rivoluzione proletaria che produsse il potente e autonomo apparato del potere statale, al ripiegamento di questa ha consentito alla stalinista costruzione del capitalismo russo, facendo a meno degli individui borghesi, di accorciare il cammino da un lato al capitalismo monopolistico di Stato, dall’altro al regime di governo autoritario e centralizzato, privo anche di quella imbelle opposizione piccolo-borghese liberale strepitante nei paesi di vecchia democrazia.
Noi quindi attendiamo la nostra crisi, internazionale, di capitalismo marcio, crisi rivoluzionaria in Occidente come in Russia, contro lo stesso mostruoso potere sociale e suoi preti, siano essi terragnoli o spediti in orbita, medesima è la «missione»: il salvataggio ovunque del regime borghese.