Il Partito Comunista nella tradizione della Sinistra (III parte) Pt.1
Categorie: Organic Centralism, Party Doctrine, Party History, Party Theses, PCd'I, PCInt
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Il testo che segue costituisce la terza delle cinque parti in cui si articola il lavoro «Il Partito Comunista nella tradizione della Sinistra», del giugno 1974, prodotto dallo sforzo collettivo del partito per rimettere ordine nelle questioni fondamentali, poste in discussione ogni volta che l’organizzazione subisce sbandate che di norma, almeno fino ad oggi, si concretizzano in fratture più o meno vistose ed estese, più o meno fertili al fine del potenziamento dell’azione del partito sulla base della continuità ed unicità di teoria, programma, tattica ed organizzazione. Nulla v’è da modificare nel testo, salvo dettagli puramente formali, composto «di getto» sotto l’incalzare di urgenze dettate dal bisogno sempre presente ed impellente di rimettere in piedi i fondamenti su cui nel 1952 il Partito aveva preso a marciare.
Questo lavoro è contenuto in un opuscolo, primo di una serie, perché allora non era stata varata la nuova testata dell’organo di stampa del Partito, Il Partito Comunista, appunto. In tal modo la circolazione del testo è stata forzatamente limitata mentre è indispensabile che i compagni, e i lettori, i proletari che seguono la nostra lotta conoscano e studino le soluzioni che la Sinistra ha dato e dà al complicato intrecciarsi delle questioni, riassumibili nel titolo di un nostro testo classico «Natura funzione e tattica del partito comunista rivoluzionario della classe operaia» del 1945.
III PARTE
Premessa
«Il partito comunista non è un esercito, né un ingranaggio statale» ribadiscono continuamente le nostre tesi, sia quelle che stilammo quando ci opponevamo al «volontarismo organizzativo» che dal 1923 in poi prese piede e rovinò la III internazionale, sia quelle che abbiamo posto a base della vita del partito ricostituito nel II dopoguerra, sulla base di quella tragica esperienza. Il partito è, viceversa, un’organizzazione «volontaria» non nel senso che vi si aderisce per libera scelta razionale, cosa che anzi neghiamo, ma nel senso che ogni militante «è materialmente libero di lasciarci quando voglia» e che «neanche dopo la rivoluzione concepiamo la iscrizione forzata nelle nostre file». Quando si è nell’organizzazione si è tenuti all’osservanza della più ferrea disciplina nell’esecuzione degli ordini centrali, ma la trasgressione a questa regola non può essere eliminata dal centro se non attraverso la espulsione dei trasgressori. Il centro non dispone, per farsi obbedire, di altre sanzioni materiali.
È partendo da questa elementare definizione che dobbiamo rintracciare gli elementi che garantiscono nel partito la disciplina più assoluta; e questa semplice constatazione esclude già che la disciplina nel partito possa essere ottenuta con un insieme di imposizioni a carattere burocratico o con misure di coercizione. A che cosa aderisce il militante di partito? Aderisce ad un insieme di dottrina, programma, tattica, aderisce ad un fronte di azione e di combattimento che istintivamente ritiene comune a se stesso e a tutti coloro che insieme a lui lo accettano. Che cosa può mantenere il militante sul fronte di battaglia e renderlo ligio ed obbediente agli ordini che gli pervengono? Non certo le imposizioni di questi ordini, bensì il riconoscimento che essi si collocano su quel terreno comune, sono coerenti ai principi, alle finalità, al programma, al piano di azione a cui esso ha aderito. È dunque nella misura in cui l’organo partito sa muoversi su questa base storica, sa acquisirla, sa permearme tutta la sua organizzazione e la sua attività che si pongono le condizioni reali per l’esistenza della disciplina più assoluta. Nella misura in cui questo si verifica i casi di indisciplina, non riconducibili a questioni individuali, divengono meno frequenti ed il partito acquisisce un comportamento univoco nell’azione. Il lavoro per creare un’organizzazione veramente centralizzata e capace di rispondere in ogni momento a disposizioni unitarie, consiste dunque essenzialmente nella continua precisazione e scolpimento dei cardini di teoria, di programma, di tattica e nel continuo uniformarsi ad essi dell’azione del partito, dei suoi metodi di lotta.
Dunque, nel partito primeggiano precisazioni e chiarimento delle basi, sulle quali soltanto l’organizzazione può esistere. Ad eliminare per sempre la stupida equazione: centralismo=burocratismo riportiamo alcune citazioni delle Tesi del III congresso mondiale che furono riprese e puntualmente commentate nei nostri appunti per le tesi sull’organizzazione del 1964.
Di seguito allineamo le citazioni dai nostri testi fondamentali che, divise in capitoli e disposte in ordine cronologico, servono a dimostrare in che cosa la sinistra, traendo le lezioni di una tragica esperienza storica, abbia individuato le «garanzie» della centralizzazione e della disciplina nell’organo partito, garanzie, certo non assolute, in quanto il partito è al tempo stesso prodotto e fattore della storia e, di conseguenza, il suo rafforzarsi, svilupparsi, centralizzarsi o viceversa disgregarsi e perire è in primo luogo ostacolato o favorito dallo svolgersi delle situazioni storiche, ma che servono comunque ad indicare che cosa può favorire il realizzarsi della massima centralizzazione e disciplina e che cosa, al contrario, può favorire l’indisciplina il frazionismo, la disgregazione organizzativa.
La prima serie di citazioni, sotto il titolo: «Il modello di organizzazione» definisce in maniera irrevocabile che la «garanzia» che il partito si muova in maniera centralizzata e disciplinata non risiede appunto in un «modello» organizzativo il quale applicato al partito renderebbe impossibile il frazionismo e l’indisciplina. Dire, a priori: la struttura del partito deve essere questa o quest’altra e l’indisciplina, la contestazione, il dissenso nascono dal fatto che non possediamo questa struttura-modello significa cadere nell’idealismo e nel volontarismo. È tesi nostra, in mille circostanze ribadita, che la struttura organizzata e centralizzata del partito nasce e si sviluppa sulla base dello svolgimento di tutta quanta la complessa attività del partito, come conseguenza e strumento di essa. In termini 1967 la questione si definisce nel modo seguente:
«Forza reale operante nella storia con caratteri di rigorosa continuità, il partito vive e agisce non in base al possesso di un patrimonio statutario di norme, precetti e forme costituzionali, al modo ipocritamente voluto dal legalismo borghese o ingenuamente sognato dall’utopismo pre-marxista, architetto di ben pianificate strutture da calare belle e pronte nella realtà della dinamica storica, ma in base alla sua natura di organismo formatosi, in una successione ininterrotta di battaglie teoriche e pratiche, sul filo di una direttrice di marcia costante: come scriveva la nostra «piattaforma» del 1945, le norme di organizzazione del partito sono coerenti alla concezione dialettica della sua funzione, non riposano su ricette giuridiche e regolamentari, superano il feticcio delle consultazioni maggioritarie».
È nell’esercizio delle sue funzioni tutte e non una, che il partito crea i propri organi, ingranaggi, meccanismi; ed è nel corso di questo stesso esercizio che li disfa e li ricrea, non ubbidendo in ciò a dettami metafisici o a paradigmi costituzionali, ma alle esigenze reali e appunto organiche del suo sviluppo. Nessuno di questi ingranaggi è teorizzabile né a priori né a posteriori; nulla ci autorizza a dire per dare un esempio molto terra terra, che la migliore rispondenza alla funzione per cui uno qualunque di essi è nato sia garantita dal suo maneggio da parte di un solo o di più militanti, la sola richiesta che ci si possa fare è che i tre o i dieci – se ci sono – lo maneggino come una volontà sola, coerente a tutto il percorso passato e futuro del partito, e che l’uno, se c’è lo maneggi in quanto nel suo braccio e nella sua mente operi la forza impersonale e collettiva del partito e il giudizio sulla soddisfazione di tale richiesta è dato dalla prassi, dalla storia, non dagli articoli del codice. La rivoluzione è un problema non di forma ma di forza; lo è altrettanto il partito nella sua vita reale, nella sua organizzazione come nella sua dottrina. Lo stesso criterio organizzativo di tipo territoriale anziché «cellulare» da noi rivendicato non è né dedotto da principi astratti e intemporali, né elevato a dignità di soluzione perfetta e intemporale; lo adottiamo solo perché è l’altra faccia della primaria funzione sintetizzatrice (di gruppi, di categorie, di spinte elementari) che assegnamo al partito.
La seconda serie di citazioni, stabilisce che, essendo il partito organismo formato sulla base di volontarie adesioni, la «garanzia» che risponda alla più severa disciplina deve essere ricercata nella chiara definizione delle norme tattiche uniche ed impegnative per tutti, nella continuità dei metodi di lotta e nella chiarezza delle norme organizzative. Quando la Sinistra vide l’Internazionale dilaniarsì nel frazionismo e nella insubordinazione non ne trasse la lezione che occorrevano dei particolari meccanismi organizzativi o un centro più forte e più capace di reprimere le velleità autonomistiche delle singole sezioni. Ne trasse la lezione che gli sbandamenti, la mancanza di disciplina, la resistenza agli ordini erano l’effetto di una imperfetta sistemazione delle norme tattiche, di una discontinuità nei metodi di azione del partito e dei contorni sempre più sfumati che l’organizzazione andava assumendo attraverso il metodo delle fusioni, dei filtraggi, del noyautage in altri partiti ecc.
La tesi della Sinistra fu che, senza ristabilire saldamente questo terreno pregiudiziale a qualsiasi organizzazione, non si sarebbe mai e con nessun marchingegno ottenuta una forte e disciplinata struttura organizzativa, né un forte centro mondiale dell’azione proletaria. Ne derivano affermazioni costanti della Sinistra come quella che «la disciplina non è un punto di partenza, ma un punto di arrivo», «è il riflesso ed il prodotto dell’attività del partito sulla base della dottrina, del programma, delle norme tattiche omogenee ed unitarie».
La terza serie dimostra, alla luce dell’esperienza storica, che, quando nel partito si presentano e divengono frequenti i casi di dissenso o di frazionismo, questo significa non che «la borghesia si sta infiltrando», ma che «qualcosa non va nel lavoro e nella vita del partito».
Le frazioni sono il sintomo di una malattia del partito, non la malattia stessa. La malattia consiste nel disgregarsi per mille ragioni ed una di quella base omogenea di principi, dottrina, programma, tattica su cui poggia l’unità e la disciplina organizzativa.
Il rimedio al moltiplicarsi dei dissensi e delle frazioni non va dunque cercato in una «esasperazione a vuoto dell’autoritarismo gerarchico», nell’intensificazione delle pressioni e repressioni organizzative e disciplinari, nel cambiamento di posto di uomini o di gruppi, nei processi e nelle condanne e tanto meno nella richiesta della «disciplina per la disciplina». Il terrore ideologico, le espulsioni, lo scioglimento di gruppi locali, le imposizioni e le costrizioni devono tendere a scomparire se l’organismo di partito è sano: tendono ad intensificarsi e a divenire la regola di funzionamento del partito quando questo si avvia alla degenerazione e alla morte. Tanto è ribadito nella quarta serie di citazioni, mentre la serie successiva culmina nella definizione della vita interna di partito non come scontro fra uomini e gruppi, fra correnti e frazioni che si contendono la direzione del partito, ma come lavoro di continua ricerca e definizione razionale dei cardini teorici, programmatici e tattici su cui deve poggiare l’azione organizzativa del partito. Nel partito l’omogeneità e la disciplina non si raggiungono attraverso la «lotta politica interna», ma attraverso un lavoro collettivo e razionale per definire sempre meglio e per acquisire sempre di più quei cardini che formano la base dell’azione del partito e che sono a tutti comuni e da tutti accettati. Niente lotta politica interna.
1 – IL «MODELLO» DI ORGANIZZAZIONE
Definito il fatto che il partito comunista deve per la necessità stessa della sua azione prima, durante e dopo la conquista del potere politico, possedere una struttura centralizzata e gerarchica come necessario strumento dell’unicità di tattica, dobbiamo esaminare la dinamica reale per cui questa struttura si realizza e si potenzia. È nostra, infatti l’affermazione di Lenin nel Che Fare?: «Senza un’organizzazione salda, preparata alla lotta politica in ogni momento e in tutte le situazioni, non si può parlare di quel piano sistematico d’azione, illuminato da principi fermi e rigorosamente applicato che è l’unico che meriti il nome di tattica». Senza una organizzazione centralizzata ed unitaria non si può parlare di realizzare una tattica unitaria; l’organizzazione unica è lo strumento materiale di azione senza il quale non può esistere una tattica unica. Ma la prima e determinante affermazione che noi troviamo costantemente nei nostri testi e che risponde pienamente al pensiero di Lenin del Che Fare? e del terzo congresso dell’Internazionale, è quella che questa organizzazione non nasce come «modello» nella testa di qualcuno per essere poi calata nella reale dinamica del partito. Non esiste un «modello» di partito a cui debba uniformarsi la sua dinamica reale. Non esiste il «modello bolscevico» o il modello «della Sinistra» determinabili e teorizzabili in astratto ed a priori sui quali modellare la struttura del partito. L’ipotesi aprioristica di un simile «modello» costituì la base della cosiddetta «bolscevizzazione» della III Internazionale che non servì a formare dei partiti «bolscevici», ma a distruggere i partiti comunisti nel primo dopoguerra.
La dizione del centro di Mosca ormai degenerante, fu, dal 1924 in poi: «i partiti comunisti d’Europa sono impotenti a sfruttare le occasioni rivoluzionarie, ad applicare la giusta politica rivoluzionaria, perché mancano di una struttura organizzativa come quella che possiede il partito bolscevico di Russia». Veniva così invertito il problema, in quanto si affidava la realizzazione dell’indirizzo rivoluzionario dei partiti all’esistenza o meno di una certa struttura organizzativa, di un modello appunto. E fu la fine dei partiti e dell’Internazionale. Se è vero, infatti, che la disciplina non è un punto di partenza, ma un punto di arrivo, il punto di arrivo dell’attività collettiva del partito sulla base di una teoria, di un programma, di una tattica unica ed omogenea, è vero anche che la struttura organizzata del partito è anch’essa «un punto di arrivo e non un punto di partenza»; è il punto di arrivo, il riflesso del muoversi del partito sulle sue basi teoriche, programmatiche e tattiche in determinate condizioni storiche, sociali e politiche in cui questa attività complessa si svolge. L’organizzazione per cellule di fabbrica del partito bolscevico non rispondeva certo ad un modello di organizzazione inventato da Lenin o da qualche altro organizzatore da operetta; era soltanto il riflesso in termini di organizzazione dell’attività di un organo collettivo coerentemente impiantato sulla base del marxismo rivoluzionario nelle condizioni storiche, sociali, politiche della Russia zarista. E quella struttura permise al partito bolscevico di vincere in Russia non perché fosse la più adeguata al modello di partito comunista ma perché era la più adatta a condurre la lotta politica nelle condizioni della Russia. Era il riflesso più adeguato dell’attività del partito in Russia. La stessa struttura, applicata all’Occidente europeo, doveva dare risultati necessariamente negativi e spezzare l’organizzazione invece di rafforzarla. Ma anche la struttura «territoriale» dei partiti occidentali non costituiva un «modello», né inferiore, né superiore, a quello bolscevico.
Era semplicemente un risultato storico, un dato di fatto: l’attività dei partiti comunisti occidentali assumeva organicamente la forma strutturale delle sezioni territoriali invece che quella delle cellule di fabbrica per mille ragioni materiali che facevano sì che questa forma si presentasse come la più adatta allo svolgimento dei compiti che si ponevano al partito. Possiamo al massimo dire che la struttura per sezioni territoriali meglio rispondeva al compito di organo sintetizzatore delle spinte immediate e parziali, di gruppo, di categoria, di località che attribuiamo al partito. Ma neanche questo è un principio o un modello a priori. L’organizzazione del partito infatti è un prodotto della sua attività in condizioni determinate, «nasce e si sviluppa sulla base della coerente azione del partito, dello svolgimento dei suoi compiti rivoluzionari» di cui rappresenta lo strumento tecnico necessario ed insostituibile. È per questo che diviene falso ed antimarxista ricercare in Lenin il «modello di organizzazione del partito» come sarebbe altrettanto falso ricercare un modello nella struttura di qualsiasi altro partito, compreso il nostro.
La Sinistra ha preteso, nel secondo dopoguerra, di edificare una organizzazione di partito centralizzata senza ricorrere all’utilizzo dei meccanismi di democrazia interna e, di conseguenza, senza codificazioni statutarie e legali. Ma anche questo non risponde al «modello della Sinistra», bensì ad una corretta valutazione dello sviluppo storico che permette al partito di oggi di fare a meno di strumenti e di pratiche che dovevano essere adottate dai partiti di ieri. Il partito nostro ha avuto ed ha costruito fin dal suo sorgere una «forma strutturale della sua attività», cioè una struttura centralizzata adeguata all’attività che il partito era chiamato a svolgere; la forma strutturale non rispondeva ad una «invenzione» o ad un «modello», ma ai seguenti dati reali: base teorica e programmatica omogenea ed unitaria (non insieme di circoli e di correnti come in Russia nel 1900), piano tattico unico e definito fin dall’inizio nelle sue basi fondamentali sulla base delle lezioni storiche (rifiuto del «parlamentarismo rivoluzionario», lavoro nei sindacati, rifiuto dei fronti unici politici, tattica nelle aree di rivoluzione doppia). Questi dati permisero all’organizzazione di strutturarsi fin dall’inizio intorno ad un giornale unico, rispondente ad un unico indirizzo politico e le sue varie parti si manifestarono non come «circoli locali», ma come sezioni territoriali di un’unica organizzazione con disposizioni ed ordini provenienti fin dall’inizio da un solo ed unico punto (il centro internazionale).
Altri dati che definirono la struttura organizzativa: attività teorica 99%, attività esterna in seno al proletariato 1%, effettivi del partito limitati a poche decine o centinaia di elementi. Tutti fattori, come si vede, indipendenti dalla volontà di chiunque. L’organizzazione del partito, la sua struttura «di lavoro» fu quella che doveva e poteva essere in conseguenza di questi dati reali, non per volontà di Tizio o di Caio. Fu una strutturazione organica dell’attività di partito svolta in condizioni reali date e con effettivi determinati. Questa strutturazione si modificherà, fermi restando i risultati storici di fatto (omogeneità di teoria, di programma, di tattica, eliminazione per sempre dei meccanismi democratici e perciò «burocratici» interni) nella misura in cui si modificheranno le condizioni materiali in cui si svolge l’attività del partito, nella misura in cui i rapporti quantitativi fra i vari settori di attività subiranno dei cambiamenti come riflesso della ripresa della lotta proletaria, nella misura in cui gli effettivi del partito aumenteranno di numero, ecc.
Il lavoro del partito esige degli organi, degli strumenti di centralizzazione, di coordinamento, di indirizzo; questi strumenti, meccanismi, ecc sono espressione di esigenze reali che l’attività esprime. È l’azione del partito che ha bisogno di una struttura adeguata e che spinge, sollecita a costruirla, a realizzarla. Non è, invece, una determinata struttura tipo che viene calata nella realtà e che definirebbe il partito indipendentemente dalla sua attività. Sostenere che il partito deve, per potersi definire tale, possedere in ogni momento della sua vita una determinata struttura, determinati organi, ecc. significa cadere nel più astratto volontarismo antimarxista. Non lo diciamo noi, lo dicono tutti i nostri testi, lo dice Lenin se non viene letto da filistei alla ricerca di ricette sicure per il successo. Perché necessariamente, lo abbiamo già detto, il presupporre un «modello di organizzazione» porta di filato ad un’altra deviazione ancora più grave dal sano materialismo: porta a riconoscere nell’esistenza e nella realizzazione di questa struttura tipo la «garanzia» che il partito si muova sulla linea della «giusta politica rivoluzionaria». La nostra classica serie si arrovescia e la struttura organizzativa viene a garantire la tattica, il programma, i principi stessi. Per Marx, per Lenin, per la Sinistra, l’unica «garanzia» per cui può esistere e svilupparsi l’organizzazione fortemente strutturata e complessa di cui il partito ha bisogno consiste nello svolgimento dei compiti del partito sulla base di una omogeneità di teoria, di programma, e di tattica. Per gli idealisti di tutti i tempi, come per gli stalinisti, la struttura organizzativa del partito, la centralizzazione, la disciplina, vengono assunti come dato a priori e sono esse che «garantiscono» la unicità ed omogeneità di teoria, di programma, di tattica. Per Lenin l’organizzazione è l’arma senza la quale la tattica unica non può realizzarsi: organizzazione unica come riflesso e prodotto organico di un’attività svolgentesi su presupposti unici e secondo un indirizzo unico. Per i «leninisti» del tipo Stalin l’organizzazione unica, il centralismo, la disciplina, sono la premessa per arrivare a possedere una tattica ed un indirizzo di azione unici. Il marxista enuncia: «se il movimento accetta una teoria unica, un unico programma, un piano tattico unitario, si sviluppa, attraverso lo svolgimento dell’attività del partito su queste basi, una struttura organizzativa centralizzata e disciplinata; se queste basi vengono a mancare saltano l’organizzazione, la centralizzazione, la disciplina, e non esistono ricette organizzative per impedire che tutto si disgreghi. Per Stalin ci possono essere tattiche divergenti, non chiare, oscillanti, mutevoli, ma, purché esista la centralizzazione e la disciplina organizzativa tutto va bene: le divergenze, i dissensi, le correnti e le frazioni si eliminano con provvedimenti organizzativi, rafforzando la struttura organizzativa, dotando il partito di strumenti e meccanismi organizzativi che hanno in se il potere di tenere il partito sulla retta via. Come si vede il processo è completamente arrovesciato: i «leninisti» del tipo Stalin leggono il Che Fare? partendo dall’ultimo capitolo, e lo fanno perché inseguono il mito piccolo-borghese del modello di partito, garantito, in virtù della sua struttura, oggi, domani e sempre dagli errori e dalle deviazioni. La piccola borghesia cerca sempre assicurazioni sulla… riuscita della rivoluzione.
Da «Il principio democratico» 1922 in P.C. n. 1.1965 ne «Primi risultati dei contributi giunti da tutto il partito per l’elaborazione delle tesi definitive sulla sua organizzazione».
«Tutte queste considerazioni nulla hanno di assoluto, e ciò conduce alla nostra tesi che nessuno schema costituzionale ha valore di principio, e che la democrazia maggioritaria intesa nel senso formale e aritmetico non è che un metodo possibile della coordinazione dei rapporti che si presentano nel seno degli organismi collettivi, al quale da nessuna parte si può costruire una presunzione di necessità o di giustizia intrinseca, non avendo per noi marxisti queste espressioni addirittura alcun senso e non essendo d’altra parte nostro proposito quello di sostituire all’apparato democratico da noi criticato un altro progetto meccanico di apparato esente per se stesso da difetti o errori…».
Da «Per rifarsi all’ABC – la natura del PCI», in Unità 26.7.1925: «A conclusione di tutto questo bisogna ristabilire una fondamentale tesi marxista secondo cui il carattere rivoluzionario del partito è determinato da rapporti di forza sociali e da processi politici e non da vane forme, del tipo di organizzazione… In tutte queste manifestazioni è un sopravvivere antimarxista e antileninista dell’utopismo, in quanto questo consiste nell’affrontare i problemi non partendo dall’analisi delle forze storiche reali, ma vergando una magnifica costituzione o piano organizzativo o regolamento. Non dissimile è l’origine della fallace impostazione ideologica del problema frazionistico a cui assistiamo, per cui tutto si riduce a codificare sulla carta la proibizione e lo stroncamento delle frazioni».
Dagli «Appunti per le tesi sulla questione di organizzazione» in P.C. n. 22, 1964:
«6 … Un primo paragrafo tratta le generalità e stabilisce che la questione di organizzazione non può essere regolata da un principio immutabile, ma deve adattarsi alle condizioni e agli scopi della attività del partito, durante la fase della lotta di classe rivoluzionaria e durante il periodo di transizione ulteriore verso la realizzazione del socialismo, – questo primo grado della società comunista. Le differenti condizioni da paese a paese devono essere considerate, ma entro certi limiti. Il limite (oggi tutti l’hanno dimenticato) dipende dalla somiglianza delle condizioni della lotta proletaria, nei differenti paesi e nelle differenti fasi della rivoluzione proletaria, che costituisce, al disopra di tutte le particolarità, un fatto di importanza essenziale per il movimento comunista. È questa somiglianza che dà la base comune dell’organizzazione dei partiti comunisti in tutti i paesi: è su questa base che bisogna sviluppare l’organizzazione di partiti comunisti e non tendere alla fondazione di qualche nuovo partito modello al posto di quello che già esiste, o inseguire una formula di organizzazione assolutamente corretta, e degli statuti ideali».
Dalle «Tesi di Lione», 1926, in «In difesa», P. 93: «Tesi n. 2 – Natura del partito.
… Quanto ai pericoli di degenerazione del movimento rivoluzionario, ed ai mezzi per assicurare quella continuità di indirizzo politico necessaria nei capi e nei gregari, non è possibile eliminarli con una formula di organizzazione».
Da «Norme orientative generali 1949» (P.C. n. 1, 1965).
«… Il giusto rapporto nella loro funzione tra gli organi centrali e quelli periferici del movimento non si basa su schemi costituzionali, ma su tutto lo svolgersi dialettico della lotta storica della classe operaia contro il capitalismo…».
Da «Materiale documentario esposto ed illustrato a commento delle Tesi generali della riunione di Napoli». «Forza, violenza e dittatura nella lotta di classe», P.C. n. 18, 1965
«La posizione della Sinistra comunista italiana su questa che potremmo chiamare la “questione delle guarentigie rivoluzionarie” è anzitutto che garanzie costituzionali o contrattuali non ve ne possono essere…».
Da le «Tesi di Napoli» 1965, in «In difesa», pagg. 180-181:
«Tesi 11 … Su un’altra tesi fondamentale di Marx e di Lenin la Sinistra è fermissima, ossia che un rimedio alle alternative e alle crisi storiche a cui il partito proletario non può non essere soggetto, non può trovarsi in una formula costituzionale o di organizzazione, che abbia la virtù magica di salvarlo dalle degenerazioni. Questa illusione si inscrive tra quelle piccolo-borghesi che risalgono a Proudhon, e attraverso una lunga catena sfociano nell’ordinovismo italiano, ossia che il problema sociale possa essere sciolto da una formula di organizzazione dei produttori economici. Indubbialmente, nella evoluzione che i partiti seguono, può contrapporsi il cammino dei partiti formali, che presenta continue inversioni e alti e bassi, anche con precipizi rovinosi, al cammino ascendente del partito storico. Lo sforzo dei marxisti di sinistra è di operare sulla curva spezzata dei partiti contingenti per ricondurla alla curva continua ed armonica del partito storico.
Questa è una posizione di principio, ma è puerile volerla trasformare in ricette di organizzazione.