Partito Comunista Internazionale

I dirigenti sindacali tradiscono i reali interessi dei lavoratori della scuola

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Anche tra i lavoratori della scuola, la politica delle centrali sindacali è stata sempre imperniata nella demagogica rivendicazione della RIFORMA, obiettivo che viene sempre posto al primo punto dell’azione rivendicativa, e al quale i lavoratori dovrebbero subordinare le loro esigenze materiali.

« La classe operaia ha bisogno di una scuola diversa », « a scuola ci sono i figli dei lavoratori » ripetono continuamente i bonzi sindacali, volendo con ciò affermare che i lavoratori della scuola, trasmettitori del «sacro bene» della cultura, non sono lavoratori come gli altri, non fanno parte a pieno diritto dell’esercito dei lavoratori, ma il loro «rapporto con la classe operaia» si realizzerebbe perché essi divenuti «missionari rossi» in contrapposizione alla vecchia figura dell’educatore tradizionale, si fanno carico di una trasformazione della scuola che andrebbe a vantaggio dei figli degli operai.

Si chiede insomma ai lavoratori di sacrificarsi per costruire una nuova scuola. I lavoratori della scuola hanno sentito sulla loro pelle gli effetti nefasti di questa politica: dal 1973 ad oggi non c’è stato nessun miglioramento salariale (lo stipendio base di un insegnante incaricato è intorno alle 150.000 lire, con le altre voci si arriva a un totale di poco più di 200.000 lire mensili) è stato aumentato l’orario di lavoro, è aumentato il numero di alunni per classe portando il massimo da 25 a 30 (il che significa maggior lavoro), sono state aggravate le norme disciplinari per cui un lavoratore può esser colpito in qualsiasi momento a discrezione dell’autorità superiore, è mantenuto in piedi un controllo poliziesco che va sotto il nome di «note di qualifica» per il personale non insegnante e «valutazione del servizio» per il personale insegnante, sono ribadite le forme di impiego precario, è mantenuto per i bidelli l’obbligo di 15 ore mensili di straordinario a poco più di 300 lire l’ora, sono mantenute in piedi tutte le vecchie norme che accollano all’insegnante la responsabilità penale sul comportamento degli studenti, ecc.

Al danno si è aggiunta anche la beffa perché ai suddetti sacrifici non è corrisposta nessuna trasformazione della scuola che è anzi un carrozzone più traballante di prima.

Quest’ultima constatazione non ci fa affatto piangere, né ci meraviglia; conferma anzi quello che noi abbiamo sempre sostenuto e cioè che è una utopia pensare di «cambiare» la scuola; le riforme le faremo dopo la rivoluzione, solo lo Stato Proletario sarà in grado di instaurare un diverso modo di trasmettere la conoscenza dalle vecchie alle nuove generazioni, solo quando saranno abbattute le classi sfruttatrici, si potrà parlare di libero sviluppo del pensiero.

Ci interessa però sottolineare che la politica: non salario ma riforme ha portato a non ottenere né l’uno né l’altro (così come l’attuale parola d’ordine prima occupazione e poi salario porta a non difendere né gli occupati né i disoccupati) il che dimostra in maniera inequivocabile che l’ormai consunto straccetto delle riforme viene sbandiertao di fronte ai lavoratori al solo scopo di bloccarne le rivendicazioni. Questo fatto dovrebbe far riflettere anche quei lavoratori che, in buona fede ritengono che si debba lottare per cambiare la scuola.

L’accumularsi di una serie di batoste ha fatto crescere il malcontento della categoria e ha fatto sì che gruppi di lavoratori comincino timidamente a contrastare l’azione dei vertici sindacali. In molte assemblee nei luoghi di lavoro si è manifestato dissenso nei confronti della politica sindacale e sono state avanzate una serie di rivendicazioni corrispondenti ai reali interessi della categoria, e cioè:

  1. Estensione anche ai lavoratori della scuola degli anticipi sui contratti concessi ad altre categorie del pubblico impiego come ferrovieri, o postelegrafonici.
  2. Aumento delle retribuzioni sul salario base e su 13 mensilità, in misura inversamente proporzionale ai parametri, cioè maggiori per i parametri più bassi.
  3. Riduzione del ventaglio retributivo con eliminazione dei parametri più bassi e unificazione per tutti delle percorrenze al livello attualmente raggiunto dagli insegnanti delle scuole medie superiori; cioè 10 anni («grazie» all’accordo di maggio, la percorrenza dei maestri è attualmente di 18 anni, mentre quella degli I.T.P. è di 14 anni).
  4. Effettiva unificazione dei ruoli e abolizione della assurda discriminazione tra insegnanti laureati e diplomati, i quali spesso devono svolgere un lavoro più gravoso.
  5. abolizione delle note di qualifica che sono rimaste in piedi per il personale non insegnante, mentre per gli insegnanti hanno assunto il più «delicato» nome di «valutazione del servizio» (v. art. 66 del DPR n° 417 del 31.5.1974).
  6. Immissione in ruolo di tutto il personale che lavora nella scuola e sparizione di tutte quelle forme di lavoro precario (supplenti, incaricati a tempo, ecc.) che lasciano il lavoratore in stato di perenne insicurezza e lo espongono al ricatto del padrone. In particolare per gli abilitati dei corsi speciali e ordinari si chiede l’applicazione dell’art. 17 della legge 477 con il quale vennero immessi in ruolo gli abilitati dei corsi precedenti. Sempre per quanto riguarda le migliaia di disoccupati e semioccupati che frequentano i corsi abilitanti, poiché risulta chiaro che l’abilitazione è solo un requisito legale in più che viene richiesto per poter continuare a lavorare (speciali) o per avere la speranza di poter lavorare (ordinari), esigiamo che questo requisito legale non venga negato a nessuno e che perciò i corsi si concludano senza nessuna selezione.
  7. Poiché la ricostruzione delle carriere è ancora lontana si chiede che al personale interessato venga corrisposto un acconto sui miglioramenti economici che sulla carta sono già stati ottenuti, ma di cui non si può usufruire solo a causa delle lungaggini burocratiche non certo casuali dell’Amministrazione.
  8. Aumento degli organici e abolizione dello straordinario obbligatorio per il personale non insegnante. In particolare in seguito alla applicazione dei D.D. il personale non insegnante ha subito un enorme aggravio di lavoro. Si pensi alle estenuanti riunioni degli organi collegiali, per le quali i bidelli sono costretti a prestare un servizio obbligatorio (quindici ore mensili) a poco più di 300 lire l’ora. Si tratta di una vera e propria forma di lavoro coatto. Perciò, per svolgere tutte le mansioni richieste al personale non insegnante, si rende necessario un ampliamento degli organici (una delle tante «promesse» e «impegni» non mantenuti, che risale al maggio 1973).
  9. Riduzione effettiva del numero di alunni per classe ad un massimo di 20 e conseguente ampliamento degli organici del personale insegnante (non è la difesa dell’occupazione il principale obiettivo delle confederazioni?). L’accordo del maggio 1975 procede invece in senso contrario poiché «sindacati e governo» hanno convenuto di portare a 30 il numero massimo di alunni per classe, mentre la vigente legislazione stabilisce un massimo di 25. Perciò, mentre portiamo avanti la nostra rivendicazione esigiamo che lo stato rispetti la legge (e cioè che il numero di alunni non superi le 25 unità).
  10. Abolizione dell’obbligo di residenza e corresponsione di una indennità a quei lavoratori che prestano la loro opera in sedi disagiate o lontane.
  11. Rifiuto di qualsiasi aumento dell’orario di lavoro comunque venga proposto e definizione precisa dell’orario di servizio. Le 20 ore mensili previste dai D.D. ci sono state imposte dal connubio dirigenti sindacali-governo; noi non le vogliamo, ma siamo per ora costretti a subirle a causa degli sfavorevoli rapporti di forza. Esigiamo però che in esse siano comprese tutte quelle attività, sotto qualsiasi forma, che normalmente un insegnante deve svolgere: dalla compilazione degli atti d’ufficio, alla correzione dei compiti, all’aggiornamento e preparazione delle lezioni. Inoltre, l’orario di servizio deve essere rigidamente stabilito in modo tale che si arrivi alla eliminazione delle riunioni straordinarie che costituiscono un grave peso per i lavoratori.
  12. Applicazione integrale dello statuto dei lavoratori anche per i lavoratori della scuola.
  13. Diritto di tutti i lavoratori di riunirsi nei rispettivi luoghi di lavoro senza nessuna limitazione e abolizione delle norme restrittive contenute nell’art. 60 dei D.D. che prevede tra l’altro che l’O.D.G. delle riunioni sindacali debba essere trasmesso ai presidi e ai direttori didattici almeno tre giorni prima delle riunioni stesse.

I bonzi rispondono alla solita maniera cercando di deviare il malcontento in mille rivoli; ultima trovata è stata quella della presentazione di Piattaforme provinciali il che è un assurdo dato che il rapporto di lavoro è regolato da norme stabilite dallo Stato e che sono valide per tutte le provincie. Altra manovra tipica che i lavoratori della scuola hanno sperimentato più volte, consiste nel far scadere il contratto in prossimità della chiusura dell’anno scolastico, quando per varie ragioni manca la possibilità di effettuare una lotta efficace (pare che la prossima scadenza dovrebbe essere addirittura a Luglio 1976). Ecco perché diventa indispensabile smascherare il trabocchetto della piattaforma provinciale e pretendere che ci sia invece una piattaforma nazionale e che la vertenza venga aperta subito e che venga concesso anche ai lavoratori della scuola l’anticipo di L. 20.000 sul contratto, già ottenuto da ferrovieri e postelegrafonici.

Ma più importante ancora è che i lavoratori si rendano conto della necessità di combattere la politica che attualmente domina nei sindacati. Tale politica non è il risultato di errori, di incompetenza, e di un «cattivo rapporto tra base e vertice»; essa nasce invece dalla precisa volontà di anteporre alle esigenze dei lavoratori le esigenze dello stato, delle aziende, della cosiddetta economia nazionale.

Questa politica si manifesta in maniera organizzata ed ad essa si deve contrapporre una azione altrettanto organizzata da svolgersi all’interno e all’esterno dei sindacati e che abbia per fine la rinascita delle organizzazioni economiche di classe.