Partito Comunista Internazionale

Guatemala – « omicidio dei morti »

Categorie: Disasters, Guatemala

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Ancora una volta i sacri sentimenti di pietà religiosa e di pena «epidermica» hanno colpito, affratellando borghesi e borghesucci, atei a casa e intellettuali, in un coro di «ma ci pensate! mio Dio che orrore»! e chi più ne ha di questi farfugliamenti più ne metta.

La stura al bailame è stata data dalla notizia del terremoto che ha squassato con più di seicento scosse il Guatemala, distruggendo come un enorme maglio il 75% del paese e provocando più di ventimila morti. Se parliamo del «fatto del giorno» anche noi marxisti è certo non per unirci al coro belante ed ipocrita del «poverini, certo si dovrebbe fare qualcosa», ma per dimostrare un’ennesima volta l’incapacità sociale della borghesia a difendere addirittura l’integrità fisica della specie.

Dunque quale è in realtà il problema? Il marxismo risponde che l’imprevedibilità o la pericolosità dell’evento naturale sono tali non perché lo siano in assoluto, ma fino al punto in cui queste non possano essere più accettate come naturali, ma determinate dall’assetto sociale dell’umanità, dunque dai rapporti di classe, in essa vigenti.

Il lavoro estraneo all’uomo, il tecnicismo soppiantatore della scienza, la divisione del mondo in gruppi ostili di centrali di potere economico, e quindi la divisione in nazioni, rappresentano il confine tra l’«evento» e la capacità sociale di dominarlo. Diciamo dunque ai signori dai bianchi camici che nelle loro stanze dei bottoni tutto sembrano potere: nella società del capitale l’uomo fa della sua attività soltanto un mezzo per la sua esistenza individuale, diviso dall’oggetto della sua produzione all’uomo viene sottratta la realtà di appartenente alla specie.

Questa infame società che vanta ai quattro venti la sua «scienza», la sua sicurezza dinanzi alla natura, questa società che infarcisce di «potere superuoministico» la prosopopea che mimetizza le bocche dei cannoni che soli realmente hanno il diritto di appellarsi al concetto di «potere», rimane attonita ogni volta che i mari ingrossano o la crosta terrestre sussulta. Noi ripetiamo che non può che essere così finché la specie non potrà disporre del terreno su cui cammina, finché questo modo di produzione imporrà questo modo di vita. Si possono spostare oggi i grattacieli come fossero sacchetti di sabbia, ma questa società, e lo potrà soltanto quella comunista, non è in grado – perché i suoi interessi vanno in senso contrario – di evitare che sorgano città con milioni di abitanti in zone altamente sismiche, salvo poi il belarci sopra quando queste non esistono più. D’altra parte ci par di vedere il capitale fregarsi le mani: dove è stato distrutto si deve ricostruire e manne di questo genere non si possono avere tutti i giorni nel deserto sempre più deserto della produzione borghese. «Per eliminare gli effetti della catastrofe occorre una massa enorme di lavoro attuale, vivente. Se quindi della ricchezza diamo la definizione non astratta, ma concreta e sociale, essa ci appare come il diritto in certi individui formanti la classe dominante di prevalere sul lavoro vivo e contemporaneo» (da: Omicidio dei morti, Battaglia Comunista 1951).

Decine di migliaia di uomini sono morti dunque non per fatto «naturale», ma perché questa società non è società della specie, non realizza l’uomo come appartenente alla specie, ma da questi estrae plusvalore per la sua esistenza gettandolo poi, come si fa con il guscio vuoto di un frutto di mare.

È della società comunista il compito di ristabilire la reale interdipendenza tra uomo e natura, nella realizzazione del ricongiungimento di questa alla specie umana, alla sua vita ed ai suoi bisogni, dopo che sarà stata spezzata con la forza la divisione in classi e la conseguente subordinazione per bisogno dell’uomo al lavoro; allora e soltanto allora quello riabiliterà il suo primato sull’animalità a cui è stato relegato quando la natura è stata sottratta attraverso la privazione del rapporto diretto con l’oggetto della sua produzione: «La creazione pratica d’un mondo oggettivo, la trasformazione della natura inorganica è la riprova che l’uomo è un essere appartenente ad una specie e dotato di coscienza, cioè è un essere che si comporta verso la specie come verso il suo proprio essere, o verso se stesso come un essere appartenente ad una specie. Certamente anche l’animale produce. Si fabbrica il nido, delle abitazioni, come fanno le api, i castori, le formiche, ecc. Solo che l’animale produce unicamente ciò che gli occorre immediatamente per sé o per i suoi nati; produce in modo unilaterale, mentre l’uomo produce in modo universale; l’animale produce sotto l’impero del bisogno fisico immediato, mentre l’uomo produce anche libero dal bisogno fisico, e produce veramente soltanto quando è libero da esso; l’animale riproduce soltanto se stesso, mentre l’uomo riproduce l’intera natura; il prodotto dell’animale appartiene immediatamente al suo corpo fisico, mentre l’uomo si pone liberamente di fronte al suo prodotto. L’animale costruisce soltanto secondo la misura ed il bisogno della specie a cui appartiene, mentre l’uomo sa produrre secondo la misura di ogni specie e sa ovunque predisporre la misura inerente a quel determinato oggetto; quindi l’uomo costruisce anche secondo le leggi della bellezza». (Manoscritti economico-filosofici del 1844, Marx).

Pazzi, utopisti e sognatori; è l’accusa di sempre rivoltaci dal nostro avversario di classe. Vogliamo ancora dimostrargli che il nostro utopismo inizia là dove finisce il suo profitto, ed ancora, che pazzi diventerebbero proprio coloro che ci accusano, se potessero pensare un solo momento in termini che trascendessero il profitto stesso. La nostra matematica è quella semplice del «uno più uno uguale a due» con la quale pensiamo a ragione di poter risolvere tutti quei problemi di alta matematica che assillano la borghesia, disperatamente alla ricerca di «programmare» ed inevitabilmente incapace a prevenire.

Se dunque 1+1=2 noi diciamo a lor signori: bene l’«evento» è accaduto, dunque senza andare a scomodare il comunismo, ma con i mezzi che possedete, e sono più che sufficienti, spostate con uno dei vostri famosi ponti aerei gli uomini che stanno morendo di epidemia in Guatemala, spedite con i vostri fantascientifici mezzi tutto ciò che è necessario perché non in un anno, ma in un mese siano ricostruite le città; avete possibilità in sovrappiù, utilizzatele là dove il bisogno è reale! Se il nemico sbianca in volto noi sappiamo ormai ben diagnosticare quale sia la malattia; essa si chiama: profitto. E dove questo non esiste, non esiste neanche capitale a disposizione, non esiste possibilità di salvare vite umane. Quando il momento contingente sarà finito il Guatemala tornerà nel dimenticatoio quadriennale dal quale viene prelevato soltanto da qualche migliaio di morti ad uso e consumo di milioni di teleauditori a cui si mostreranno i pietosi doni: sacchi di riso o di farina con sovraimpresso l’aquiluto rapace marchio United States of America.

La nostra pazzia è dunque quella di pretendere vestiti, case o cibo, la nostra schizofrenia quella di vivere in un mondo di domani preteso, impalpabile, sfumato, a misura d’uomo; la nostra risposta è ancora la più semplice e reale: le possibilità di «vivere» esistono, ma il processo per attuarle è irrimediabilmente bloccato dalla legge del profitto non da impossibilità di «programmazione» – esse sì utopistiche oggi – quando non rappresentino che malafede ed inumana dittatura del capitale.

Se dunque l’uomo vorrà realmente predisporre e programmare, l’unica strada è quella delle semplici leggi, dell’aritmetica elementare, dei bisogni, realizzati non a costo della prostituzione economica, ma liberi da essa, nel ritrovamento della sua umanità.

Il ricongiungimento con la sua essenza farà sì che l’uomo possa finalmente spaziare e conoscere, mente e corpo, al di là di quelli che oggi ci appaiono come traguardi, lasciandoseli poi immediatamente alle spalle, processi acquisiti, verso nuove altre mete:

«L’uomo socialista dominerà la natura in tutta la sua ampiezza con gli ossi e le spine di pesce per mezzo della macchina. Egli saprà dove le montagne devono restare e dove cedere il passo, muterà il corso dei fiumi e dominerà i mari. I poveri idealisti possono dire che tutto questo sarà noioso – per questo sono dei poveretti -. Naturalmente ciò non significa che l’intero globo terrestre sarà rigato e suddiviso che le foreste saranno mutate in prati e giardini. Resteranno boscaglie e foreste e galli di montagna e tigri, ma laddove l’uomo avrà assegnato il loro posto. E sistemerà le cose così bene che la tigre non noterà la presenza delle macchine e non si annoierà e vivrà come viveva nei tempi primitivi» (Trotzki, Letteratura, arte e libertà).