Partito Comunista Internazionale

Seveso – il capitalismo è morte

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Perché la «nube tossica» di Seveso ha suscitato tanto scalpore?

Perché per un incidente i veleni hanno oltrepassato il tetto della fabbrica per andare ad avvelenare non più soltanto gli operai, ma anche la popolazione in generale. Finché erano solo gli operai a farne le spese, nessuno si commuoveva più di tanto, è normale che nelle fabbriche e nei cantieri si muoia, si rimanga storpiati o rovinati per sempre da «incidenti» o malattie professionali. Tutto ciò è risaputo, e non avviene solo nelle società multinazionali, come la famigerata La Roche, ma anche nelle aziende di Stato come in quelle degli onesti e patriottici imprenditori che stanno tanto a cuore al PCI.

Secondo dati forniti il 27-4-’76 dai patronati Inca-CGIL, Inas-CISL, Ital-UIL al «convegno nazionale sulle malattie professionali», nel solo 1974 ci sono stati UN MILIONE e SEICENTOMILA INFORTUNI SUL LAVORO di cui 4.158 MORTALI. Nello stesso anno sono stati denunciati 59 mila casi di malattie professionali, ma a detta degli stessi relatori, questo dato è ben lontano dalla realtà, perché vi sono altre decine di migliaia di casi non denunciati, o non riconosciuti dall’INAIL tra le malattie professionali.

Nei posti di lavoro si muore, si vende non più soltanto la propria forza lavoro, ma anche il proprio corpo. Tutti ricordano le centinaia di avvelenamenti ripetutisi più volte negli stabilimenti Montedison di Porto Marghera (che non è una multinazionale, ma una azienda di Stato) e le tre ragazze bruciate vive in una fabbrichetta di Napoli. All’ACNA, una fabbrica di Cesano Maderno (a due passi da Seveso) 125 operai sono morti uno dopo l’altro per cancro alla vescica. Ma a quanto pare, le loro sofferenze non sono state inutili se il dott. Ghetti, medico di fabbrica, acquistò fama internazionale con uno studio sul cancro alla vescica prodotto da ammine aromatiche: a questo emblematico rappresentante della «scienza» andrà certamente la riconoscenza della società: le sue esperienze fatte sugli operai-cavie, serviranno forse ad allungare la vita a qualche danaroso cliente.

Ma questi non sono che alcuni dei casi più clamorosi. Non si tratta di tragiche fatalità, di insufficienze di controlli, di carenze legislative come vuol far credere il PCI, ma è la situazione normale di tutti i luoghi di lavoro.

Seveso è solo un esempio di come la sete di profitto spinga i capitalisti a non arretrare di fronte a nulla e a calpestare anche le più elementari necessità di vita.

Con un cinismo pari solo alla loro stupidità, decine di «studiosi» si sono lanciati su questo caso. Era il loro momento: ognuno con tronfia prosopopea aveva i suoi consigli da dare, la sua terapia da proporre: dopo 7 giorni avevano «già» in mano la formula del Tetracloro di benzo-p-Diossina, nonché le indicazioni bibliografiche di tutti i lavori relativi a questo composto. Dopo 30 giorni di polemiche, dibattiti, discussioni, sono arrivati alla conclusione di non saperne assolutamente nulla o quasi.

Triste spettacolo, vedere le povere vittime di questa tragedia sbeffeggiate da una schiera di palloni gonfiati in camice bianco; ma ogni società ha la «scienza» che si merita. Imparate giovani aspiranti «scienziati», imparate a impressionare i semplicotti, gli ignoranti, pronunciando con naturalezza paroloni difficili, formule astruse e la vostra carriera sarà assicurata.

E che dire della ributtante farsa inscenata sulla pelle delle povere gestanti? Una delle poche cose che si sanno sulla diossina è che gli embrioni, durante i primi tre mesi di sviluppo (fase durante la quale da un ammasso di cellule si differenziano tutti gli organi del corpo umano) questa sostanza provoca malformazioni e anche «mutazioni» (cioè alterazioni del patrimonio ereditario caratteristico della specie, che vengono trasmesse alla discendenza).

Possono cioè venire alla luce individui talmente deformati da restare dei disgraziati per tutta la vita, e ciò può verificarsi anche per le generazioni successive.

Non c’è bisogno di avere studiato medicina per capire che in casi del genere è assolutamente necessario interrompere la gravidanza.

Ma una semplice decisione tecnica è diventata nelle mani di questi signori una questione «morale», un «problema di coscienza» e come se non bastasse, si sono fatti avanti i preti «in difesa della vita umana», con i loro macabri e falsi inviti allo spirito di sacrificio, a terrorizzare e disorientare ancora di più le povere donne incinte. Fin qui niente di nuovo: da sempre il prete prospera sulle sofferenze dei deboli e degli oppressi cercando di instillare in essi la rassegnazione e la sottomissione: ben vengano i bambini deformi, poveri esseri annientati sin dalla nascita, destinati essi e le loro famiglie a una vita di sofferenza, saranno i migliori clienti delle parrocchie.

Ma più ributtante ancora del prete in tonaca nera, è il prete in camice bianco che propina le stesse falsità, le stesse ipocrisie, sotto una veste pseudo scientifica.

Alle donne (e qui teniamo a precisare che non parliamo di donne in generale, ma di quelle che non hanno mezzi per provvedere strafregandosene delle decisioni delle «autorità», cioè delle donne proletarie) che chiedevano che cosa dovevano fare, il «Consiglio regionale della Lombardia» rispose che avrebbe fornito «ogni informazione a garanzia delle autonome e libere decisioni che esse vorranno assumere». A tale scopo – manco a dirlo – venne istituita una commissione di medici che avrebbe espresso un parere, dopodiché alle donne sarebbe spettato di «decidere liberamente» se chiedere l’aborto o no. Basta un minimo di buon senso per capire che, nella situazione reale di queste donne, ogni frase sulle «libere e autonome decisioni» è semplicemente una presa in giro. Ma ecco il risultato a cui giunse la commissione dopo giorni di ponzamenti: la eventuale richiesta di aborto verrà accolta in considerazione del trauma psichico che può cogliere la madre al pensiero di dare alla luce un bambino malformato. Sulle spalle di donne disorientate e angosciate, i luminari della scienza e i «rappresentanti del popolo» scaricano la decisione se chiedere o meno l’aborto, dopodiché le malcapitate saranno esaminate da una commissione in cui uno psicologo stabilirà se veramente sussiste il trauma psichico di cui sopra.

Ecco come una decisione così semplice, l’unica che poteva essere presa con sicurezza, è divenuta una vera e propria montagna. Che lo sia diventato, e già lo sapevamo, non ci spinge a recriminazioni e lamentele di nessun genere. Lasciamo al PCI di versare lacrime sulla inefficienza dello Stato borghese. Aggiungeremo soltanto che lo Stato Proletario, di fronte a una questione che minacciasse la salvaguardia della specie, avrebbe senz’altro imposto a tutti la decisione tecnica necessaria, senza bisogno di ascoltare il parere dei preti e tanto meno quello degli psicologi, liberando tra l’altro le donne colpite da una gravosa responsabilità che viene vigliaccamente scaricata sulle loro spalle.

Non meno pagliaccesca è la «caccia al responsabile» che dal momento che la cosa ha assunto proporzioni notevoli si è subito scatenata. Di questa caccia il PCI è stato l’anima. Un comunicato della federazione milanese del partitone afferma: «Il PCI in merito ai gravi effetti della nube tossica della ICMESA denuncia innanzitutto le pesanti responsabilità dei gruppi multinazionali i quali hanno approfittato delle carenze della nostra legislazione per sviluppare nel nostro paese insediamenti e processi produttivi che mettono continuamente in pericolo la salute dei cittadini…» (l’Unità del 19-8-1976).

Anche i fulmini contro la multinazionale La Roche servono a deviare il malcontento e a nascondere la realtà, facendo apparire i danni da inquinamento come dovuti all’opera di pochi ladroni (stranieri naturalmente) che riuscirebbero a fare i loro sporchi affari solo approfittando delle carenze della «nostra legislazione». Con ciò il PCI cerca di far dimenticare che gli sporchi affari li hanno sempre fatti tutti: imprese «italiane» e imprese «straniere» strafregandosene sia della vita degli operai, sia della difesa dell’ambiente (e a proposito della nazionalità del capitale, ricordiamo che la sua «patria» è laddove si guadagna di più) e che in tutti gli Stati borghesi la legge è la legge dei capitalisti, ed è uno dei mezzi per salvaguardare i loro profitti.

Ma qualche «responsabile» bisogna trovarlo, e così sono cominciate a partire le prime comunicazioni giudiziarie di cui certamente gli anonimi azionisti della Roche si faranno delle matte risate. Qualche fesso forse ci lascerà le penne, ma solo perché qualcuno, qualche nome, bisogna gettarlo in pasto al risentimento della popolazione.

Gli opportunisti, da bravi patrioti, maledicono i profitti della elvetica «La Roche» e lo fanno con tanta maggiore veemenza in quanto questi profitti se ne vanno all’estero e soprattutto perché ormai, a Seveso, La «Roche» i suoi affari li ha già fatti.

Ma se gli anonimi proprietari della Roche sono degli avvoltoi disposti a qualsiasi crimine pur di accumulare profitti, che dire allora della italianissima azienda SIR (Società Italiana Resine) che avvelena la popolazione di Porto Torres, delle aziende che producono e di quelle che utilizzano i diserbanti e gli antiparassitari che avvelenano le campagne, degli stabilimenti della statale Montedison che avvelenano la provincia di Siracusa.

Non sono che alcuni dei casi più noti. Dobbiamo credere che ogni volta i guasti siano dovuti a «incompetenza, carenze legislative, inerzia dei pubblici poteri» come sostiene il PCI?

Quello che gli opportunisti non hanno il coraggio di dire e che cercano di nascondere è che il responsabile di queste continue distruzioni di uomini e di risorse naturali è solo il modo di produzione capitalistico: lo Stato non fa niente perché non può fare niente, perché è lo Stato dei capitalisti, cioè una macchina fatta apposta per difendere i privilegi di classe.

La cosiddetta scienza non può farci niente perché è la scienza del capitale: negli istituti di ricerca dai nomi altisonanti, uno stuolo di servi pagati studia ciò che serve al capitale, cioè metodi per aumentare sempre più il profitto delle imprese e per meglio salvaguardare il regime. Se una parte delle energie vengono spese per la cura delle malattie e per cercare di riparare i guasti che vengono provocati sull’ambiente naturale, è solo perché tali attività costituiscono a loro volta fonti di profitto. Dove guadagna l’azienda che ha inquinato farà affari d’oro l’azienda disinquinatrice. Ed è quello che succederà puntualmente a Seveso: non per nulla la Roche, oltre alla ICMESA, controlla anche la Cremer and Warner (specializzata in disinquinamenti) alla quale (perché rimanesse tutto in famiglia), è stata affidata l’elaborazione del piano di bonifica di Seveso.

Di fronte a questi episodi che non sono che la «punta dell’iceberg», i casi più clamorosi delle distruzioni che quotidianamente provoca la macchina dell’economia capitalistica, gli opportunisti del PCI lanciano ipocrite grida di sdegno. Si commuovono forse per le migliaia di proletari che ogni giorno perdono la loro vita e la loro salute per aumentare i profitti dei capitalisti? È da illusi aspettarsi da questi signori sentimentalismi del genere. Ecco la ragione delle loro proteste: «La mortalità o la inutilizzazione di forze lavoro altamente specializzate con alle spalle anni di complessa preparazione e quindi con elevato costo monetario di formazione si è dimostrato uno spreco sempre più insostenibile. Con l’avvento della scuola dell’obbligo, anche le più umili professioni hanno alle spalle ben otto anni di studio… In altri termini, l’assenza di una tutela della salute in fabbrica porta ad un trasferimento di costi ed in modo moltiplicatorio dal settore produttivo a quello ospedaliero e pensionistico. Milioni di ore lavorative per un valore di migliaia di miliardi vengono perdute ogni anno unicamente per questo motivo» (l’Unità del 20-8-1976).

Ecco cosa vale per il PCI la pelle degli operai: meritano di vivere perché sono un investimento di capitale, e la perdita delle loro energie costituisce un investimento perduto, nonché una mancata produzione di profitto. È difficile immaginare atteggiamento più spietato e bestiale, ma a noi non fa nessuna meraviglia, non per nulla abbiamo sempre detto che il PCI è il miglior garante degli interessi del capitale e una volta al governo sarà il peggior aguzzino degli operai.

Il fatto che episodi del genere si ripetano con maggiore frequenza in Italia piuttosto che in Germania, Inghilterra o USA, viene utilizzato dai nazionalcomunisti per suscitare un po’ di «sentimento nazionale» affinché, imprecando contro le multinazionali, gli operai italiani si dimentichino di prendere a legnate i padroni nostrali. Ma il fatto che produzioni di sostanze pericolose siano vietate altrove e vengano fatte qui non dimostra altro se non che nella «scala dei valori» del capitale, l’operaio italiano si trova ad un gradino più basso di quello inglese, tedesco o statunitense. E quanti negri, quanti vietnamiti vale un italiano? Ne avremo una idea approssimativa confrontando il clamore suscitato dalla nube di Seveso con l’indifferenza generale di fronte alle decine di migliaia di tonnellate di nubi tossiche che per anni lo stato USA ha rovesciato sul Vietnam.

Anche noi che siamo, come è noto, dei sentimentali abbiamo la nostra «scala di valori» e la enunciamo così – da sempliciotti – in una maniera un po’ approssimata: VALE PIÙ LA PELLE DELL’ULTIMO OPERAIO ANALFABETA AFRICANO, DELLA PELLE DI TUTTI COLORO CHE VIVONO E PROSPERANO DIRETTAMENTE O INDIRETTAMENTE SUL BESTIALE SFRUTTAMENTO DELLA MANO D’OPERA E QUESTO REGIME MOSTRUOSO DIFENDONO.

Per il capitalismo e per i suoi servi (primo fra tutti il PCI) la vita degli uomini, le forze della natura hanno valore solo in quanto possono costituire fonti di guadagno. La distruzione di uomini e di risorse naturali è un risultato necessario e inevitabile della accumulazione capitalistica. Nessuna riforma, nessun tentativo di pianificazione può fermare questo processo. La sola via di salvezza è: strappare i mezzi di produzione dalle mani dei capitalisti abbattendo il loro Stato, instaurazione della dittatura proletaria, organizzazione del lavoro degli uomini secondo un piano centrale unico, non più per il profitto, ma per i bisogni dell’umanità.