Partito Comunista Internazionale

La rivolta antigovernativa in Sudan

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Il Sudan è stato scosso da un massiccio movimento di protesta dal dicembre scorso, innescato dall’aumento del prezzo del pane. Vi si grida: “Siamo in strada per protestare contro chi ha rubato il nostro sudore”, “Libertà, pace e giustizia”, “Vogliamo la rivoluzione”. Si è fatta sentire anche l’opposizione al genocidio del Darfur: “Razzisti arroganti, siamo tutti del Darfur”.

Come di consueto nelle proteste in Sudan le donne vi svolgono un ruolo preponderante, tanto che i partecipanti l’hanno definita una “rivoluzione femminile”.

Il Sudan ha un’antica tradizione di lotte operaie che risale addirittura al 1903. Le prime proteste si sono avute nelle aree rurali e in città come Atbara, dove esiste una robusta tradizione sindacale. Una delle forze trainanti del movimento è uno di questi sindacati, l’”Associazione dei professionisti sudanesi” (che includeva il settore agricolo, i geologi, i dentisti, i farmacisti, le associazioni mediche specializzate) che è stato la spina dorsale del movimento. Il regime ha risposto con arresti di massa di quadri e dirigenti sindacali.

Il 28 dicembre i sindacati e le associazioni di categoria hanno lanciato un appello a un’astensione dal lavoro a livello nazionale e subito dopo sono iniziate le proteste contro gli aumenti dei prezzi e il peggioramento delle condizioni economiche, mentre i medici hanno dichiarato di voler continuare il loro sciopero a tempo indeterminato.

Il movimento ha scandito slogan contro Omar al‑Bashir, il tiranno genocida sostenuto dai Fratelli Musulmani che governa il paese dal 1989, quando conquistò il potere con un colpo di Stato.

Il movimento si è esteso agli operai. I portuali sono scesi in sciopero contro la privatizzazione, sono rimaste paralizzate tutte le attività nei tre porti di Porto Sudan (il Meridionale, il Settentrionale e il Verde) e nel Porto Osman Digna, nella città di Suakin. Altri lavoratori hanno scioperato in solidarietà in diverse parti del paese.

Un importante centro di attività sindacale all’interno delle proteste sembra essere l’”Alleanza per la ricostruzione dei sindacati dei lavoratori sudanesi”, che nei primi di marzo ha anche aderito formalmente alla “rivoluzione” invitando tutti i “sindacati messi al bando” ad unire le forze nella protesta. Tuttavia pare che i sindacati e le categorie professionali non siano così presenti nel movimento come lo erano stati negli anni ‘80.

Oltre ai sindacati sono coinvolti nel movimento le organizzazioni femminili e giovanili e i partiti della borghesia di sinistra, come il Partito Comunista Sudanese, che insieme ad altri partiti borghesi fa parte dell’Alleanza delle Forze del Consenso Nazionale. L’orientamento generale di questo partito “comunista”, non sorprende, è a favore di un ritorno alla democrazia, insieme agli altri, come il resto dei firmatari della Dichiarazione per la Libertà e il Cambiamento, che comprendono l’Associazione dei professionisti sudanesi e l’Alleanza per il ripristino dei sindacati sudanesi. Questi sindacati sono pronti a trasformarsi in sindacati di regime non appena venga istituito un regime democratico.

Le proteste del 2018‑2019 in Sudan sono simili a due altri episodi della storia del paese. Il primo, nel 1964, venne innescato da scontri tra studenti e polizia presso l’Università di Khartum. Gli scontri si moltiplicarono in un movimento di protesta molto più ampio che sfociò nell’abbattimento della dittatura militare di Ibrahim Abboud. Il secondo episodio, nel 1985, si è verificato dopo anni di disordini economici e, come le proteste di oggi, è stato innescato da un aumento dei costi dei beni di prima necessità, sfociando dunque in un esteso movimento che ha costrinse Jafa’ar Nimeiri a dimettersi.

In entrambi i casi, nel 1964 e nel 1985, l’esercito sudanese intervenne per sostenere la transizione alla democrazia multipartitica. Lo fece sotto la pressione di ufficiali di grado medio‑basso, presenza determinante per il rovesciamento del governo.

Anche questa volta, dopo le prime segnalazioni che i soldati erano intervenuti per proteggere i manifestanti dalla violenza della polizia, l’esercito sudanese ha rovesciato Omar al Bashir e ha dichiarato che ci saranno due anni di governo militare, seguiti da elezioni “libere ed eque”. Il ministro della Difesa nel governo di Bashir, Awad Ibn Auf, è divenuto per pochi giorni il volto del colpo di Stato, per poi essere sostituito dopo le sue dimissioni del tenente generale Abdel Fattah Adelrahman Burhan, capo del Consiglio militare. Burhan, a differenza di Ibn Auf, non è accusato di crimini di guerra nel Darfur.

L’Associazione dei Professionisti Sudanesi insieme a molte altre organizzazioni ha denunciato la transizione come un colpo di Stato militare e ha promesso di organizzare ulteriori dimostrazioni per chiedere «la consegna del potere a un governo di transizione civile che rifletta le forze della rivoluzione».

Il sindacato professionale ha quindi invitato a protestare nonostante il coprifuoco imposto dai militari perché «rispettare il coprifuoco significherebbe riconoscere il salvataggio dei cloni al governo». Benché l’Associazione Professionisti dichiari che la sostituzione di Ibn Auf con Burhan è «una vittoria della volontà delle masse», mantiene l’invito a continuare le proteste davanti alle guarnigioni dell’esercito.

I lavoratori, in particolare quelli professionalizzati, stanno svolgendo un ruolo importante nel movimento sudanese, ma la direzione sindacale democratica, alleata ai partiti borghesi, ne ha il controllo politico. Non vi sono quindi le condizioni per l’affermarsi di una dittatura del proletariato, in una situazione e in un’area geografica in cui non è presente un vero Partito comunista internazionale.