Međunarodna komunistička partija

Gli astensionisti e la frazione comunista: il valore della disciplina

Kategorije: Communist Abstensionist Fraction of the PSI

Glavni članak: Gli astensionisti e la frazione comunista: il valore della disciplina

Ovaj članak je objavljen u:

Come è ben noto la Frazione Comunista astensionista del PSI aderisce formalmente e totalmente alla Frazione Comunista costituitasi dopo il Congresso di Mosca e fa oggi di questa parte integrante – attraverso l’intervento del sottoscritto alla elaborazione del Manifesto-programma, e per deliberazione del Comitato centrale di Napoli, concordemente seguita da tutti i gruppi aderenti.

La frazione astensionista si costituì ufficialmente a Bologna dopo il congresso dell’ottobre 1919, nel quale la sua mozione riportò i voti di 67 sezioni con circa 3500 iscritti. Il Comitato centrale ha sede a Napoli, ed è suo organo “Il Soviet”, che oggi naturalmente è tra i periodici di partito che difendono il punto di vista della sinistra.

Al Congresso Internazionale di Mosca sostenemmo la nostra tesi sulla incompatibilità pei comunisti della partecipazione alle elezioni dei corpi rappresentativi della democrazia borghese, nell’attuale periodo rivoluzionario e nei paesi di antico regime democratico. Tale tesi, come era preveduto, non venne accettata dal Congresso che approvava le tesi di Bucharin per l’intervento in senso e con fine rivoluzionario nelle elezioni e nei parlamenti, contro una lieve minoranza che poi si divise ancora, poiché i sindacalisti anarchici, antiparlamentari, non votarono né potevano votare le nostre conclusioni pel loro spirito nettamente marxista.

Chi scrive dichiarò a Mosca che era indiscutibile la disciplinata accettazione di tale deliberato da parte degli antielezionisti italiani e degli altri paesi.

In Italia, nell’aderire alla iniziativa della sinistra, la nostra frazione non deliberò tuttavia il proprio scioglimento, né modificò la sua linea di condotta negativa di fronte alle elezioni amministrative, deliberata dalla sua Conferenza Nazionale di Firenze dell’8-9 maggio 1920.

Qualcuno – non i compagni della sinistra comunista, coi quali la nostra intesa non potrebbe essere più completa, leale, cordiale – ha voluto sofisticare su tale atteggiamento sostenendo che esso contrastava colle nostre dichiarazioni di disciplina e colla nostra affermazione di principio che i partiti comunisti e la III Internazionale devono essere fondati su una disciplina di ferro. Ciò è stato obiettato al sottoscritto in qualche adunanza di partito, nella quale egli sosteneva a nome del Comitato di Bologna la posizione della sinistra comunista. Si è voluto da taluno trovare un’obiezione di traverso alla tesi secessionista da me ardentemente difesa, riconoscendo nell’oratore l’astensionista indisciplinato al Partito e alla Terza internazionale e pretendendo coglierlo in fallo nelle sue affermazioni per la omogeneità del Partito e per la rottura definitiva dell’attuale equivoca unità.

Prima di giustificare l’attitudine degli astensionisti, diciamo qualche cosa sull’improvviso zelo degli unitari per la disciplina ferrea, ,militare, feroce, nella quale tesi essi si atteggiano ad essere tanto estremisti ed ortodossi quanto noi, e più di noi.

La soluzione del loro sofisma contiene, io credo, elementi utili di dibattito pei nostri compagni di tendenza – e non serve solo alla difesa della legittimità del conte­gno passato e presente degli astensionisti.

Gli unitari gonfiano formalmente il concetto di disciplina per deformano sostanzialmente. Essi ne fanno un capzioso argomento per conservare nel partito gli anti-comunisti, sostenendo che attraverso la disciplina alle maggioranze e agli organi centrali sarà possibile farli operare in senso comunista e utilizzare la loro azione per le finalità rivoluzionarie a cui pur non credono soggettivamente.

Invece, dal punto di vista teorico del marxismo, come secondo i criteri pratici di organizzazione seguiti dall’Internazionale Comunista, prima della questione della disciplina nell’azione occorre pregiudizialmente risolvere quella del programma.

La disciplina acquista un senso solo in un partito programmaticamente omogeneo, nel quale tutti gli aderenti concordano sulle generali posizioni di principio e sulle finalità programmatiche – non solo nel senso di aver comune una lontana mèta, come potrebbe bastare ad una accolta di seguaci di dottrine meno della nostra fondate sulla storia e sulla dialettica – ma nel preciso senso di accettare una comune visione del processo storico rivoluzionario. Perciò per essere comunisti non basta ammettere tendenzialmente il comunismo dei beni o dei mezzi produttivi; occorre accettare i vari punti dello sviluppo storico: lotta di classe, uso della violenza armata contro il potere borghese, dittatura proletaria, sistema dei consigli.

La Terza Internazionale è costituita su tali basi, nel senso che ogni suo membro deve in principio accettare tali capisaldi programmatici. È un grande equivoco dire: un partito ha adottato a maggioranza il programma comunista: esso è a posto nella Terza Internazionale. No: il programma non è il pensiero di una maggioranza, ma la base costitutiva dell’organizzazione del partito, il pensiero comune a tutti i suoi componenti. La minoranza seguace di altri e opposti programmi – anche se offre l’impegno assurdo della disciplina – deve essere allontanata dal Partito, Nella questione programmatica la disciplina non ha che vedere: qui è l’equivoco da spezzare. Questo è il significato preciso della ventunesima delle condizioni d’ammissione nella Internazionale; se vale qualche cosa la testimonianza di chi la propose e le più autorevoli dichiarazioni fatte ad Halle dal compagno Zinoviev, che da quel congresso trasse argomento a dimostrare la giustezza di quella proposta, invocando la “separazione degli spiriti” ossia la scissione dei partiti ancora divisi sul contenuto del programma.

Il problema della disciplina si presenta dopo la risoluzione di questo fondamentale punto: assodato che tutti i membri del partito sono comunisti nel programma liberamente accettato (cioè volontariamente, soggettivamente, non nel senso, cari amici unitari, che si sia liberi di… non accettarlo e rimanere “disciplinati” nel partito), ciò stabilito – e la scissione di congresso non è che un primo passo verso questo rinnovamento intimo della struttura del partito – resteranno inevitabilmente, utilmente, delle divergenze sulle questioni di tattica. Dato che siamo d’accordo nella concezione generale del processo storico rivoluzionario, determinato in massima dall’azione delle grandi forze storiche superiori alle volontà e alle coscienze singole, determinatrici esse forze medesime delle coscienze e delle volontà collettive, come si inserisce in questo processo l’azione, la preparazione del partito rivoluzionario di classe? Quali i punti d’applicazione degli sforzi? Quale l’intensità di essi nei vari punti? Quali quindi gli spostamenti e le iniziative delle forze inquadrate nel e dal partito?

Problemi a cui esistono risposte generiche – scissione o meno dei sindacati gialli – elezionismo o astensionismo e cosi via – e qui provvede la maggioranza dei congressi, in modo supremo quella dei congressi internazionali, oppure esistono risposte contingenti, – se sia o meno il momento di lanciare un attacco, o di attendere, e simili – e qui provvede il giudizio degli organi centrali direttivi. lì parere di questi vale anche per le interpretazioni controverse delle risoluzioni dei congressi, sempre prevalendo le decisioni del Comitato Esecutivo Internazionale. Questo però (come Zinoviev ha dichiarato) non pretende di dare il segnale di azioni nazionali, ostandovi oltre tutto ragioni tecniche.

Ecco il meccanismo, l’ingranaggio della disciplina, della centralizzazione nell’azione, che deve essere ferrea, deve avere carattere militare come l’ingranaggio dei comandi di un esercito, visto che la lotta di classe è oggi in fatto una guerra guerreggiata.

Nessuna disciplina è però concepibile o applicabile ove manchi la omogeneità programmatica del partito.

Non solo: occorre dire che il nostro modo di porre il problema è in realtà l’unico che rispetti la libertà di opinione. L’altro, quello assurdo degli unitari, se potesse praticamente non risolversi nel menefreghismo della minoranza, coarterebbe quella libertà.

Marxisticamente, non ha nessun valore il principio della libertà di manifestazione delle opinioni. Il proletariato al potere lo livragherà nei suoi avversari di classe, mentre la sua lotta e la sua opera prepareranno il principio che solo ha un senso comunista: il diritto all’esistenza, attraverso la sparizione delle classi, da cui germineranno superiori rapporti spirituali. Ma questi superiori rapporti, prescindendo da formulette piccolo borghesi, possono e devono vivere nel partito, come noi lo intendiamo. Mandati fuori – ad usufruire per ora della libertà borghese di parola e di propaganda… antirivoluzionaria – gli avversari del programma comunista, vivrà nel partito il rispetto alle opinioni e alle tendenze e ai loro fecondi dibattiti interni, parallelo alla assoluta obbedienza nell’azione: obbedienza alle maggioranze deliberanti, agli organi centrali. Perciò dice Mosca: centralizzazione democratica. La “democrazia”, nel senso assoluto, non può vivere nella società eterogenea, divisa in classi; può e deve vivere nell’interno del vero partito di classe. Ciò a parte il fatto che, nel senso storico; “democrazia” vuoI dire menzogna della parità di diritti in una società divisa in classi; e deve essere superata dal sistema di rappresentanza di classe, la dittatura proletaria, prima ancora che dai nuovi rapporti di vita della società futura.

Gli unitari vogliono tenere nel partito chi non ci deve né ci può stare perché non può e non vuole operare nel senso comunista. Per far ciò contano sulla disciplina. Ecco spiegato il loro zelo nel ribadirne le catene, a parole, falsando in effetti tutta l’impostazione del problema.

Chiarita teoricamente l’insufficienza del loro punto di vista, aggiungiamo che anche praticamente esistono le dimostrazioni della fallacia di esso. Non solo le troviamo nella storia suggestiva di tutte le scissioni dei partiti esteri, ma proprio nelle vicende del nostro movimento.

L’equivoco unitario, coll’argomento zoppo della disciplina, prevalse a Bologna. I risultati sono la prova sperimentale di quanto abbiamo esposto in principio. La minoranza di destra, respinto il programma e accettata liberamente (!) la disciplina, rimase nel partito, e fece nel modo più sfacciato opera opposta al programma del partito stesso, senza che a nulla valessero i freni della Direzione massimalista, anzi facendo capitolare il massimalismo, con tutta la sua potenza numerica, in ogni episodio dell’azione parlamentare e sindacale e delle lotte politiche in genere.

Perciò oggi molti che furono a Bologna per l’unità concordano con noi astensionisti nell’essere per la scissione.

***

Veniamo ora alla questione degli astensionisti. Dopo quanto precede potremmo dire: riconosciamo la disciplina incondizionata nell’Internazionale; la riconosceremo nel Partito Comunista; non la riconosciamo nell’attuale partito minestrone, nel quale ne mancano le logiche condizioni.

Ma non è ciò solo. Le tesi prevalse a Mosca circa l’azione elettorale, se condannarono l’astensionismo e la tattica del boicottaggio elettorale – da noi d’altronde non praticata né prima né poi appunto per disciplina -, sono tali che implicitamente condannano anche l’elezionismo come lo ha praticato il Partito Socialista Italiano nel suo complesso, nelle elezioni politiche e in quelle amministrative attuali. La condanna fu anche esplicita in molti documenti del Congresso Internazionale noti ai lettori, e nella 17° delle tesi sui compiti dell’internazionale (recentemente apparse per intero nell’“Avanti!”). In ciò concordano moltissimi commenti non astensionisti.

Anche ammettendo la disciplina ad un Partito non comunista, non si può giungere ad eseguire per disciplina una azione politica non comunista. Ciò condurrebbe ad invertire la funzione e lo scopo della disciplina: cioè l’esecuzione tattica dei deliberati del Congresso Internazionale.

Quando il Partito Comunista eseguirà in Italia tali deliberati nel campo elettorale, gli astensionisti più convinti daranno esempio di assoluta disciplinata obbedienza.

Fin oggi essi hanno, senza sabotare in nessun caso le elezioni, lavorato seriamente a quelle finalità alle quali le elezioni dovevano essere ma non furono indirizzate: l’affermazione dei principii comunisti, l’applicazione dei deliberati della Terza Internazionale. Carini, quei signori che invocano la disciplina per eludere abilmente le decisioni internazionali che si devono rispettare in materia di unirà del partito – che poi prendono sul serio le decisioni di Mosca, contro cui hanno fatto tanto strepito, solo nell’interesse di un elettoralismo, che questo solo fatto basta a dimostrare non ispirato a finalità comuniste.

Un altro merito ha la nostra piccola frazione: di avere trattenuto nel partito molti elementi che senza di essa sarebbero fuorusciti verso l’anarchia e il sindacalismo: con ciò togliendo a queste scuole il monopolio della rampogna al riformismo della destra del partito e all’opportunismo del centro, ed anche confutandone programmaticamente gli errori cogli argomenti marxisti che oggi – estemporaneamente – pappagalleggiano con un altro saggio di animo avvocatesco gli unitari.

Perciò noi astensionisti ci sentiamo a posto non solo nella III Internazionale cui potemmo e potremo liberamente sottoporre le tesi nostre (dov’erano, quando lo facemmo, i destri che con ben altri dissensi programmatici pretendono aderirvi?!) e ci sentiamo a posto nella frazione comunista del partito, nel nascente partito comunista, attraverso la fattiva, serena, cordiale collaborazione al sempre migliore delineamento delle direttive sulle quali il proletariato italiano raggiungerà la sua luminosa vittoria.