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Vulcano della produzione o palude del mercato? (Pt.7)

Kategorije: Agrarian Question, Economic Works, National Question, Party Doctrine

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II – GRANDEZZE E LEGGI NELLA TEORIA DELLA PRODUZIONE CAPITALISTICA

34. La funzione di produzione nella economia del “benessere”

È indispensabile dare ragione della funzione di produzione di Douglas Cobb adottata dallo Spengler “malthusianista moderno”, di cui abbiamo trattato, facendo di tutto per rendere accessibile il senso della formula matematica che la esprime. Dopo aver constatato che nella “lotta di classe teoretica” tra dottrina rivoluzionaria e scienza ufficiale, la seconda si considera snidata dai tortuosi vicoli della teoria mercantile dei prezzi, e costretta ad accettare battaglia nell’ardente campo della produzione, non possiamo non affrontare il confronto tra le radicalmente contrapposte “funzione di Marx” e “funzione di Malthus”.

Abbiamo avuta una chance formidabile nel nostro duro compito di sostenere che Marx (per intenderci) ne sapeva assai più di quelli che hanno studiato e scritto dopo di lui, e fino ad oggi, vincendo la soggezione idiota, e purtroppo diffusa anche nelle file proletarie, del “modernismo” e dell’aggiornismo, in quanto l’avversario ha dovuto fare due mosse che indicano la sua pericolosa situazione strategica: passare dal mercato alla produzione; ed alzare contro la nostra bandiera, immutata da un secolo, la frusta palandrana del vescovaccio anglicano vecchia di centocinquant’anni.

Questa lotta di fredde formule è dunque, piaccia o no, vivamente politica, e solo quelli per cui politica è affare di chiacchiere e di imboniture possono storcere la bocca davanti all’amaro calice delle espressioni matematiche, che al più cercheremo con la nostra molta pazienza e poca destrezza di inzuccherare sugli orli.

Uno “zucchero” sul serio sarebbe dare la nota di Marx su Malthus e sul pretismo protestante che potete leggere (è lunga due pagine) nella edizione Avanti!, pp. 581-82 (Cap. XXIII, par. 2). L’opera giovanile sul Principio di Popolazione che fece tanto chiasso è del 1798: «Quantunque pastore anglicano Malthus fece voto di celibato, condizione per essere fellow a Cambridge» … «Questa circostanza depone favorevolmente per lui in confronto degli altri pastori protestanti che, dopo avere infranto il comandamento del celibato cattolico, hanno rivendicata come loro speciale missione l’adempimento del precetto biblico “crescete e moltiplicatevi” in tale misura da contribuire ovunque indecentemente all’aumento della popolazione, mentre predicano ai lavoratori il principio della “limitazione delle nascite”. È caratteristico come sia stato monopolizzato dai signori della chiesa protestante questo delicato punto della teologia, questo travestimento economico del peccato originale, questo pomo di Eva, la “pungente brama”, gli “ostacoli che mirano a spuntare gli strali di Cupido”, come spassosamente dice il reverendo Townsend…».

Segue un divertente rilievo sul fatto che l’economia politica, studiata da filosofi e statisti in primo tempo, interessò poi tanto i preti. E qui Marx cita il vigoroso Petty, che scrisse: «la religione fiorisce dove i preti soffrono maggiori privazioni, come il diritto dove gli avvocati si fregano dalla fame». Questi consiglia ai pastori protestanti, dato che non vogliono mortificare la loro carne nel celibato, come dettò san Paolo, di non generare un numero di preti maggiore di quello dei 12.000 benefizi compresi nel bilancio inglese dell’epoca.

Lascio a voi leggere poi come i vescovi protestanti si scagliassero con frasi non meno sceme contro Adamo Smith che, ammiratore del grandissimo filosofo Davide Hume, ne aveva vantato lo stoico ateismo col particolare che sul letto di morte, dopo una vita esempio di virtù, leggeva sereno Luciano e giocava al whist. «Ridete dunque sulle rovine di Babilonia, inneggiate al Faraone, indurito nel vizio!». Voi che sulle parole di Hume ritenete che “non vi sia né Dio né miracoli!”.

Da quando fummo svezzati abbiamo sempre detto che v’è qualcosa di più detestabile di un prete romano cattolico: ed è un prete riformato.
 

35. Ci siamo: la formula

Bisogna venire all’amaro. Nella funzione di produzione adottata da Spengler e da tutta la scuola del “Welfare” non figurano le quantità di valore apportate dal capitale fisso, dal salario, e dal plusvalore, in ogni merce, nel prodotto di una azienda o in tutto il prodotto sociale. Figurano sì il prodotto nazionale di un anno, la forza-lavoro, e la ricchezza-capitale della nazione, ma solo come “indici” ossia come numeri che ne rappresentano la variazione rispetto ad un anno di partenza, per il quale le tre grandezze contemplate si pongano uguali ad uno, o, come si fa più spesso nelle statistiche, a cento.

Mentre la relazione data da Marx è semplice, costituendo una addizione, e quindi in linguaggio matematico è una “funzione lineare” (come si sa nel linguaggio comune diciamo lineare una cosa che subito si capisce da tutti); la relazione di Douglas Cobb è “esponenziale”, poiché figurano elevazioni a potenze, e queste non sono ad esponente intero, come il quadrato o il cubo che tutti conoscono, ma ad esponente frazionario, che metterebbe in un certo imbarazzo un liceale maturo ma sprovvisto di rivoltella. Vediamo di uscirne.

Con la lettera Y indichiamo il “reddito nazionale”, o meglio l’indice del reddito nazionale rispetto ad un anno di confronto. In Italia ci dicono all’incirca che il reddito nazionale nel primo dopoguerra era seimila miliardi, oggi ha raggiunto i diecimila. Se la base 1946 è cento, l’indice di oggi è 167.

Per reddito nazionale intendiamo la somma di tutte le entrate dei cittadini siano essi operai, impiegati, produttori diretti, commercianti, proprietari, industriali. In genere lo si calcola dai redditi tassati di lavoro, impiego, capitale, proprietà: accettiamolo come ce lo danno.

Questa quantità viene ormai dai borghesi, ed è una concessione obtorto collo alle verità marxiste, definita anche come valore aggiunto dal lavoro nella produzione (vedi Dialogato con Stalin, Giornata terza).

Vi è poi la lettera L, che rappresenta l’indice della forza di lavoro. Questo indice si riferisce al numero di persone. Dovrebbe essere il numero di persone addette alla produzione, ma è preso dagli autori cui ci riferiamo come indice di popolazione. Ciò vale ritenere che sia sempre quello il rapporto della popolazione produttiva alla totale (vedi parte prima di questo resoconto), e comporta anche l’assunzione che nel periodo allo studio non varii il grado di occupazione e la complementare rata di disoccupazione degli atti al lavoro.

La terza lettera K rappresenta, sempre quale indice, la “ricchezza producente reddito”. Qui bisogna chiarire. K non è soltanto il capitale, ma tutto il complesso del capitale industriale, commerciale e finanziario e dei patrimoni immobiliari. Inoltre K non è (come nella nostra funzione lineare) il capitale-merce, il capitale-prodotto uscito dalla produzione in un anno, il famoso “fatturato” dell’azienda capitalista pura, ma tutto il valore degli impianti di produzione, anche di quella grandissima parte che alla fine del ciclo annuale di lavoro resta reintegrata nel suo valore. K sarebbe dunque l’indice del “patrimonio nazionale” più ancora che del “capitale nazionale”: per ora non domandiamoci come le statistiche forniscono tale misura.

Ecco la formula ridotta alla più semplice espressione:

Y = Lm K(1-m)

La formula intera è ancora un poco più complessa. Abbiamo tolto un primo coefficiente A che può servire ad equilibrare le unità monetarie di misura nel loro oscillare, e che si ammette uguale ad uno, quindi si cancella. Alla fine vi è poi altro fattore che influisce sull’indice, ed è R che dovrebbe segnare l’indice della variabile “produttività tecnica del lavoro” ed è elevato ad un coefficiente t che indica il numero di anni passati: si può toglierlo di mezzo supponendo per ora che la tecnica sociale sia immutata. Ne diremo più oltre: non mangia i bambini.

Tuttavia dobbiamo rendere la cosa meno scabrosa usando dei numeri al posto delle lettere. L’imbroglio sta in quell’esponente m piccolo. Diciamo subito che per gli autori della teoria esso è uguale a 0,75. All’ingrosso l’indice del lavoro influisce sull’indice del reddito non coll’esponente uno (ossia come l’ha fatto mamma), ma con un esponente ridotto ai tre quarti. L’altro quarto? Lo troviamo esposto a destra in alto di K, attribuito al capitale-ricchezza: infatti se m vale 0,75, è facile vedere che 1 – m vale 0,25.

La dottrina comincia col dire: poniamo questa formula. Poi si sostiene che ricerche empiriche sulle statistiche hanno condotto i numerosi autori della scuola a calcolare m da 0,70 a 0,80 in vari paesi, e si prende 0,75. Adottato.

Vediamo subito la deduzione pratica.

36. Numeri più commestibili

All’anno di partenza gli indici Y, L, K sono tutti 100. La formula dice in tal caso:

100 = 100 0,75 x 100 0,25

Orbene, questo aritmeticamente è esatto, dato che i due esponenti sommano uno.

Il conteggino è un poco scocciante, e chi sa usare i logaritmi può farlo. Egli troverà le innocenti cifrette: 31,623 x 3,1623 = 100. Siamo fermi al palo di partenza, e non dobbiamo preoccuparci.

Dobbiamo pregarvi di prenderci sulla parola quando andiamo a dirvi che la conclusione non muta, per variazioni degli indici poco rilevanti, se alla forma esponenziale sostituiamo una forma approssimata e (grazie a dio) lineare, che è questa: Y = 0,75 L + 0,25 K.

Allora verificate senza logaritmi che alla partenza 100 = 0,75 x 100 + 0,25 x 100. Lapalissiano.

Il senso della tesi avversa si comincia a vedere: per fare aumentare il benessere il lavoro conta a tre quarti, e per l’altro quarto conta la ricchezza. Noi ce la saremmo cavata presto (ma il confronto a dopo): Y = L, e tu K vai pure a farti fregare.

In gamba ora, figlioli. L’anno comincia a scorrere e… i preti protestanti a figliare. Se la popolazione cresce ogni anno dell’uno per cento (non ce la fanno solo a Napoli e a Tokio) l’indice L andrà dopo un anno da 100 a 101. Che sarà successo di Y, se il capitale si è fermato a 100?

Vedremo con tutte e due le formulette (consigliamo tenersi alla seconda in tempo di tempesta):

Y = 101 0,75 x 100 0,25 = 0,75 x 101 + 0,25 x 100 = 100,75

Noi avremmo detto: vi è stato l’uno per cento di forze-lavoro in più, e il valore del reddito è salito di uno per cento, ed è 101: nossignore; è solo dello 0,75 per cento in più.

Ma prima di arrivare al superiore concetto della prosperità, il nostro autore si preoccupa di un altro indice essenziale, l’indice non più del reddito nazionale globale, ma del reddito pro capite, del reddito individuale; sia esso ricavato dividendo per il numero di abitanti, di capaci al lavoro, di lavoratori impiegati, qui non cambia nulla. Questi sono tuttavia cresciuti da 100 che erano a 101 (giusta come i preti di Malthus razzolano e non predicano) e quindi Y: L che era 100: 100, e quindi 1, uno, ci diventa tra le mani 100,75: 101 che, se consentite, fa 0,9975, colla diminuzione di 0,0025 ossia (niente paura) di un quarto per cento. Se la popolazione cresce, il benessere diminuisce. Non lo diciamo mica noi, ma il testo: «se il rapporto del lavoro al capitale cresce dell’uno per cento, la remunerazione del lavoratore singolo decresce di circa un quarto per cento». Inteso.

Rimedio, dunque, far diminuire i lavoratori di numero? Giammai: questo non solo lo contestiamo noi violentemente (altrove e fuori formula la nostra risposta! Che ne fate dell’indice del tempo giornaliero di lavoro, messeri?) ma non lo dice nemmeno sul serio Malthus, pastore 1800, né le pecorelle – con artigli di lupo – del capitalismo 1954. Il rimedio – at-ten-ti! – si chiama con le parole di fuoco: accumulazione del capitale.

Ed infatti, venite qui poveri numerini buoni buoni, bisogna che cresca, perché Lucifero, Cupido e il dio dei pastori siano placati, insieme alla popolazione, anche la ricchezza “nazionale”; e deve quindi K salire a sua volta. Bene. Salga a 101. Avrassi:

Y = 101 0,75 x 101 0,25 = 0,75 x 101 + 0,25 x 101 = 101.

Curiosità per i maturandi: le calcolazioni sono talvolta rigorose tutte e due.

Ed allora il reddito nazionale non è andato solo, col fiato grosso, a 100,75; ma è salito francamente anche lui a 101. Evviva! Ma un momento, chiede il testo, che ne è del reddito individuale? Semplice: 101 diviso 101: è sempre UNO come prima. In parola: se la popolazione cresce, occorre che nella stessa misura cresca il capitale, se proprio si vuole che il benessere resti stazionario!

Ma questi signori sono almeno tanto progressivi quanto un palmizio. Il reddito pro-capite deve, per tutti i diavoli, salire, quando la popolazione sale, anche lui dell’uno per cento all’anno: se no dove vanno a finire prosperità e civiltà cristiano-borghese? Ehi, numeri!

Vediamo come fare. Proviamo a far salire il capitale del due per cento. Non ci siamo ancora, dato che

Y = 0,75 x 101 + 0,25 x 102 = 101,25.

Ma questo globale di 101,25 va diviso, non dimenticate, per 101 partecipanti al banchetto: il reddito singolo è divenuto, da 1, solo 1,0025, ed ha solo guadagnato un quarto per cento.

Bruciamo le tappe. Sempre fermo che in un anno la forza-lavoro è salita dell’uno per cento, il capitale salga del 5 per cento:

Y = 0,75 x 101 + 0,25 x 105 = 102;
Y / L = 102: 101 = 1,01 circa.

Dunque se in un paese, in un anno, la forza-lavoro (popolazione) cresce l’uno per cento, purché il capitale accumulato cresca del cinque per cento, potrà accadere che il reddito personale cresca l’uno per cento. Più numerosi e più felici.

37. Il buon Dio a giornata?

Un momento, di grazia. I numeri a scriverli sulla carta costano tutti lo stesso, quelli per il lotto e quelli per il calcolo sublime. Abbiamo ordinato a K di salire a 101 e poi a 105. Ma nella realtà come questo può avvenire? In un solo modo: accumulazione; con termine equivalente: investimento; con termine equivalente: risparmio. Badate che non deduciamo noi, ma seguiamo fedelmente le enunciazioni del testo avverso.

L’uno per cento di ricchezza nazionale K si può ricavare ed aggiungere solo se si consuma di meno sul reddito dell’anno precedente! Ma badiamo: per questi signori il capitale è non solo il valore del prodotto, ma quello di tutto il macchinone sociale, natura compresa! Quindi essi non chiedono l’aumento della ricchezza al miracolo e al “lavoro di dio” (come l’ineffabile monetarista di nostra conoscenza della italica Confindustria) ma al risparmio, ossia al lavoro… del fesso.

Secondo gli autori in questione il valore della ricchezza generante reddito è da quattro a cinque volte quello del reddito nazionale. Così tutta l’Italia varrebbe oggi, col reddito a diecimila miliardi, appena cinquantamila miliardi. Non neghiamo che colle formule U.N.R.R.A. l’hanno avuta ancora più a buon mercato, tuttavia tale cifra risponde a circa un milione seicentomila per ettaro: passi per la cima del Gran Sasso, ma non per il Duomo di Milano o la Fiat motori.

Vada tuttavia per il rapporto 5, scoperto dai prosperisti. Essi dicono infatti che per accantonare uno per cento di accumulazione bisogna risparmiare sul reddito 4 o 5%.

Allora da capo. Se non siamo buoni risparmiatori, salendo da 100 a 101 perdiamo benessere. Vogliamo tenerlo stabile: occorre risparmiare tanto da portare K anche da 100 a 101, ossia uno per cento della ricchezza totale, dunque 4% sul reddito di ogni singolo. O anche 5.

Più progressisti di così, si entra nel PCI. Per evitare il guaio che il mio bilancio personale annuo perda un quarto per cento ho una ricetta infallibile: faccio a meno di consumare il 5%. Mangio per il quattro e mezzo per cento di meno, ma è salva la prosperità generale! E la mia personale!

Tuttavia io voglio poter leggere nei giornali che il reddito è salito di uno per cento: vedemmo che K deve andare a 105. Molto bene: basta che il singolo produttore-consumatore metta da parte 20 se non 25 sul suo reddito, che era cento. La conclusione è quanto mai brillante: il lavoratore che non ce la fa a campare e comunque vuole maggiore benessere, aspira ad aumentare la sua entrata singola, la sua quota del reddito nazionale, dell’uno per cento all’anno: vi giunge facilmente, se lui e tutti gli altri accettano di consumare 80 al posto di 100! Il vantaggio che avranno l’anno vegnente, sarà di passare non da 100 a 101, ma da 100 a 81!

Si dice che la matematica non è un’opinione, invece anche colla matematica banale si possono fare trucchetti: il lettore può credere che scherziamo, che abbiamo cambiato le carte in tavola ai professori in questione. Occorre che citiamo: lo dicono proprio loro.

Rivista “Scientia”, numero di aprile 1954, pag. 130: «With population and labor force stationary, increasing output per worker one per cent per year would entail a saving rate of about 16-20 per cent per year». «Con popolazione e forza di lavoro stazionarie l’aumento di entrata dell’uno per cento per lavoratore e per anno comporterà una rata di risparmio del 16-20% all’anno». Il testo calcola per L = 100 e K= 104; noi lo abbiamo fatto per L = 101 e K= 105.

38. Benessere da altre fonti

Prima di passare alla critica della legge ipotizzata dagli economisti del Welfare, non vogliamo tacere quanto essi risponderebbero davanti a questa strana prospettiva di miglioramento. Vi è il continuo aumento, per le nuove risorse tecnico-scientifiche, della forza produttiva del lavoro, che consentono alla stessa forza di lavoro di produrre maggiore ricchezza. Secondo i testi della scuola negli ultimi decenni e nei paesi più sviluppati questo effetto, che era indicato col fattore Rt, sarebbe 1,01t: ciò significa che ogni anno si avrebbe un aumento di reddito dell’uno per cento rispetto al precedente; a parità di forza-lavoro e di ricchezza precedentemente accumulata.

Ammettiamo pure questa rata di progresso, considerata come massima. Vuol dire che il reddito singolo 100, per passare in un anno a 101, non avrà bisogno di nulla, se la popolazione fosse stazionaria. Ma se questa cresce dell’uno per cento, solo effetto del progresso tecnico sarà appunto che il reddito individuale non avrà bisogno di risparmio, per restare fisso. Se però, giusta i dettami della prosperità, deve crescere dell’uno per cento, ciò va come prima chiesto al risparmio: questo diminuirà di quattro, o di cinque, e sarà di 16 al posto di 20, o di 20 al posto di 25%.

Tutto il risultato cambia in questo: il lavoratore che vuole portare il reddito o l’entrata da 100 a 101 dovrà – con tutti gli altri – consumare non 80 ma 84. In altri termini arriverà alla pari non dopo 20 anni, ma dopo 16, dato e non concesso che nulla venga ad interrompere la progressione automatica della produttività.

Fino a questo punto abbiamo considerata la pecuniaria entrata in denaro, ma qui viene la vera finezza maltusiana della dottrina del Welfare. Altro, essa stabilisce, è l’output, il gettito individuale, altro è il vero benessere. Su questo influisce il modo di suddividere i propri consumi. A parità di reddito speso – si capisce che l’impiego numero uno è sempre il saving, ossia il non consumare, ma investire con dolce offerta al capitale accumulando – il benessere può crescere o decrescere. Questo dipende dai “gusti” del singolo o da quelli prevalenti in una popolazione (pubblicità in tutte le forme aiutando) ed anche dalla famosa “struttura dei prezzi” ossia dal facilitare certi consumi col prezzo ridotto, e diminuire certi altri col prezzo sostenuto.

Non ci è qui certo possibile svolgere tutte le analisi e gli schemi che le vogliono rappresentare, al fine di risolvere il famoso quesito della popolazione optima. Abbiamo già detto che le conclusioni della maggior parte di questi economisti si orientano verso la restaurazione del dettato di Malthus: struttura di alto prezzo e basso consumo di alimenti; basso prezzo ed alto consumo di tutta l’altra serie di beni e servizi, dal vestito, al cinema, alla motoretta, ecc.

Le conclusioni di questa scuola sono che anche nelle aree di popolazione addensata può aversi uno sviluppo del “benessere” sebbene la popolazione continui ad aumentare coi ritmi rilevanti constatati negli ultimi tempi. Non si nascondono tuttavia le gravi preoccupazioni per molti paesi moderni che corrono verso la sovrappopolazione, ossia tendono a passare oltre l’optimum tanto elaboratamente cercato della popolazione, facendo rovinare sia l’optimum numerico che il manipolato e drogatissimo moderno “welfare”.

39. La società del Welfare

Abbiamo già varie volte mostrate le differenze tra la nostra presentazione della società capitalista moderna, e quella contenuta nelle formule ora discusse. Ma si deve insistere su alcune altre. Noi cerchiamo soprattutto le classi e la suddivisione del valore prodotto tra tali classi: ne diamo la formula per una società borghese “modello” in cui siano presenti tre classi: lavoratori che ricevono salario, imprenditori che ricevono profitto, proprietari che ricevono rendita. Le nostre formule ripartono il prodotto sociale, e il reddito sociale, tra i tre gruppi.

Nella peculiare società cui si applica la formula della forza del lavoro L e della ricchezza K si ragiona come se tutti i componenti della società fossero lavoratori e come se la ricchezza K fosse sociale, ossia vi partecipassero tutti gli abitanti. Se infatti non si nega che la distribuzione del reddito globale tra i singoli non è certo uniforme (si plaude anzi toto corde a Malthus nella sua osservazione che il trasferire parte dei redditi ai relativamente più poveri costituisce una diversione dalla formazione di grandi capitali – infatti quei miserabili sarebbero capaci di papparsi tutto, e non “salvare” nulla) si ragiona sull’indice L come se esso contenesse tutti i componenti della società ossia tutti fossero lavoratori – nei soliti rapporti di età, sesso, ecc.

E quando si chiede di risparmiare una data aliquota – si conclude dal nostro scrittore che per i paesi più felici (leggi America) questa non deve essere minore di un 10 o 12% – la si calcola riferendosi a tutto il numero L senza nessuna esclusione anche minoritaria. Si considera dunque il reddito nazionale come l’insieme di redditi singoli omogenei, di un solo tipo.

Adunque questi maltusiani di oggi non portano in evidenza, non solo i rentiers e i loro cortigiani e preti, ma nemmeno gli imprenditori. La loro è una società in cui si immagina che il “patrimonio” di ogni azienda sia di tutti i cittadini o quanto meno di tutti i suoi dipendenti. Ognuno viene infatti a spartire quanto di reddito salta fuori dalla forza-lavoro (a tre quarti!) e dalla ricchezza sociale nazionale, o aziendale. Quando poi risparmia, è chiaro che riceve in cambio azioni di cointeressenza nella propria azienda, che hanno il carattere di una compartecipanza al reddito nazionale “da capitale”.

Questo supercapitalismo truccato, che traspare da tutte le indecenti apologie da Digest sulla felix America, si basa sul regalo agli operai di poche azioni della fabbrica, e sull’appioppare loro “a rate” una buona parte dei prodotti di essa o di aziende similari in altri settori della “struttura dei consumi”.

Un simile sistema, nel suo ingranaggio fondamentale, inesorabilmente mercantile, aggioga appunto il produttore consumatore, il lavoratore produttivo, a sottoscrivere rate del suo lavoro avvenire – una nuova e più turpe schiavitù – imponendogli di avere un corpo e due anime, di aggiungere al suo essere di lavoratore che regge una parte viva del peso sociale la livrea di consumatore non produttivo. E su tutto questo troneggia la equazione imbecille tra prosperità e libertà.

40. Confronto con Marx

Se io fossi un capitalista, e un difensore della utilità storica della accumulazione del capitale, fatto positivamente affermato in tutta un’epoca, che per l’Occidente ci sta dietro le spalle, ma per l’Oriente vive con assoluto diritto e inarrestabile efficienza, preferirei parimenti calcolare la accumulazione con la formula di Marx e non con questa, ammantata di scienza ma intimamente irreale ed imbecille, del Welfare.

In Marx l’accumulazione è chiesta al plusvalore e non al salario: sta dunque a carico del profitto e della rendita, non mai della remunerazione del lavoratore. Divisa la società nelle tre classi, non ha interesse o senso fare medie che escano dal coacervo di basse remunerazioni per milioni di uomini, e di alte entrate di capi di azienda e grossi fondiari.

Il lavoratore riceve il suo salario e lo consuma tutto. In origine esso basta appena a farlo vivere, colla aumentata produttività esso cresce, ma in ragione assai più lenta di questa: eleva il suo tenore di vita ma non raggiunge nemmeno per sogno gli euforici livelli ai quali gli si può dire: metti da parte!

Il capitalista e il fondiario hanno l’alternativa tra consumare personalmente o col loro poco codazzo di parassiti profitto e rendita, o consumare di meno, e magari essere sobri fino al livello del convenzionale “per capita income” medio, che surclassa i migliori salari e stipendi, dedicando il resto ad investimento ulteriore, per la accumulazione progressiva del capitale.

In altre parole il capitalista di Marx, il personaggio del nostro modello di società borghese, è assai meno indecente come sfruttatore e speculatore di quello – o della anonima azienda, o dell’anonimo Stato-capitalista – che incontro nel modello sociale – falso e inesistente – di quelli del Welfare.

Il capitalista di Marx può di leggeri ammettere di essere una macchina per prelevare valore dal lavoro dei suoi operai e destinarlo alla funzione sociale di accrescere l’attrezzatura tecnico-produttiva in una misura che le economie non capitalistiche non avrebbero mai potuto raggiungere. Egli agisce in una società di classe, ma nello stesso tempo viene ad attuare la conquista storica di trasferire la produzione dal piano individuale a quello sociale.

La società di Spengler (modello immaginario) non è che un egualitarismo mercantile, cosa che molti confondono col socialismo. Essa si può truccare in tal guisa, mascherando gli extraprofitti dei paesi superindustriali, in quanto non scevera e mette in evidenza il modello puro della società di imprese, ma lo diluisce nel misto delle società odierne contenenti una massa almeno di metà di piccoli borghesi e classi medie. Può quindi giocare sull’equivoco delle medie statistiche. Ma il risultato è assai magro. Immaginando che il reddito da lavoro e il reddito da ricchezza piovano su tutti, e che tutti col risparmio contribuiscano ad accumulare per i nuovi investimenti, non si arriva, dopo avere imposto ai redditi minimi la pesante percentuale di risparmio del 12, 16, 20 e 25% perfino, che ad una rata di accrescimento del capitale sociale dell’uno per cento annuo, e, sposandola con l’aumento della produttività, del 2%. Sono rate ridicole: in un secolo l’incremento annuo dell’uno per cento non conduce che ad un capitale tra doppio e triplo di quello iniziale!

Col due per cento si avrebbe che nei cento anni di vita del capitalismo la ricchezza sociale si sarebbe appena moltiplicata per sette! E queste cose le beve il pubblico della patria dei miliardari!

41. Conti secondo Marx

Nel corso di questo studio (n. 15 di Programma) abbiamo dato le cifre del famoso quadro della riproduzione semplice di Marx, esteso alla società ternaria, che si riassumevano, su 10.000 di prodotto, nelle parti seguenti: Capitale costante 6.000, salari 1.500, profitti 1.500, rendite 1.000. In una simile società quello che si chiama reddito nazionale sarebbe di 4.000. Supponiamo che all’anno di partenza questa società sia di cento persone, e consideriamo un fondiario, due capitalisti (in ciascuna delle due sezioni) e 97 lavoratori.

Il reddito medio individuale è evidentemente 40. Ma esso risulta per il fondiario 1.000, per i due capitalisti 750, per i salariati 1.500: 97 ossia 15,45.

I signori borghesi hanno ammesso che si possa operare su modelli sociali, che si abbia il diritto di usare per unità di valori una contingente unità monetaria malgrado questa tenda a oscillare, e, col loro ingranaggio che parte da una ipotesi matematica sulle leggi che reggono il modello, hanno perso ogni diritto di definire la costruzione di Marx come una tautologia, ossia di tacciarla di supporre arbitrariamente quello che si vuol trovare e provare.

Orbene, quale dei due modelli vi pare somigli più alla società in cui vivete?

Proseguiamo, e promettiamo di non dare altre formule, ma solo poche cifre.

Nella società di Marx si ponga il problema di Spengler: la popolazione cresce in un anno dell’uno per cento, e tuttavia si vuole che il reddito pro capite non decresca, ma a sua volta guadagni l’uno per cento. Quanto occorre accumulare?

Il fondiario è sempre uno, gli imprenditori sempre due, i proletari salgono a 98. Il reddito per abitante scende da 40 a 39,65, se tutto resta come prima, e in tal caso nulla cambia per fondiari e capitalisti; solo i salariati calano a 1.500: 98 ossia 15,30.

Ma noi pretendiamo che il reddito medio salga a 40,40, e sui 101 abitanti sono circa 4.080 lire di reddito “nazionale”. Se i rapporti restano gli stessi, esso si dividerà in 1.020 di rendita, 1.530 di profitti, 1.530 di salari. I lavoratori avranno 1.530: 98 ossia 15,60, guadagnando appunto l’uno per cento.

Tuttavia mentre nell’anno precedente le anticipazioni capitalistiche erano state 6.000 per capitale costante e 1.500 per salari, ossia 7.500, occorrerà che salgano a 6.120 più 1.530 ossia 7.650. Dunque si dovrà risparmiare ed investire 150 sulla resa dell’anno precedente.

Chi mette fuori 150? Gli operai? Giammai; Marx non ha dipinto così fosco il mondo del capitale. Saranno i signori capitalisti a consumare non tutto il profitto di 1.500, ma solo 1.410 (90 in meno, il sei per cento); e il signore terriero a consumare non 1.000, ma 940 (60 in meno). Non andranno in mala salute, comunque il loro consumo scalerà il 6%, mentre quello dei lavoratori salirà dell’uno per cento. Tuttavia l’anno vegnente i capitalisti ricaveranno 1.530 e quindi non avranno perduto che il 4%, i fondiari 1.020 con lo stesso effetto.

Se fosse questo il piano di Marx della riproduzione progressiva, si andrebbe molto adagio. È evidente che colla nostra formula di accumulazione i tempi vengono enormemente accelerati. Basterà supporre che – dedicandosi alla famosissima astinenza – i capitalisti e proprietari non consumino che l’85% dei loro pingui redditi, per avere un risparmio del 15% su 2.500 e quindi di 375 lire da portare a capitale, ad incremento delle 7.500 di partenza. Il ritmo annuo sale così al 5%. Con tale ritmo in un secolo il capitale diventa 132 volte maggiore.

Ma non è affatto difficile risparmiare ed investire il doppio, il 30% di profitti-rendite, e portare la rata al 10%. In tal caso in un secolo il capitale diventa 4.140 volte maggiore. Le cose cominciano a camminare.

42. La parola ad essi

Un momento, diranno Spengler e soci. Voi marxisti avete il grosso chiodo di chiamare capitale il prodotto annuo, ed anzi la anticipazione annua per salari e materie consumate. Ma investendo per avere maggiore produzione non sono solo i lavoratori in più e le materie prime che dovete pagare, bensì bisogna, almeno in proporzione, aumentare tutti gli impianti, comprando macchine, fabbricati in più e così via. Secondo quel nostro tale rapporto bisogna accantonare cinque volte di più.

Questo non è che un gioco di parole di cui Marx si libera facilmente nella sua dimostrazione della accumulazione progressiva: esso serve al solito per dare ad intendere che patrimoni capitalisti ed immobiliari figlino valore per virtù propria, oltre quello che genera l’umano lavoro.

Tuttavia l’obiezione non dice nulla. Supponiamo pure che la ricchezza sociale sia cinque volte il reddito annuo globale della società tutta, che come sappiamo nel nostro esempio vale 4.000. Dovremo allora porre il risparmio in rapporto non alla nostra cifra (anticipazione di capitale, ossia 7.500) ma a questa loro di 5 volte 4.000, dunque 20.000.

Ebbene, se i signori capitalisti e proprietari si incomodano a risparmiare il 60% e non solo il 30 (avranno sempre un fondo consumo di 300 e 400 contro il 15 con cui campa chi lavora!) si potrà investire all’anno 1.500 e calcolando la rata contro 20.000 e non più contro 7.500 si avrà il ritmo annuo del 7,50%. In un secolo il capitale diventa sempre 1.380 volte maggiore, cifra congrua all’effettivo decorso storico della vostra magnifica società borghese.

Ma essi diranno un’altra cosa. Come fate ad aumentare del 7,50% all’anno la forza di lavoro necessaria al maggiore investimento, quando la popolazione vi aumenta appena dell’uno per cento?

Qui viene in evidenza il loro maggiore trucco: ammettere che la forza di lavoro sia in proporzione alla popolazione! Il segreto della accumulazione iniziale e di tutta la accumulazione capitalista successiva è stato proprio quello di spremere maggiore forza di lavoro dalla stessa popolazione.

All’inizio ed all’uscita dalle società precapitalistiche (in cui la piccola produzione prevale anche per i manufatti) i salariati, pure essendo più numerosi dei selezionati e qualificati artigiani che hanno bisogno di lungo tirocinio, sono una piccola rata della popolazione. I loro imprenditori sono naturalmente pochissimi, ma il numero medio di operai per ogni ditta capitalistica (allora personale) è ancora basso. Da allora, per il progressivo feroce esproprio di tutte le piccole attrezzature di lavoro autonomo di contadini, artigiani e piccoli borghesi, il numero dei proletari cresce, anche come rapporto alla popolazione, mentre il numero dei capitalisti diminuisce con ritmo ben più rapido dell’aumento di popolazione. Siamo più chiari: i nostri 100 abitanti della società modello sono un secolo fa diluiti su mille almeno. Oggi abbiamo col ritmo demografico 2.700 “anime”, per metà di classi spurie, e restano i 1.350 che dividiamo così: i capitalisti sono passati da 2 non a 28 ma poniamo a 10, il fondiario non a 14 ma poniamo a 5 (sono già troppi) e i salariati sono 1.335, circa 14 volte di più che alla partenza. Sono numeri simbolici; nella realtà si va anche più oltre.

Quanto alla produttività tecnica, l’aumento dell’uno per cento annuo è risibile. Noi la riferiamo alla composizione organica del capitale. All’inizio ogni lavoratore trasformava forse un valore doppio della sua paga (al tempo di Marx, ossia meno di un secolo fa, si trattava in media del quadruplo). Oggi in certe industrie (ad esempio i molini) bastano due operai dove ce ne volevano cento: mediamente la materia trasformata vale almeno venti volte il salario, e la produttività è almeno decuplicata. Siamo già arrivati ad una forza-lavoro 140 volte maggiore, pure limitando all’uno per cento l’incremento demografico. Ciò si ottiene in cento anni coll’aumento annuo del 5% appena: e le nostre considerazioni sono di certo state troppo prudenti.

Il modello e la formula del “Welfare” hanno fatto cilecca.

43. Storia economica

I classici capitoli di Marx sulla accumulazione primitiva mostrano per quali vie il nascente capitale soddisfaceva la sua fame di forza di lavoro. Una di esse fu dapprima l’aumento fino al massimo limite fisico della giornata di lavoro. Poi vi fu l’attrazione nel campo del lavoro della donna e dei fanciulli, pressoché ignota alle età artigiane, resa possibile dalla semplicità degli atti di lavoro nelle fattorie a lavoro collettivo e poi negli stabilimenti meccanici. Ed infine lo svuotamento della campagna e l’urbanesimo.

Deve porsi mente alle enormi differenze sociali della produzione nella campagna e nella città. Per l’agricoltura, da tempo immemorabile la popolazione attiva tende a coincidere colla popolazione totale, o a discostarsene di ben poco. Non solo lavorano sulla terra uomini e donne, ma anche i bambini e gli stessi anziani vengono sistematicamente utilizzati per adatte funzioni anche semidomestiche. D’altro lato contro questa utilizzazione totalitaria della forza-lavoro sta la limitazione dell’orario per ragioni stagionali e per il quasi mancante impiego di illuminazioni artificiali. Le ore lavorative nel giorno oscillano di molto, ma il totale delle ore lavorative annue ha un limite non oltrepassabile.

In corrispondenza tuttavia a queste condizioni, non ha potuto variare che di poco la produttività tecnica del lavoro: la stessa superficie a cui questo necessariamente si estende non consente di concentrare in sempre più ristretti spazi il numero di lavoranti e le successive operazioni.

I fenomeni caratteristici del capitalismo, anche considerando introdotta in campagna l’impresa capitalista con dipendenti salariati, non hanno dunque potuto avere il ritmo travolgitore che hanno avuto nella città. Assai meno hanno influito il lavoro in collaborazione e la divisione tecnica del lavoro, che in breve volgere di tempo hanno centuplicato le possibilità della produzione di manufatti.

Questa seconda ha quindi ineluttabilmente sottratta all’agricoltura forza di lavoro, in tal modo che tutti questi elementi sfavorevoli finiscono col bilanciare il non molto che le scienze applicate hanno consentito in fatto di intensità di produzione delle derrate agricole, a parità di superficie coltivata.

Di qui le classiche preoccupazioni che, aumentando la popolazione generale, non possa seguirla il volume della produzione di alimenti – all’opposto nulla vieta di esaltare illimitatamente il quantum della produzione di manufatti, di prodotti e servizi non agrari. A tale sovrapproduzione è bastevole la forza-lavoro resa disponibile: sarebbe desiderabile che per inghiottirla la popolazione aumentasse ancora di più di quanto avviene, dal punto di vista del capitale.

Il senso dunque dello sviluppo è per una sempre maggiore accumulazione del capitale, soprattutto industriale. Con esso cresce il numero dei proletari, sia in senso assoluto, sia in senso relativo alla popolazione totale, formandosi il grande esercito industriale di riserva di Marx, costituito di nullatenenti, di uomini ormai spogliati di ogni riserva individuale, separati dalle loro condizioni di lavoro, esercito che subisce le conseguenze delle ondate alterne di avanzata e di crisi con cui storicamente la generale marcia della accumulazione si presenta.

Per il fenomeno del concentramento delle aziende, se il capitale cresce, il numero dei capitalisti diminuisce, e a grado avanzato del processo diminuisce sia relativamente alla popolazione che in valore assoluto. Non è quindi un sacrificio del tenore personale di vita dei privilegiati che minaccia di fermare la tendenza alla accumulazione: la peste sociale, dato il loro piccolo numero, non sta nel loro personale consumo: non lo è stata nemmeno quando erano in molti, perché davvero allora erano dediti a “far girare in avanti la ruota della storia”.

44. Parassitismo e malessere

Il capitalismo decrepito odierno dell’Occidente ha dunque questa possibilità: di rendere parassitario il consumo dello stesso produttore generico, traverso la arruffianata “struttura dei prezzi” e dei “settori di consumo”.

L’accumulazione di maggior capitale con la necessaria mobilitazione di sempre maggiore forza di lavoro, divenendo fine a se stessa, ha fatto sì che ogni aumento della produttività del lavoro, per quanto abbia superato ogni previsione antica e recente, sia volto all’incentivo del produrre di più.

Finché l’economia resta nel limite aziendale e mercantile non si rende visibile la soluzione: anziché consumare di più in bisogni artificiali, che non solo passano dalla necessità alla utilità, ma da questa alla inutilità, e dalla stessa ancora alla dannosità, peggiore della privazione, cessare di risparmiare, di accumulare, e ridurre il lavoro erogato, nel solo modo possibile, ossia comprimendo il tempo giornaliero di lavoro.

Come è detto in tutta la nostra propaganda da un secolo e oltre, questa è la sola concreta significazione che può assumere il liberarsi, non della persona, ma della specie umana dalla spietata necessità determinata dalle forze dell’ambiente naturale in cui si muove.

Non potendosi fermare il ritmo di inferno della accumulazione, questa umanità, parassita di se stessa, brucia e distrugge sopraprofitti e sopravalori in un girone di follia, e rende sempre più disagiate e insensate le sue condizioni di esistenza.

L’accumulazione che la fece sapiente e potente la rende ora straziata e istupidita, fino a che non sarà dialetticamente capovolto il rapporto, la funzione storica che essa ha avuto.

Questo passaggio dal “progressismo”, se per un momento la parola ha senso serio, al parassitismo, non è del solo modo di produzione borghese. Il modo feudale nacque da una utile funzione di tutte le sue classi. Il nomade non avrebbe potuto divenire agricoltore, e quello già stabile dell’età classica sarebbe stato travolto e disperso, se la classe dei maneggiatori di armi non si fosse assunto il compito di circoscrivere un territorio, ove si lavorava e seminava, e difenderlo da attacchi fino al raccolto ed in seguito. Ma al tempo di Malthus tale funzione storicamente ha cambiato senso e i discendenti di quegli antichi condottieri non difendono ma aggrediscono e opprimono il misero lavoratore della terra.

Non a caso un analogo ciclo del capitalismo ha condotto alla presente situazione di mostruoso volume di una produzione per nove decimi inutile alla sana vita della specie umana, ed ha determinato una sovrastruttura dottrinale che richiama la posizione di Malthus, invocando, a costo di chiederli alle forze infernali, consumatori che inghiottano senza posa quanto l’accumulazione erutta.

La scuola del benessere, con la sua pretesa che l’assorbimento individuale di consumo possa salire oltre ogni limite, gonfiando le poche ore che il lavoro obbligato e il riposo lasciano a ciascuno di passi e riti e morbose follie parimenti obbligate, esprime in realtà il malessere di una società in rovina, e volendo scrivere le leggi della sua sopravvivenza non fa che confermare il decorso, forse ineguale, ma inesorabile, della sua orribile agonia.

FINE