Internationella Kommunistiska Partiet

Il Comunista 1921-02-24

I comunisti al Congresso della Confederazione Generale del Lavoro

La mozione comunista

Il Comitato sindacale ha stesa la mozione che, presentata al Congresso che avrà il suo inizio a Livorno il 26 corrente, raccoglierà i voti di tutti i delegati comunisti come conclusione della discussione sui rapporti tra sindacato e partito e tra sindacato ed Internazionale.

Diamo di essa il testo completo del quale potrà forse ancora modificarsi lievemente la forma, ma di cui resterà immutato lo sviluppo progressivo dei concetti e lo spirito animatore.

Il Congresso della Confederazione Generale del Lavoro, dopo discussione in merito ai rapporti internazionali ed ai rapporti col partito politico proletario, considerato:

che la situazione determinata in tutto il mondo capitalistico dalla grande guerra del 1914-1918 non può risolversi che nella lotta rivoluzionaria del proletariato di tutti i paesi contro la borghesia, per strapparle la direzione della società;

che la struttura ed i metodi dei vecchi organismi proletari, sia sindacali che politici, dinanzi ai problemi della guerra e del dopoguerra, si sono rivelati inadatti alla lotta per la emancipazione delle masse, degenerando nella larvata ed aperta collaborazione colla classe dominante;

che dalle situazioni e dalle esperienze rivoluzionarie determinate dalla guerra sono sorte le direttive per la riorganizzazione del movimento proletario mondiale, coll’organizzarsi della nuova Internazionale Comunista;

che l’unica via che può condurre alla emancipazione dei lavoratori dal giogo del salariato è quella tracciata nel programma e nei metodi della Internazionale Comunista, attraverso il rovesciamento violento del potere borghese e la instaurazione della dittatura proletaria nel regime dei consigli dei lavoratori, che attuerà la demolizione del sistema economico del capitalismo e la costruzione della nuova economia comunista;

che strumento principale della lotta proletaria per realizzare questi obiettivi è il partito politico di classe, il partito comunista, che in ogni paese costituisce la sezione della Terza Internazionale;

che i sindacati operai, volti dalla politica socialdemocratica dei dirigenti riformisti e piccolo-borghesi ad una pratica antirivoluzionaria di collaborazione di classe, possono e devono essere fattori importantissimi dell’opera rivoluzionaria, quando ne sia radicalmente rinnovata la struttura, la funzione, la direttiva, strappandoli al dominio della burocrazia dei funzionari attuali;

che la politica che la Terza Internazionale adotta per conseguire tali obiettivi esclude e condanna l’uscita delle minoranze rivoluzionarie dalle file dei sindacati diretti dai riformisti, ma prescrive ad esse di lavorare e lottare dall’interno, colla propaganda dei principii comunisti, colla critica incessante all’opera dei capi, colla organizzazione di una rete di gruppi comunisti nelle aziende e nei sindacati strettamente collegata al partito comunista, allo scopo di conquistare a questo la direzione del movimento sindacale e dell’insieme della azione di classe del proletariato;

riconosce indispensabile la creazione, al fianco della Internazionale Comunista di Mosca di una Internazionale di sindacati rivoluzionari; finalità raggiungibile solo colla uscita delle confederazioni sindacali conquistate dai comunisti dalla Internazionale sindacale gialla di Amsterdam, organismo nel quale si perpetuano i metodi disfattisti della seconda Internazionale, e attraverso il quale gli agenti dissimulati della borghesia, e di quella sua organizzazione di brigantaggio che si chiama la Lega delle Nazioni, tendono a conservare un influsso sulle grandi masse proletarie;

ritiene che queste confederazioni sindacali nazionali, ed anche le minoranze comuniste organizzate nel seno dei sindacati riformisti, debbano aderire alla Internazionale sindacale rossa di Mosca, che a lato della Internazionale politica raccoglie tutti gli organismi sindacali che sono per la lotta rivoluzionaria contro la borghesia.

Per conseguenza il congresso delibera che la Confederazione Generale del Lavoro italiana:

a) si distacchi dalla Internazionale Sindacale di Amsterdam;

b) rompa il patto di alleanza col partito socialista italiano, sia perché tale patto è inspirato a superati criteri tattici socialdemocratici, sia perché il partito stesso è fuori dalla Terza Internazionale;

c) aderisca incondizionatamente alla Internazionale sindacale di Mosca, e partecipi al suo imminente congresso mondiale per sostenervi le direttive sindacali sopra richiamate, ossia quelle contenute nelle tesi sulla questione sindacale approvate al secondo congresso mondiale della Internazionale Comunista;

d) inspiri a queste stesse direttive i suoi rapporti col Partito Comunista d’Italia, unica sezione italiana della Terza Internazionale, riconoscendo in esso l’organismo cui spetta la direzione dell’azione di classe del proletariato italiano.

Trucco od equivoco?

La posizione Internazionale della Confederazione

Il convegno degli organizzatori appartenenti al P.S.I., come è noto ai nostri lettori, aveva votato per il distacco della Confederazione del Lavoro dalla Internazionale sindacale gialla di Amsterdam, e l’adesione alla Internazionale di Mosca. Allora, come abbiamo ragione di ritenere, i dirigenti confederali avevano fatto sentire che si sarebbero spinti a questo passo, e quindi i devoti servitori massimalisti si sentirono autorizzati a prendere quell’atteggiamento. Ma si vede che in seguito ai riformisti confederali è parso di essere andati troppo oltre, ed allora essi hanno lanciata una parola d’ordine diversa. Noi non sappiamo come faranno i massimalisti (?) del P.S.I. a cavarsela, certissimo è però che essi voteranno solo quello che piacerà ai dirigenti confederali, accettando di fare le figure più barbine; e malgrado che essi siano maggioranza in quel partito al quale gli uomini della destra, che sono alla testa della Confederazione, dovrebbero essere disciplinati. Una prova di questo fatto, che cioè i massimalisti per stabilire la propria linea di condotta aspettano gli ordini d’aragoniani è anche nel fatto che le encicliche della segreteria del Partito socialista al proposito, mentre disponeva per il blocco nel congresso confederale contro l’assalto comunista, nulla diceva, non osava far motto della questione internazionale.

Il gioco dei riformisti è elegantissimo: essi dicono: staccarsi da Amsterdam? andare a Mosca? Ma subito! Guardiamo però se questo non ci fa correre il rischio di doversi staccare dal partito socialista, il quale non è riconosciuto da Mosca, o di dover rinunziare a Mosca dopo aver rinunziato ad Amsterdam! Oh, è solo per questo che i confederalisti hanno delle esitazioni in materia, per la tema di doversi dividere dal rivoluzionario, dall’unitarcomunista partito del loro cuore!

Ed allora la soluzione proposta è di una limpidezza eccezionale; e ai compari massimalisti viene suggerita, imbeccata, la nuova formula che essi non mancheranno di adottare ossequenti: andare al congresso internazionale sindacale di Mosca, ma non prendere nessun impegno di adesione se prima non si è sicuri di poter restare col partito socialista italiano. Vi pare che gli organizzatori socialisti possano rifiutare un emendamento simile, tutto ispirato al doveroso riguardo per loro partito? Il bello è però che sotto questa formula si insinua l’accorta conclusione che non si dovrà nulla mutare nei rapporti con Amstedam! I massimalisti ingoieranno il rospo, non temano i capoccioni confederali, e noi comunisti di questo siamo lietissimi. I comunisti non vanno a Livorno per giocare di astuzia ma per fare una chiara affermazione di principio e per trarre dalle vicende del congresso utile ammaestramento per proletariato italiano. Essi, checché dicano Battaglie Sindacali di pretese manovre, non si augurano affatto di fabbricare contro i dirigenti attuali una maggioranza che comprenda degli uomini del P.S.I., anzi essi, i comunisti, si ripromettono di porre in evidenza, coll’andamento del congresso, dinanzi alle masse, che i pretesi rivoluzionari del partito socialista sono i reggimoccoli del riformismo. Non è dunque certo una nostra influenza che ha potuto spingere gli organizzatori socialisti a comprendere nella loro mozione l’adesione a Mosca, ma il loro proprio intendimento di speculare sull’equivoco. Ed è per noi molto interessante dimostrare, colla dimostrazione stessa di Battaglie Sindacali, che per fare il fronte unico contro il partito comunista d’Italia è necessario, per logico concatenamento, pronunziarsi ed agire contro la Internazionale di Mosca; più ancora, accodarsi vergognosamente alla Internazionale controrivoluzionaria di Amsterdam.

Ormai gli stessi riformisti riconoscono che esiste chiaro il dilemma: Mosca od Amsterdam; hanno rinunziato a sostenere la menzognera affermazione che si potesse aderire all’una e all’altra. Tuttavia c’è il signor Pallante Rugginenti che si azzarda ancora a rimettere in circolazione una bugia mille volte smentita, cioè che la convenzione firmata in Russia da D’Aragona con Losowsky concedesse l’appartenenza ad Amsterdam! Il Rugginenti dimostra egli stesso l’assurdo della sua affermazione quando sostiene la inverosimile panzana che perfino la maggioranza sindacale russa, secondo la convenzione, avrebbe dovuto aderire ad Amsterdam! Sta invece di fatto che non solo colla nota convenzione si intendeva obbligatorio il distacco da Amsterdam dei sindacati nazionali che volevano aderire a Mosca, ma che dagli emeriti rappresentanti italiani in Russia si lasciò credere che la Confederazione italiana già si fosse staccata da Amsterdam!

Ma oggi, dunque, la questione si pone chiaramente: o con Mosca e col partito comunista; o con Amsterdam e con il partito socialista. Si rassicurino gli impresari riformisti del teatro delle marionette unitarie; dei socialisti, che sono contro il nostro partito, anche si spingano fino alla adesione a Mosca, noi non sappiamo che farcene. Se li tengano pure. Non solo siamo certi, ma non cercheremo nemmeno di impedire minimamente, che essi agiscano secondo le tirate di filo del sinedrio riformista confederale.

I rappresentanti diretti della massa!

Le nomine dei rappresentanti al Congresso della Confederazione Generale del Lavoro si succedono. Le Camere del Lavoro, le Sezioni singole sindacali convocano le loro assemblee, i loro convegni e dopo discussioni appassionate e vivaci, stabilite le direttive politiche che predominano nel loro seno, procedono alla scelta di coloro che dovranno a Livorno votare in loro nome.

Ma se le buone tradizioni hanno sempre vigore nelle organizzazioni locali sulle quali il controllo dei lavoratori mai non cessa e le quali vivono direttamente la vita degli operai che le compongono, altrettanto non può dirsi delle Federazioni Nazionali alle quali uno strambo statuto, troppo utile per essere modificato da chi ne trae vantaggio, dà diritto di rappresentanza ai Congressi ed ai Consigli Nazionali della Confederazione, con una strana suddivisione di voti. Pare che in queste abitudini di superiorità della interpellazione dei sentimenti e della volontà della massa degli organizzati vogliano eccellere i dirigenti supremi della Federazione dei Tessili.

La Federazione Tessile ha diritto di inviare al Congresso di Livorno 30 rappresentanti. Orbene, infischiandosi di conoscere quali fossero i sentimenti dei tessili organizzati nella Federazione, liberi da quel minimo di delicatezza per cui a rappresentanti di un sindacato non dovrebbero mai nominarsi i funzionari stipendiati sindacali sulla cui attività appunto devesi ai Congressi discutere, la Federazione Tessile aveva nominato ben 28 segretari stipendiati e solamente due operai.

Evidentemente in tale modo era assicurata una commovente omogeneità ed una compattezza invidiabile alla rappresentanza tessile; ma gli operai tessili pare che non si curino troppo di avere una apparente ed ingannatrice unità, ma preferiscono invece che i rappresentanti loro al Congresso Confederale sappiano rispecchiare sinceramente la loro volontà, anche se essa è in contrasto con la volontà dei capi.

Così avvenne che i tessili di Torino abbiano spazzato via con un voto di esplicita sfiducia e di completa disapprovazione i segretari Bertola e Corso che viceversa erano stati nominati dalla Federazione a rappresentarli con piena fiducia; a Biella ugualmente le maestranze tessili convocate si dichiaravano alla unanimità a favore della tendenza comunista esautorando di colpo il segretario Fila, logicamente anticomunista e più logicamente ancora insignito dalla Federazione della rappresentanza al Congresso della Confederazione.

La Federazione Tessile si trova così obbligata a mutare all’improvviso una parte dei suoi delegati al Congresso; chissà che sotto il rude ammaestramento si decida a lasciare a casa quasi tutta la schiera dei … compatti ed omogenei funzionari e non si decida anche a dare agli operai il diritto e la facoltà di discutere e deliberare sulle necessità delle masse operaie.

La complicità dei ”sinistri”

Dei rivoluzionari del partito socialista chi si è sentito di interloquire sulle questioni poste all’ordine del giorno dal congresso confederale, è il leader … della sinistra, Arturo Vella. Egli accenna, abbozza, tenta in sordina una polemica coi riformisti, ma poi cede anche lui tutte le sue posizioni e la sua ritirata è veramente divertente.

Nella prima parte dell’articolo, Arturo Vella vuol stabilire una relazione – e non ha torto – tra l’atteggiamento tenuto da molti anni dalla sinistra del partito socialista italiano contro il riformismo e il sindacalismo in materia di rapporti cogli organismi economici, e le odierne tesi della Internazionale Comunista circa la direzione dei sindacati da parte del partito politico di classe.

Ma il punto debole di un tale ragionamento sta nel voler riferire lo sviluppo di quella giusta posizione, alle deliberazioni prese dalla maggioranza comunista unitaria a Livorno, alla formula famosa quanto poco chiara della «preminenza del pensiero e della pratica di ragion politica sopra tutte le ragioni contingenti e sindacali».

Tutto quanto sta avvenendo, specie nella preparazione di questo congresso confederale, dimostra che dopo la scissione del partito socialista, quello che si va verificando non è il raggiungimento dell’obiettivo che ci ponevamo da vari anni di assicurare la direzione del proletariato organizzato italiano al partito di classe, seguace di una metodo intransigente di lotta di classe; ma è invece il rinculamento del partito fino ad asservirsi alla politica riformista confederale nel modo più pietoso, ed il trionfo di una vero e proprio sindacalismo riformista, col ridursi del P.S.I. ad una vero partito del lavoro, come avemmo a scrivere.

In questa situazione, gli ordini del giorno dei comunisti unitari e gli articoli del Vella servono solo a facilitare un simile gioco, e ad accreditare ancora dinanzi alle masse i loro veri nemici, a coprire la offensiva in grande stile del riformismo. È al di sopra di ogni contestazione che il movimento sindacale potrà essere elevato fino ad essere efficace coadiutore dell’opera del partito rivoluzionario di classe solo in un modo, cioè colla sua conquista da parte del partito comunista, che è per vari Vella un male peggiore del predominio in essi di quegli stessissimi riformisti contro i quali anni addietro si lottava per affermare i concetti della sinistra marxista.

Ed è proprio a sostegno di queste affermazioni che benissimo si possono invocare le contorsioni dell’atteggiamento del Vella di fronte alla questione dei rapporti internazionali, cui egli dedica la seconda parte dell’articolo. Secondo lui bisogna senz’altro lasciare Amsterdam per andare a Mosca. Secondo lui la riserva dei confederali circa la contraddizione coll’adesione al P.S.I. non è un solido argomento. Ma subito dopo, con espressioni alquanto equivoche, il Vella ammette che se Mosca non riconoscerà certe condizioni speciali dell’Italia (ma in che senso? forse permettendo che la Confederazione aderisca a Mosca e nello stesso al P.S.I.?) in tal caso, non resterebbe alla C.G.L. che seguire la stessa sorte toccata al partito ed attendere insieme che l’avvenire dia loro ragione!

Questo vuole dire che anche Vella giunge alla conclusione che la Confederazione non deve impegnare la sua adesione a Mosca se Mosca non le concede prima di restar legata al partito socialista. Ma siccome questo è impossibile, e lo sa anche Vella, e lo capisce anche chi è meno furbo di lui, ne segue che anche egli conchiude per la non adesione a Mosca, ossia per la stessa conclusione desiderata dai riformisti.

E, per arrivare a questo, partire dalla lotta di dieci anni fa contro le direttive riformiste nei sindacati significa solo voler dare la misura della propria involuzione e la dimostrazione lampante del fatto che la pratica riformista non sarebbe tanto insidiosa se non potesse avvalersi di queste pagliettesche risorse di un rivoluzionarismo, che del suo passato ha conservato solo l’etichetta per porla a disposizione dei più autentici controrivoluzionari.

Un deliberato di difficile interpretazione

Il Consiglio Nazionale Confederale dell’Arte bianca, riunito a Firenze nei giorni scorsi, ha votato a proposito del prossimo Congresso Confederale il seguente ordine del giorno:

«Il Consiglio nazionale confederale dell’Arte Bianca, riunito per discutere sul congresso confederale, dopo adeguata discussione, basata sull’esame della situazione politica economica nazionale e internazionale, considerato:

che la situazione fatta ai proletari di tutti i paesi in seguito e come conseguenza della guerra imperialista esige un’azione più netta e più energica sul terreno della lotta di classe e per rovesciare il sistema capitalista ed instaurare la società socialista;

che questa azione dovrà essere condotta internazionalmente nella più stretta unione di tutti i proletari organizzati non più per categoria professionale, ma per industria;

che le riforme dette sociali – quali la diminuzione della durata di lavoro l’elevazione dei salari, la regolamentazione del lavoro – non devono andare scompagnate dall’opera intesa la trionfo della rivoluzione sociale;

che la classe borghese capitalistica fa i più grandi sforzi per strangolare con tutti i mezzi il movimento rivoluzionario tendente a liberare gli oppressi;

che alla dittatura della borghesia mondiale occorre opporre come mezzo decisivo la dittatura del proletariato sola capace di rompere la resistenza degli sfruttatori, di assicurare e consolidare la conquista del potere del proletariato;

che la Federazione Internazionale di Amsterdam è incapace, in ragione del suo programma e della sua azione, di fare trionfare i principi soprannunciati; ed assicurare la vittoria delle masse proletarie di tutti i paesi, decidono:

1) di aderire alla sezione Sindacale Internazionale Comunista con le modalità previste dallo Statuto di questa;

2) di partecipare con mandato deliberativo al 1° Congresso dell’Internazionale Comunista che avrà luogo a Mosca il 1° maggio 1921;

3) di cambiare l’attuale struttura dell’organismo confederale disciplinandola con un nuovo statuto interno, che regoli i rapporti delle diverse organizzazioni, e specialmente la nomina ed il funzionamento delle rappresentanze elettive (Consiglio Nazionale, Consiglio Direttivo, Delegati ai Congressi);

4) di costituire le commissioni interne con veste e poteri di controllo sull’industria.

Rimpiangiamo di non avere un resoconto della discussione che precedette la votazione perché solo con la sua conoscenza potremmo sciogliere il dubbio in cui ci troviamo.

Al Congresso della Federazione lotteranno fra di loro due tendenze: la socialdemocratica e la comunista, le quali si differenziano nettamente e non potranno trovare alcun accordo.

Argomenti di discussione saranno la II e la III Internazionale; la struttura sindacale; le forme di azione di lotta; la relazione morale. Ma centro della battaglia e misura delle due tendenze sarà specialmente il proposto rinnovamento del patto di alleanza della Confederazione col partito socialista.

Su questo punto essenziale l’o.d.g. del Consiglio Nazionale dell’Arte Bianca tace. Eppure l’adesione alla Terza Internazionale, l’abbandono di Amsterdam, ecc. sottintendono lo scioglimento definitivo del patto di alleanza col partito socialista italiano, espulso dalla III Internazionale. Il silenzio su questo particolare lascia incerti: dimenticanza? Prudenza? Abilità? Via aperta per un ritocco?

Né vale a rischiarare la tenebra lo studio dei nomi di ocloro che la Federazione ha delegati a rappresentarla a Firenze. Poiché vi è Boccignoni, sì, buon comunista; ma vi è anche Braga, discreto riformista. Boccignoni ha imbrogliato Braga? Braga ha imbrogliato Boccignoni?

Il dubbio permane, e siamo ansiosi di vedere, al voto del Congresso, svelato il vero intendimento degli estensori dell’o.d.g. suriportato.