Internationella Kommunistiska Partiet

Il Comunista 1922-01-18

La Tattica della Internazionale Comunista (pt. 3)

Prima di passare alla parte finale di questa trattazione, in cui esporremmo il nostro proprio punto di vista, non vogliamo abbandonare la esposizione di quello di altri compagni e organi dell’Internazionale Comunista prima di aver detto qualche cosa sullo spirito che anima alcuni altri documenti ulteriormente comparsi. Un nuovo articolo di Radek, “I compiti immediati della Internazionale Comunista” che completa l’altro suo scritto “Di fronte alle nuove lotte”, ed inoltre due documenti ufficiali: il manifesto degli operai di tutti i paesi, della Internazionale Comunista e della Internazionale dei Sindacati Rossi, e le tesi adottate dal Comitato Esecutivo nella tornata del 18 dicembre, che saranno date per intero dai nostri giornali.

Ancora una volta alla base di tutte le discussioni e determinazioni in ordine alla tattica da seguire non sta affatto un ripiegamento dalle posizioni su cui la Internazionale combatte. Più che mai si tratta di aprire la strada alla vittoria della rivoluzione proletaria nell’unica forma che essa può assumere: il rovesciamento violento del potere borghese e la instaurazione della dittatura proletaria.

Il problema consiste nel portare sul terreno della lotta per la dittatura tali forze che possano avere ragione di tutte le risorse difensive e controrivoluzionarie della borghesia mondiale. Queste forze non si possono attingere che nelle file della classe lavoratrice, ma per sconfiggere l’avversario capitalista occorre concentrare sul terreno rivoluzionario lo sforzo di tutto il proletariato. Questo è sempre stato lo scopo fondamentale del partito di classe secondo il punto di vista marxista. Si tratta di realizzare una unità effettiva e non meccanica, si tratta di avere l’unità per la rivoluzione e non l’unità per se stessa. Questo scopo si raggiunge per la via sulla quale si è decisamente messa dopo la guerra la Terza Internazionale: concentrare nelle file dei partiti comunisti gli elementi che hanno una concezione della necessità rivoluzionaria della lotta, che non si lasciano deviare dal raggiungimento di scopi parziali e limitati, che non vogliono collaborare in nessuna situazione con frazioni della borghesia. Messisi su questa piattaforma iniziale e fatta giustizia di tutte le gamme degenerative del movimento, questi elementi costituiscono il nucleo attorno al quale si realizza l’effettiva unità delle masse, con un processo progressivo la cui rapidità e facilità dipendono dalla situazione oggettiva e dalla capacità tattica dei comunisti.

Radek nei suoi articoli non pone nemmeno minimamente in dubbio tutto ciò. Le risorse tattiche che egli affaccia sono tali che egli sostiene possano servire – data la situazione attuale – a spingere larghe falangi del proletariato alla lotta per la dittatura rivoluzionaria.

Abbiamo visto come la situazione generale è caratterizzata dalla offensiva capitalistica contro il tenore di vita del proletariato, perché il Capitalismo sente che non può evitare la catastrofe se non aumenta il grado di sfruttamento dei lavoratori. Nello stesso tempo che il capitalismo potrà deprimere economicamente le masse con l’aiuto di mezzi offensivi economici e politici, esso avvierà un suo tentativo di riorganizzazione, ma nella stessa misura, accentuando i caratteri dell’imperialismo industriale, andrà verso il baratro della nuova guerra. Questo il concorde giudizio comunista sulla situazione, che quindi conduce alla necessità urgente della riscossa rivoluzionaria del proletariato, e per affrettarla e sol per questo vuol trovare le vie per utilizzare rivoluzionariamente gli sviluppi di una tale situazione. Da questo sorge, l’abbiamo visto, che una lotta economica anche puramente difensiva del proletariato pone un problema di azione rivoluzionaria e di abbattimento del capitalismo. Perché non era ieri rivoluzionario chiedere un forte aumento di salari e lo è oggi domandare che non vengano abbassati? Perché quella azione poteva svolgersi da parte di limitati gruppi locali e professionali di operai, in modo saltuario, mentre questa azione che oggi si impone e che è la sola possibile a meno che il proletariato non rinunzi ad ogni forma di associazione e di movimento organizzato, esige una simultanea scesa in campo di tutte le forze operaie, al di sopra delle divisioni di categorie e di località anzi addirittura su scala mondiale.

La vecchia unità formale e federalista della tradizionale socialdemocrazia che mal nascondeva sotto una vuota retorica la divisione in gruppi d’interessi e movimenti non amalgamati, la divisione stessa in partiti nazionali proletari, va cedendo in questo periodo risolutivo della evoluzione capitalistica il posto alla vera unità di movimento della classe operaia, la quale irresistibilmente conduce verso quella armonica centralizzazione del movimento proletario mondiale a cui la Internazionale Comunista ha già dato lo scheletro della organizzazione unitaria e l’anima della coscienza teorica della rivoluzione. Vi è ancora una divisione di idee, di opinioni politiche nel proletariato, ma vi sarà una unità di azione. Pretenderemo noi che la unità di dottrina e di fede politica debba per chi sa quale condizione astratta precedere quella dell’azione? No, perché noi capovolgeremmo il metodo marxista di cui siamo assertori, che ci dice come, dalla unità effettiva di movimento creata dalla dissoluzione del capitalismo, non potrà uscire che una unità anche di coscienza e di dottrina politica.

Avremo per tale via realistica della unione di tutti i lavoratori nella azione concreta anche la loro unione nella professione di fede politica, sulla fede politica comunista, e non già su un guazzabuglio informe delle tendenze politiche attuali. Ossia avremo la unità dell’azione successiva per i postulati rivoluzionari del comunismo.

Tutti vogliamo fare tutti i sacrifici per avviare le cose su questo favorevole pendio. Si tratta nel predisporci a tanto di aver bene intesa la situazione e di tenere in vista tutto il vasto corso delle sue fasi successive. Radek giunge a proporre il fronte unico del proletariato non solo per i problemi di resistenza all’offensiva capitalistica, ma anche per il problema del Governo. Egli si riferisce alla situazione del proletariato tedesco. In Germania vi è una speciale situazione economica, non perché una barriera la separi dal resto del mondo, ma appunto perché nella situazione dei paesi tedeschi si imperniano le caratteristiche del procedere della crisi mondiale.

Parliamo del formidabile problema delle riparazioni da pagare ai vincitori. La classe produttrice tedesca sostiene uno sforzo incalcolabile per ammonticchiare prodotti da lanciare sui mercati esteri per realizzare il valore delle indennità da sborsare all’Intesa, ma questo si raggiunge attraverso uno sfruttamento senza nome del proletariato. Il Governo tedesco qualunque esso sia deve occuparsi di questo supremo problema: dove prendere i miliardi per le riparazioni. Sulla soluzione di questo problema riposa tutto il fragile edificio della tentata ricostruzione capitalistica. Radek si mostra convinto che se un governo operaio si formasse sulla piattaforma: sono i capitalisti tedeschi che devono pagare, e non i lavoratori e gli altri strati sociali più miseri, si determinerebbe una tale situazione che la lotta del proletariato tedesco per la dittatura e il sabotaggio del programma mondiale borghese ne uscirebbero come unico sbocco.

Questa necessità della situazione è sentita dal proletariato tedesco solo nelle sue apparenze immediate, almeno per la parte che sta con i partiti socialdemocratici parlamentaristicamente forti. Quindi il proletariato li spinge al potere. Se essi ci vanno si porrà il problema della guerra civile. Se non ci vanno, le masse li abbandoneranno. Ma essi potrebbero trovare una via di salvezza per il loro opportunismo in questo argomento: che i comunisti impediscono loro questo gesto audace, e così creare un alibi alla collaborazione con la borghesia. Radek pensa che sia bene togliere loro questo alibi. Gli lasciamo la sua opinione, ma insistiamo nel fatto che anche i compagni tedeschi che agiscono su tale via non hanno smarrito le direttive delle massime realizzazioni comuniste, e d’altra parte insistendo ci siamo prefisso l’altro risultato: di incoraggiare molti nostri compagni, specie tra i giovani e gli audaci, a disprezzare la pigrizia del semplicismo che si trincera dietro un preconcetto o una frase fatta senza penetrare nella complessità delle ragioni tattiche che oggi sorgono dallo studio delle situazioni, e con ciò stesso si privano del mezzo più efficace di intervenire in un simile dibattito e lavoro formidabile di preparazione per evitare che si incappi nella trappola sempre aperta dell’effettivo opportunismo.

Per venire infine ai documenti ufficiali della Internazionale ci limitiamo a notare come il manifesto non sia diretto né ai partiti né ad organi sindacali delle altre Internazionali, ma al proletariato di tutti i paesi. Lo stesso fatto che si invitano al fronte unico anche lavoratori aderenti a sindacati cristiani e liberali, dimostra quale differenza vi sia tra i due concetti: nessuno infatti penserebbe ad un fronte unico con partiti cristiani e liberali.

E d’altra parte le tesi del C.E. se evitano per ora l’inquadramento generale teorico della questione, stabiliscono alcuni capisaldi importantissimi, la indipendenza di organizzazione dei nostri partiti comunisti, non solo, ma la loro assoluta libertà, mentre prendono l’iniziativa del fronte unico, della critica e della polemica attiva contro i partiti e gli organismi delle Internazionali Due e Due e mezzo; libertà di agire “nel campo delle idee”, per il nostro ben preciso programma, unità di azione di tutto il fronte proletario.

Questa apparente contraddizione o soppiantamento di posizione non è né una novità né una conclusione inconsueta. Il partito deve averne la completa e sicura visione: nelle masse essa deve essere condotta innanzi con infinito accorgimento e senso della misura, propagandone i lati salienti e sviluppandone il meccanismo man mano che i fatti stessi lo metteranno a nudo.

È inevitabile che le masse partendo da questa nozione superficiale: o si va verso la scissione o si va verso l’unità, immaginino che le due direzioni sono opposte. Ma in realtà non è così. Unità dei lavoratori e separazione dagli elementi degeneri e soprattutto dai capi traditori sono invece due conquiste parallele: noi lo sappiamo da tempo, le masse lo vedranno solo al termine del movimento. L’essenziale è che questo sia intrapreso nel senso della lotta, della resistenza alle imposizioni capitalistiche.

Libertà e indipendenza di organizzazione e disciplina interna, di propaganda, di critica; unità di azione: ecco ciò che i partiti comunisti devono proporre e realizzare per vincere.

La formale contrapposizione non è che quella per cui la nostra parola d’ordine è sempre stata: proletari di tutto il mondo, unitevi. Per essa abbiamo smascherato come traditori coloro che nella guerra divisero il proletariato, che nella azione sindacale ogni giorno lo dividono evitando che si fondano in una sola le mille vertenze o agitazioni che le vicende attuali sollevano. Questa contrapposizione non è che quella per cui noi siamo per la selezione politica più severa, ma per la unità di organizzazione sindacale, concezione e tattica questa che il partito controlla sui risultati di ogni giorno, in quanto l’andamento felice della nostra lotta contro l’opportunismo riformista italiano è figlio della posizione tattica, per cui dopo la scissione politica di Livorno siamo tenacemente rimasti nell’organizzazione sindacale, malgrado che la dirigessero i riformisti da cui ci eravamo staccati; e vi siamo rimasti a combatterli efficacemente.

Il problema va dunque considerato su due piani. L’Internazionale Comunista non ritorna oggi sulla sua opera di ieri, essa invece ne raccoglie i frutti su quella via che conduce al doppio risultato di avere alla testa del proletariato un movimento politico rivoluzionario, e avere intorno alla bandiera di questo movimento tutto il proletariato.

AMADEO BORDIGA