Vulcano della produzione o palude del mercato? (Pt.2)
I – LA STRUTTURA TIPO DELLA SOCIETÀ CAPITALISTICA NELLO SVILUPPO STORICO DEL MONDO CONTEMPORANEO
16. Dal modello alle misure
Abbiamo dunque dichiaratamente stabilito che la dottrina di Marx sul modo capitalista di produzione si stabilisce riducendolo ad un modello puro, al quale non solo non corrispondono le strutture delle società borghesi nelle nazioni anche più sviluppate degli ultimi cento anni, ma il quale non vuole essere nemmeno la definizione di uno stadio che si prevede esse dovranno attraversare, e nemmeno una sola tra esse, con aderenza totale.
Il modello era indispensabile per l’applicazione al decorso dei fatti economici di un metodo ”quantitativo”, e se si vuole matematico (a parte la questione di esposizione di cui non mancheremo di parlare). Non siamo i soli a trattare il fatto ed il fenomeno economico con metodi quantitativi, tra le scuole antiche e moderne: anche la statistica, scienza dalle più antiche origini, usa metodo quantitativo in quanto annota e ritiene cifre successive di prezzi, quantità di merci, numero di uomini, e simili grandezze concrete, e da tutti secondo la pratica comune indicabili con numeri, come le terre, i tesori, gli schiavi ad esempio di un patrizio romano, o il censo di un cittadino. Ma il passo dalla statistica registratrice alla scienza economica sta, come in ogni altra scienza che la specie umana ha, in successive tappe, costruita, nell’introdurre oltre alla misura, in numeri, di grandezze palpabili e visibili da tutti, anche quella di nuove grandezze ”scoperte” e in un certo senso (e con valore di ”tentativo”, volto nella storia in vari sensi prima di imbroccare) ”immaginate”; grandezze ”immaginate” al fine di impostare indagine più profonda, grandezze quindi – sissignori – invisibili ed astratte, e non diretto oggetto dell’esperienza sensoria. Non si sarebbe arrivati alle misure ed alle grandezze (esempio principale la grandezza valore) senza partire dal ”modello” della società studiata, e senza questa via non si sarebbe arrivati alle leggi proprie dello sviluppo di tale società (nel caso la capitalistica) e alle previsioni sul decorso e gli svolti di essa.
Senza attingere vertici speculativi, basta intendere in pratica che se i fenomeni concreti osservabili e registrabili nei cento anni da che il metodo si applica e nei cento – mettiamo – che verranno, andassero in altra direzione, allora si concluderebbe che la costruzione del modello, la scelta delle grandezze, le relazioni tra esse calcolate, e tutto il resto, tutto è da buttar via, come avvenuto storicamente per moltissime costruzioni dottrinarie che volevano riprodurre i modi di essere di ”fette” del mondo naturale, e di quella speciale fetta che è la società umana, e che – non senza avere avuto storico effetto – scomparvero come teorie. Dunque noi non cerchiamo la prova che il nostro modello è valido, e le leggi fedeli al processo reale, in particolari virtù dello spirito, nelle pretese interne proprietà assolute del pensiero umano, meno che giammai nella potenza cerebrale di un genio scopritore, comparso nel mondo; non certo poi nella volontà eroica di una setta, e nemmeno di una classe sociale rivoluzionaria.
17. Teoria e rivoluzioni
Il punto di arrivo di questa trattazione non è tanto di ripresentare le linee dorsali della teoria economica di Marx (pure essendo questa incessante esigenza davanti alle contraffazioni innumerevoli di nemici e talvolta di deboli seguaci), ma è di stabilire che le critiche, siano esse frontali, o più insidiosamente ”fiancheggianti”, del tempo anche recentissimo e attuale, non fanno che riproporre obiezioni antichissime, sulle rovine delle quali la dottrina nuova fu dal suo primo e prorompente nascimento vittoriosamente costrutta, e ricollegarci così, soprattutto traverso un esame delle posizioni di scuole economiche anticomuniste, a quello che fu il tema della nostra riunione di Milano: la invarianza del marxismo, e in genere di tutte le dottrine e fedi rivoluzionarie della storia umana. Queste non nascono da successive approssimazioni, accostate, aggiuntature, da uno stucchevole contraddittorio e collaborazione al tempo stesso di pleiadi dei cosiddetti ricercatori, ma esplodono in dati tempi e svolti acuti del ciclo generale, e non possono non formarsi che proprio allora, e non possono che costruirsi proprio, e organicamente, in quel modo, di un blocco solo.
Abbiamo visto che la stessa classe borghese, la quale vanta di avere per la prima eretta una scienza economica, prese audacemente a maneggiare modelli, e stabilire grandezze da introdurre nel calcolo economico e nella costruzione di leggi che applicò al divenire della società umana organizzata e moderna. Ma ciò fu appunto perché era quella allora una classe rivoluzionaria, ed attuava forse la più grande rivoluzione della storia, per la quale occorrevano braccia che impugnavano armi non meno che teste pervase da una teoria (e che fosse sotto forma di fede e di fanatismo, si inquadra nella nostra spiegazione della storia in modo totale). Quando dalla gioventù di Marx noi gridiamo che non vi è movimento rivoluzionario senza teoria rivoluzionaria, non intendiamo dire che solo il movimento operaio è rivoluzionario e sola teoria rivoluzionaria è quella comunista. Noi applichiamo quella enunciazione a tutte le rivoluzioni, e non vogliamo con questo dire (né per quelle precomuniste né per la nostra) che ogni cenacolo intellettuale possa fabbricare una teoria e con ciò suscitare una rivoluzione! Le forze profonde che sconvolgono l’organizzazione sociale a un dato (raro) svolto dei cicli, come assumono la forma di contrasti economici e produttivi e di scontri tra gruppi e classi di uomini, così prendono quella di una battaglia di nuove fedi contro le antiche, e anche, non è difficoltà ad ammetterlo, di miti contro miti.
Non meno nota è la nostra posizione, fondata su caratteri propri dell’organizzazione produttiva e dei suoi moderni sviluppi, che la classe proletaria comunista non si forgia una teoria a sfondo religioso o prevalentemente romantico-ideologico, ma raggiunge quella che è la vera scienza del fatto economico; e ciò in aderenza al suo diverso comportarsi quanto alla appropriazione delle forze produttive, colla rottura delle vecchie forme di appropriazione di classe, rispetto alle classi e alle rivoluzioni che storicamente la precorsero. E poiché bisogna guardare in tutti gli angoli gli equivoci soliti che sono in agguato, avvertiamo altresì che per giungere a questa conclusione non abbiamo bisogno di sostenere che la società umana arriverà in tal modo ad una infallibile assoluta generale formulazione delle leggi del cosmo fisico e sociale, così come non crediamo che essa sia partita con un bagaglio di verità supreme affidatole da immateriali potenze, o che possa scoprirselo scavando nella immanenza misteriosa ed innata del suo pensiero speculativo.
18. Grandezze ed economia
Non appena dunque la classe borghese non ebbe più bisogno di dottrine rivoluzionarie operanti, la scienza economica ad essa seguita subì la trasformazione, trattata a fondo da Marx, dalla scuola classica alla scuola volgare. Furono messi da parte i pericolosi ”voli” di Ricardo e dei suoi sulla definizione del valore che i prodotti dell’economia capitalista hanno come una intrinseca proprietà, e che si denomina valore di scambio, ma non si definisce secondo un momento dello scambio, bensì secondo un momento della produzione. Per Ricardo era dichiarato che una merce non ha il valore misurato da un dato ”numero” perché, magari nella media statistica dei prezzi di mercato, si scambia a tanto. È invece in quanto la merce ha un dato valore determinato e calcolabile secondo il tempo di lavoro medio sociale che serve a formarla, che essa deve essere venduta sul mercato, salvo oscillazioni occasionali, a quel tanto. Su questo teorema centrale della scuola classica, ritenuto ma con ben altra forza vitale nella scuola marxista, si scaglia poi l’economia volgare che chiama tutto ciò follia, illusione e mito, e in sostanza si libera come di un fardello inutile della grandezza valore, della sua determinazione e misurazione, e delle leggi in cui viene a figurare.
La obiezione essenziale da allora, con parole diverse, è sempre quella. Non siamo nel campo fisico che obbedisce (allora si riteneva e concedeva) a rigorose leggi di causalità, che si possono stabilire servendosi di grandezze trattabili con processi matematici. Siamo nel campo umano in cui influisce la disposizione, la volontà, il ”gusto” dei singoli individui, e il fenomeno medio non è né afferrabile né prevedibile né incasellabile in formule fisse. Via dunque la grandezza valore (non l’idea, la nozione di valore, che, spogliata dalla sua materiale determinazione, viene portata a trionfalmente invadere le cosiddette scienze della società: diritto, etica, estetica…); via in genere le grandezze introducibili nella scienza economica, e che non siano brute quotazioni monetarie o quantità di merci contratte; via (ed era questo il punto bruciante) la possibilità di stabilire con la ricerca economica la strada che l’umanità percorre, intesa come società organizzante la propria attività ai fini dei propri bisogni: non si può fare altro che stare a guardare, e scrivere la imprevedibile, infinitamente libera, autonoma da ogni itinerario, e indifferente tra tutte le possibili rotte, storia concreta e a posteriori di questo sciame di scombinati terrestri. Di tutto suscettibili e capaci, e perfino di credere agli scienziati.
19. Valore o prezzo?
Tutti i critici di Marx, più diversi tra loro per epoca e per colore, hanno in sostanza un terreno comune: la pretesa che una generica ”scienza” economica, occupata dopo Marx a far passi da gigante in chiacchiere universitarie e cartaccia per biblioteche, abbia fatto giustizia della teoria del valore e di quella del plusvalore, e inoltre di quella, cui Stalin voleva dare il colpo di grazia, della discesa del saggio del profitto. Con ciò vogliono far nello stesso tempo piazza pulita di quella altrettanto essenziale della livellazione generale del saggio di profitto capitalista, nella società economica nazionale e ultranazionale. In tutto ciò – e a giusta ragione per lor signori – si appuntano più accanimento che nelle crociate scandalizzate contro la predicazione della lotta di classe, dell’impiego della violenza insurrezionale, del fango sul volto degli ideali democratici e liberali, della dittatura e del terrore proletario, avente per antesignano il solito irsuto studioso che gli inglesi – non tanto fessi – denominavano negli ultimi anni della sua vita red terror doctor.
In un suo noto pamphlet del 1908 (facciamoci da lungi), ripubblicato nel 1926, intitolato “Studio su Marx”, largo centone di tutte le tesi innumeri dei critici di Marx, accettate o respinte che siano (in questi casi il peggio è quando Marx viene difeso e trattato con riguardo), il noto Arturo Labriola, rivendica un suo primo scritto del 1899 in cui – dando atto della inammissibilità della teoria marxista del valore – tentava, a suo dire, di conciliare una teoria del prezzo con quella del valore. Il libro apparve all’epoca in cui due ali revisioniste si gettavano contro Marx, come noi lo intendiamo: la riformista e legalitaria di Bernstein, la sindacalista e sedicente estremista di Giorgio Sorel, di cui è riportata una acida prefazione a Labriola. Chi ricorda come storicamente e politicamente le due tendenze si scontrarono a morte, può rilevare come sia eloquente il frequentissimo teorico riecheggiare alle critiche di Bernstein, nella sua continua derisione alle leggi di sviluppo marxiste del capitalismo, e nella sostituzione ai punti di rottura della dolce curva progressiva. Non meno si potrebbe a questo schermeggiare trovar parallele recentissime trattazioni di pretesi rimediatori agli infortuni di Marx scienziato-profeta, che si addottorano della pretesa esperienza di fatti nuovi di questo secolo, e della non meno pretesa infrazione degli ”schemi” cari a Marx.
20. Poker d’assi
Se fosse sensato nel 1954 scoprire dove il ”piano” marxista di itinerario della forma storica capitalista è caduto in fallo, non resterebbe che ridere su tanto prolungata attesa, una volta che già il linguacciuto professore napoletano lo aveva scoperto, anzi aveva coniata la storiella, di cui il Sorel si crogiolava or sono cinquant’anni, che a scoprirlo era stato… proprio Carlo Marx. Secondo tale storiella Marx avrebbe sospeso a lungo il suo lavoro di economista, dopo la pubblicazione nel 1867 del primo volume del Capitale, non per la grave infermità che lo colse, ma perché illuminato, nel 1871, dalla lettura dei lavori di Jevons e di altri, sull’economia matematica ”veramente scientifica”. Il riconoscimento dei propri errori avrebbe fatto sì che Marx lasciò in disordine i suoi materiali, e tutte le male parole dei tipi di questo calibro vanno a Engels, e anche a Kautsky dei buoni tempi, che arbitrariamente li avrebbero raffazzonati. Potrebbe, diceva il signor Labriola, pensarsi che proprio Marx, solo, abbia ragione, e abbia contro di lui torto «tutta, si dice tutta la Scienza»?! Ma questa situazione, oggi tuttora in piedi – senza che si sia riuscito a non far figurare il nome di Marx almeno dodici volte in ogni numero di giornale che si stampa nel mondo – proprio questa situazione ci serviva e ci serve. È se la scienza avesse fatto posto a Marx, che ci vedremmo fottuti.
Completiamo il quartetto di professori (Sorel, Labriola, Bernstein) con il nostro vecchio Tonino Graziadei, altro cattedratico. Riecheggiando, lui sindacalista riformista dell’anteguerra, passato nel 1919 a tutta sinistra, la tesi 1908 di Labriola Arturo, con una serie di libri su Prezzo e sovrapprezzo nell’economia capitalistica, mentre apologizzava la parte storica, politica, filosofica di Marx e del marxismo, dette battaglia ad ogni teoria del valore e del plusvalore, il che provocò sconfessione della Internazionale (allora) comunista. Il punto è dunque questo, in una guerra di posizione in cui siamo schierati dal 1848: ha il capitalismo moderno smentito il tentativo di segnargli il curriculum vitae mediante una dottrina della società tipo di classe, ed il calcolo delle sue leggi tendenziali in base ad un sistema di formule, in cui figura come grandezza fondamentale non la misura mercantile del prezzo, ma quella del valore generato nella produzione sociale? Se su tale punto verremo sgominati, avranno ragione i professori del ”marxismo marginale”, ma con essi avranno anche ragione del pari i Jevons, i Sombart, i Pareto, gli Einaudi, i Fisher, i Kinley; ed altresì i Rothschild, i Morgan, i Rockfeller, ecc., con alla testa – à tout seigneur tout honneur – Giuseppe Stalin.
21. Quantità fisiche ed economiche
Secondo Sorel, Marx
«non comprendeva l’impiego delle quantità in economia come lo comprendono i matematici trattanti problemi di fisica. Sembra (?) che le relazioni quantitative gli siano parse (?) soltanto atte a fornire indicazioni sommarie lontane o forse simboliche (che dunque, dott. Sorel, è la matematica se non uso dei simboli?); la loro chiarezza essendo tanto più grande quanto più sono irreali. Importerebbe studiare questa questione difficile, se si vuole arrivare a comprendere perfettamente i testi del Capitale».
Bene. Non si sarebbe fatto male in questi cinquant’anni ad assodare questa questione difficile, e non dedicarli a imbastardire attivisticamente e volontaristicamente la lotta proletaria.
Qui è il caso di poche osservazioni su questo ”uso delle quantità in fisica ed economia”.
Primo. Marx intendeva pervenire ad usare le quantità numeriche e le grandezze che da esse sono misurate in economia, così come i fisici. Ciò a parte il modo di esposizione, su cui ragioni storiche sempre influiscono: ad esempio Galilei minacciato da persecuzioni espose la teoria del moto della Terra in forma di dialogo e premettendo che voleva solo che le conclusioni opposte fossero dimostrate ugualmente accettabili dalla umana ragione, perché potesse decidere la dottrina rivelata. Ci volle una rivoluzione di mezzo perché Laplace, giusta un noto aneddoto, rispondesse alla severa domanda di Napoleone: non vedo menzionato Iddio, nella vostra spiegazione sul formarsi del sistema solare! – colla semplice frase: Maestà, non mi sono servito di una tale ipotesi. Oggi sarebbe bruciato un cattedratico che parlasse così. Quanto a Marx, dovendo rivolgersi alla classe lavoratrice, che col minimo controllo delle condizioni del lavoro aveva perso anche quello della cultura, seguì una forma letteraria, quindi passò a lungo impiego di esempi numerici (spesso non sommari, ma fin troppo dettagliati per la fatica di chi legge), di rado alle formule di algebra, e pensò, lo vedremo, negli ultimi tempi a matematiche superiori.
22. Modelli e simboli fisici
Secondo. La recente storia della fisica e della fisica matematica soprattutto mostra che l’impiego delle grandezze e delle quantità nello studio del mondo materiale non va così liscio come pareva nel 1900. La regola è che si lavora con simboli sempre nuovi, e su modelli che spesso cambiano e vengono proposti, e che si verifica proprio la norma che pare a Sorel una debolezza: la chiarezza è tanto più grande quanto più i modelli sono irreali. Senza andare nel difficile, se si vuol fare della scienza, questa deve essere comunicabile ed applicabile, ed allora per farsi intendere e andare avanti bisogna essere, se non sommari, in buona misura semplificatori. Era abbastanza ”chiaro” il modello della materia in tanti atomi di qualità diverse attratti tra loro da valenze chimiche. Molto meno irreale e altrettanto meno chiaro è il modello dell’atomo scomposto in nucleo centrale cui girano attorno gli elettroni: ma prima bastavano le grandezze (astratte ma non molto) peso e valenza chimica, oggi ne entrano tante altre, meccaniche ed elettromagnetiche. Possiamo continuare quando il nucleo viene vivisezionato (e poi fissurato) in protoni, neutroni, e altre particelle di cui si sarebbe trovata oggi la nuovissima e misteriosa: l’antiprotone. Del sistema si fanno modelli, delle particelle si danno misure e simboli: sono dei corpuscoli? delle ondulazioni? delle strisce di traiettorie colpite un attimo sulla lastra? Per ora pare che ognuno possa dire come gli piace.
Terzo. Va concesso che storicamente si è giunti prima a poter trattare con metodi quantitativi i problemi del mondo fisico, che non quelli dell’aggregato sociale. Va anche concesso che se già nei primi vanno introdotti, dapprima con prove addirittura arbitrarie, poi con maggiore esattezza, schemi semplificati per arrivare a scoprire leggi e dare formule, tuttavia i fenomeni accessori, impuri, concomitanti, fino ad offuscarla talvolta, con la relazione pura che si vuole isolare, sono un ingombro meno diabolico che nel campo della sociologia e della economia. Tutto ciò messo, per necessità in modo sommario, un poco al suo posto, affermiamo che l’impiego delle grandezze e delle quantità in Marx, una volta formato il modello da studiare, è del tutto tassativo e rigoroso; è centrale, non accessorio, ed impiegato come unico mezzo di antiscoprire gli sviluppi che interessano nelle loro generali tendenze. E di più affermiamo che tale impiego è strettamente coerente e decisamente uniforme, da volume a volume, da opera ad opera, da epoca ad epoca dell’immenso lavoro.
23. Valore: massa economica
L’argomento merita che il parallelo, altre volte trattato (vedi vari numeri di Prometeo, prima serie, alcuni ”Fili del Tempo”, e simili) sia un poco sviluppato a fine di divulgazione, anche se si cade nelle ripetizioni, solite e usuali nel lavoro di partito.
Il prezzo è un dato empirico, in quanto tutti sanno indicarlo e riferirlo ed anche giudicarlo, purché espresso in corrente moneta del momento. Ancora nel 1954 vedremo scrivere a difesa di questa sola grandezza matematica da impiegare in economia: la quota monetaria; ma da un secolo Marx aveva notato che, se lunga è la diatriba sul valore, si cade nel colmo delle complicazioni ed astruserie se si esaminano le mille teorie sulla moneta. Dunque immediata è la nozione del prezzo di una merce, mediata quella del suo valore. La fisica fece un passo gigantesco innanzi col concetto di massa enunciato da Galileo, mentre fino allora si considerava quello più ”esterno” e ”pratico” di peso. Balzo, non passo, che potette e dovette farsi come corollario dello sviluppo di una società produttiva più organizzata, urbana e manifatturiera più che rurale e contadina, come nel Rinascimento. Mentre la massa è costante, il peso di un oggetto varia secondo che siamo al mare o sulla cima del monte, al polo o all’equatore, o magari su altro corpo celeste che non la Terra. Galileo su questa base teorica – irreale, se si vuole! – dimostra quanto era praticamente evidente: due corpi del più diverso peso cadono nello stesso tempo dalla stessa altezza: cosa che da Aristotele in poi si era negata, sol per non essersi saputi liberare dai fattori impuri: resistenza dell’aria, ad esempio. Da cui il famoso gridare: piuma e palla di piombo! Come a noi si grida: il manovale e il grande Genio! Questo passo si fece per avere introdotta una grandezza nuova: non scoperta nelle nozioni prime del pensiero, nei dati dello spirito; e se vogliamo essa stessa ”provvisoria”. Ma il balzo ”rivoluzionario” rimane. L’espressione di Galileo che il peso è forza, che dipende dalla quantità di massa, e poi dall’altro fattore, l’accelerazione, permise di ridurre alla stessa legge matematica la caduta del sasso e il giro della Luna attorno alla Terra, il che fu reso evidente da Newton col semplice operare su simboli.
Quando, in ulteriore fase di sviluppo dell’organizzazione tecnica sociale, si è cercato di stabilire tale legame anche nell’altro confronto tra il sasso che cade e il corpuscolo infratomico che corre, l’espressione ha dovuto essere modificata, e in questo nuovo campo la massa non è più costante, per un certo corpo considerato, ma a sua volta variabile secondo la sua velocità, se altissima, ossia può scemare se si sprigiona energia. Ora la distanza della Luna è un miliardo di volte più grande della caduta di un oggetto dallo sgabello a terra, ma il rapporto tra la massa di quell’oggetto, magari un pennino, e quella di un elettrone si scrive con ventisette zeri (miliardi di miliardi di miliardi), e Galileo è scusato se quattro secoli prima non se ne era accorto. Noi con Marx accampiamo la pretesa di far largo tra la farragine delle misure dei pesi-prezzi e introdurre la quantità costante, per quanto ci interessa, massa-valore di ciascuna merce, per dedurne i dati delle orbite su cui si rivolve il mondo del capitale, e ci basta che la nuova grandezza passi per valida e costante tanto tempo storico quanto ne occorre a buttar quel mondo nel fondo dell’Abisso.
24. ”Test” di saggio per il capitalismo
Definito il modello di società tipo, vanno ora ricordate quali sono le quantità misurabili che ci interessano. In questa esposizione sarà di aiuto la recente serie sulla questione agraria con le controtesi e tesi finali che la hanno conclusa. È dunque agevole tracciare il ”quadro di Marx” dei movimenti di valore tra le grandi classi in gioco, ed indicare le semplici espressioni che servono al calcolo dell’economia capitalistica e alla enunciazione delle sue leggi, per difenderne in una seconda parte la validità e vitalità contro i conati delle scuole economiche antirivoluzionarie, sia di quelle che portano il centro della loro indagine sui puri fenomeni di circolazione delle merci e del denaro, diguazzando nella melma della palude-mercato, sia di quelle che, come negli ultimi tempi sta avvenendo, costrette a tentare una teoria della produzione, si sono volute avventurare sui fianchi e nel cratere del vulcano, ove ribollono i prodromi della tremenda esplosione eruttiva.
Partirono i primi economisti dal vago concetto di ricchezza nazionale. Questa dotazione, la si pensi come nella espressione monetaria colle unità e i corsi dell’epoca, la si pensi come massa di cose utili alla vita organizzata, sedi, attrezzi, riserve di scorta per il consumo, è in continuo movimento, subisce un flusso di uscita che impone una ininterrotta rinnovazione. Non solo non vi è concreto esempio, ma neppure è proponibile un astratto modello di società che consumi soltanto e la cui ricchezza consista in una riserva immensa da cui ogni giorno o ogni anno si possa attingere quanto occorre a vivere per tutti i componenti dell’aggregato. Ogni modello del movimento economico dovrà contemplare un ciclo di spostamenti, alla fine del quale, come minima ipotesi, la dotazione e la scorta sociale generale siano ridiventate quali erano all’inizio. Verremo presto al problema integrale, non solo di tener conto della possibilità di un progressivo incremento delle attrezzature e delle riserve, ma anche di un incremento che cominci col pareggiare quello dovuto alla variazione, quasi sempre in deciso aumento, del numero della popolazione.
25. Lavoro morto accumulato
L’organizzazione sociale continua nel suo cammino in quanto, da un momento determinato, non si trova solo in presenza dell’ambiente naturale disponendo della sua capacità di lavoro (che non è solo forza muscolare ma trasmissione, tradizione dalle generazioni passate di una preparazione tecnica, e di una conoscenza tecnologica in tutti i campi, cui si riduce direttamente ogni scienza, sapere e pensiero sociale e individuale), ma anche di un ammasso di cose e impianti di ogni specie che hanno trasmesso le passate generazioni, trasformando la crosta terrestre cui siamo aggrappati, dotandola di ogni sorta di manufatti, ed avendo in ogni momento una parte di beni da consumo già prodotti e non ancora adoperati. Una massa sociale di ricchezza, una massa sociale di lavoro, un insieme di merci e di beni prodotti dal lavoro, dal modo di calcolare la quale per ora prescindiamo, in quanto in ultima analisi non interessa, poiché tutti i riparti si fanno, per motivi di potere e di classe, con operazioni sulle masse di lavoro attuale e vivo, di valore ”aggiunto nella produzione” nel ciclo che si apre e si studia.
In una economia capitalista, dunque mercantile, è evidente che una parte di tale trasmissione presente in partenza è data da denaro, da circolante monetario: che di per sé e soprattutto da quando esiste la moneta cartacea altro non è che un meccanismo sociale per dirigere la ripartizione del ”valore nascituro”. Un cataclisma fermi, ad esempio, i normali mezzi di trasporto e la società umana morrà in breve, a casseforti piene e conti attivi. Non tutto il lavoro passato cristallizzato è messo in moto nel ciclo di attività produttiva che si inizia. Un’officina, una macchina, possono per tutto l’anno restare inattive, una scorta di merci da consumo al momento non richiesta può dormire per tutto il tempo in magazzino. Ma anche quella parte di ricchezza già prodotta che viene messa in moto nel nuovo periodo di produzione può esserlo in due diversi modi; ossia con impiego totale e con impiego frazionato, parziale, in modo che alla fine non si trovi assorbita e scomparsa, ma abbia solo bisogno di essere reintegrata per una data quota che si è sottratta, ridiventando così di nuovo tanto efficiente quanto all’inizio.
26. Le unità marxiste: capitale
Quando la scuola classica stabilì che il valore di tali dotazioni accumulate era misurato dal lavoro passato in esse investito, e le considerò come capitale, fu indotta a presentarle come fattori del nuovo ciclo produttivo e a calcolarne il valore, considerato proporzionale al lavoro che era occorso a realizzarle, e meglio a quello che sarebbe occorso a riprodurle, se mancanti.
Fece la distinzione, in cui ancora si arrabatta l’economia, col paraocchi individuale che la costringe a misurare la parte di ogni individuo (che non è poi nemmeno la famosa Persona, ma la Ditta), tra capitale fisso e capitale circolante, considerando nel primo quello che viene usato nella produzione ma non ne resta esaurito come ad esempio un aratro, nel secondo quello che viene tutto adoperato, come ad esempio la semente e il concime.
Non insisteremo ancora su questa distinzione: nella espressione marxista dei rapporti quantitativi del processo, il capitale fisso, in quanto davvero sia usato senza menomamente intaccarlo in qualità e quantità, non ci riguarda e non ne teniamo conto: bensì quello che tutto si ingloba nella operazione produttiva e resta fisicamente nel prodotto, o svanisce in sottoprodotti e rifiuti, come ad esempio la cera con cui si facciano le candele. Non calcoleremo dunque l’aratro, ma ne annoteremo il ”logorio”. Anche il vomere più primitivo non è eterno e ha bisogno di essere affilato e alfine rinnovato: se basta per venti cicli, ne considereremo come capitale costante da introdurre nella ”funzione di produzione” la ventesima parte del valore.
Dunque la prima quantità da considerare è il capitale costante: materie prime, materie accessorie consumate, come combustibili, lubrificanti, ecc.; logorio degli attrezzi e degli impianti tutti secondo la necessità periodica di rinnovazione; il tante volte citato ”ammortamento” che si ha anche per i fabbricati ove si fanno le lavorazioni e per ogni altro manufatto fisso. Questa parte degli elementi, dei termini della produzione, è dunque detta da Marx capitale costante. I predecessori spesso confondono: Ramsay giunse a identificare con quanto noi intendiamo […] la nozione corrente di capitale fisso; tutti o quasi gli altri confondono patrimonio di azienda e capitale costante, qualcuno si smarrisce tra le dizioni di capitale investito e impiegato nella produzione, distinzione non interessante il marxismo, quanto a calcolo dei valori.
27. Le unità marxiste: lavoro
In effetti, come si sa, sono tre le grandezze che dobbiamo introdurre e sommare: dopo il capitale costante viene il capitale variabile e il plusvalore. Siccome la loro somma è il valore del prodotto, che va nelle mani del capitalista ed è quindi capitale, o almeno può essere capitale, i tre termini sono tutti e tre qualitativamente parte del capitale in quanto sono parte del valore, e storicamente oggi ogni valore è capitale. Ma il primo, o capitale costante, prima considerato, è lavoro passato, che traversa il ciclo uscendo uguale, ossia senza figliare altro valore oltre quello che già contiene, il secondo e il terzo sono lavoro vivo, attuale, presente, da cui esce il valore aggiunto durante il ciclo, termine di cui i borghesi non volevano sapere, ma che oggi usano nelle loro statistiche, come vedremo, chiamandolo ”reddito nazionale”. Il secondo termine da addizionare Marx lo chiamò capitale variabile, e risponde alla spesa per salari relativa al ciclo considerato. Nominalmente sarebbero dunque capitale le prime due grandezze. Ciò perché si sottintende che formano il capitale ”anticipato” nella produzione, ossia speso in acquisti di merci e pagamenti di salario. Ma tutta la somma è capitale ricavato, valore ricavato, ed è maggiore dei primi due termini, della spesa anticipata. Ovviamente si aggiunge a questa, che i borghesi chiamano ”costo di produzione”, il guadagno, il profitto, l’utile, e quindi quello che noi chiamiamo plusvalore. Dunque sommando: capitale costante, più capitale salario, più plusvalore, si ricava il valore del prodotto.
Questo non ha a che fare col ”valore dell’azienda”, e quindi la distinzione base: capitale è per noi l’accolta di merci, il prodotto, mentre per l’economista borghese capitale è il patrimonio dell’azienda e del suo possessore (sia o meno persona fisica), inclusi i crediti, il numerario in cassa, il valore venale degli immobili come terreni e fabbricati. Ma la distinzione sta in questo: per il borghese due sono i fattori (lasciando per ora da parte la rendita della terra e affini): il capitale e il lavoro.
Il salario o capitale variabile sarebbe il valore generato dal lavoro e versato a chi lo ha prestato, il margine o profitto sarebbe generato dal capitale costante (anticipato per tutto il tempo che va dall’acquisto di materia prima alla vendita del prodotto lavorato) e dal capitale salario (anticipato per tutto il tempo che va dalla paga ai lavoratori alla vendita del prodotto finale).
Per il borghese il capitale comunque investito, in materie e merci, o in forza-lavoro, genera valore. Il lavoro genera salario e resta da questo compensato. Per il marxista il capitale costante non genera niente perché traversa il ciclo con immutato valore; il lavoro invece genera tutto il valore aggiunto, ossia capitale variabile più plusvalore; mentre il lavoratore non riceve in cambio che la prima parte, il salario. Ove il capitalista imprenditore non abbia numerario, si farà prestare il denaro per merci-materie e salari e lo restituirà dopo le vendite. L’interesse pagato lo detrarrà dal suo plusvalore: quindi lo stesso non è figlio del capitale ma del lavoro a sua volta. Cose notissime, ma che occorreva riordinare nello schema a controtesi.
28. Margini e saggi
Le quattro grandezze: capitale costante, capitale variabile, plusvalore, valore del prodotto sono legate da una semplice addizione come quelle del conto del salumiere, e la nostra semplicissima ”funzione di produzione” è una funzione, dicono in matematica, lineare. Secondo i nostri nemici, è vano esercizio scrivere funzioni di produzione usando la grandezza valore, perché nella scienza economica vigono solo funzioni di circolazione espresse colla grandezza prezzo che varia colle famose condizioni mercantili: offerta, domanda, utilità, ofelimità, vantaggio marginale, e… prurito di spendere accortamente allevato. Vedremo poi che mettono anche essi in piedi una funzione di produzione. Ma forse tutta l’economia applicata, o estimo, non si basa su una funzione di produzione che è quella dell’interesse semplice (frutto proporzionale al capitale e al tempo: funzione razionale, ossia che ammette una divisione) e dell’interesse composto (cumulo dei frutti col capitale: funzione esponenziale)? Con questa formula – messa alla prova pratica, come vogliamo mettere la nostra – durante il sonno dell’umanità per anni duemila, il famoso centesimo divenne una palla d’oro grande come la terra.
Noi quindi non facciamo che addizioni, e nella nostra non figura il frutto del capitale al saggio di interesse, che apparve, con l’usura, prima della produzione capitalista moderna. A che cosa dunque il margine, il guadagno, va messo in rapporto? Bisognerà adattarsi a fare qualche divisione. È chiaro che volgarmente tale margine (quantitativamente è lo stesso per loro e per noi: vale la differenza tra il ricavo delle vendite e le spese di produzione tutte; varia il nome che per noi è plusvalore) viene messo in rapporto alla spesa di impianto, al patrimonio aziendale. Un tale apre un’officina, spende un milione in macchine ed ha bisogno di mezzo milione in denaro per il suo giro: alla fine dell’anno ha l’officina, la macchina, il mezzo milione in cassa e di più ha ricavato trecentomila lire: dice di aver investito un milione e mezzo guadagnandoci il venti per cento annuo. Ma l’economia classica aveva fatto un passo avanti ed aveva chiamato saggio del profitto il rapporto del guadagno non al valore dell’impianto, ma al costo di produzione di tutto il blocco di merci che quel guadagno ha consentito nella alienazione finale: dunque il rapporto del profitto alle spese per capitale costante e variabile. Se quell’officina nell’anno ha comprato ferro grezzo per duecentomila, ha pagato meccanici per trecentomila, ed ha venduto per ottocentomila, ha guadagnato trecentomila su anticipazione di cinquecentomila, e il saggio di profitto è il sessanta per cento. Il saggio del plusvalore invece, come è noto, si trova ponendo in rapporto il profitto-plusvalore, che è stato trecentomila, al solo capitale variabile o spesa salari che è stato trecentomila: nel detto caso è il cento per cento.
Quindi il capitale costante passa nel ciclo senza nulla rendere. Il lavoro vi passa aggiungendo al prodotto un valore (seicentomila) che è doppio del salario pagato ai lavoratori.
29. Azienda e società
Ciò non è completo, in quanto è servito solo a ben definire le quattro grandezze che rappresentano il valore del prodotto e le sue grandezze relative: saggio del plusvalore e del profitto. Ma queste facili relazioni possono essere applicate ad una sola azienda, e a questo di solito l’economista borghese si limita, o possono essere applicate a tutto il campo della produzione sociale. Se non si passa a questo secondo aspetto non è possibile dare in modo completo la funzione marxista della produzione. Si noti che noi stiamo qui solo ancora una volta impostando la portata marxista delle grandezze e relazioni introdotte, e non pretendiamo che la riprova e conferma vengano dal fatto che il discorso logico fila, o che in certe derivazioni un sentimento di giustizia innata prenda a vibrare, o che le operazioni quadrino colle regole dell’algebra e dell’aritmetica. La coerenza del sistema con sé stesso e la connessione rigorosa delle parti (anche negata dai soliti farfalloni leggeroni) non bastano alla dimostrazione, che potrà essere solo data nel campo storico e dall’apparire di fenomeni che il nostro modello-schema può contenere, e il loro no. Marx afferma che in una produzione capitalista completa (data solo allo stato di modello puro) il saggio di profitto dei vari rami della produzione tende a livellarsi: tale tendenza è tanto più manifesta, quanto più una società si approssima al modello e contiene poco di classi spurie oltre le tre del tipo generale: operai, capitalisti, fondiari.
30. Legge della discesa
A tale saggio di profitto generale corrisponde un generale tasso del plusvalore. I due rapporti sono legati ad un terzo rapporto, ossia alla composizione organica del capitale, che è il rapporto tra capitale costante e capitale variabile. Se con 20 di salari si è lavorato materia prima per 80, il saggio di composizione tecnologica od organica è 4 (il suo inverso 25%). Se il valore del prodotto è 120, il profitto è 20, e tanto il plusvalore. Ma mentre il saggio del profitto è 20% (guadagno 20 su anticipo 100) quello del plusvalore è 100% (20 di guadagno su 20 di salari). Nei vari settori la composizione organica non può essere la stessa, e come vedemmo cresce fortemente nell’industria, lentamente nell’agricoltura. Marx introduce malgrado questo il medio saggio del profitto. Per ora affermiamo, e non discutiamo ancora, la legge della discesa.
La chiamano – alla Stalin – una tautologia. Marx infatti dice che se a pari saggio del plusvalore sale la composizione organica (come storicamente è da tutti accettato) deve scendere il saggio del profitto. Ma chi dice che il saggio del plusvalore resti fermo? Obiezione vana. Se il saggio del plusvalore scendesse allora niente: quello del profitto scenderebbe per doppia ragione (guadagno 10 e non 20 su 20 di salari: saggio del plusvalore 50%; materie lavorate non 80 ma 100, salita della composizione organica. Spesa totale 100 più 20, ricavo 130, saggio del profitto sceso a 10 su 120, dal 20% di prima a solo 8% circa). E se il saggio del plusvalore sale? Ammazzali! Questo vorrebbe dire che hanno abbassato i salari e aumentata la giornata di lavoro: e questo è contro il senso generale del movimento storico del capitalismo. Che questo debba saltare se affama tutti e aumenta la pressione sfruttatrice, va da sé. La legge economica è che, anche migliorando, salterà lo stesso. Questo il punto, per i molti malati di demagogia.