Internationella Kommunistiska Partiet

Il Programma Comunista 1954/21

Russia e rivoluzione nella teoria marxista (Pt.1)

Rapporto alla riunione interfederale di Bologna

INTRODUZIONE

Il metodo di lavoro

Il tema da svolgere in questa riunione periodica della nostra organizzazione avrebbe anche potuto essere altro: si era ben pensato di far seguire all’argomento di Asti, che ebbe carattere economico, altro argomento della stessa natura. In sostanza, sotto il titolo «Vulcano della produzione o palude del Mercato» fu contrapposta alle scuole economiche borghesi la classica teoria di Marx basata sulla determinazione del valore di una merce da elementi della produzione, non dai rapporti di scambio, come vuole l’economia borghese dopo la fase classica, sia nella scuola detta soggettiva o psicologica, che in quella detta matematica, aspetti di quella che Marx chiama economia volgare, ossia puramente conservatrice. Fu così difesa dagli attacchi di classe della scienza economica ufficiale la descrizione marxista del capitalismo contenuta nelle linee grandiose del primo libro del Capitale.

L’argomento complementare, che in altra occasione verrà trattato, è la esposizione di altre teorie riguardanti il processo di insieme della produzione capitalistica, esposte nel secondo e terzo libro, e in ispecie quella della diminuzione del saggio del profitto e quella dell’accumulazione allargata, in confronto ai vari pareri, anche nel seno della scuola marxista.

Indubbiamente noi non seguiamo in questa nostra opera una sistematica, come in un corso di lezioni o in un trattato scolastico, e di questi punti abbiamo dati non pochi accenni in precedenti esposizioni e pubblicazioni, in vari «Fili del Tempo», particolarmente nel «Dialogato con Stalin», se pure la mancata uscita di altri fascicoli di rivista ha fermata la trattazione sugli «Elementi della economia marxista» appunto alla materia del Libro Primo.

I compagni del centro del partito hanno quindi preferito l’altro tema, sulla Rivoluzione Russa, di argomento più storico e politico, tema a sua volta sempre presente in tutte, si può dire, le nostre trattazioni dal dopoguerra ad oggi. Tale tema più direttamente si collega alla lotta contro la dilagante terza ondata storica dell’opportunismo nelle file del proletariato, rappresentata dal movimento degli stalinisti, ed ammorbante in Italia. Non ci facciamo guidare certo dalla volgare mania della attualità, tuttavia la scelta dei nostri campi di lavoro teoretico non deriva da criteri astratti, ma dalle esigenze della nostra azione, per modesti che possano apparirne gli attuali limiti e sviluppi.

Potrà ben riprendersi il tema di scienza economica dopo che l’argomento di Asti, a riunione e rapporto orali avvenuti, è stato assai meglio ripresentato nel non breve resoconto che ha occupato sette puntate del nostro periodico, al posto del «Filo del Tempo». Tanto più che in questa occasione diamo effetto ad una nuova iniziativa: una seduta, cioè, in cui i compagni potranno fare le loro osservazioni sull’argomento ad Asti trattato, e poi svolto nel resconto ordinato e meglio indubbiamente elaborato che nella esposizione verbale. Si disse ad Asti che non era possibile seguire nei dettagli la polemica contro Spengler e la contrapposizione delle sue formule a quelle di Marx, senza potere impiegare formule scritte almeno su di una lavagna, il che allora non parve il caso (pure avendo fatto già uso in talune di queste riunioni di diagrammi scritti su quadri). La cosa è stata svolta nel testo scritto, e quindi certo meglio approfondita dai lettori, anche per il sistema seguito di scambio di corrispondenza e di lavoro tra compagni presenti: come avvenuto per i quesiti di un compagno genovese sull’argomento di Genova, il presenti sviluppo delle grandi economie capitalistiche, a cui ha dato risposta un compagno di Messina coi suoi studi circa le teorie degli economisti borghesi, a Genova insegnate.

Un tale procedimento è veramente adatto al partito marxista, e si stacca di netto da quelli democratici del fare borghese, in cui a caldo a caldo sulle relazioni e le conclusioni si vota, si approva, si disapprova. Nulla reca di utile un dibattito in cui a quanto è apportato da un relatore, fosse anche il meno scozzonato di tutti, dopo una preparazione di mesi, fanno seguito immediati «interventi» ad impressione, di chi ha per la prima volta udito e vagliato, giusta la scema moda in parola. Determinata è colui che non interviene mai, e di quelli che improvvisando quattro frasi credono veramente di plasmare decisioni più o meno storiche, si limita a sorridere.

Noi contiamo per la via che abbiamo intrapresa di giungere veramente ad un metodo di lavoro impersonale, all’altezza della potente originalità storica della nostra dottrina, che dette agli analfabeti la prima parte. I nostri personaggi non hanno nome, non compaiono in effige, e dalla bocca di questa non esce il «fumetto» – caratteristico della agonizzante maniera borghese – con scritta dentro una qualche fesseria – o democratico intervento del soggetto.

Collegamento con altri rapporti

Il tema sulla rivoluzione russa ha anche stretta attinenza con altre recenti trattazioni, ed in ispecie quella svolta con una serie di Fili del Tempo (non però oggetto di una riunione e relazione orale) sulla «Questione agraria». Fin dalla puntata iniziale «Prospetto introduttivo sulla questione agraria» si presero le mosse dalla necessità di disperdere la corrente falsa rappresentazione della Rivoluzione Russa del 1917, del bolscevismo, e dell’opera di Lenin, come una riforma del marxismo classico, che abbia portato il baricentro rivoluzionario dalla classe proletaria salariata a quella contadina. Ancora oggi è dato di leggere (recensione di un libro di David Mitrany dal titolo «Il marxismo e i contadini» che si pretende «trattato con vasta ed erudita competenza») frasi banali come queste: abbandono del determinismo economico per i paesi non industriali; accettazione da parte di Lenin delle teorie populiste; teoria agraria di Marx che trascura completamente l’aspetto sociale (?) del problema; comunismo che ha trionfato (!?) proprio dove non vi era proletariato; capolavoro tattico di Lenin nella utilizzazione dei contadini per la rivoluzione proletaria. In effetti tutta la presente trattazione tende alla negativa di tali posizioni e alla assunzione, che è meglio anticipare in modo drastico: Lenin, avendo posto (o meglio visto posto dalla storia) alla forza proletaria l’obiettivo della rivoluzione borghese, impiegò (o meglio vide che la storia avrebbe la ennesima volta impiegato) la forza alleata dei contadini per la rivoluzione borghese; seppe e scrisse che sarebbe stata contro la rivoluzione comunista, al suo tempo.

Quella esposizione quindi, partendo da questo scottante conflitto ideologico dei nostri tempi, svolse la formidabile e completa teoria della questione agraria di Marx, che non è solo riferita alla produzione agraria nella società capitalistica, poggiata su salariati, imprenditori agricoli, e proprietari fondiari, ma anche allo studio con vittoriosa applicazione del materialismo storico, delle forme agricole precapitalistiche e di quelle spurie contemporanee al capitalismo. Una delle solite frottole, che il marxismo abbia trattato della massa dei contadini piccoli proprietari e del suo gioco storico, solo dopo la rivoluzione russa, ed anzi che abbia potuto dare ragione del moto proletario, ma non di quelli contadini! Basta ricorrere al profondo studio del contadiname in Francia sotto Napoleone III (1850), e a cento altre fonti.

Provammo in quello studio che il marxismo aveva dedicato più pagine alla questione agraria che a quella industriale, sebbene siano pagine suddivise in tutte le opere e forse manchi – come avemmo a dire in Prometeo (Proprietà e Capitale) – una sintesi unica così perfetta come quella di Engels circa la proprietà immobiliare urbana (La questione delle abitazioni) in tempo borghese.

Nel diffuso sviluppo dato alla teoria di Marx del capitalismo agrario, e con esso di qualunque precapitalismo agrario, e nella dimostrazione che le leggi da Marx stabilite trovano esatta applicazione nella economia rurale dell’oggi, in modo che la elegante e poderosa dottrina della rendita fondiaria ci appare come la chiave di volta del sistema, e ci rende espressiva tutta la analisi della produzione capitalista ed il calcolo del valore delle merci con dati della produzione capitalista ed il calcolo del valore delle merci con dati della produzione, presupposti a quelli del mercato, dichiarammo ad un certo punto di rinviare – salvo abbastanza fitti riferimenti – ad altro studio la applicazione alla Russia ed alla Rivoluzione russa.

Tema fondamentale di questa seconda parte sulla questione agraria sarebbe stata la totale ortodossia di Lenin alla dottrina classica di Marx, in tutto il corso storico della lotta dei bolscevichi, e la completa comprensione di tutte le lotte agrarie in Russia con la chiave del materialismo storico.

Non si può, evidentemente, seguire il corso storico della Rivoluzione Russa, senza che la dimostrazione di questi due punti ne sia la traccia centrale.

Altre attinenze col tema russo ne ha non meno direttamente la questione che formò oggetto della riunione di Trieste (agosto 1953) su «Razza e Nazione». Il campo della storia russa ed i problemi della rivoluzione in Russia si estendono su di un mosaico complicatissimo di popoli e di lingue, e sono sotto la diretta influenza dei fattori relativi, come a Trieste non si mancò di trattare, tra l’altro a proposito delle teorie di Stalin sulla lingua, e delle ferme impronte nazionaliste che la rivoluzione russa ha assunte.

E quindi, poiché è la Russia il ponte tra l’Europa e l’Oriente, non si può discutere il corso russo senza portare a fuoco la questione coloniale, il collegamento tra lotte sociali dei paesi metropolitani bianchi, e moto dei popoli di colore: argomento trattato a Firenze in aprile 1953, ma del quale dobbiamo ammettere che non si è potuto dare un testo scritto sufficiente fino ad ora.

Tutto quanto infine, e in tutte le occasioni, si è detto sull’opportunismo nel moto proletario e la lotta contro di esso, tutta la chiarificazione tra le doppie rivoluzioni, in cui la classe operaia è presente, torna oggi a fuoco.

Limiti del presente tema

Nello svolgere piuttosto diffusamente, e con non poche anticipazioni sui punti di arrivo la presente introduzione, il relatore ebbe a dichiarare che per questa riunione un materiale imponente e vasto – certo non originale – era stato portato in evidenza ed anche sceverato tra apporti di origine marxista e apporti estranei; senza tuttavia dare importanza alle congerie di scritti sulla Russia e la sua recente storia di carattere libellistico o anche puramente giornalistico ed impressionistico, formanti una vera spregevole fungaia.

Trattavasi di dare ancora una volta a questo materiale un ordine e una sistemazione tali da consentire una esposizione esauriente che non tralasciasse alcun elemento importante e che tuttavia fosse contenuta in certi limiti di tempo e di spazio.

Ma le forze ed i tempi di lavoro al nostro movimento sono aspramente misurati dalla sua stessa indipendenza da ogni sostegno ed appoggio, e deve riconoscersi che una tale selezione non è ancora soddisfacente. A ciò rimedierà il procedimento già accennato sopra e messo in uso per l’argomento di Asti. Non è inutile una esposizione anche non perfettamente simmetrica in cui tutta la viva materia è fatta passare sotto gli occhi del movimento, in una attenta collaborazione dei presenti, al fine di dare una distribuzione più congrua alla successiva redazione scritta, che permetterà di migliorare e rendere veramente soddisfacenti i primi schemi e sommari predisposti, anche sulla base delle impressioni e delle indicazioni di tutti i compagni.

Vi è di più: constatata la vastità del materiale greggio o semigreggio, e in rapporto altresì alla non perfezionata riduzione e sintesi, che tuttavia non tollererebbe mai una brevità esagerata, bisogna dire che non si potrà in una sola riunione svolgere tutto il tema: tutta la parte più recente, cui del resto abbiamo già dedicato critiche ed esposizioni molto frequenti (soprattutto il Dialogato con Stalin), relativa alla identificazione della società russa di oggi con la forma sociale capitalistica classica, dovrà rinviarsi ad una riunione ulteriore, che non si potrà tenere che nei primi mezi del 1955.

Nella presente riunione si esaurirà la parte riguardante la impostazione delle questioni sulla storia sociale russa, in due fasi: quella del movimento proletario internazionale fino circa al 1900, e quella del movimento marxista in Russia circa dal 1900. Quanto alla verifica delle due «prospettive» così costruite – e dopo avere insistito sulla fondamentale dimostrazione che esse sono in tutta armonia – essa comporterà uno scorcio della struttura sociale della Russia nella sua formazione storica ed un ricordo delle vicende della lotta contro lo zarismo in fine dell’ottocento e principio del novecento e fino alla guerra mondiale e alla sua caduta. Si giungerà fino alla vittoria dell’Ottobre 1917 e alla conquista bolscevica del potere: ovviamente in tutto questo non si pretende rispettare una cronologia perfetta, ma piuttosto tenere in continua evidenza il legame tra vicenda russa e movimento socialista moderno, non solo quanto a dottrina, ma anche quanto ad organizzazione e politica, ed atteggiamento nella prima guerra mondiale.

Il marxismo alla prova

Fin dal 1905 l’opinione generale anche dei conservatori politici era convinta che nella lotta per abbattere la monarchia assoluta e feudale in Russia, si sarebbe trattato non soltanto dell’avvento di una forma liberale o anche repubblicana, e dell’adozione di costituzioni ed istituti del tipo occidentale, ma anche di lotte sociali in cui le classi povere avrebbero avuto grande peso, e non si sarebbero limitate ad essere comode alleate di un moto borghese.

Istintivamente la borghesia europea sentiva che uno scoppio rivoluzionario, sia pure animato in partenza dalle sue stesse ideologie, avrebbe scosso dal profondo la sua illusione di avere ridotto l’urto delle classi proprio del tempo capitalista, ad una «civile» gara di interessi, incruenta e chiusa in forme legali, come l’ala destra e revisionista del socialismo, che si diceva marxista, aveva preconizzato nei pacifici decenni 1890-1910.

Poco si decifravano i programmi e i metodi dei movimenti antizaristi, ma si intendeva dall’opinione comune che nessuno di essi rinunciava all’insurrezione e alla violenza, e si era afferrato il legame stretto tra la perduta guerra coi giapponesi e i moti formidabili nelle città e nelle campagne, se pure alla fine soffocati nei periodici massacri propri del regime moscovita.

Lo scoppio avvenne quando già il mondo era sconvolto dalla prima guerra generale, nella situazione «originale» che poneva la Russia non in una nuova Santa Alleanza con gli imperi tedeschi, asseriti esponenti del ritorno feudale e nemici della democrazia, ma all’opposto, tra le file dei paesi liberi e della loro decantata crociata per le moderne direttive di progresso e civiltà: poteva la borghesia europea confidare che il nodo minaccioso della rivoluzione in Russia si fosse potuto (guerra e vittoria sui tedeschi aiutando, e ciò soprattutto dopo la discesa in campo, dalla stessa parte, degli Stati Uniti e persino del Giappone) sciogliere in una accorta operazione diplomatica.

Quando la storia tagliò il nodo tanto altrimenti, e gli avvenimenti clamorosi di Russia si collegarono tanto strettamente colle vicende militari degli ultimi due anni del conflitto mondiale e con i conseguenti urti sociali in tutti i paesi, si ebbe una vera fioritura di dibattiti interpretativi e di battaglie, riflesso di quelle materiali, nel campo della ideologia.

I marxisti rivoluzionari di sinistra non si trovarono soltanto di fronte le spiegazioni dettate dalle vecchie ideologie dei partiti avversari, ma anche una serie di contrastanti versioni nel campo proletario. E non erano soltanto sconcertanti ed azzardate le argomentazioni di quelli che contro la rivoluzione si scagliavano, deprecandola o esorcizzandola, ma soprattutto quelle di molti che il suo successo travolgente e drammatico aveva tratto ad esaltarla.

Ad esempio anarchici e libertari, che in un primo tempo, quando socialisti legalitari e di destra volevano dare alla lotta un corso legale, avevano inneggiato alle proposte estremiste per la soppressione della dinastia e all’attacco armato a nobili delle campagne e padroni delle città, e avevano gridato che Lenin era uno dei loro (come molti borghesi e socialegalitari dal canto loro blateravano), non tardarono a sterzare di 180 gradi non appena la politica e la dottrina della dittatura furono altamente proclamate e messe in atto.

Dal canto loro, marxisti della destra riformista e socialsciovinisti che non potevano dimenticare come Lenin fosse stato il primo a bollarne la vergogna, mentre avevano, con tutta la democrazia borghese, plaudito alla rivoluzione di febbraio confidando che si sarebbe fermata ad essere democratica e guerraiola, si lanciarono con orrore contro l’ulteriore avanzata dei bolscevichi. Mentre i borghesi la stigmatizzavano per violata democrazia, quelli, i socialtraditori, si misero ad urlare in nome del marxismo la cui politica gridarono violata, insieme alla sua sociologia, per aver dato forme estreme alla rivoluzione di classe in un paese «non maturo».

Viceversa molti marxisti assai impuri nella accettazione della teoria e del metodo – ne avemmo in Italia esempi interessanti di cui non mancheremo di occuparci – abbracciarono la causa di Lenin e di Ottobre, suggestionati dall’eloquenza della vittoria, convinti – per lo più sinceramente – che ciò avrebbe dato ingresso ad una interpretazione non materialista della storia, dato rilievo all’elemento di volontà e genialità di un capo o di una élite, segnato uno svolto per il passaggio in prima linea di un nuovo popolo, di una nuova «giovane» razza, di cui si schiudeva il ciclo egemonico e di pilotaggio della generale civiltà.

Anche in questi ranghi, che si erano largamente volti al proletariato ma che davanti agli insegnamenti marxisti erano perplessi, fu dato grande peso ad uno slancio mistico che avrebbe invaso il popolo russo, lungamente oppresso dal giogo dispotico, per moventi religiosi, etici, nazionali, patriottici, insieme a quelli sociali: e soprattutto questo si avvalorò quando giunsero – a chi le respinse e a chi le accolse – le tesi di Lenin e dei bolscevichi sulle questioni agrarie, nazionali, coloniali e, non avendole affatto comprese, si credette che queste elevassero quei motori della storia all’altezza della lotta di classe e della determinante economica.

Le tesi centrali

Compito nostro è di riprendere tutto il corso storico e sociale della Russia, sia antecedente quel momento cruciale, che susseguente, e saggiarlo alla luce dei principii, per dimostrare che esso si ricostruisce e si spiega nel modo più evidente sulla base della teoria del materialismo storico e del determinismo economico; della deduzione del succedersi dei modi di produzione a seconda delle condizioni materiali in cui la specie umana vive, quanto ad ambiente naturale e quanto a forze e attrezzature produttive già sviluppate.

Tutto quanto la scuola del comunismo proletario aveva acquisito sulla base delle esperienze di lunghe lotte storiche, tutto quanto Marx e i marxisti avevano dedotto, in un primo tempo da un’analisi del primo capitalismo in Inghilterra, poi dallo studio dello sviluppo in Europa e nei paesi industriali, non nelle sue conclusioni generali intaccato dagli eventi di Russia e si attagliava benissimo alla loro successione – il che forse oggi, 1954, è ancora più palese e facile a dimostrare che negli anni incandescenti dal 1917 al 1922.

Scopo quindi di questo studio è la difesa della spiegazione determinista delle vicende storiche che ebbero per teatro la Russia, allo stesso titolo per cui essa è valida negli altri paesi.

Si tratta di confutare la controtesi che il marxismo sia un metodo applicabile nella Europa di occidente, ma cada in difetto in Russia, e in altri paesi europei arretrati, o in Asia.

Si tratta di confutare la controtesi che il marxismo e il determinismo economico valgano solo a spiegare le lotte sociali proprie dell’epoca moderna e capitalistica, laddove fin dall’origine sono applicati a descrivere tutto il ciclo della società umana, nei paesi e tra i popoli più diversi.

Si tratta di confutare la controtesi che un paese che, nella Europa industrialmente sviluppata, aveva ancora una economia prevalentemente agraria, naturale, ancora in parte fondata sulla primitiva comunità di villaggio, divenisse la scena di una particolare rivoluzione agraria di popolo, che avrebbe ridotto alla parte di personaggi secondari le forze del grande capitalismo da una parte, del moderno proletariato salariato dall’altra.

Si tratta di confutare la controtesi che, in difetto del materialismo marxista, solo fattori mistici, idealistici, volontaristici, personalistici possano fornire una chiave storica per il dramma russo.

Si tratta di confutare la controtesi che, data la composizione della società russa e la lunga sopravvivenza del dispotismo feudale, e la prospettiva di due rivoluzioni da compiere con la partecipazione del proletariato delle città, potesse, se non saltarsi, almeno abbreviarsi il «passaggio» per lo stadio e la forma capitalistica di produzione anche se la rivoluzione proletaria non avesse sopraffatto, al cadere dello zarismo, il potere capitalista in Europa.

E si tratta infine di confutare la più bolsa di tutte: la controtesi che i fatti di Russia abbiano portato in luce rapporti sociali e dati storici «inediti» e che quindi, non essendo stati noti a Marx ed ai marxisti di occidente, comportano una revisione che taluno oggi, con materiali più completi di quelli di Marx, e della sua scuola, si potrebbe assumere di pilotare!

Dove la originalità russa?

Non intendiamo in questa introduzione all’argomento anticipare gli sviluppi, ma abbiamo creduto utile prospettare, sia pure nel lato dialetticamente opposto, le conclusioni nostre.

La tesi della «rettifica di tiro» è per noi deteriore rispetto a quella che frontalmente respinge il marxismo e la dottrina della derivazione dalla sottostruttura economica e dalla sua evoluzione di tutta la vicenda storica. Se all’arrivo di Lenin andava rettificato il marxismo, e poi ancora a quello di Stalin, e poi magari a quello di Mao-tse tung, e domani a quello dell’apostolo sociale dei Mau-Mau; ciò vale tornare alla più rispettabile costruzione della storia per egemonie di popoli e di razze che si succedono o per l’avvento dei Messia. Il marxismo resta in piedi se è possibile alla luce della sua teoria dare una chiave uniforme di tutti quei rivolgimenti che la storia corrente ha fatto collimare con la «leadership» vuoi di Mosé, vuoi di Cristo, vuoi di Cesare, vuoi di Maometto, vuoi di Napoleone, con l’elezione da parte di Dio, o il turno in virtù di misteriose evoluzioni biologiche, di egizi, ebrei, greci, romani, germani, ed oggi slavi, cinesi, e magari afri. Ma se ciò non è possibile e all’ingresso di ogni popolo eletto o di ogni profeta o condottiero, la dinamica ha risposto a leggi nuove ed originali e la storia ha, obbediente, mutato il suo volto, allora queste mutazioni sono insondabili, siano esse scritte nella volontà divina o nella successione di fattori di cui non è possibile scienza, ma solo cronaca, e allora il marxismo, dopo vita breve ma rumorosa, vada pure in pensione.

Alla sorpresa storica per gli accadimenti di Russia, arrivano tutti, da tutti i lati. I borghesi vi arrivano perché scardina l’arma marxista nelle mani del proletariato di Occidente, lo attira ad altre edizioni crociatistiche contro un pericolo slavo o giallo o nero – o dispotico, terroristico, dittatoriale, soffocatore della Persona. Gli stalinisti vi arrivano per poter sostenere che malgrado le contrarie previsioni di Marx e di Lenin e di tutti i marxisti, senza la rivoluzione di Occidente la Russia è passata al pieno socialismo economico. E perfino gli antistalinisti come i trotzkisti e altri gruppi sparuti e sperduti vi arrivano saltando fuori dello «schema» di scuola e dando la colpa della degenerazione rivoluzionaria sovietica a forme che confondono con le classi, coi partiti, collo Stato, allo abuso del potere, al privilegio della burocrazia, a complicanze che il ricettista Marx avrebbe avuto il torto di non sognarsi neppure.

Ed invece il materiale per spiegare secondo la nostra direttrice la Russia del 1917 e quella di oggi, è materiale storico che per il novanta per cento risale a prima del tempo di Marx, anche nel senso che i fenomeni posteriori non hanno affatto arrecato sconosciuti modelli, così come Christian Dior non fa che copiare dall’Atene periclea, dal Rinascimento italiano, dal Termidoro francese; Hollywood, dal paradiso terrestre.

Si tratta insomma di mortificare questi scopritori di foglie di fico, che si aggirano nel campo della dottrina come il classico toro (ad immagine del quale son fatti più per le corna che per il vigore) nella bottega di cristallerie, che elevano la burocrazia a classe dominante, che fanno entrare l’economia nello Stato, che gettano allarme perché la barbarie non soffochi la civiltà di cui sono gelosi i capitalisti, e che come un ombrello comune, si stenderebbe su essi e sui lavoratori rivoluzionari.

La Russia e lo Stato

La traccia della nostra spiegazione marxista di quelli che sono stati i particolari tempi dello sviluppo storico russo, dovrà porre al suo luogo la questione dei popoli nomadi, della terra libera, del fissarsi sulla terra delle tribù, del loro lento ordinamento in una forma stabile, e dell’apparizione dello Stato e degli Stati storici.

Questo processo lo vedremo seguire in modi diversi nei limiti del classico impero mediterraneo e greco romano – agricoltura stabile, schiavismo, Stato politico consolidato centralmente e controllante su tutto il territorio politico la proprietà privata «romana», poi dell’area nord-centrale di Europa, o germanica in senso lato, degli imperi feudali, e poi Stati nazionali borghesi – agricoltura che dopo le invasioni nell’impero romano si stabilizza, franchigia prima e poi servaggio per i lavoratori, già in comunità, feudalismo decentrato con i locali signori accomandatari aventi il compito di difendere in armi la tranquillità di lavoro e raccolto, potere statale militare blando di un centro imperiale e, nel corso dei secoli, col sorgere della economia mercantile, potere accentrato statale e rivoluzione borghese antiservile, con sviluppo industriale urbano. E in terzo luogo, nei limiti di altra area, quella che possiamo dire grande slava, con terra matrigna ospite a comunità anche nomadi, vani tentativi storici di una serie di popoli per fissarsi al suolo contro mille invasori e predatori bianchi o gialli, mancanza di un feudalismo accentrato e periferico, formazione precoce dello Stato militare e politico centralizzato, rispetto all’Europa: Stato di importazione, chiesto a condottieri vichinghi, variaghi, normanni, che colla esperienza acquisita come scorridori di tutto il mondo organizzato, tra i quattro punti cardinali, seppero organizzare una stabilità agraria per il rado popolo delle terre nere. Primo burocrate alle spalle del popolo contadino russo chino sulla gleba, non conquistatore dunque ma eletto dietro concorso, il semileggendario Rjurjk dell’856 (senza mille), già conquistatore di Parigi e di Londra, primo funzionario e capo dello Stato ferreamente centralizzato che sorge da allora, primo occupatore della cadrega che ospita oggi il ricco deretano di Malenkov.

Dopo ciò, nel 1950 hanno scoperto, alcuni storici disoccupati, lo statalismo e la burocrazia russa!

Trasvoliamo traverso i tempi: all’epoca del servaggio, e fino al 1860, il feudalismo russo non solo conosce già lo Stato centrale politico, ma economicamente (è lo Stato per tutti gli dèi che entra nell’economia, e non l’opposto che saría contro natura: Stato uguale violenza, violenza uguale agente economico) dato che metà delle terre sono dello Stato, solo metà dei nobili; metà dei servi sono dei nobili, metà sono servi dello Stato. Gli stessi obblighi servili strozzano gli uni e gli altri. Il feudalismo nell’area slava è feudalismo di Stato.

Ciò avveniva da secoli prima che Marx nascesse. E quello Stato, come aveva un formidabile esercito, così aveva una polizia e una burocrazia imponenti, che a nome del monarca su tutta l’immensa terra amministravano la opera dei servi, e tenevano i nobili stessi in rispetto.

Meraviglia dunque oggi, per fare un altro volo in anticipo, che il capitalismo russo sia capitalismo di Stato? Che sia nato per opera dello zar e accumulazione di Stato? Soprattutto a fini militari? Scappatoia possibile, definirlo socialismo da una banda, o, dall’altra definirlo dominio della casta burocratica?

Questo capitalismo russo è l’unico, il vero, il tipico, quello di rigore, nella storia russa. È arrivato seguendo una via particolare, con tempi e date particolari, come tutti gli uomini nascono per la stessa via, ma in date diverse e con parti di vario andamento.

L’essenziale è questo: che tutta la gestazione si ricostruisce bene mediante la stessa dinamica del succedersi nell’ambiente materiale delle forme produttive, della stessa dinamica che ci è servita egregiamente altrove, e senza misteriosi interventi escatologici di forze extramateriali, extraeconomiche, extraclassiste. Ce la grattiamo da noi vecchi marxisti; vichinghi da strapazzo, applicatori non di novità, come Rjurjk il grande, ma di toppe scolorite, non ne mandiamo a chiamare.

Codicillo a "Meridionalismo"

Nel Filo del Tempo dell’ultimo numero, al capitoletto Nord e sud infine, mancava un periodo, che completava in modo esplicito lo argomento.

Crediamo quindi utile riprodurre la parte finale del capitoletto, includendo quanto fu omesso.

Vi è di più: in tutto il perimetro del nuovo Stato non vi erano le basi della grande industria pesante: il capitalismo italiano che a questa stregua tenne uno dei posti mondiali meno importanti si rifece sul piano – modernissimo – delle opere pubbliche, cui la conquista del Sud da parte del più attrezzato Nord aprì campo immane, facendo fallire di colpo le piccole imprese locali e dando campo di azione alle grandi compagnie ferroviarie e costruttrici, di navigazione e di ogni altra natura, a quelle che si possono dire le industrie a sede volante. Tutto questo sistema non poteva non costituire un succhiamento di ricchezza e una intensificazione di scarti di tenore di vita tra le parti del nuovo regno. Inutile ripetere la rivoluzione borghese per rimediare a questo: si andrebbe, se non fosse vuota illusione, in senso peggiore.

Nel Sud i piani di opere statali dei Borboni erano molto più seri di quelli dei vari governi di Roma, tricolori, neri o rossi domani (rosso risorgimentale). Allora potevano essere avviamento ad una autoctona industrializzazione e al formarsi di capitale indigeno, oggi sono esercitazioni ”imperiali” di capitale che manca in loco, e che, tanto più avendo perduta ogni altra colonia, si dà da fare in lavori inutili e stupidi, con miliardi della signoria americana, dello Stato nazionalpantalonesco, o dei profittatori settentrionali: vedi Cassa del Mezzogiorno e leggi di ”perequazione nazionale”.

Stamburare meridionalismo oggi, da qualunque lato, ha un senso solo: tenere mano in modo complice o imbecille a questo vasto cerchio di facile speculazione borghese, senza poter evitare che il plusvalore per legge di attrazione viaggi verso il baricentro capitalista, ossia da Sud verso Nord.

L’ammirata FIAT di Torino ha per condizione necessaria il trullo pugliese. Ridurre la differenza tra la Grandi Motori e il sottano di Matera non è affare amministrativo di applicazione di costituzioni repubblicane o di galantomismo di classe (!): è cosa connessa al far saltare in aria l’economia aziendale e mercantile. Chi fa credere quello al lavoratore gli fa più male del più famigerato capitalista e grande proprietario, del più truculento appartenente ai ceti parassitari.