Non si lascia aggirare la fredda Selene
”Nuovi e superiori rapporti di produzione non subentrano mai prima che siano maturate in seno alla vecchia società le condizioni materiali della loro esistenza. Ecco perché l’umanità non si propone se non quei problemi che può risolvere, perché, a considerare le cose dappresso, si trova sempre che il problema sorge solo quando le condizioni materiali della sua soluzione esistono già o almeno sono in formazione” .
Non i russi ma ancora gli americani hanno lanciato il secondo razzo destinato a superare la distanza a cui si trova la Luna; che non si può chiamare satellite, perché della Terra non lo sarà mai, e della Luna è solo un satellite ”candidato”. Dalle prime notizie che finalmente ammettono che a grande distanza dalla Terra si hanno velocità minori, ma forse con troppa fretta hanno dato già una velocità inferiore a quella della Luna stessa, che è di circa 3.600 km all’ora, si rileva che vi è stato un grosso sbaglio di mira, e non solo la Luna non capterà il corpo come suo satellite, sia stabile che destinato a ricadere verso la Terra (due cose altamente improbabili forse su centinaia di prove), ma nemmeno ne sarà colpita; sicché questo primo pezzo di materia, che gli uomini colle loro macchine hanno lanciato fuori dal campo di gravitazione terrestre (espressione anche essa più giornalistica che scientifica), viaggerà verso le infinite profondità dello spazio ultralunare; e non se ne saprà più nulla.
Siamo davanti al conato di una scienza decadente, che appare avere mobilitate forze immense materiali e mentali (i cervelli elettronici scomodati a calcolare l’orbita con l’errore limite di qualche secondo di arco non hanno evitato lo svarione di quindici gradi!), e in cui collaborano risorse statali-sociali-economiche immani, condannate alla impotenza da una falsa e superata organizzazione del lavoro umano.
Il limite di impossibilità al successo sta in questo deficiente e degenerante intrico di assurdità. Se il semplice lancio a più dei noti 11.000 circa metri al secondo è un successo, o meglio un primo passo rudimentale, come in tutte le conquiste umane, lo si poteva fare con un pezzaccio di metallo e non con l’ultra-artefatto apparato dai trecentomila, o forse stavolta seicentomila ”pezzi”, i cui artefici (almeno in una certa minoranza) sapevano di paralizzarsi l’un l’altro, ma sapevano pure di non volersi sabotare i rispettivi profitti!
Per nulla – nella nostra oscura opera – impressionati dal luogo comune che tutte le grandi scoperte hanno trovato degli increduli, affermiamo che il controllo dei campi dell’infinitamente grande e dell’infinitamente piccolo, in modo utile alla sapienza e alla sanità della umana specie, non si avrà che rompendo i limiti storici della divisione mercantile del lavoro.
Marx dice, nel passo citato, che il compito e il fine che l’umanità si pone appaiono solo dove le condizioni materiali del loro raggiungimento esistono, o si trovano almeno nel processo del divenire. Esse mancano oggi a pari titolo in America e in Russia. Non sono infatti condizioni quantitative ma socialmente qualitative. Non basta poter pagare molti altissimi stipendi all’Ovest o all’Est, ma si dovranno attendere forme nuove di offerta non venale del lavoro umano. Il razzo avrebbe già rivelato che la zona di radiazioni verso i 100.000 km non è compatibile colla vita dell’animale uomo. Ripetiamo un nostro vecchio concetto: gli uomini non useranno mai in queste esplorazioni il più difettoso dei loro apparecchi di osservazione, che è l’uomo stesso.
Oltre la Luna andranno per noi i robot, per noi vedranno e misureranno; il robot ha sull’uomo della società borghese un vantaggio incolmabile: non lo si può comprare.
Tanto avevamo scritto alle prime notizie che il razzo avesse raggiunta la velocità di fuga o almeno quella (circa pari) bastevole ad arrivare presso la Luna. Sappiamo bene che nell’epoca attuale nasce non prima il fatto e poi la notizia, ma prima la notizia e poi il fatto, eppure siamo stati fatti fessi.
Il Pioneer invece non è giunto che ad un terzo della strada e poi è cascato giù miseramente verso la Terra. Con volgare bugia si dice che mancava poco (direzione a parte) alla velocità necessaria. Non è questa la sede per il calcolo, ma in effetti la velocità di partenza è stata enormemente inferiore.
Questi tentativi vanno a casaccio, ripetiamo ancora, e tanto più quanto più complesso e macchinoso è il programma annunziato e lo stanziamento di spesa sbafata in cento direzioni. Centinaia di esperti diversi, ma con una specialità comune: sbafare.
Evoluzione politica dell’Africa nera Pt.2
Un Paese negro all’avanguardia: Il TOGO
Non a caso diamo l’assoluta precedenza, nella nostra sintetica disamina – di cui si veda l’introduzione al numero precedente – al Togo e al Camerun. La storia moderna dell’indipendentismo africano non si comprenderebbe bene se si ignorasse l’evoluzione politica di questi due territori dalla fine della seconda guerra mondiale.
Il movimento indipendentista ha avuto modo di svilupparsi nel Togo più felicemente che altrove, perché, come il Camerun, esso si giova di particolari condizioni favorevoli, dovute al fatto di non essere formalmente una colonia francese: invero, entrambi i Paesi sono amministrati dalla Francia per conto delle Nazioni Unite. Nel linguaggio ufficiale il Togo è quindi un territorio “in regime fiduciario”, che è poi la stessa cosa dei famigerati “mandati” che la Società delle Nazioni affidava alle potenze colonialiste. Perciò i togolesi non si sono mai sentiti sudditi francesi, ma hanno sempre guardato alla Francia come a una tutrice provvisoria, da cui liberarsi al più presto. Del resto, le N.U. sono ufficialmente impegnate a riscattare il territorio dalla tutela francese e renderlo indipendente. In tali condizioni, la Francia doveva usare un atteggiamento ben diverso che nel Madagascar o in Algeria. Non potendo adoperare la ghigliottina, si è data all’imbroglio; ma non ha potuto impedire che il Togo giungesse a una fase evolutiva, che ha avuto importanti ripercussioni in tutta l’Africa nera.
Come in tutte le questioni storiche, per ben capire il presente occorre ripercorrere il passato, rifarsi alla conquista tedesca. Il territorio, ad onta delle mitologie costruite sulla “barbarie germanica”, fu acquistato alla Germania del Kaiser dal viaggiatore Nachtigal che, nel 1884, riuscì a stipulare alcuni trattati coi più autorevoli capi tribù della Regione. È un fatto noto che la parte superiore della società, sia essa una casta tribale o una moderna classe economica, è quella che di solito si accorda con lo straniero. La dominazione tedesca nel Togo ebbe fine il 27 agosto 1914, quando la piccola guarnigione si arrese agli alleati dell’Intesa.
Alla fine delle ostilità, i nuovi padroni si divisero fraternamente le spoglie del vinto, e a santificare la transazione intervenne la Società delle Nazioni, incurante del fatto che francesi e inglesi avessero mutilato il territorio. Non è da credere che capolavori di giustizia internazionale, come la separazione delle due Coree o delle due Indocine, o, peggio, delle due Germanie, siano il frutto di una degenerazione. Gli organismi internazionali procreati dall’imperialismo non hanno mai manovrato i confini che come scimitarre sul corpo dei popoli. Comunque la spartizione che il brigantesco organismo ginevrino sanzionò il 20(?) luglio 1922, aggravò enormemente l’operazione congenere già effettuata dalla Germania e dall’Inghilterra non ancora rivali. Infatti, le due potenze, con le convenzioni firmate nel 1890 e nel 1900, si erano spartite l’area occupata dalla tribù degli Ewe. In tal modo la divisione del territorio in Togo sotto mandato francese e Togo sotto mandato britannico venne a dividere il già diviso. Attualmente gli Ewe, pur parlando la stessa lingua e avendo in comune i modi di vita, si trovano separati in tre parti distinte. Gli Ewe sono un popolo di attivi coltivatori di razza negra sudanese e costituiscono il maggior gruppo etnico della Regione.
Secondo statistiche recenti, vi sono 400.000 Ewe nella Costa d’Oro; 150 mila nella parte meridionale del Togo britannico e 175.000 nella parte meridionale del Togo francese.
* * *
La vivacità politica del movimento indipendentista togolese, si spiega anzitutto con le tendenze alla riunificazione fortemente radicate nel popolo togolese. Il problema della riunificazione di Togo fu affrontato per la prima volta nel 1947, quando il partito indipendentista (Conferenza pan-Ewe) del Togo britannico inoltrò una petizione al Consiglio di Tutela dell’ONU per chiedere la riunione del territorio abitato dalle tribù degli Ewe sotto un’unica amministrazione. L’opposizione dell’Inghilterra e della Francia, dissimulata ipocritamente dietro le solite mascherature giuridiche, si comprende bene. Da potenze fiduciarie, esse hanno sempre tramato per spingere l’evoluzione politica dei territori in modo che si creasse una struttura costituzionale tale da permettere il suo definitivo inserimento nei rispettivi imperi coloniali. Cioè, hanno lavorato per ottenere che allo spirare del regime fiduciario, i due Togo fossero posti nell’impossibilità di darsi una esistenza indipendente, e di riunirsi. Così la Gran Bretagna ha sempre puntato sull’incorporazione del Togoland alla Costa d’Oro (oggi Ghana), mirando a fomentare divisioni razziali nel costituendo Stato africano. Con non minore protervia, la Francia svolgeva una politica parallela, sforzandosi di ottenere la definitiva cattura del Togo sotto suo mandato, e, per giungere a tale non dichiarato scopo, si metteva alla ricerca di una qualsiasi riforma costituzionale che, sotto la scusa di por fine al regime fiduciario, elevasse il Togo a territorio autonomo per inserirlo poi immediatamente nella struttura carceraria della Union française.
Il gioco era pericoloso. I razzisti bianchi, a furia di ripetere che i negri sono una razza inferiore, si persuadono che ogni trucco e ogni inganno, anche il più grossolano, permetterà ai bianchi di averla vinta sul negro, eterno bambino. Proclamare decaduto il regime fiduciario del Togo per annetterlo, a seguito di un’elezione-truffa, nella Unione francese, cioè nell’impero coloniale dei capitalisti francesi, è un atto che rivela un’inguaribile mentalità razzista. Infatti, non solo i togolesi conservano intatta l’avversione per il colonialismo, come la recente grave sconfitta elettorale ha mostrato alle autorità colonialiste e ai loro servi, ma le autonomie accordate ai togolesi, sia pure con ampie riserve mentali, dovevano creare un “precedente” al quale si rifaranno le formazioni politiche dell’intera Africa nera francese in lotta per la emancipazione.
Sarà bene seguire con rigore cronologico gli avvenimenti, perché il lettore si faccia un’idea chiara del loro significato. Nel 1948, Francia e Inghilterra, per tacitare le richieste di riunificazione, montarono una ennesima truffa creando una Commissione mista anglo-francese, il cui scopo conclamato era di coordinare la politica dei due Paesi in determinati settori, quali l’esazione delle imposte, la gestione economica, l’attività culturale. Ma i partiti togolesi si rifiutarono di partecipare all’organismo truffaldino, la cui formazione collegiale era stata scrupolosamente dosata in modo che l’elemento negro, come al solito, risultasse in minoranza. Non tradendo la sua natura, la Commissione si sciolse nel 1950, dopo aver respinto una nuova richiesta di unificazione avanzata dalle tribù Ewe. Al suo posto fu istituito un “Consiglio comune per gli affari togolesi”, ma anche questo aborto venne a rapida fine. Gli sforzi delle potenze amministratrici in vista della riunificazione dei due Togo non andavano oltre questo ipocrita carosello di commissioni.
Ma forse si comportavano meglio le Nazioni Unite? A esse spetta teoricamente il diritto di decidere in ultima istanza della sorte dei territori sotto tutela: ebbene, l’unica cosa che l’organismo degnamente succeduto alla Società delle Nazioni abbia fatto, oltre al solito bizantinismo delle assemblee plenarie, è stato di inviare nel Togo delle commissioni.
Per divertire il lettore, ne racconteremo la storia. La prima commissione visitò il Paese nel 1949 e riferì che “l’aspirazione (dei togolesi) all’unificazione stava acquistando sempre maggior presa”, cioè scoprì ciò che tutto il mondo sapeva. La seconda, inviata nel 1952, percorse in lungo e in largo il Paese per convincersi che coloro che l’avevano preceduta avevano interpretato male i sentimenti della popolazione. Infatti, affermò nel suo rapporto che non esisteva nessuna maggioranza favorevole a una determinata soluzione. Evidentemente, nel corso di tre anni, la popolazione del Togo aveva subìto una profonda crisi psicologica, ed era piombata in un incredibile amletismo: non sapeva che volere! Il mistero fu svelato dalle proteste di alcune organizzazioni togolesi levatesi ad accusare le autorità francesi di aver preso misure di “intimidazione e di coercizione” per impedire la libera espressione dei negri.
Nel 1953, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite invitò la Francia e l’Inghilterra a ricostituire il Consiglio comune per gli affari togolesi, ma la richiesta cadde nel vuoto. Evidentemente, le due potenze amministratrici erano contrarie a ogni innovazione che potesse sembrare una concessione alle richieste di unificazione dei partiti indipendentisti togolesi. Ma la Francia fece di più. Infatti, nell’anno 1955, le autorità francesi risolsero d’inscenare, in spregio delle decisioni delle N.U., la farsa costituzionale cui abbiamo poc’anzi accennato.
Il 16 aprile furono accordati al Togo, primo fra tutti i territori d’oltremare, un “Consiglio di governo” e i “Consigli di circoscrizione”. Ciò prova come il Togo abbia marciato all’avanguardia del movimento indipendentista anti-francese. Difatti tale ordinamento, che segna il primo cedimento del colonialismo francese nell’Africa nera, anche se i nuovi organi non intaccano la sostanza della dominazione coloniale, venne esteso agli altri territori soltanto nel luglio 1956. Come vedremo meglio per l’Africa Occidentale e l’Africa Equatoriale francesi, simili organi avevano e conservano un potere meramente nominale, la fonte del potere effettivo essendo tuttora il governatore del territorio, anche se a costui è stato cambiato il titolo, troppo legato alle tradizioni colonialiste. Comunque, la loro introduzione nel vecchio sistema coloniale veniva a chiudere in un certo senso un’epoca: quella dell’assolutismo della burocrazia coloniale.
Alla “riforma” istituzionale seguirono nuove elezioni. Avendo compreso il gioco francese, i partiti nazionalisti favorevoli alla riunificazione dei due Togo in un solo Stato, le boicottavano. In tal modo risultava eletta un’Assemblea territoriale formata unicamente da collaborazionisti filo-francesi. Nel luglio, la commedia arrivava allo snodamento voluto dai registi francesi. L’Assemblea votava all’unanimità (si badi: all’unanimità!) una mozione reclamante l’abolizione del regime di tutela internazionale e proclamante la “volontà dei togolesi di proseguire la loro evoluzione in stretta associazione con la Francia”. Vale a dire che il governo di Parigi mirava a mettere fuori discussione con un solo colpo, sia le Nazioni Unite, alle quali spettava il diritto di dare un assetto definitivo al territorio in “amministrazione fiduciaria”, sia il campo dei partiti indipendentisti. Crediamo non sia indispensabile l’“esprit” francese per architettare simili manovre. Trucchi così sfacciati, resi possibili dalla venalità e dalla vigliaccheria di pochi abbrutiti, sono alla portata di qualunque imbroglione.
L’improntitudine delle autorità colonialiste raggiungeva il colmo l’anno dopo, quando l’Assemblea territoriale approvava (10 agosto 1956) un nuovo Statuto elaborato dal governo francese. In base ad esso, il Togo diventava una “repubblica autonoma nel quadro dell’unione francese”. In altre parole, il Togo nel medesimo istante in cui diventava “indipendente”, veniva annesso all’Unione francese, alias all’impero coloniale francese. Che facciamo a questo punto: ci mettiamo a ridere o ci sdegniamo? Certamente gli illustri dirigenti della politica coloniale francese si saranno fregate le mani, quando da Lomé giunse la notizia che confermava la riuscita dell’odiosa manovra. Ma essi non ingannavano che sé stessi. Con simili arlecchinate non si salva dalla rovina un impero coloniale.
Che il nuovo statuto perpetuasse, sotto i soliti fronzoli giuridici, l’antico rapporto coloniale è provato da un esame, anche non severo, delle attribuzioni e competenze dei nuovi organi. L’assemblea territoriale diventava un’assemblea legislativa eletta a suffragio universale per cinque anni, mentre il vecchio “consiglio di governo” era promosso al rango di un Consiglio di ministri, responsabile di tutta l’amministrazione interna. Ma al governo togolese così congegnato veniva sottratta l’amministrazione della sicurezza interna ed esterna (cioè delle forze armate) che restava nelle mani del commissario francese, ex-governatore. Parimenti erano riservati agli organi centrali della Repubblica francese, cioè al governo e al parlamento di Parigi, la difesa, le relazioni con l’estero e i servizi pubblici. Con non diversi criteri De Gaulle inventerà la “comunità” franco-africana.
L’ipocrisia democratica richiedeva che il nuovo statuto, elaborato dal governo francese e approvato dal governo-fantoccio togolese, fosse sottoposto a referendum. C’è poco da stupire: la borghesia, nella metropoli o nelle colonie, indice le elezioni che sa in anticipo di vincere. Il referendum, dal punto di vista della speciale (e inane) giurisprudenza dell’ONU, era illegale, non spettando alla Francia, potenza fiduciaria, di orientare l’evoluzione politica del Togo. Le Nazioni Unite rifiutavano di inviare loro osservatori. Ma il referendum ebbe luogo egualmente alla data fissata, e cioè il 28 ottobre 1956. Ancora una volta, i partiti nazionalisti boicottavano la consultazione riuscendo a farsi seguire dal 20% degli elettori iscritti. Votava il 77% degli elettori, con i seguenti risultati: il 71% si pronunziava a favore del nuovo statuto, vale a dire per l’ingresso nella Union Française; il 5% per il mantenimento del regime di tutela.
Il modo in cui i pretoriani di Salan e Massu hanno organizzato le elezioni in Algeria, dove gli elettori hanno ricevuto due schede di diverso colore, per cui chi votava per l’indipendenza sapeva di essere immediatamente identificato dagli sgherri che lo attorniavano, ha gettato molta luce sui metodi “democratici” della Francia. Quanto accede oggi autorizza a revocare in dubbio tutte le consultazioni popolari organizzate dalle autorità francesi nelle colonie. Di certo v’è che il referendum togolese si svolgeva senza alcun controllo degli osservatori dell’ONU. D’altra parte, all’epoca in cui si svolgeva la consultazione, era presidente del governo-fantoccio Nicola Grunitzky, noto fautore della “indipendenza nel quadro di una stretta collaborazione con la Francia”, lo stesso che dire annessione alla Francia. Che gli elettori fossero stati tratti in inganno dalla promessa di indipendenza, e credessero davvero che la proclamazione della cessazione del regime di tutela segnasse l’inizio di una esistenza indipendente mentre essa serviva alla Francia solo per estromettere l’ONU dal territorio, è provato ampiamente dai risultati delle elezioni dell’Assemblea legislativa, nell’aprile di quest’anno.
* * *
Anche questa consultazione ha una sua storia. Il lettore forse si meraviglierà che noi, antielezionisti e astensionisti, ci occupiamo diffusamente delle lotte elettorali borghesi. Ma, come abbiamo avuto occasione di dire altrove, altro è la competizione elettorale che si svolge nell’ambiente della rivoluzione nazional-democratica, dove accade che si deponga la scheda per impugnare le armi; altro è la squallida gazzarra schedaiola che si svolge nei Paesi capitalisti, dove tutti i partiti sono legati alla stessa mangiatoia.
Le Nazioni Unite, che avevano rifiutato di sovrintendere al referendum, non accolsero la tesi francese secondo cui il territorio era ormai maturo per la fine del regime di tutela e rinviarono ogni decisione a dopo l’elezione a suffragio universale di un’Assemblea legislativa. Qui risalta ancora una volta la sfacciataggine dei colonialisti francesi, i quali si battono contro l’ONU sostenendo che i togolesi sono ormai politicamente maturi per sottrarsi al regime di tutela, ma subito dopo si affrettano a negar loro il diritto di governarsi, effettivamente e non sulla carta, da soli.
Nello stesso periodo di tempo, le Nazioni Unite nominarono una commissione (un’altra!) incaricata di recarsi sul posto “per esaminare la situazione complessiva del Togo risultante dall’applicazione pratica del nuovo statuto, e le condizioni nelle quali lo statuto stesso era stato attuato”. Questa volta la commissione (composta da rappresentanti del Canada, Danimarca, Filippine, Guatemala, Jugoslavia e Liberia) vedeva le cose con maggiore perspicacia, pur non riuscendo a liberarsi dallo spirito di compromesso. Infatti, pubblicava nell’agosto 1957 un rapporto nel quale si avanzavano “gravi riserve sulla portata dell’autonomia concessa al governo togolese”, ma si definiva lo statuto del 1956 un “passo importante, ma non definitivo” sulla via della emancipazione politica del Togo. Chiaro esempio di giudizio “made in ONU”. Ecco la Francia che si mette sotto i piedi la “legalità internazionale”; i “commissari” dell’ONU si guardano bene dal condannarla. Quello che è un aperto arbitrio della Francia (la decisione di por fine al regime di tutela per incorporare il territorio nell’Unione Francese), viene definito pilatescamente un “passo importante” sulla via della indipendenza politica togolese! In compenso era approvato il rapporto che insisteva anch’esso sulla necessità di una nuova consultazione elettorale per la designazione dell’Assemblea legislativa togolese.
Il crollo di tutto il castello di miserabili inganni costruito dai funzionari francesi si è avuto non appena la nuova consultazione elettorale si è svolta. Che si sia trattato di una grave sconfitta per il colonialismo francese e i suoi servi lo dimostrano i commenti della stampa borghese. Il 29 aprile 1958, “Il Tempo” intitolava così la corrispondenza da Lomé: “Vota per l’indipendenza la popolazione del Togo” e aggiungeva nel sottotitolo: “Le elezioni, svoltesi sotto il controllo dell’ONU, hanno dimostrato che l’ex colonia vuol staccarsi dalla Francia”. Certe verità non si possono nascondere. Di certo v’è che si produceva nel Togo un radicale capovolgimento politico che sventava tutte le manovre della Francia e provava come l’elettorato, che due anni prima aveva approvato il nuovo statuto imposto dalle autorità colonialiste, era stato abilmente ingannato, avendogli il campo filo-colonialista prospettata l’adesione alla Unione francese come l’inizio della indipendenza. L’esperienza doveva invece aprirgli gli occhi e mostrargli come la vera indipendenza togolese sia ancora da conquistare.
Le elezioni del 27 aprile 1958 vedevano la schiacciante vittoria di una coalizione di partiti dell’opposizione. Dei 46 seggi della nuova assemblea legislativa, ben 28 toccavano al principale partito dell’opposizione, il “Comitato dell’unità togolese”. I partiti governativi, favorevoli “a una indipendenza nel quadro di una stretta collaborazione con la Francia” subivano una clamorosa sconfitta. Essi riuscivano a strappare a stento 13 seggi, di cui 10 erano assegnati all’“Unione dei capi e della popolazione del Nord” e 3 al “Patito togolese del progresso”, di cui è leader Pietro Grunitzky, accanito sostenitore della “comunità franco-africana” e, all’epoca, primo ministro uscente.
La questione togolese resta tuttora aperta. Se la Francia ha manovrato per ottenere un decadimento di fatto del regime di tutela, l’ONU deve dire la sua parola definitiva. Ma, più che il responso dell’assemblea di quello che è il massimo organismo della conservazione internazionale, conta la volontà espressa inequivocabilmente dalla popolazione togolese. Che il Togo non intenda restare sotto la dominazione francese non può più essere negato da nessuno. Esso è un piccolo Paese creato dagli imperialisti e non un prodotto di condizioni naturali. Da solo non potrebbe svilupparsi bene, come del resto quasi tutti i territori che la Francia ha tagliato arbitrariamente nel corpo delle Nazioni africane: l’indipendenza, in tali condizioni, avrà un senso solo se rafforzerà le tendenze unificatrici dei popoli che gli attuali confini innaturalmente dividono. Resta comunque il fatto che l’evoluzione politica del Togo ha messo in moto tutta l’Africa nera assoggettata al colonialismo francese.