Tabella di confronto di chi non fa il tifo per nessuno:
Dati comunicati
Sputnik I
Sputnik II
Explorer 1
Explorer 2
Tempo di rivoluzione
94′ 72”
103′ 52”
113′
115′ 27”
Massima altezza, km
810
1.670
2.600
2.600
Data del lancio
4 ott. 1957
3 nov. 1957
31 gen. 1958
31 gen. 1958
Dati aggiuntivi calcolati
Sputnik I
Sputnik II
Explorer 1
Explorer 2
Semiasse maggiore, km
6.958
7.390
7.830
7.948
Distanza apogea, km
7.188
8.048
8.978
8.978
Distanza perigea, km
6.728
6.732
6.682
6.918
Minima altezza, km
250
354
304
540
Semiasse minore, km
6.930
7.360
7.700
7.810
Velocità media, km /sec.
7.600
7.500
7.200
7.150
Velocità massima, km/sec.
7.800
8.170
8.360
8.100
Velocità minima, km/sec.
7.410
6.840
6.230
6.250
Dopo il lancio dei due satelliti russi facemmo i nostri commenti nei nn. 20, 21, 22 e 23 del 1957 e ci scusammo coi lettori di dover aggiungere alle considerazioni storico-politiche anche quelle scientifiche in una sobria misura, e… filosofiche.
Nel n. 22 del 23 novembre-7 dicembre facemmo stato di un comunicato ufficiale russo dimostrando che le nostre deduzioni dalle prime notizie erano esatte e restavano confermate.
Nella tabella qui sopra disegnata, quei dati di allora sono riportati integralmente per metterli al confronto coi dati americani.
Non occorre molta scienza per sapere che tutto il mondo è paese e quindi le due macchine di propaganda, più complicate assai dei razzi stessi e delle loro armature di lancio, sfornano i risultati nella stessa direzione, ossia in quella che fa gioco nell’imbottire i crani. L’emulazione, agli occhi del grosso pubblico mondiale, gioca nel vantare grandi altezze raggiunte dalla superficie terrestre, ed alte velocità impresse al corpo viaggiante.
Con considerazioni di fisica elementare, ma non ammaestrata al servizio di potere alcuno, facemmo vedere che un risultato probante è certamente la grande distanza del satellite dalla Terra, ma occorre bene chiarire qual è la distanza massima e la minima. Un risultato che davvero distinguesse un corpo ospite dello spazio interplanetario da un proietto terrestre sarebbe una grande altezza minima, e con poco scarto dalla massima e quindi dalla media.
Quanto alla velocità, se è chiaro che quella di partenza deve essere elevata oltre gli 8.000 metri al secondo per far sì che il corpo non ricada nel primo giro (e oltre 10.000 se dovesse lasciare la sfera di attrazione della Terra), fino a che si tratta di un satellite sulla sua orbita, il grande risultato sarebbe la bassa velocità (quella della Luna che è un satellite serio è circa 1 km, ricordiamo, al secondo).
Invece si fa voluta confusione tra velocità di lancio e velocità in orbita, massima e minima, e si tace, o se ne sa poco, la distinzione tra altezza di ultimo lancio, altezza massima e minima in orbita (distanza apogea e perigea).
Gli americani che tanto si vantano di fare tutto alla luce del sole, senza nascondere manco le loffe, non sono stati meno volutamente oscitanti, se non ermetici.
Nel nostro calcolo che non pretende a rigore ed è del tutto grossolano, ma ci consente di garantire i risultati di confronto, partiamo da due dati che bastano a tutto: il tempo di un giro completo sull’orbita, e la massima altezza o distanza dalla superficie terrestre. Diciamo però che riteniamo di facile verifica il primo, ma molto dubbio il secondo, per ragioni già dette.
Usando le leggi di Keplero e confrontando con la Luna, satellite da bon, chi sa il tempo di rivoluzione trova il semiasse maggiore dell’orbita ellittica. Se si tiene per buona la massima altezza, e conoscendo il raggio terrestre, si ha la distanza apogea (massima tra satellite e centro della Terra) e da questa la perigea. È anche facile trovare il semiasse minore, di poco più breve del maggiore, come per la Luna. E si possono dedurre le velocità: massima al perigeo, minima all’apogeo, e media.
Per i satelliti russi trovammo che lo Sputnik II, più grosso, giunto più in alto, toccava però una minima altezza non diversa da quella del primo (354 e 350 km). Pronosticammo che sarebbe stato in aria più o meno lo stesso tempo. Il primo ha girato tre mesi, la caduta del secondo non dovrebbe essere oggi molto lontana, se siamo fortunati in questo celeste totocalcio.
Il secondo Sputnik aveva però orbita più allungata, e se maggiore fu la velocità massima, la minima diminuì di molto, e la media di poco.
Dell’Explorer americano sono stati forniti dati contraddittori. Affermiamo che né russi né americani sanno i dati dell’orbita prima dei lanci, ed aspettano a calcolarli dal tempo di rivoluzione, e forse dalla altezza minima, che è il ponte dell’asino, e non dalla dubbia massima, con passaggi di poca osservabilità.
La prima cifra di novanta minuti per la piccola luna statunitense è stato un lapsus (non diciamo delle calcolatrici, ma delle telescriventi; siamo nella civiltà in cui la macchina fa fesso l’uomo). Poi hanno annunciato 113′ indicando le altezze massima di 3.200 km e minima di 320, infine portando la massima a 2.600 e la minima a 370 dato il tempo, evidentemente misurato, di 115′ 27”.
Nel nostro calcolo teniamo per buoni i rilevanti 2.600 km, e usiamo i due tempi sopra detti nelle due versioni. Avviene questo: che col primo tempo la minima altezza risulta di soli 304 km, mentre col secondo dato del giorno 4 essa aumenta (e sarebbe importante) a 540 km. In relazione a tale dato si potrebbe spiegare la vanteria che il satellite americano resterà in aria dieci anni, alla quale pensiamo vada fatto un poderoso taglio.
Se invece prevalgono i dati della prima versione, data anche la leggerezza del satellite americano che aggrava il ritardo del mezzo anche tenue, esso non dovrebbe battere di molto gli Sputnik. La prima versione è la sola che raggiunge la vantata velocità di 30.000 km orari.
Ai fini della durata nello spazio, su cui poco si sa oggi, influisce la minima altezza. Se due orbite hanno la stessa distanza perigea, e diversa distanza apogea, per orbite non esageratamente allungate metà della corsa si svolge nei pressi del pianeta in ambi i casi, e l’effetto rallentatore ha lo stesso peso. Crediamo quindi un poco tendenziosa la seconda versione americana, che tende ad esaltare la minima altezza dell’Explorer ad un valore che batte di molto gli Sputnik. Li staremo ad aspettare quaggiù, e ad osservare la fretta dalle due parti di lanciare altri in volo, che imbrocchino in orbite migliori.
Se fossero vere le quattro verticali della nostra tavola, come si pronunzierebbe il nostro arbitro, che se ne frega in pari grado di tutti i concorrenti?
– Maggiore massa del corpo lanciato: Sputnik II.
– Massima altezza raggiunta: Explorer.
– Energia cinetica: essendo il prodotto dei primi due dati, prevalgono di molto gli Sputnik sull’Explorer.
– Figura più circolare dell’orbita (ovvero sua minore eccentricità): Sputnik I.
– Maggiore velocità massima: Explorer prima versione (dato il poco scarto è di non molto valore di merito).
– Minima media velocità (dato veramente optimum nel senso del progresso generale ed internazionale): primo, Explorer seconda versione; secondo, Explorer prima versione; terzo, Sputnik II; quarto, Sputnik I.
Siamo dolenti ma, sportivamente, in ogni classifica vi è un fuoriclasse:
– Primo, Padreterno: Luna.
Codicillo. La nota che precede è stata scritta tre o quattro giorni dopo il lancio dell’Explorer americano, ma in seguito non si sono avute maggiori indicazioni sui dati dell’orbita. Tanto per il satellite yankee che per quello russo ancora in corsa (al 18 febbraio) si preferisce parlare dei… successori. Ciò conferma due nostre illazioni: l’orbita è del tutto incerta ed incalcolabile al momento del lancio del razzo multiplo, dagli effetti estremamente indeterminati ed ”improgettabili” (altro che lanciare prima una stazione spaziale e poi ”abbordarla” come nella fantascienza di moda!). Dopo il lancio è anche indeterminata e dubbia la lettura dei dati dell’orbita e del suo modificarsi, che non si riuscirebbe a fare che per un satellite decine di volte più lontano e più lento.
Per lo SputnikII una notizia è data dal centro di ricerche dell’aviazione svedese, che sembra attendibile. Il periodo sarebbe sceso a 96 minuti, perdendo in tutto 8 minuti dal lancio, che finalmente sono indicati correttamente come anticipi sul passaggio. I satelliti finiscono anticipando e accelerando come spiegammo, la velocità, mentre si avvicinano al pianeta. Secondo la fonte il tempo limite sarebbe di 88 primi, che, a quattro secondi al giorno, sarebbe raggiunto alla metà di aprile.
Nostre modeste osservazioni. Col solito calcolo, a 96 primi il semiasse maggiore dell’orbita dello Sputnik II si è ridotto da 7.390 km, a solo 7.028. Per sapere le distanze dalla Terra, di cui non si dice nulla si può fare l’ipotesi che l’orbita resti simile a se stessa nello stringersi, conservando il suo grado di eccentricità. Pura ipotesi, perché la perdita di energia dipende da due cause che variano lungo l’orbita – resistenza del mezzo e velocità – ma forse favorevole agli imputati.
In tal caso le distanze apogea e perigea sarebbero scese a 7.620 e 6.390 km da quelle in tabella. La prima da un’altezza massima scesa da 1.670 km a soli 1.340. Quanto alla minima, per il calcolo è di soli… 12 km. Dunque il momento critico sarebbe già arrivato.
Perché il periodo scenda a 88 primi come dicono gli osservatori svedesi, l’orbita si dovrebbe ”arrotondare”. Infatti il semiasse scenderebbe ulteriormente a 6.626 km, la distanza massima sarebbe 7.200 con un’altezza di poco più di 400 km, ma la minima sarebbe minore del raggio terrestre, ossia 6.030 km! Quindi se tanto mi dà tanto non è possibile che il satellite russo stia per aria fino al 15 aprile.
Probabilmente i due ”mondi” si emuleranno nel lasciarci senza satelliti, non essendo da supporre che il minuscolo Explorer tolleri un periodo tanto corto quanto lo SputnikII, anche per la maggiore eccentricità della sua orbita, dedotta dai dati annunziati.
Segue: Parte I. La dottrina dei modi di produzione valida per tutte le razze
Le pagine centrali del Capitale
L’opera massima di Carlo Marx, seguendo a vent’anni di distanza il Manifesto del Partito Comunista, sulle medesime rigorose tracce, ed essendo tanto un trattato della scienza economica quanto una battaglia data al capitalismo mondiale, in cui la scelta delle posizioni del partito rivoluzionario è decisiva e completa, ha per capitoli fondamentali quelli sull’accumulazione iniziale, o primitiva, del capitale.
La tesi dell’avversario è quella che il modo di produzione per capitale e salariato sia ”naturale” nell’economia umana, quanto il modo mercantile di scambio delle merci – e che la storia che ha condotto al tempo moderno borghese abbia per tema la liberazione dell’umanità da orride forze che violentavano l’economia in modi arretrati, incivili e contro natura.
La dimostrazione centrale che rovescia per sempre questa tesi, e alla quale in teoria non occorreranno più ”arricchimenti” futuri tanto è data in modo splendente, sta nel mostrare che il modo capitalistico non ha accompagnato il nascere dell’umanità, ma per sorgere ha avuto bisogno di una violenza tanto innaturale quanto inumana.
Uno dei settori della dimostrazione di quell’epopea di brigantaggio e di sterminio borghese che fu l’accumulazione iniziale riguarda fin dal perfetto testo di partenza l’opera della classe dominante nella razza bianca, che già aveva predato e sterminato nei paesi di origine, nei continenti di oltremare e tra gli sventurati popoli di colore.
Stralciare dal marxismo queste pagine, per sostenere che la faccenda della rivoluzione anticapitalista è un fatto interno della razza bianca, nell’antagonismo tra padroni e proletari metropolitani, non è follia diversa da quella di giustificare una collaborazione di classe bianca a danno dei colorati.
Il capitolo che nell’edizione italiana è ventiquattresimo, ed è in sostanza il conclusivo, dal titolo: La cosiddetta accumulazione primitiva, si divide nei notissimi paragrafi: 1. Il segreto dell’accumulazione primitiva. 2. Espropriazione della produzione rurale. 3. Legislazione sanguinaria contro gli espropriati a partire dalla fine del secolo XV (Inghilterra). 4. Genesi degli affittaiuoli capitalisti. 5. Contraccolpo della rivoluzione agricola sull’industria. Creazione del mercato interno per il capitalista industriale. 6. Genesi del capitalista industriale. Il 7. è il famoso paragrafo finale di cui abbiamo tante volte rifatta l’esposizione, ricordando le falsificazioni degli antimarxisti e la magistrale esposizione confutatoria dell’Antidühring: La tendenza storica dell’accumulazione capitalistica. O noi siamo tanti illusi, e non è dato dare disegni per il futuro; o questo disegno è stato scritto una sola volta e per sempre, non migliorabile.
Che questo tracciato di tutto il capitolo sia dato storicamente per il modello inglese, non toglierà che noi lo invochiamo per tutti i paesi e per tutti i tempi. Né ci ha mai arrestati l’obiezione che, al solito, ”dopo Marx” negli altri paesi invasi dall’accumulazione non sono tutti scomparsi come in Inghilterra i piccoli produttori contadini ed artigiani, mentre proprio la società modello inglese non contiene il partito proletario rivoluzionario, e non lo ha mai contenuto potente. La lezione del modello resta: l’impostazione di tutta la storia mondiale contemporanea conduce alle risposte, senza cancellare versetto alcuno.
Perché quello che si deve intendere, e che dopo una grande vittoria internazionale proletaria sarà limpido a intendere come acqua di fonte, è come Marx fa passare la via al socialismo per due grandi tappe: formazione del mercato interno con la fabbricazione dei proletari senza proprietà, pauperi (il che è altro che miseri, o più miseri quanto a consumo personale) grazie all’espropriazione dei produttori liberi, formazione del mercato mondiale grazie all’espropriazione e sterminio, cogli stessi metodi, delle popolazioni di oltremare. Ma quando descrive queste barbare fasi Marx, ossia il partito rivoluzionario, dialetticamente si pone al fianco del piccolo produttore espropriato, delle popolazioni coloniali di colore asservite ed oppresse.
Il rovesciamento del passato
Per l’ennesima volta invitiamo i compagni ad apprendere a leggere correttamente nello scritto di Marx il programma del partito comunista e la descrizione a contorni taglienti della società comunista, nelle invettive alle gesta dei capitalisti lungo la loro storia passata, e tanto più a sapercela leggere quanto più quelle stesse imprese borghesi sono apologizzate non solo come passi necessari sulla strada della rivoluzione proletaria, cui mai si propongono panacee sostitutorie, ma proprio come movimenti positivi che nelle tappe storiche specifiche e nei circuiti precisati la classe proletaria e il suo partito comunista devono sostenere armi alla mano.
Qui, come altre volte, dobbiamo farlo con poche citazioni, ma esse sono sempre scelte a catena, in ordine logico, e come pietre miliari che segnano un lungo tratto di strada storica. Indichiamo le pagine dell’edizione Aventi! 1915, vol. VII che riproduciamo con qualche correzione.
Il ”segreto”, parola che tanto ci piace a dispetto di sarcasmi imbecilli che da mezzo secolo ci gonfiano la testa, in quanto un segreto si svela d’un colpo solo, e dopo non resta che cosa aggiungere, sta a pag. 686. La dissoluzione del modo feudale (servitù rurale e corporazione urbana) sprigiona gli elementi costitutivi della società capitalista. ”Il movimento storico che trasformò i produttori in salariati si presentò dunque come la loro liberazione dalla servitù e dalla gerarchia industriale; d’altro lato questi ’liberti’ (schiavi emancipati dal padrone in Roma) non divengono venditori di se stessi se non dopo essere stati spogliati di tutti i loro mezzi di produzione, nonché di tutte le garanzie di esistenza offerte dall’antico ordine di cose. La storia della loro espropriazione non poggia su semplici congetture; essa è scritta negli annali dell’umanità a lettere indelebili di sangue e di fuoco”.
Noi leggiamo che nel modo comunista vi sono garanzie di esistenza per tutti a carico della società, mentre non esistono più venditori di se stessi (né salario, né moneta).
Durante la selvaggia espropriazione dei contadini nel sec. XV la società inglese ”non aveva ancora raggiunto quell’alto grado di civiltà in cui la ricchezza nazionale (wealth of the nation), vale a dire l’arricchimento dei capitalisti e l’impoverimento della massa del popolo, la sfacciata speculazione svoltasi intorno a tale a tale impoverimento, passano per il culmine della sapienza di Stato”. Passarono per tali per i borghesi come Gladstone del 1865 e altrettanto per i ”comunisti” di scuola moscovita di oggi, che vogliono arricchire il popolo, la patria e la nazione…, come il marxismo (pag. 690).
”Il diciottesimo secolo non comprese così bene come il diciannovesimo l’identità di queste due espressioni: ricchezza della nazione, povertà del popolo”. Il ventesimo spiegherà ai fossili seguaci di Marx i fastigi americano-russi del ”reddito nazionale”.
Una sintesi memorabile (pagina 704). ”La spogliazione dei beni della Chiesa, la alienazione violenta dei demani dello Stato, il saccheggio dei terreni comunali, la trasformazione usurpatrice e terroristica della proprietà feudale e patriarcale in proprietà moderna e privata, lo sterminio delle casette dei contadini; ecco i metodi idillici dell’accumulazione primitiva. Essi hanno conquistato la terra per l’agricoltura capitalistica, hanno incorporato il suolo al capitale, e creato per l’industria delle città l’offerta necessaria di un proletariato senza focolare né tetto”.
Può in questo passo leggersi che il carattere della trasformazione socialista sarà anche di rovesciare l’inurbamento e i mostruosi alveari industriali, fenomeno che gonfia oggi la Russia detta sovietica.
Appare attualmente, nei paesi capitalistici sviluppati, che l’offerta dei salariati al capitale si presenti pacifica e spontanea, approfittandone gli economisti per parlare di azione di ”leggi naturali”. Ma soccorre lo studio del passato. ”Accade differentemente durante la genesi storica della produzione capitalistica; la borghesia nascente non potrebbe fare a meno dell’intervento costante dello Stato; se ne serve per regolare il salario ossia per deprimerlo al livello conveniente; per prolungare la giornata di lavoro e mantenere il lavoratore stesso al grado di dipendenza voluto. È questo un momento essenziale dell’accumulazione primitiva”(pag. 708). Da notare come molti maniaci di una moderna economia borghese diversa da quella nota a Marx, hanno scoperto verso il 1950 che lo Stato entrava nell’economia o questa nel primo (ogni corbelleria va presa dalla testa o dalla coda, a piacere).
Marx (pag. 713) non è giunto ancora alla genesi della classe degli imprenditori capitalisti, e sta per cominciare da quelli affittaiuoli agrari, ”dopo aver già considerato la violenta creazione di un proletariato senza fuoco né tetto, la disciplina sanguinaria che lo trasforma in classe salariata, l’ignobile intervento dello Stato per favorire lo sfruttamento del lavoro e per conseguenza l’accumulazione del capitale”.
A pag. 718-719 nella magnifica descrizione del formarsi del mercato interno inglese Marx deplora che, come i coltivatori si trasformano in salariati, così i loro mezzi familiari di sussistenza, gli attrezzi e i prodotti dell’industria domestica rurale, specie i filati e i tessuti, sono trasformati in merci ottenibili solo con denaro, come mercato per il capitale industriale. ”È così che l’espropriazione dei contadini, la loro trasformazione in salariati conduce all’annientamento dell’industria domestica nelle campagne, al divorzio dell’agricoltura da ogni specie di manifattura; ed infatti solo questo annichilimento dell’industria domestica può dare al mercato interno di un paese la costituzione e l’estensione che esigono i bisogni della produzione capitalistica”. È un altro passo che richiama il programma della rivoluzione socialista, che consiste nel rovesciare le barriere sorte tra città e campagna, tra manifattura e coltura agraria, il che è concepibile solo in un’economia senza merci e senza mercato.
I crimini borghesi di oltremare
Siamo alla completa genesi del capitalista industriale, ed al passaggio dal mercato interno al mercato mondiale. È qui che vengono in evidenza le nuove collane di atroci sopraffazioni che si svolgono fuori dalle frontiere del primo paese capitalista, l’Inghilterra.
La citazione non è certo nuova.”La scoperta delle contrade aurifere ed argentifere dell’America la distruzione e riduzione a schiavi degli indigeni, il fatto che questi vennero sepolti nelle miniere o sterminati, le cominciate conquiste e le depredazioni nelle Indie Orientali, la trasformazione dell’Africa in una specie di parco commerciale per la caccia alle pelli nere, ecco gli idillici processi di accumulazione primitiva che segnano l’aurora dell’era capitalistica. Subito dopo scoppia la guerra mercantile fra le nazioni europee; essa ha per teatro il mondo intero. Cominciata con la rivolta dell’Olanda contro la Spagna, essa assume gigantesche proporzioni nella crociata dell’Inghilterra contro la rivoluzione francese, e si prolunga fino ai nostri giorni in spedizioni da pirati, come le guerre dell’oppio contro la Cina”.
Il passo memorabile (pag. 722) indica la serie degli spostamenti di potenza imperiale: Portogallo, Spagna, Olanda, Francia, Inghilterra, che ”nel terzo finale del diciottesimo secolo combina tutti questi momenti in un complesso sistematico, che comprende nello stesso tempo il regime coloniale, il credito pubblico, la finanza moderna e il sistema protezionistico. Alcuni di questi metodi sono basati sulla violenza brutale, ma tutti senza eccezione si valgono del potere dello Stato, la forza concentrata ed organizzata della società, per facilitare artificialmente il passaggio dall’ordine economico feudale all’ordine economico capitalistico, ed abbreviare le fasi di transizione. La violenza è la levatrice di ogni società vecchia che porta nel suo grembo una nuova creatura. Essa stessa è una potenza (un agente) economica”.
Il giudizio di Marx sul sistema coloniale espresso in un passo talmente fondamentale come quello citato, è dunque quanto mai esplicito e pone da allora il movimento rivoluzionario del proletariato contro le nefande imprese coloniali delle potenze borghesi mondiali.
Segue un’elencazione rovente di tutte le infamie commesse oltremare dai conquistatori europei. Raccapriccianti furono le gesta degli olandesi nell’attuale Indonesia. Tra l’altro essi corruppero il governatore portoghese di Malacca, ma entrati nella città lo uccisero per non pagargli il convenuto prezzo in 21.875 sterline. Le razzie di manodopera erano così feroci che una provincia della fertilissima Giava che aveva nel 1750 ottantamila abitanti, nel 1811 si era ridotta ad ottomila!
I monopoli della Compagnia Inglese delle Indie Orientali sul tè, sul tabacco, sul riso, sul commercio in generale rovinarono le popolazioni cinesi ed indiane con inaudite estorsioni e soprusi e provocando carestie sterminatrici a scopo di accumulazione.
Se feroci furono i metodi usati dagli avventurieri coloniali verso questi popoli già densi e anche civili nei confronti dei quali si volle attuare un commercio di esportazione dei loro prodotti tropicali e di importazione dei manufatti di industrie europee, e se fu feroce il sistema delle piantagioni col quale si intensificava la produzione sul posto delle derrate agrarie speciali occupando vastissime estensioni di terreno ove si ponevano a lavorare gli indigeni contro un pugno di cibo e sotto le frustate; peggio ancora si vide nelle ”colonie propriamente dette” nelle quali, come in America, poi l’Australia, Sud Africa, ecc. si avviava la popolazione europea e nello stesso tempo il capitale produttivo metropolitano. Qui nei primi decenni si procedette a sgomberare addirittura il territorio dalle popolazioni aborigene con inaudite stragi sterminatrici come quelle di spagnoli e portoghesi nelle Americhe del Sud e del Centro e di inglesi e francesi del Nord.
Marx (pag. 725) ricorda episodi nei quali ”il carattere cristiano dell’accumulazione primitiva si mostra sempre evidente”. È risaputo come la religione giustificava questi massacri di innocenti, per lo più indifesi e quasi inermi, pretestando che, non essendo compresi nei tre ceppi citati nella Bibbia, i pellerossa non avessero l’anima.
”Gli austeri intriganti del protestantesimo, i puritani, stabilirono nel 1708, con decreto emanato nella loro assemblea, premi di 40 sterline per ogni scalp (cuoio capelluto) di indiano, o per ogni prigioniero, portato a Massachusetts Bay. Nel 1744 si pagò 100 sterline per scalp di indiano adulto, 60 per ogni donna o fanciullo”. Quando i Padri pellegrini si ribellarono all’Inghilterra questa applicò loro misure analoghe: caccia con cani feroci ai ribelli, e impiego di indiani pagati per scotennarli alla loro volta.
Segue in Marx a questo elenco di infamie l’esame dell’importanza del sistema coloniale nella diffusione del modo capitalista di produzione.
”Il regime coloniale sviluppò il commercio e la navigazione. Esso diede nascita alle società mercantili monopolistiche dotate dal governo di privilegi e funzionanti come potenti leve per la accumulazione di capitali. I tesori direttamente estorti fuori di Europa col lavoro forzato degl’indigeni ridotti in schiavitù, con la concussione, col saccheggio e con l’assassinio, affluirono alla madrepatria per trasformarvisi in capitale”.
Ma basterà un ultimo passo a chiudere una serie tanto eloquente, salvo un futuro più approfondito studio del gioco economico (pag. 731).
”Nello stesso tempo che l’industria del cotone introduceva in Inghilterra la schiavitù dei fanciulli inglesi, negli Stati Uniti essa trasformava il sistema economico schiavistico un tempo più o meno patriarcale, in un sistema si speculazione mercantile. Insomma occorreva per piedistallo alla simulata schiavitù dei salariati in Europa la schiavitù senza reticenze e senza frasi del nuovo mondo”.
Oggi, in mutate condizioni dal tempo della guerra civile americana che fu contemporanea dell’opera massima di Marx, vi è tuttora un legame diretto tra l’infierire del sistema capitalistico, affamatore e apportatore di guerre sterminatrici, sui lavoratori del paesi metropolitani bianchi e sulle tartassate popolazioni di colore di quei paesi in cui la loro prorompente vitalità ha impedito di distruggerle.
Marx attese la rivoluzione dalla Cina
L’idea che vi possa essere concomitanza nell’azione contro il capitalismo delle metropoli bianche tra la lotta di classe interna degli operai e la ribellione dei popoli di oltremare alle incursioni e vessazioni coloniali, non è nel marxismo, come forse molti credono, dal tempo in cui Lenin portò il suo esame sui fenomeni dell’imperialismo borghese a cavallo dei due secoli, ma da molto prima, fino da Engels e Marx.
Nella Neue Rheinische Zeitung del febbraio 1850 Engels riferisce degli scritti di un noto missionario cristiano, Gutzlaff, che in Cina si era trattenuto ben trent’anni di seguito e tornava in Europa al tempo in cui divampava la famosa rivolta dei Tai-Ping; scoppiata nel seno della classe dei piccoli contadini contro la monarchia di Pechino, a causa della grave crisi che si iniziò verso il 1840 quando l’Inghilterra, poi seguita da altre potenze europee, prese ad imporre alla Cina l’apertura dei suoi porti al commercio particolarmente dell’oppio, gravemente disturbando la finanza dell’impero e l’economia del paese. Il movimento dei Tai-Ping prese delle attitudini di condanna della proprietà privata della terra in generale e non solo di attacco alla nobiltà feudale e alla burocrazia statale che la sosteneva. Engels descrive nelle sue grandi linee questo movimento sociale , ponendo in rilievo che l’origine economica dei moti rivoluzionari è fatto storico che si verifica in pieno anche in quel lontano popolo che si spinge fuori da millenarie immobilità. Egli così conclude: ”Quando dopo vent’anni di assenza il signor Gutzlaff ritornò tra le persone civilizzate e gli europei, e sentì parlare di socialismo, egli esclamò terrorizzato: Dunque io non potrò in nessun luogo sfuggire a questa perniciosa dottrina?! È precisamente la stessa cosa che è stata predicata da vario tempo da numerose persone nel seno del popolo cinese!”.
Engels prosegue: ”È ben possibile che il socialismo cinese si riporti a quello europeo, quanto la filosofia cinese a quella di Hegel [il tono è scherzoso, ma forse talune posizioni molto originale dell’antico pensatore cinese Lao Tse possono essere considerate dialettiche]. Ma checché ne sia, è un fatto confortante che il più antico e irremovibile impero della Terra sia stato posto nello spazio di otto anni dalle balle di cotone della borghesia inglese alla vigilia di una rivoluzione sociale che deve assolutamente avere le conseguenze più importanti per la storia della civiltà. Quando finalmente i nostri reazionari europei, nella prossima loro fuga attraverso l’Asia saranno giunti alla grande muraglia, sicuri che le sue porte si aprano sul focolare dell’ultrareazione e dell’ultraconservatorismo, chissà che essi non vi leggano questa iscrizione:
REPUBBLICA CINESE LIBERTÀ, EGUAGLIANZA, FRATERNITÀ”
Con questa breve nota il grande Engels volle recisamente affermare appunto che in Cina, come dovunque, noi ci attendiamo che il ciclo delle forme sociali presenti le stesse grandi tappe, e che alla Cina feudale ne dovrà, come alla Francia, succedere una repubblicana e capitalistica, teatro di una lotta di classe per il socialismo.
Il che storicamente è avvenuto, sia pure nel 1911 soltanto, colla rivoluzione di Sun Yat Sen, e dopo altra lunga serie di aggressioni del colonialismo europeo alle coste del celeste impero, crollato nella lunga lotta.
Ma altro testo di Marx ci conferma non solo l’attesa della successione dei moti sociali nella Cina sulla direttrice europea, ma un concetto molto più avanzato: l’affermata possibilità storica che i moti europei possano avere per punto di partenza una rivoluzione sociale nella lontana Cina.
Col titolo Marx sulla Cina sono state pubblicate otto lettere che Marx inviò tra il 1853 e il 1860 alla New York Herald Tribune.
Queste lettere si ricollegano direttamente alla citazione delle guerre per l’oppio contenuta nel Capitale.
Nel 1833 ebbe fine il monopolio del commercio con la Cina concesso alla Compagnia delle Indie Orientali. Il solo grande porto di Canton era aperto al commercio estero.
L’Inghilterra che aveva interesse a stabilire il regime della ”porta aperta” scatenò la prima guerra dell’oppio dal 1839 al 1942, e la Cina dovette col trattato di Nanchino capitolare ed aprire, oltre a Canton, Amoy, Fu-Chow, Ning-po e Shanghai, cedendo Hong Kong alla Gran Bretagna, che ne fece sua colonia.
Mentre Stati Uniti e Russia accampavano le prime pretese, nel 1850 comincia il grande moto dei Tai-ping, che si impadronì di vaste province ed ebbe la sua capitale a Nanchino dal 1853 al 1864. I ribelli uccidevano i signori terrieri ed i mandarini dell’Impero, rifiutando le esose tasse, respingevano il vizio delle droghe e dell’oppio, pur non essendo contro il commercio con gli stranieri, accampavano parole ugualitarie e comuniste. Mao-tse-tung nel trattare la lunga serie delle guerre dei contadini cinesi così riferisce la legge agraria dei Tai-ping, che senza fallo è di vero contenuto comunista, di gran lunga più di quelle fatte da lui, Mao, in quanto non si tratta affatto di spartizione, né in proprietà né in esercizio: ”Tutta la terra che è sotto il cielo dovrà essere coltivata da tutto il popolo che è sotto il cielo… che la coltivino tutti insieme e quando raccolgono il riso che lo mangino insieme”. I Tai-ping non erano utopisti, se ebbero uno Stato che resse quattordici anni, brigate artigiane di Stato, legge che nessuna persona dovesse restare mal nutrita e mal vestita….
Nel 1856 con un infame pretesto l’Inghilterra e la Francia sferrano la seconda guerra dell’oppio che dopo orrendi massacri conduce al trattato di Tien-tsin con L’Inghilterra. La guerra riprende fino alla sanguinosa conquista e sacco di Pechino nel 1860. La Cina deve fare molte altre concessioni agli europei col trattato di Pechino, che aggrava quello di Tien-tsin. Un esercito comune dell’Imperatore e degli europei nel 1864 schiaccia gli eroici Tai-ping ed entra a Nanchino spargendo fiumi di sangue.
La prima lettera di Marx
Il primo degli articoli sulla Cina apparve a New York il 14 giugno 1853. Il titolo era. Rivoluzione in Cina e in Europa, quanto mai esplicito.
Marx pone direttamente il quesito dell’effetto che può esercitare una rivoluzione in Cina su tutto il mondo civilizzato. Egli dice esattamente:”Può sembrare un’affermazione strana e perfino paradossale che la prossima sollevazione del popolo europeo, e il suo prossimo movimento a favore della libertà e di un sistema di governo repubblicano, possano dipendere più probabilmente da ciò che avviene nell’Impero Celeste (l’estremo opposto dell’Europa) che da qualunque altra causa politica attuale, perfino più che da una minaccia della Russia e della conseguente possibilità di una guerra generale europea. Ma non è un paradosso, come possono capire tutti esaminando i vari aspetti della questione”.
Non sarà male notare che se la prospettiva qui trattata non si attuò fino alla fine della rivoluzione contadina che fu come abbiamo ricordato undici anni più tardi, né si è successivamente ripresentata nelle grandi convulsioni della Cina dal 1911 (assai sottolineata da Lenin insieme alle altre contemporanee situazioni russa del 1905 ed asiatiche in Turchia e Persia) in poi; l’altra prospettiva della guerra generale europea che coinvolgesse la Russia, sempre presente a Marx ed Engels come liquidazione degli imperi tedeschi, ha tardato fino al 1914, invano poi offrendo l’altro aggancio della rivoluzione russa.
Ma Marx si dà subito alla sua dimostrazione, che non perde affatto valore per il diverso corso che ebbero gli eventi. Egli dice che l’occasione alla rivolta sociale dei Tai-ping l’ha data il cannone inglese che ”imponeva alla Cina la droga soporifera chiamata oppio”. La forza delle armi inglesi ha spezzato il secolare isolamento in cui la Cina era chiusa, e le ragioni sono state economiche. Fino al 1830 la bilancia commerciale era favorevole alla Cina che esportando tè ed altre derrate riceveva argento dall’India, dall’Inghilterra e dagli Stati Uniti. Il contrabbando dell’oppio che si impose ai cinesi di pagare in moneta capovolse il rapporto, ed invano il potere imperiale ne vietò il commercio. La corruzione dei funzionari disobbedienti provocò la ribellione. Da altra parte i tessuti inglesi avevano cominciato ad invadere la Cina e ne fu rovinata l’industria locale, e l’artigianato dei filatori, tessitori, ecc..
Il cannone inglese, infrangendone l’isolamento, provocò il crollo del sistema cinese; quali gli effetti del crollo interno cinese sull’Inghilterra e sull’Europa? Marx a questo punto insiste sullo straordinario sviluppo in quegli anni dell’industria manifatturiera inglese, che era allora la prima del mondo, e nello stesso tempo sulle prospettive di una grande crisi commerciale di sovrapproduzione – allora attesa per il 1857 – che sarebbe stata più estesa delle precedenti provocando disoccupazione e miseria in Inghilterra e ripercussioni in tutta l’Europa. Un elemento di acutizzazione di tale crisi poteva essere la resistenza all’espansione del commercio in Cina, che sarebbe stata determinata dalla rivoluzione contadina.
A questo punto non è necessario ricordare che Marx ed Engels ammisero nei decenni successivi di avere atteso troppo presto il ritorno della grande ondata rivoluzionaria del 1848. Nella lettera del 1853 quello che ha grande significato è la teorizzazione di un legame causale tra la rivoluzione in Cina e il sollevamento dell’Europa, tanto più ”progredita” e ”civile”.
La conclusione della lettera circa i pericoli di guerra e le prospettive rivoluzionarie è più che valida dopo più di un secolo, anzi suona con sapore attuale. ”Dall’inizio del secolo XVIII non vi è stata seria rivoluzione in Europa che non sia stata preceduta da una crisi finanziaria… Nelle capitali europee ogni giorno reca dispacci pieni di guerra universale, che spariscono sotto i dispacci del giorno successivo recanti l’assicurazione della pace per una settimana o giù di lì… Possiamo tuttavia essere certi che qualunque intensità raggiunga il conflitto tra potenze… l’ira dei principi [oggi diremmo dei grandi] e la furia del popolo saranno parimenti snervati dal soffio della prosperità [o prosperisti e pacifisti a voi!]. Non è probabile che guerre e rivoluzioni aizzino l’Europa se non in conseguenza di una crisi industriale e commerciale generale, di cui il segnale deve venire dall’Inghilterra, rappresentante dell’industria europea sui mercati del mondo.
Scrivete mondo capitalistico per Europa, America per Inghilterra e andate pure avanti. All’inferno la prosperità e la pace! E ben venga la mina che la farà saltare, da qualunque angolo del mondo di colore, infestato dai predatori e massacratori bianchi!
Originalità integrale del marxismo
La conquista che il marxismo conteneva un secolo addietro, e che non aveva bisogno di essere sviluppata, completata o arricchita, come si dice col termine più triviale di tutti, si leva qui in tutta la sua dialettica vigoria; e si tratta solo di difenderla e risollevarla dalle nefande debordanti degenerazioni. Proclamò il Manifesto che ”i comunisti appoggiano ogni moto diretto contro le condizioni sociali esistenti”. Non vi è affatto il sottinteso che questo sia vero solo per le ”condizioni” rappresentate dall’ordine, dalla costituzione statale propria del capitalismo borghese. Infatti quando il Manifesto passa in rassegna i paesi del tempo, è solo per l’Inghilterra e la Francia che può indicare il moto della classe operaia contro lo Stato borghese. Per tutto il resto dell’Europa è prescritto ai comunisti di sostenere ogni insurrezione antifeudale e antidispotica, non solo della stessa borghesia, ma in alcuni casi (Polonia dal 1848 al 1871) perfino della piccola nobiltà. Si tratta, s’intende di moti cospirativi e insurrezionali tendenti a rovesciare anche terroristicamente i poteri costitutivi.
Quello che era teorizzato ed elevato a norma strategica per l’Europa del 1847-71 lo è evidentemente oggi per gli Stati arretrati dell’Asia e dell’Africa retti da forme statali precapitalistiche.
Ma nell’uno e nell’altro caso, chiare restando le delimitazioni geografiche e storiche, vi è, giusta l’essenza del marxismo, un dato di base comune, in cui sta tutto. Non si tratta soltanto del concetto di rivoluzione in permanenza, cioè di appoggiare quelle insurrezioni e rivolte per innestare ad esse direttamente l’ulteriore rivolta dei proletari contro i borghesi. E nemmeno basta sapere, per la sistematica delle leggi storiche rivoluzionarie generali, che saranno i borghesi democratici, dopo la vittoria in alleanza con i lavoratori, ad aggredire questi e massacrarli per scongiurare la permanenza delle ondate rivoluzionarie (per il quale criterio si doveva nel 1928 aver preveduto che in Cina il Kuomintang si sarebbe comportato da boia dei comunisti, come la monarchia borghese in Francia nel 1831, la seconda repubblica nel 1849 e la terza nel 1871, per tacere della prima contro Babeuf e gli ”eguali”).
Si tratta di un dato e di un carattere essenziale, che va al di là di una felice scelta di tempo strategico nell’aggredire gli alleati di prima (di cui solo esempio, ma gigante, è l’Ottobre russo), perché è un carattere che concerne la teoria, la dottrina,senza la quale non vièmovimento rivoluzionario, e che, come la capacità strategica, può essere posseduta solo dal Partito, mentre la classe amorfa ed immediata ”affonda nella dottrina di quelli di cui marcia al fianco”, sicché follia è consultarla sempre ed ovunque.
Quando il partito marxista sceglie gli alleati dei comunisti in dati convulsi svolti della storia, esso già possiede in pieno la spietata negazione, la critica, e meglio la demolizionesenza riguardi di ogni ”sovrastruttura ideologica”dei propri alleati di guerra civile; non la tace, non la occulta nemmeno un attimo pur tra il fragore delle armi. ”Mai i comunisti nasconderanno i loro scopi”.
Questo risultato che sarebbe ed è impossibile in un incontro, in un fronte, steso al livello della sovrastruttura, come avviene in ogni agitazione pacifica, propagandistica, educazionistica, legale, costituzionale, parlamentare, è condizionato dalla esistenza di un solido partito della classe proletaria, che non può essere poco numeroso senza che la grande massa sia ammorbata dalle ideologie nemiche, che gli ”alleati” professano; che non può essere pletorico e popolare senza perdere la vitale capacità di contenere l’integrità della teoria, per l’invasione nelle sue file degli operai ancora succubi di quelle avverse, o peggio di strati di piccoli borghesi, antirivoluzionari per natura al momento della lotta per il socialismo.
Che questa dottrina esiste fin dal 1848 non lo provano soltanto i testi, la cui forza vitale è dimostrata dal raccogliersi nel mondo e in un secolo di moltitudini di lottatori di classe, ma lo prova l’esistenza nel mondo di taluni paesi ove la fase della lotta di classe ultima tra capitalisti e salariati è realizzata in pieno. Nel 1848 era l’Inghilterra, e nulla muta se ricordiamo quest’altro passaggio dialettico) la scuola teorica era tedesca e l’avanguardia combattente francese. Qui l’Internazionale!
Nel 1918 si è lottato con le armi, e rivendicata la teoria, in tutta l’Europa continentale, ma tanto non è bastato; e la storia dell’infezione opportunista l’abbiamo da tempo svolta a fondo.
Nella fase attuale la massa del proletariato e dei suoi più grandi partiti non è che una rete di fogne in cui circola il liquame nero delle ideologie politiche borghesi, dell’apologia di liberalismo, pacifismo, progressismo, prosperità, legalità, costituzionalità ed ogni altra ignominia.
La rottura inesorabile tra le opposte sovrastrutture di classe anche negli intervalli in cui sono gettate fisicamente – sottostrutturalmente – contro un comune nemico, è contenuta nella dottrina rivoluzionaria, in quanto questa fa del partito comunista il serbatoio della posizione del futuro uomo-sociale comunista, e gli fa proclamare – qui torniamo ai Grundrisse, al tessuto connettivo di tutto un secolo di marxismo – che se bisogna che la forma borghese sconfigga nel corpo a corpo storico quelle precapitalistiche, queste tuttavia erano più in alto, di essa, se paragonate a quell’ordine sociale a cui tendiamo, che del nostro partito è il programma, per il quale esso solo è organizzato e verso il quale conduce la classe operaia al combattimento.
Nel raggiungere questa alta verità sta la vittoria, oggi in teoria domani nella storia, del nuovo uomo-società, sta la morte per infamia dell’individualismo, di ogni ideologia e prassi individualista; e solo il partito può tanto attingere.
Quale misura dare alla pena che provocano quelli che cercano garanzie contro granduomismo, il battilocchismo, e (come dicono gli scemetti) il divismo, aprendo falle nella concezione della superiorità che oggi è nel partito, e sarà solo domani nella classe, quando essa, vincendo, non sarà più classe? Il partito comunista non ha nomi e non ha divi, nemmeno Marx o Lenin; esso è una forza che attinge il suo potenziale da una umanità non nata ancora e la cui vita sarà soltanto vita di collettività e di specie, dalle più semplici funzioni manuali fino alle più complesse ed ardue attività mentali. Definiamo il partito: proiezione nell’oggi dell’Uomo – Società di domani.
Fine della società non è la produzione, ma l’Uomo
Grundrisse, pag. 387. Elogio della società classica greco-romana. ”Presso gli antichi, noi non troviamo mai uno studio che ricerchi quale forma di Proprietà fondiaria, o altro ordinamento, sia più produttiva, o crei le maggiori Ricchezze. In quella Società la Ricchezza non appare come scopo della produzione,anche se Catone ha potuto ricercare quale coltura del suolo sia la più vantaggiosa, o Bruto abbia potuto prestare il suo danaro per l’interesse più alto. Lo Studio si porta invece sul modo di Proprietà che produce i migliori cittadini dello Stato. La Ricchezza non appare come fine a se stessa, se non presso alcuni popoli mercanti, monopolisti del commercio di trasporto [carrying trade nel testo: navigazione o carovanismo commerciale: Fenici, Cartaginesi…] che vivevano nei porti del mondo antico come gli Ebrei nella società medievale. Oggi [ossia nel tempo capitalista] la Ricchezza da un lato è Oggetto, è oggettivata in cose materiali [le merci], in prodotti ai quali l’uomo resta contrapposto come Soggetto, dall’altro lato essa, come valore, non è altro che imperio sul lavoro altrui, non allo scopo della dominazione sulla natura, ma solo del consumo privato, personale di taluni uomini. Nel tempo attuale la Ricchezza, sia essa Oggetto, o rapporto per l’intermediario degli Oggetti, prende sempre la configurazione di qualche cosa che si trova al di fuori dell’individuo umano, e solo per caso a fianco di dati individui”.
”Pertanto l’antica concezione in cui l’uomo, per limitato che ancora egli sia nelle sue determinazioni nazionali, religiose e politiche, è lo scopo della produzione,appare molto più elevata che quella del mondo moderno, in cui la produzione è lo scopo dell’uomo, e la Ricchezza lo scopo della Produzione”.
A questo punto dobbiamo con una nostra pallida parentesi rendere leggibile il difficile passo. Dichiarata la sovrastruttura ideologica sociale del mondo classico, malgrado le sue limitatezze (come l’estensione al cittadino libero lasciando fuori lo schiavo), più elevata di quella del moderno mondo borghese, malgrado ogni sua superiorità scientifico-tecnologico-economica, Marx passa, con un volo del concetto, a contrapporre al capitalismo non più l’antichità romana, ma la ”nostra” società comunista. ”Ma in effetti, una volta che sia disfatta la limitata [a sua volta] forma borghese, che mai sarà più la ricchezza, se non la universalità dei bisogni, delle capacità, delle gioie, delle forze produttive, ecc., degli uomini, che sarà prodotta nelle loro relazioni universali? Se non il pieno sviluppo del controllo dell’uomo sulle forze naturali, tanto su quelle della cosiddetta natura esterna, che su quella della sua propria natura? [Fu dal relatore intercalata a questo punto formidabile una violenta sferzata a quei pretesi marxisti che indulgono corrivamente alle debolezze o alle libidini della loro sensibilità animale, e vilmente se ne scusano con argomenti deterministi]. Se non la totale manifestazione delle attitudini creatrici degli uomini sviluppata nella loro attività, senza alcun altro presupposto [vuol dire mito, dio, idea immanente, Io cosciente di esistere, essere o volere….] che lo sviluppo storico precedente, che rende fine a se stessa questa totalità dello sviluppo, ossia lo svolgimento di tutte le forze umane in quanto tali, e non misurate secondo una unità di misura data in anticipo [leggi: diritto, morale naturale, filosofia assoluta e simili]; in cui esso sviluppo non si riproduce secondo una determinazione data, ma produce la sua totalità? Non tende a restare nella forma di qualche cosa di già divenuto [evoluto], ma consiste nel movimento totale del divenire?” (L’irruente incalzare di interrogativi frementi, nel testo di getto della lingua originale dello scrittore, vale supremamente una formulazione della dialettica materialista contro ogni idealismo e metafisica).
(Non è finita l’invettiva contro l’ordine capitalista, visto dal passato come dal futuro). ”Nella economia borghese, e nell’epoca della produzione che ad essa corrisponde, la espressione totale dell’attività dell’interno umano appare invece come completa alienazione [del lavoro e del lavoratore stesso], e il capovolgimento [nella prassi umana] di tutti gli scopi determinati unilateralmente [vivere, sopravvivere, riprodursi] appare come sacrificio dello scopo in sé [dello scopo universalmente umano e quindi anche soggettivo], ad uno scopo del tutto esteriore [la folle, inesorabile, produzione mercantile]). È per ciò che l’ingenuo mondo antico, da una parte, appare più elevato. D’altra parte esso presenta questa superiorità dovunque si consideri una forma, una figura, chiuse [popolo romano, polis ateniese…] e una determinata limitazione. Esso è soddisfazione [lavoro dell’uomo avente per fine non la produzione, ma l’uomo stesso], da un punto di vista limitato”.
”Laddove il mondo moderno lascia insoddisfatti; e quando appare di se stesso soddisfatto, allora esso è triviale!”.
Passi la nascente civiltà borghese, perché ha il suo posto nella totalità dello sviluppo, ma porti con sé dalla culla l’epigrafe tombale che la nostra dottrina le incide, in segni indelebili.