Internationella Kommunistiska Partiet

Il Programma Comunista 1959/14

Le cause dell’arretratezza dell’America Latina (Pt.1)

Dalla fine della seconda guerra mondiale è in corso nell’America Latina un profondo rivolgimento economico, sociale e politico. Le convulsioni sociali, determinate dal conflitto in tutta l’area soggetta al regime coloniale, non potevano risparmiare il sub-continente latino-americano, che, benché da oltre un secolo avesse spezzato gli antichi vincoli coloniali, restava e resta ancora allo stato di para-colonia del capitale finanziario imperialistico.

Molto si scrive sul risveglio dell’America Latina e molto spesso si parla di rivoluzione, quando non si discute addirittura sulle ”strutture feudali” che sarebbero ancora presenti nella compagine sociale. Per determinare il peso effettivo degli avvenimenti latino-americani, la loro natura e sbocco sociale, occorre sapere definire le grandi linee della evoluzione storica del sub-continente. Fedeli al determinismo sappiamo che nulla accade nel presente che non sia condizionato da avvenimenti non di rado situati nel remoto passato. La generazione spontanea, dimostrata falsa in biologia, è del tutto assente anche nella evoluzione storica. Tale verità balza agli occhi specialmente nello studio dei paesi che sono rimasti indietro nel cammino del progresso. In essi le strutture della società restano cristallizzate, e mutano con esasperante lentezza, perché le influenze dei rivolgimenti del passato perdurano ostinatamente e il ”nuovo” non può rigenerarsi per puro atto di volontà collettiva.

Nella società latino-americana troneggia un ostacolo che sembra inamovibile ed eterno come le gigantesche rovine degli antichi monumenti pre-colombiani: la grande proprietà terriera. L’ultimo secolo di storia dell’America Latina che coincide con la storia della indipendenza delle venti repubbliche del sub-continente può riassumersi, senza paura di cadere nel semplicismo, in una frase: la lotta ostinata contro le oligarchie terriere, detentrici del monopolio della ricchezza e del potere politico. La lotta ha assunto, nel corso dei decenni, aspetti diversi, a mano a mano che nel campo nemico dell’aristocrazia terriera affluivano i diversi strati sociali generati dalla evoluzione storica: la piccola borghesia urbana e intellettuale (le famose clases medias), gli imprenditori industriali e commerciali e, dalla fine del secolo scorso, i primi nuclei del proletariato salariato socialista. La lotta pro e contro l’aristocrazia fondiaria ha rappresentato nella tormentata storia delle repubbliche latine-americane, densa di aspre competizioni politiche, di rivolte, di colpi si Stato, di sanguinose guerre civili, lo scontro tra la conservazione e il progresso, tra la reazione e il rinnovamento (attribuendo naturalmente il senso esatto a questi termini che stanno tutti nell’analisi di una struttura tendente al capitalismo).

Tale fenomeno non è unico nella storia del capitalismo. Anzi, tutte le rivoluzioni antifeudali in Europa, comprese quelle inglese e francese, sono passate attraverso un periodo che ha visto accendersi la rivalità tra le due grandi branche delle sezioni della classe dominante borghese: i proprietari fondiari e gli imprenditori industriali. In ogni caso la resistenza dei proprietari fondiari veniva piegata e l’agricoltura diventa la docile vassalla del capitale finanziario e industriale. Eco dottrinaria del conflitto restano le opere degli economisti classici borghesi, specialmente nella scuola ricardiana, che riconoscono alla classe degli imprenditori industriali il diritto al primato sociale.

Bisogna allora spiegare le cause della eccezionale capacità di resistenza della proprietà fondiaria latino-americana. Per prima cosa bisogna liberarsi della facile tentazione di vedere in essa un residuo feudale. Il vero feudalesimo nell’impero coloniale che Spagnoli e Portoghesi si crearono nelle Americhe, al principio del secolo XVI, non è mai esistito, non fosse altro per il fatto che il feudalesimo, al momento delle grandi scoperte geografiche e della introduzione del regime coloniale, era dovunque in declino. Ma la ragione specifica del mancato trapianto nelle colonie delle strutture feudali ancora in auge nelle metropoli è da ricercarsi nella politica delle Monarchie assolute che, venute in possesso di vastissimi imperi coloniali, si guardarono bene da creare nei paesi d’oltremare un duplicato della nobiltà terriera ereditaria, che tenacemente combattevano nelle metropoli. Al contrario, Spagna e Portogallo imposero alle colonie una pletorica burocrazia statale che, dal centro alla periferia, controllava minuziosamente ogni attività del coloni trapiantati nelle terre oltremarine.

La encomienda, cioè la concessione di vasti appezzamenti di terreno che il sovrano accordava ai coloni ”creoli”, non ripeteva che soltanto in apparenza il sistema del feudo. L’encomendero era il signore assoluto, non solo della terra, ma della popolazione india e degli schiavi negri che lavoravano da bestie nelle piantagioni. Tuttavia, il diritto della trasmissione ereditaria del possesso, che nel feudalesimo europeo ebbe per effetto la formazione di una nobiltà ereditaria, non era riconosciuto al fazendiero e allo estanciero. Infatti la Corona si riservava il diritto di revocare la concessione della encomienda quando fosse trascorso un periodo prestabilito, che andava fino ad un massimo di due generazioni.

Tale menomazione del diritto di proprietà e la esosa fiscalità praticata dalla mobilitazione di funzionari coloniali della Corona, che, ad onta dei vincoli di razza e di lingua, trattavano con alterigia l’aristocrazia creola, il divieto di commerciare con altri porti che non fossero quelli della metropoli, dovevano, a lunga scadenza, gettare i semi della rivolta nei pur spietati sfruttatori e oppressori dei lavoratori indigeni e degli schiavi negri. Avvenne così che una classe che era ultra-reazionaria nei confronti dei lavoratori locali, ai quali ogni tentativo di rivolta veniva fatto pagare con feroci repressioni, divenne rivoluzionaria nei confronti della potenza colonialista metropolitana. E quando venne il momento essa non esitò a lanciarsi in una vera guerra civile, pretendendo le armi contro gli eserciti imperiali che pure parlavano la sua stessa lingua.

Tale è, a nostro parere, la caratteristica essenziale della rivoluzione nazionale dell’America Latina. In Europa, specialmente la rivoluzione contro l’assolutismo monarchico, significò la liberazione dei servi della gleba, anche se alla antica servitù doveva sostituirsi più tardi la nuova moderna schiavitù del lavoro salariato. Nell’America Latina, invece, la classe dei piantatori, proprietari di immense aziende agricole e di eserciti di schiavi di colore, si levò contro l’assolutismo spagnolo e portoghese anzitutto per liberarsi del controllo burocratico della Corona e potere possedere in maniera totale e incontrastata i propri beni, per potere perpetuare a suo esclusivo vantaggio il lavoro schiavistico e la dominazione di razza.

L’aver partecipato direttamente e attivamente alla rivoluzione anticoloniale spiega la incrollabilità delle posizioni che l’aristocrazia terriera creola assunse nella struttura sociale, che venne a formarsi nel quadro della nuova repubblica latino-americana. La rivoluzione nazionale latino-americana, che seguì di poco la rivolta delle tredici colonie nord-americane contro l’Inghilterra, fu contemporanea della Rivoluzione Francese e delle guerre napoleoniche essendosi svolta nel periodo che va, con alterne vicende, dal 1808 al 1823. I ribelli antispagnoli si entusiasmarono agli ideali libertari e democratici e vollero farsi paladini dei principi di Rousseau, di Voltaire, di Montesquieu. Ma, alla fine, furono impotenti a rimuovere l’ostacolo della grande proprietà fondiaria e schiavistica. Anzi fu la aristocrazia terriera creola a cogliere tutti i frutti del grandioso rivolgimento. E ciò accade, ripetiamo, perché il campo democratico e progressista, che pure ebbe capi leggendari come Miranda, Simone Bolivar, Josè di San Martin, non poté combattere efficacemente contro una classe che partecipava al movimento di rivolta contro la Spagna e il Portogallo. E ciò rappresentò una vera tragedia per l’America Latina. Se la rivoluzione non poté assicurare la continuazione dell’unità politica dei sotto continentali, ciò accadde proprio per la tenace e aspra opposizione della classe dei proprietari fondiari che fecero fallire i generosi progetti di federazione continentale, sostenuti da Simone Bolivar, e quindi condannarono allo spezzettamento e alla impotenza economica l’immenso territorio del tramontato impero ispano-portoghese.

I lavoratori del marmo venduti agli industriali

Come è avvenuto e avviene a rotazione in tutte le categorie operaie, i lavoratori del marmo, dopo le interminabili trattative condotte dalle diverse organizzazioni sindacali su scala provinciale e nazionale, erano scesi in lotta aperta con uno sciopero generale ad oltranza per ottenere il rinnovo del contratto nazionale e un aumento del 10% sul salario (del tutto insufficiente per fronteggiare il continuo rialzo del costo della vita) e migliorare le loro poco invidiabili condizioni di vita.

La dichiarazione di sciopero generale, accolta con entusiasmo da tutti i cavatori d’Italia, è stata particolarmente sentita nei bacini marmiferi di Carrara e della Versilia, dove questi proletari hanno una tradizione di lotte memorabili condotte sempre con vigoria ed accanimento. Sopraluoghi fatti da noi a Carrara, Querceta, Pietrasanta, Seravezza, La Spezia, ci hanno permesso di constatare la riuscita completa dello sciopero e la volontà indomabile degli operai di strappare una nuova vittoria contro i ”baronetti del marmo” nella stagione in cui essi vanno a villeggiare nelle comode spiagge versiliesi e fanno i bagni d’acqua e di sole, mentre i cavatori non conoscono che interminabili bagni di sudore.

La riuscita dello sciopero, la sua compattezza, la simpatia di cui l’hanno circondato tutte le altre categorie operaie (parliamo dei maggiori centri marmiferi: Carrara, Massa, Versilia e Garfagnana, La Spezia, ecc), sono state una sorpresa tanto per i diversi sindacati (che prima dello sciopero facevano a chi rincara di più per demagogia e concorrenza di bottega) quanto per gli industriali, i quali pensavano che l’aver diviso i lavoratori in molteplici organizzazioni sindacali li avesse resi impotenti a svolgere un’azione energica ed unitaria per il raggiungimento degli obiettivi prefissi.

La forza del movimento operaio, la sua volontà di lotta, hanno quindi portato lo scompiglio nelle organizzazioni sedicenti operaie, tanto più che gli industriali nel loro cinismo non esitavano a riversare la colpa del mancato accordo sui sindacati, i quali si erano impegnati a sostenere in alto loco che l’aumento ai lavoratori dei bacini più importanti (quelli sopra citati) dovesse essere inferiore del cinque per cento a quello da stabilirsi in sede nazionale, per evitare che la concorrenza degli altri bacini marmiferi dove le paghe (essi dicono) sono inferiori alle nostre, mettesse in crisi la nostra produzione.

Quest’accordo preventivo fra i sindacati locali e il padronato, mentre lasciava indifferenti gli operai, veniva sfruttato appieno da quei ceti che vivono come parassiti tra la produzione e la vendita, e identificano la difesa del ”nostro Marmo” (nostro un corno!) con la difesa delle loro invidiabili condizioni di vita.

Lo sciopero continuava compatto; in alcune località, gli operai cominciavano a dare segni di impazienza; e i sindacati, per paura di perdere il controllo del movimento, dopo aver a lungo piagnucolato sulla costituzione la quale, sembra, garantisce lavoro a tutti, corsero ai ripari per silurare lo sciopero.

Raccolsero una lunga lista di piccole aziende, tra le quali molte di ”sinistra”; firmarono un accordo per l’aumento di… lire 2500 al mese, salvo conguaglio in base all’accordo nazionale; composero un manifesto di vittoria e incitarono gli operai delle ditte firmatarie a recarsi al lavoro, mentre quelli delle ditte che non avevano firmato avrebbero proseguito nello sciopero, e chi lavorava doveva versare un contributo per sostenerli. Inutile dire l’assurdità di un tale accordo soprattutto nell’industria del marmo; fatto sta che il ”manifesto di vittoria” fu accolto con commenti salaci sia dagli operai che avrebbero dovuto continuare lo sciopero, sia da quelli che avrebbero dovuto recarsi al lavoro.

Nel comizio tenuto la sera stessa, i bonzi locali dai De Nardi ai Tramontana (che, oltre ad essere dei bonzi, sono dei cretini di prima forza) si sfiatarono a convincere gli operai che l’accordo segnava un grande successo e che bisognava rispettarlo, come premessa di future e più grandi vittorie, ma si trovarono di fronte a un silenzio glaciale che era, più che una sconfessione, una condanna; e lo sciopero continuò ad oltranza, più compatto e unitario di prima, fino all’accordo nazionale che sanciva il 5% di aumento, lo stesso che gli industriali erano disposti a concedere in fase di trattativa prima della cessazione del lavoro…

I sindacati non ebbero nemmeno il coraggio di ritirare il manifesto che, mentre lo sciopero generale durava, gli operai guardavano beffardi. La sola amministrazione comunale — che ha per sindaco un socialista — sentì il bisogno di dare una sgraffiatina ai cugini lanciando un manifesto per proclamarsi solidale con gli operai che continuavano a incrociare le braccia. In vista di future competizioni elettorali, anche questo può far comodo: non si sa mai…

Gli operai del marmo, che nella lunga tradizione delle loro lotte non hanno mai subìto uno scacco così vergognoso, sono tornati al lavoro con animo sereno perché sanno che nelle sconfitte a volte si impara più che nelle vittorie. Consapevoli di essere stati ignominiosamente venduti, sapranno ricordare, e noi ci auguriamo che sappiano anche trarne i dovuti ammaestramenti per il giorno della riscossa, quando non saranno soli nella battaglia, ma formeranno la pattuglia di assalto di una grande armata di lavoratori che, sotto la guida di un partito rivoluzionario basato sui principi marxisti e sugli insegnamenti della Comune di Parigi e del glorioso Ottobre russo, riprenderà quella marcia in avanti per la distruzione della società capitalista che è stata interrotta dalle sconfitte del proletariato internazionale successivamente alla prima guerra mondiale ed all’involuzione della Russia bolscevica, trasformatasi da fiaccola di rivolta e di speranza per le moltitudini oppresse, in roccaforte del capitalismo e della controrivoluzione.

Il cavatore carrarese