Le cause dell’arretratezza dell’America Latina (Pt.1)
Dalla fine della seconda guerra mondiale è in corso nell’America Latina un profondo rivolgimento economico, sociale e politico. Le convulsioni sociali, determinate dal conflitto in tutta l’area soggetta al regime coloniale, non potevano risparmiare il sub-continente latino-americano, che, benché da oltre un secolo avesse spezzato gli antichi vincoli coloniali, restava e resta ancora allo stato di para-colonia del capitale finanziario imperialistico.
Molto si scrive sul risveglio dell’America Latina e molto spesso si parla di rivoluzione, quando non si discute addirittura sulle ”strutture feudali” che sarebbero ancora presenti nella compagine sociale. Per determinare il peso effettivo degli avvenimenti latino-americani, la loro natura e sbocco sociale, occorre sapere definire le grandi linee della evoluzione storica del sub-continente. Fedeli al determinismo sappiamo che nulla accade nel presente che non sia condizionato da avvenimenti non di rado situati nel remoto passato. La generazione spontanea, dimostrata falsa in biologia, è del tutto assente anche nella evoluzione storica. Tale verità balza agli occhi specialmente nello studio dei paesi che sono rimasti indietro nel cammino del progresso. In essi le strutture della società restano cristallizzate, e mutano con esasperante lentezza, perché le influenze dei rivolgimenti del passato perdurano ostinatamente e il ”nuovo” non può rigenerarsi per puro atto di volontà collettiva.
Nella società latino-americana troneggia un ostacolo che sembra inamovibile ed eterno come le gigantesche rovine degli antichi monumenti pre-colombiani: la grande proprietà terriera. L’ultimo secolo di storia dell’America Latina che coincide con la storia della indipendenza delle venti repubbliche del sub-continente può riassumersi, senza paura di cadere nel semplicismo, in una frase: la lotta ostinata contro le oligarchie terriere, detentrici del monopolio della ricchezza e del potere politico. La lotta ha assunto, nel corso dei decenni, aspetti diversi, a mano a mano che nel campo nemico dell’aristocrazia terriera affluivano i diversi strati sociali generati dalla evoluzione storica: la piccola borghesia urbana e intellettuale (le famose clases medias), gli imprenditori industriali e commerciali e, dalla fine del secolo scorso, i primi nuclei del proletariato salariato socialista. La lotta pro e contro l’aristocrazia fondiaria ha rappresentato nella tormentata storia delle repubbliche latine-americane, densa di aspre competizioni politiche, di rivolte, di colpi si Stato, di sanguinose guerre civili, lo scontro tra la conservazione e il progresso, tra la reazione e il rinnovamento (attribuendo naturalmente il senso esatto a questi termini che stanno tutti nell’analisi di una struttura tendente al capitalismo).
Tale fenomeno non è unico nella storia del capitalismo. Anzi, tutte le rivoluzioni antifeudali in Europa, comprese quelle inglese e francese, sono passate attraverso un periodo che ha visto accendersi la rivalità tra le due grandi branche delle sezioni della classe dominante borghese: i proprietari fondiari e gli imprenditori industriali. In ogni caso la resistenza dei proprietari fondiari veniva piegata e l’agricoltura diventa la docile vassalla del capitale finanziario e industriale. Eco dottrinaria del conflitto restano le opere degli economisti classici borghesi, specialmente nella scuola ricardiana, che riconoscono alla classe degli imprenditori industriali il diritto al primato sociale.
Bisogna allora spiegare le cause della eccezionale capacità di resistenza della proprietà fondiaria latino-americana. Per prima cosa bisogna liberarsi della facile tentazione di vedere in essa un residuo feudale. Il vero feudalesimo nell’impero coloniale che Spagnoli e Portoghesi si crearono nelle Americhe, al principio del secolo XVI, non è mai esistito, non fosse altro per il fatto che il feudalesimo, al momento delle grandi scoperte geografiche e della introduzione del regime coloniale, era dovunque in declino. Ma la ragione specifica del mancato trapianto nelle colonie delle strutture feudali ancora in auge nelle metropoli è da ricercarsi nella politica delle Monarchie assolute che, venute in possesso di vastissimi imperi coloniali, si guardarono bene da creare nei paesi d’oltremare un duplicato della nobiltà terriera ereditaria, che tenacemente combattevano nelle metropoli. Al contrario, Spagna e Portogallo imposero alle colonie una pletorica burocrazia statale che, dal centro alla periferia, controllava minuziosamente ogni attività del coloni trapiantati nelle terre oltremarine.
La encomienda, cioè la concessione di vasti appezzamenti di terreno che il sovrano accordava ai coloni ”creoli”, non ripeteva che soltanto in apparenza il sistema del feudo. L’encomendero era il signore assoluto, non solo della terra, ma della popolazione india e degli schiavi negri che lavoravano da bestie nelle piantagioni. Tuttavia, il diritto della trasmissione ereditaria del possesso, che nel feudalesimo europeo ebbe per effetto la formazione di una nobiltà ereditaria, non era riconosciuto al fazendiero e allo estanciero. Infatti la Corona si riservava il diritto di revocare la concessione della encomienda quando fosse trascorso un periodo prestabilito, che andava fino ad un massimo di due generazioni.
Tale menomazione del diritto di proprietà e la esosa fiscalità praticata dalla mobilitazione di funzionari coloniali della Corona, che, ad onta dei vincoli di razza e di lingua, trattavano con alterigia l’aristocrazia creola, il divieto di commerciare con altri porti che non fossero quelli della metropoli, dovevano, a lunga scadenza, gettare i semi della rivolta nei pur spietati sfruttatori e oppressori dei lavoratori indigeni e degli schiavi negri. Avvenne così che una classe che era ultra-reazionaria nei confronti dei lavoratori locali, ai quali ogni tentativo di rivolta veniva fatto pagare con feroci repressioni, divenne rivoluzionaria nei confronti della potenza colonialista metropolitana. E quando venne il momento essa non esitò a lanciarsi in una vera guerra civile, pretendendo le armi contro gli eserciti imperiali che pure parlavano la sua stessa lingua.
Tale è, a nostro parere, la caratteristica essenziale della rivoluzione nazionale dell’America Latina. In Europa, specialmente la rivoluzione contro l’assolutismo monarchico, significò la liberazione dei servi della gleba, anche se alla antica servitù doveva sostituirsi più tardi la nuova moderna schiavitù del lavoro salariato. Nell’America Latina, invece, la classe dei piantatori, proprietari di immense aziende agricole e di eserciti di schiavi di colore, si levò contro l’assolutismo spagnolo e portoghese anzitutto per liberarsi del controllo burocratico della Corona e potere possedere in maniera totale e incontrastata i propri beni, per potere perpetuare a suo esclusivo vantaggio il lavoro schiavistico e la dominazione di razza.
L’aver partecipato direttamente e attivamente alla rivoluzione anticoloniale spiega la incrollabilità delle posizioni che l’aristocrazia terriera creola assunse nella struttura sociale, che venne a formarsi nel quadro della nuova repubblica latino-americana. La rivoluzione nazionale latino-americana, che seguì di poco la rivolta delle tredici colonie nord-americane contro l’Inghilterra, fu contemporanea della Rivoluzione Francese e delle guerre napoleoniche essendosi svolta nel periodo che va, con alterne vicende, dal 1808 al 1823. I ribelli antispagnoli si entusiasmarono agli ideali libertari e democratici e vollero farsi paladini dei principi di Rousseau, di Voltaire, di Montesquieu. Ma, alla fine, furono impotenti a rimuovere l’ostacolo della grande proprietà fondiaria e schiavistica. Anzi fu la aristocrazia terriera creola a cogliere tutti i frutti del grandioso rivolgimento. E ciò accade, ripetiamo, perché il campo democratico e progressista, che pure ebbe capi leggendari come Miranda, Simone Bolivar, Josè di San Martin, non poté combattere efficacemente contro una classe che partecipava al movimento di rivolta contro la Spagna e il Portogallo. E ciò rappresentò una vera tragedia per l’America Latina. Se la rivoluzione non poté assicurare la continuazione dell’unità politica dei sotto continentali, ciò accadde proprio per la tenace e aspra opposizione della classe dei proprietari fondiari che fecero fallire i generosi progetti di federazione continentale, sostenuti da Simone Bolivar, e quindi condannarono allo spezzettamento e alla impotenza economica l’immenso territorio del tramontato impero ispano-portoghese.