Internationella Kommunistiska Partiet

Il Programma Comunista 1959/15

Le cause dell'arretratezza dell'America Latina (Pt.2)

L’America Latina possiede grandi risorse minerarie e agricole, ma lo sfruttamento delle risorse naturali è ostacolato fortemente dalla difficoltà delle comunicazioni. Estendendosi per grande parte del territorio entro la zona torrida, il subcontinente presenta caratteristiche fisiche che condannano all’isolamento immense regioni: lo sterminato manto della foresta vergine che copre i territori solcati dallo Equatore, gli aridi deserti tropicali, le savane, le steppe, il regime idrico di gigantesche arterie fluviali, che sovente inondano vaste regioni. E, da un capo all’altro, il formidabile sbarramento delle Ande e delle Montagne Rocciose, che rinserrano tra i loro fasci montuosi ampi altopiani elevatissimi fino a 3.000-4.000 metri. Si comprende come in una regione che la natura ha foggiato in modo che le comunicazioni risultino disagevoli se non addirittura impossibili, lo spezzettamento politico può sortire l’unico effetto sicuro di aggravare le condizioni in cui si svolge il lavoro dell’uomo e rendere difficile il progresso economico.

Il grande progetto degli ”Stati Uniti del Sud”, generosamente sostenuto da Simone Bolivar, se accettato, avrebbe certamente, è superfluo dirlo, avviato l’America Latina verso un grandioso avvenire. Ma il progetto dispiacque all’aristocrazia terriera del Brasile, dispiacque ai coloni nordamericani della Virginia, incontrò soprattutto la disapprovazione dell’Inghilterra, che pure era la grande amica degli insorti sud-americani. Si sa che la tradizionale rivalità con la Spagna, che momentaneamente la necessità di lottare contro Napoleone aveva messo a tacere, spinse l’Inghilterra ad appoggiare la rivolta delle colonie spagnole. Armi, volontari, navi e denaro, forniti con larghezza agli insorti, concretarono le simpatie politiche britanniche. Ma non si trattava evidentemente di un aiuto disinteressato. Il capitalismo britannico tendeva a favorire lo sfacelo dell’impero spagnolo per la ragione che spinge tutti gli Stati ad aiutare i nemici dei propri rivali imperialistici: il desiderio di crearsi nuovi mercati esteri. Ora è chiaro che la unificazione dell’America ex-spagnola in una grande confederazione, quale sognava Bolivar, avrebbe posto sul cammino della penetrazione economica inglese un ostacolo non facilmente superabile.

Gli stessi interessi di classe, sebbene riguardanti obbiettivi diversi, spingevano l’aristocrazia terriera creola ad avversare i piani di unità continentale sostenuti da Bolivar e dalle forze politiche che egli impersonava. Agli occhi dei proprietari di schiavi, i capi alla Bolivar, alla San Martin, alla Morales, che compivano le loro epiche imprese rivoluzionarie guidando eserciti misti che comprendevano, insieme ai creoli, gli indios e i meticci, rappresentavano un pericolo. La liberazione degli schiavi, l’elevamento delle condizioni di vita della popolazione india e meticcia non avrebbero sovvertito la basi sociali sulle quali riposava il regime economico della grande proprietà terriera e delle piantagioni? Ciò non poteva essere tollerato dalla oligarchia terriera che si era ribellata alla burocrazia coloniale spagnola proprio perché il regime di monopolio e la fiscalità imperiale intaccavano i loro privilegi. I proprietari di schiavi ebbero motivo di temere che l’unificazione politica del sub-continente comportasse il rafforzamento del movimento democratico e interrazziale.

In tal modo, gli interessi schiavistici dei proprietari fondiari del Brasile e le mire imperialistiche della Gran Bretagna si coalizzarono contro Bolivar. Non solo gli ”Stati del Sud” restarono un sogno irraggiungibile ma la stessa formazione statale che Bolivar era riuscito a imbastire si scisse nel 1821 nei tre Stati indipendenti di Colombia, Venezuela, ed Ecuador. I proprietari negrieri del Brasile facevano scuola. Di lì a poco anche le attuali repubbliche centro-americane (Honduras, Guatemala, Costa Rica, Salvador, Nicaragua) sciolsero una unione statale che avevano formato nel 1823, completando il processo di smembramento e di frazionamento dell’ex impero coloniale.

Ciò è quanto dire che la rivoluzione anticoloniale dell’America Latina si concludeva con il pieno trionfo delle oligarchie terriere. Non soltanto di esse. Dello smembramento dovevano approfittare in un primo tempo, e per poco, gli Stati Uniti, che riuscivano a conquistare qualche posizione commerciale nel sub-continente; ma dovettero ben presto cedere il campo all’Inghilterra. Si spiega così come nella seconda metà del secolo scorso la direzione degli affari economici dell’America Latina cadde completamente nelle mani dei capitalisti inglesi, seguiti a ruota dai francesi, belgi e tedeschi. Le banche, le miniere, le ferrovie, i telefoni, le centrali elettriche, il caffè, il cacao, ecc. sfuggivano praticamente al controllo dei governi locali.

Naturalmente, gli investitori di capitali stranieri facevano di tutto per impedire qualsiasi riforma democratica mirante a sottrarre il paese al monopolio industriale straniero. Per i capitalisti europei, soprattutto inglesi, ogni fabbrica che sorgesse nelle aree sottoposte alla loro influenza significava un attentato al loro primato industriale; nel migliore dei casi, un inutile copione. Naturalmente, gli interessi degli imperialisti convergevano con quelli dell’aristocrazia terriera, che nella politica di riforme, sostenuta dalle correnti democratiche e radicali, scorgevano un pericolo mortale per i loro privilegi. L’industrializzazione non significava retrocessione dell’economia agraria?

In tal modo, la classe dei proprietari fondiari, che aveva al suo servizio la Chiesa e l’esercito, accettava che l’imperialismo straniero, in cambio dell’appoggio politico e militare, prelevasse un pesante tributo, che in fondo non intaccava i suoi profitti, essendo tratto dal sudore e dal sangue delle classi lavoratrici, oppresse da una povertà spaventosa che certo non è oggi finita.

Si comprende come la struttura sociale dell’America Latina, fondata sulla supremazia e sul privilegio illimitato delle oligarchie terriere e dei loro strumenti politici, e sulla assoluta mancanza di diritti da parte delle classi inferiori, sia durata così a lungo. Una lunga serie di battaglie politiche, di rivolte, di colpi di Stato, e spesso di sanguinose guerre civili non potevano, come non hanno potuto, estirpare l’odiato privilegio fondiario, perché esso, oltre che alle forze proprie, era appoggiato alle potenze imperialistiche straniere. A queste non è servito l’intervento armato nelle faccende interne dell’America Latina, salvo in pochi casi. Bastava stringere il cappio del ricatto economico attorno al collo dei governi progressisti e antimperialistici che osavano porre in discussione l’ordine esistente per provocarne la caduta o, come accadeva nella maggioranza nei casi, per indurli a cambiare casacca.

L’alleanza di ferro tra la aristocrazia terriera, politicamente rappresentata dal militarismo, e il capitale finanziario straniero, la soggezione della prima al secondo, non è fatto originale, esclusivo dell’America Latina. La dominazione di classe del capitalismo si regge proprio sulla identificazione degli interessi della proprietà agraria e del capitale imprenditoriale, nei confronti delle classi lavoratrici. Naturalmente, l’economia agraria e l’economia industriale hanno ritmi di sviluppo differenti, e ciò provoca attriti tra proprietari fondiari e capitalisti industriali; ma siffatti contrasti spariscono di incanto, quando si tratta di coalizzare le forze dello sfruttamento contro le classi lavoratrici. Quanto accade, da oltre un secolo, nell’America Latina è, dunque, la regola, non certamente la eccezione, del meccanismo dello sfruttamento capitalista. Di particolare c’è che la fusione  – al di sopra delle frontiere e della facile retorica nazionalista dei regimi militari sud-americani – della oligarchia terriera locale e del capitale finanziario straniero ha tenuto l’America Latina completamente fuori della rivoluzione industriale del secolo scorso, gettandola nelle condizioni di una colonia finanziaria dell’imperialismo.

Su tale argomento, come sugli aspetti sociali e politici dell’arretratezza latino-americana, converrà ritornare; per il momento qualche cifra basterà. Orbene, alla vigilia della crisi del 1929, i prodotti grezzi costituiscono in tutti i paesi sud-americani almeno l’80%, generalmente più del 90%, talvolta la quasi totalità delle esportazioni, mentre gli articoli manifatturati non entrano, nelle vendite all’estero, che per una percentuale quasi nulla. Ancora oggi, il valore delle derrate alimentari e materie prime raggiunge il 90% delle complessive esportazioni verso le altri parti del mondo. Emerge da ciò il carattere meramente coloniale della economia latino-americana, che, per essere fornitrice di materie prime alle industrie straniere e acquirente dei prodotti industriali, giace allo stesso livello dell’Africa.

Perché qualcosa di nuovo maturasse nella struttura sociale latino-americana, occorreva che si determinasse almeno una interruzione del meccanismo tradizionale dello sfruttamento del subcontinente. E ciò è accaduto durante la seconda guerra mondiale. Già all’epoca della prima guerra mondiale, le morse della tenaglia imperialistica si erano allentate alquanto, ma con l’effetto sicuro di permettere al giganteggiante imperialismo nord-americano di strappare importanti posizioni finanziarie ai capitalisti rivali di Europa. La seconda guerra mondiale, invece, veniva a spezzare bruscamente le relazioni commerciali tra l’America Latina e gli empori dell’Europa occidentale. Mentre l’Inghilterra doveva lottare ferocemente per salvare la propria esistenza ed era costretta a trascurare i propri vassalli finanziari sud-americani, gli Stati Uniti, anch’essi impegnati nell’immane conflitto dei continenti, potevano approfittare solo in parte della situazione. Infatti la grande offensiva finanziaria di Zio Sam ebbe luogo negli anni del dopoguerra e non si può dire certamente esaurita al momento presente.

Approfittando delle condizioni di isolamento, provocate dalla guerra, e maneggiando lo stesso capitale nord-americano, le forze di punta dello schieramento anti-oligarchico gettavano in alcune repubbliche, specialmente nelle più importanti quali il Brasile e l’Argentina, le basi della industria nazionale. Nasceva così l’industria siderurgica, fatto assolutamente nuovo nel regno assoluto delle haciendas e delle estancias. E, con l’ingresso della grande industria, prendevano corpo nuove ideologie politiche e nuovi tipi di regimi politici, quali il ”giustizialismo” di Peron, che spostava le basi tradizionali delle alleanze anti-oligarchiche. Dalla fine del secolo scorso, il movimento operaio che sorgeva in quei tempi aveva appoggiato vigorosamente tutte le battaglie politiche delle classi medie contro l’oligarchia terriera e il militarismo che politicamente ne rappresentava gli interessi. Il peronismo, espressione degli interessi della nascente borghesia imprenditoriale che si vede ostacolata dall’ottuso conservatorismo della aristocrazia terriera, intese procacciarsi l’appoggio della classe operaia, e non si può negare che ci riuscì.

Oggi l’America Latina è in pieno fermento. Le dittature militariste sono crollate dovunque, tranne che nel Paraguay e a San Domingo. E ciò significa che la secolare dominazione dell’oligarchia agraria dà segni palesi di cedimento. Ma la svolta serba un grave pericolo per il movimento operaio, appunto il pericolo giustizialista che, sotto la copertura ideologica della lotta alle oligarchie agrarie universalmente odiate, cerca contrabbandare l’interclassismo, arma dell’inquinamento riformista della classe lavoratrice.

Ferragosto spaziale

A quanto pare gli americani non sono affetti dalla mania ignobile del ferragosto che ammorba in Italia. Pare che la ragione sia questa: gli Stati Uniti sono così vasti che in ogni stagione dell’anno si può trovare in essi il clima tropicale o quello glaciale, secondo i gusti. Ognuno prende le sue ferie in un momento qualunque dell’anno e sceglie il suo soggiorno.

Ma non è questo che ci interessa ora. L’agosto in cui gli europei si sono dati a tutte le mollezze è stato in America un mese di grande attività per il lancio dei satelliti, di cui da molti mesi non si parlava più. Può darsi che le imprese di costruzioni atomiche prese dal terrore che scoppi la pace scoccando tra gli indici ripiegati dei super-big, si siano dati a far pressione sugli alti comandi militari per questa ripresa di attività.

Sono quattro i lanci di cui con maggiore o minore dovizia di dettagli i giornali hanno parlato. Il 7 agosto è stato lanciato lo Explorer 6 detto per la sua forma Ruota da mulino. Di questo satellite di peso non enorme (64 chilogrammi, e si devono ricordare i 1.324 dell’enorme Sputnik III russo) rappresenta una conquista nuova la enorme distanza dalla Terra, 42.000 km; e meriterà un discorso a parte in relazione ai criteri esposti da noi in queste modeste note sulla discriminazione tra corpi celesti e terrestri. Un grosso punto nella gara è stato segnato contro i russi, è certo.

Il 13 agosto è stato lanciato il Discoverer 5 dalla modesta massima altezza di 720 km, ma notevole per il suo peso di 770 Kg, compresa una ogiva di 160, nel cui recupero si è però fatto fiasco.

Il 14 si è fatto un altro lancio per cui si è parlato di 2.336 km e della anche elevata altezza perigea di 672; ma sarebbe andato distrutto non solo il satellite di 38 Kg ma anche la interessante sfera in lamina di alluminio che doveva avere il diametro di metri 2,60 e il peso di soli 4 Kg, colla prerogativa di rendere il corpo visibile otticamente, solo modo di constatarne in contraddittorio l’esistenza dopo il breve periodo di emissione di segnali. Anche il lancio del 16 agosto, del Discoverer 6 è stato un fallimento per la capsula che si è perduta, e forse anche per il satellite di modesta altezza dato che si è parlato di un periodo orbitale di 90 minuti, quasi minimo.

Dopo tale fitta serie di lanci, con almeno due messe in orbita riuscite, gli americani sono stati in grado di vantare che hanno in cielo 6 satelliti, su 9 lanciati, mentre i russi ne hanno uno solo, su tre lanciati. L’ultima nostra rassegna di queste flotte spaziali è nel n. 8 del 1959 (maggio).

Dopo avere notato ancora una volta che i satelliti con piccola minima distanza dalla Terra è da prevedere che stiano poco in alto, e che se non si possono vedere otticamente e se le batterie non mandano più segnali la loro esistenza non può venire provata, riepiloghiamo la situazione.

Satelliti certamente caduti.

Russi: Sputnik I e II lanciati il 4 ottobre e il 6 novembre 1957. Americani: Explorer 3, lanciato il 26 marzo 1958 e Discoverer 1, lanciato il 9 novembre 1958.

Satelliti che si affermano in orbita.

Russo: Sputnik III, lanciato il 15 maggio 1958. Sebbene si sia allora parlato di probabile caduta in cinque o sette mesi e la altezza minima sia ridotta, nessuno afferma che non c’è più; forse una cortesia diplomatica americana.

Americani: Vanguard 1 lanciato il 26 marzo 1958 a cui si previdero 200 anni di vita. In effetti ha una forte altezza minima, 695 km e un alto periodo di rivoluzione, 139 minuti, che erano finora primati, ma il peso è ultraminimo: un chilo e mezzo! Explorer 1 lanciato il 31 gennaio 1958 di 14 chili, che aveva la minima altezza di 350 km (forse) e per cui si promisero da 2 a 5 anni di vita. Explorer 4 lanciato il 26 luglio 1958, del peso di 17 Kg per cui si parlò di 4 anni sebbene l’altezza annunziata fosse ridotta. Discoverer 2, lanciato il 13 aprile 1959, per cui fu vantato il peso di Kg 740, ma che anche aveva periodo ed altezza modesti. Ai detti quattro satelliti americani andrebbero aggiunti i due di questi giorni, e quindi siamo alle sei lune americane contro una sola russa.

Mentre però noi dubitiamo che sia ancora in orbita lo Sputnik russo riteniamo che degli americani solo il Vanguard abbia una probabilità di non precipitare dopo pochi mesi, data la grande altezza perigea, mentre si riduce ad un pezzettino di materia solida perduto nella immensità e incapace di ogni influenza o manifestazione.

Anche i due ultimi entrati in orbita per cui gli stessi americani danno altezze perigee infime (252 e 220 km ) non dovrebbero avere vita superiore a pochi mesi. Solo se si riuscirà a lanciare quello vuoto di grande diametro che la luce solare renderebbe visibile si potrà assicurarsi sperimentalmente della durata delle sue rivoluzioni.

Gli altri sono dei precari proiettili che girano una spirale con molte volute intorno alla Terra, e inesorabilmente vi ricadono. Nelle nostre note sui razzi ultralunari che i russi e gli americani affermano ”entrati in orbita solare” (con frase di scarsa serietà), noi escludiamo che si possa provare che non siano ricaduti quali gravi errabondi sulla Terra da cui partirono, incendiandosi nella sua atmosfera.

La forte distanza perigea nell’Explorer 6, la ruota da mulino, merita che da noi si risponda al quesito se non si siano raggiunti i limiti che consentirebbero di classificarlo con un ”corpo celeste”, nei limiti del significato che per una tale definizione abbiamo illustrato.

Nel nostro primo scritto (n. 20 dell’ottobre 1957) chiedemmo due cose; che il solido si tenesse ad una distanza dalla superficie della Terra non inferiore ad un raggio (circa 6.000 km) e che procedesse lentamente sulla sua orbita; cercando di liberare i nostri lettori dal complesso di stupefazione per gli 8 km al secondo (prima velocità cosmica) vantati per i satelliti come condizione del lancio in orbita. La Luna, ricordiamo, corre solo un chilometro per secondo intorno a noi. Chiedemmo poi almeno un giorno di tempo di rivoluzione.

La ”ruota da mulino” ci permette di fissare queste idee. Essa ha una orbita tanto allungata che non poteva mancare un altro motto cafone: orbita a frittella. In un primo momento hanno dato per l’orbita il periodo finora inaudito di undici ore, colle distanze minima di 225 km e massima di 37.000. Poi con cifre più esatte le ore sono state indicate in 12 e 45′ e le distanze in 252 e 42.200 km. Questa distanza è davvero notevole; aggiunta ai 6.378 km del raggio terrestre dà una distanza apogea di km 48.758 ossia circa 7,64 raggi terrestri. I risultati degli Sputnik sono battuti di lontano.

Va però tenuto conto che la distanza minima è soli 252 km e quindi la distanza perigea 6.630, pari a 1,04 raggi terrestri.

La triviale frittella come ellisse kepleriana ha le carte in regola, tanto che riteniamo che si sia rilevato il periodo di rivoluzione e l’altezza minima, e calcolata quella massima.

Le due distanze che abbiamo date, dal centro terrestre, sommate danno l’asse maggiore dell’orbita, che è 55.208 km ossia 8,68 raggi terrestri. Il tempo di rivoluzione in ore decimali è 12,75. Il semiasse maggiore è 4,34 raggi terrestri. Secondo la legge di Keplero di proporzionalità tra i quadrati dei tempi di rivoluzione e i cubi dei semiassi maggiori, a tale valore del semiasse corrisponde (dal solito calcoletto) il tempo di rivoluzione di ore 12,51 molto vicino a quello reso noto in 12,75.

Vogliamo ora dimostrare più da vicino che questo satellite meglio riuscito è molto più lento dei primi e caduchi. Un satellite vicinissimo alla Terra, ossia che distasse (dal centro) un raggio terrestre, avrebbe il tempo minimo di rivoluzione, come dicemmo all’inizio, di 73′ ed esattamente la velocità cosmica di cui si menò tanto scalpore di circa 11.000 metri al secondo pari a 40.000 km all’ora.

Il satellite attuale ha una distanza focale (differenza tra il semiasse maggiore e la distanza perigea) di 3,30 raggi e ciò permette il calcolo del semiasse minore dell’orbita che risulta 2,83 raggi. Saputi tutti e due i semiassi si può calcolare la lunghezza di tutta l’orbita, che è – evitando di dare formole – 24,6 raggi ossia 157.000 km. Dato il tempo di ore 12,51 trovato col calcolo, la velocità media oraria dell’Explorer 6 risulta di 12.550 km /ora e quindi 3,38 km al secondo. Il corpo dunque è sempre più veloce della Luna, ma molto meno dei satellitini ad orbita minima finora lanciati.

Abbiamo altra volta data la velocità minima e massima, che sono molto diverse. Seguendo la prima legge di Keplero delle velocità areolari costanti si divide tutta l’area della grande ellisse per il tempo di 45.000 secondi e si trova la velocità costante di 37.500 (chilometri quadri al secondo: area descritta dal raggio vettore). Alla distanza minima di 6.636 km la velocità è alta: 10,8 km /secondo, alla massima di 48.578 minima, ossia solo 1,46 km/secondo.

Dunque gli americani hanno avuto il grande successo di lanciare un corpo ad alto periodo di rivoluzione: mezza giornata al posto dell’ora e mezza o due, dei casi precedenti. Lo hanno anche spinto a ben 7,64 raggi terrestri dal centro della Terra. Ma quando la sfiora corre troppo, e corre alla sua rovina!

Ricordate i nostri scherzi filosofici. Hanno dunque gli americani per i primi rubato al gran dio il segreto del corpo celeste dal moto eterno? No, risponderemo. Non sono saliti al sacro; stanno al profano delle ruote da molino e delle frittelle. La minima distanza dal centro terrestre è solo 1,04 raggi; l’altezza di miseri 250 km. Il corpo è ancora dentro la parte gassosa della materiale sfera geofisica, ad essa appartiene, e entro pochi mesi in essa si brucerà, tra il ghignare di Satana. 

Le condizioni che noi, poveri mortali, abbiamo dettato al satellite per cui i due grandi sono in concorrenza spietata (o vellutata?), sono che esso giri in non meno del tempo di rotazione della Terra, 24 ore – e che la distanza perigea misurata dal centro superi i due raggi terrestri – che anche al vertice di velocità massima serbi la calma andatura di Selene.

Allora forse il satellite manufatto sarà eterno, e il Capitale cristianissimo potrà vantare di aver squadrato le fiche a Dio. 

Noi non avremo votato né per l’uno né per l’altro.