Internationella Kommunistiska Partiet

Il Programma Comunista 1963/23

Squallido mondo della ciarlataneria internazionale

Nell’epoca dell’imperialismo non esiste «libera stampa»: è questa una tesi classica del marxismo ristabilita da noi dal 1945 nello studio «Forza, violenza, dittatura nella lotta di classe». La rete delle informazioni e delle comunicazioni, sempre più complessa, viene monopolizzata alla scala internazionale dai mostri statali nei quali si concentra la forza politica e militare dell’imperialismo. La massa delle falsificazioni propinate alla cosiddetta «opinione pubblica» cresce così ad una scala gigantesca: essa rappresenta una vera e propria forza materiale, e fa parte della violenza in potenza che il capitale esercita sulla classe oppressa della società, il proletariato.

Mai come nell’epoca dell’imperialismo in putrefazione, dunque,  si è riempita della pienezza della verità la definizione della rivoluzione enunciata da Karl Marx nel 1844, di fronte alle condizioni della società tedesca:

«Le rivoluzioni, infatti,  hanno bisogno di un elemento passivo, di un fondamento materiale … Non basta che il pensiero tenda a realizzarsi, la realtà deve tendere se stessa verso il pensiero». (Karl Marx, Per la critica della filosofia del diritto di Hegel. Introduzione, E.R., p. 101).

Il «pensiero» (la critica) è il Partito comunista rivoluzionario. Il proletariato, è un  «elemento passivo», «un fondamento materiale». Il rapporto che corre fra il Partito e il proletariato, è il rapporto della necessità: deve.

Mai come nell’epoca dell’imperialismo in putrefazione, la coscienza (la critica, il pensiero) si cristallizza nel Partito. Mai come nell’epoca dell’imperialismo in putrefazione, di fronte alla società , e di fronte al proletariato, è necessario ripetere la parola di Karl Marx: «All’inizio era l’azione. Ecco che hanno agito ancora prima di avere pensato». K. Marx (Capitale, 1, 1, 2, p. 100 E.R.)

* * *

Dal 1957, anno in cui fu lanciato il primo Sputnik, abbiamo denunciato nella propaganda fantascientifica intorno ai voli spaziali uno dei vertici del terrorismo ideologico, della violenza in potenza, che il capitale esercita sul proletariato.

L’enorme massa di menzogne «spaziali» destinate a schiacciare il cervello del proletariato internazionale aveva una delle sue sorgenti a Mosca. Proprio a Mosca, il giorno 21 ottobre 1963, si è svolto il «terzo raduno mondiale della stampa». I rappresentanti del giornalismo internazionale che vi si sono raccolti hanno riempito il mondo, dal 1957 ad oggi della «psicosi cosmica».

Fino al 26 ottobre le agenzie e i giornali monopolizzati da Mosca hanno diffuso notizie sensazionali intorno alla conquista del cosmo e al volo di cosmonauti russi sulla Luna. E’ avvenuto così che un giornalista colombiano domandasse a Krusciov con la massima naturalezza il 27 ottobre, qualche indiscrezione sulla «data»  del prossimo volo lunare.

Krusciov ha risposto così: «Sarebbe interessante fare un viaggio sulla luna, ma non possiamo dire quando questo viaggio sarà possibile. Per il momento presente noi non stiamo preparando alcun volo sulla Luna. Gli scienziati sovietici stanno lavorando intorno a questo problema scientifico e stanno conducendo le necessarie ricerche. Ho letto un rapporto in cui si dice che gli americani vogliono far scendere un uomo sulla Luna entro il 1970. Bene, auguro loro il miglior successo. Ma noi staremo a vedere  come essi voleranno sulla Luna, come atterreranno, anzi come alluneranno, e (questa è la cosa principale) come faranno a ritornare sulla terra. Noi prendiamo in considerazione le loro esperienze».

«Noi non vogliamo competere nell’invio di un uomo sulla Luna senza un’accurata preparazione. E’ chiaro che questa emulazione non potrebbe dare alcun beneficio, anzi, al contrario, procurerebbe solo dei danni fino a quando questo esperimento potrà condurre alla perdita di vite umane. Spesso noi diciamo scherzando: «Chi è stanco di stare sulla Terra vada pure sulla Luna».

L’impudenza manifesta, la menzogna cosciente, la cialtroneria compiuta e soddisfatta di sé, pervadono dall’inizio alla fine questa edificante intervista e ne fanno un brano da antologia. Il sig. Kruscev afferma: «Non possiamo dire quando questo viaggio (sulla Luna) sarà possibile». Il sig. Kruscev presuppone dunque che «l’opinioni pubblica» mondiale dimentichi a un tratto che Mosca dal 1957 ad oggi non solo ha affermato l’assoluta certezza del «viaggio» lunare, ma ha addirittura fatto credere al mondo che questo «viaggio» era imminente!!!

Tranquillamente, Kruscev afferma: «Noi non stiamo preparando alcun volo sulla Luna». Dopo questa dichiarazione chiara, semplice, verginale, dichiarazione che farebbe impallidire il criminale più incallito e che Kruscev ha rilasciato con la tranquillità con cui un assassino colto sul fatto ammette la evidenza, il nostro allegro cialtrone si scusa chiamando in causa i propri complici: gli U.S.A.

L’umorismo furfantesco, che ammicca fra le parole di questo richiamo kruscioviano agli U.S.A., costituisce da solo un vero gioiello artistico, raggiunge la tipicità della commedia classica, e comunica al lettore una irresistibile allegria. «Ho letto un rapporto in cui si dice che gli americano vogliono far scendere un uomo sulla Luna nel 1970».

«Ho letto …» «Si dice …».

Davvero? E’ una novità! Mai nessuno finora aveva parlato del viaggio, del volo, della discesa sulla Luna!

«Bene, auguro loro il miglior successo. Ma noi staremo a vedere come voleranno …, come atterreranno …, anzi come alluneranno … come faranno a ritornare sulla Terra».

Con queste parole, Kruscev ricorda ammiccando ai suoi complici americani le comuni menzogne raccontate al mondo intero. Il linguaggio di Kruscev nei confronti degli U.S.A.  è il linguaggio dell’omertà in uso fra due bande di gangster rivali.

A voi americani, dice in sostanza Kruscev, la psicosi lunare serve, e siete in grado di sostenere le forti spese che essa richiede. A noi russi, oggi, non serve più, e il profitto per noi è superato dal costo. Gli affari sono affari. Se in U.S.A. questa merce cosmica si smercia bene, da noi in Russia non rende per nulla: «Spesso noi diciamo scherzando: chi è stanco di stare sulla Terra vada pure sulla Luna».

Questo è il vertice  a cui arriva l’impudenza di Kruscev. Questo è l’abisso in cui sprofonda il servilismo degli scienziati (russi e occidentali) che fino a ieri hanno contribuito a creare la psicosi cosmica, ubbidendo alle mostruose esigenze politiche dei loro governi e del capitale internazionale.

Ora è chiaro che, se «l’opinione pubblica» avesse anche soltanto la millesima parte dell’importanza che le viene attribuita, sarebbe questo il momento in cui i milioni di imbecilli i quali hanno sognato giorno e notte il «viaggio» lunare dovrebbero dare inferociti l’assalto alle redazioni dei giornali.

Come si comporta dunque l’opinione pubblica? Ebbene, questo è il fatto: mentre nel 1960 sognava il viaggio lunare, l’opinione pubblica, nel 1963, piange la morte di Kennedy.

* * *

Quando dal 1957 il nostro Partito denunciò la cialtroneria della «psicosi cosmica», vi furono degli sciagurati i quali scrissero che tutta l’ Italia avrebbe dovuto ridere di noi.

Chi dovrebbe ridere, oggi? Di chi si dovrebbe ridere, oggi?

E tuttavia noi, né ridiamo, né attendiamo che l’opinione pubblica rida.

Nel 1918, Lenin scrisse, nel «Rinnegato Kautsky», che le risate degli operai avrebbero dovuto sommergere Karl Kautsky. Nel 1963, non solo gli operai non ridono di Karl Kautsky, ma i suoi indegni successori schiacciano il proletariato internazionale, a Mosca e nel resto del mondo. Perché?

Lenin risponde per noi, nello stesso testo e nello stesso luogo: «Se la Germania non fosse un paese dove la polizia impedisce di ridere in coro».

La polizia, la forza, la violenza, il terrore, la guerra del capitale hanno schiacciato il proletariato. Perciò gli operai oggi non ridono di Kautsky.

Perciò noi non ridiamo, né attendiamo che l’opinione pubblica rida, di fronte al vergognoso fallimento della psicosi cosmica.

Perciò noi lavoriamo perché il proletariato internazionale contrapponga la propria forza, non la propria coscienza, alla forza del capitale.

La psicosi cosmica è un feticcio nel quale si cristallizza la forza del capitale.

Chi svela questo feticcio, svela un orrore che grida soltanto la propria distruzione.

Il "diritto di sciopero" è inseparabile dall'azione rivoluzionaria di classe

Quando nello scorso luglio il regime gollista varò in Francia la nota legge « anti-sciopero », gli opportunisti risposero levando al cielo il grido della democrazia e del ”diritto” violati e organizzando arresti del lavoro di neppure… mezza giornata. La risposta del nostro « Le Prolétaire » fu ben diversa, e noi la riproduciamo parzialmente, perché non diversa è la reazione del bonzume italico all’imperante e dilagante offensiva del capitale contro il lavoro e contro quelle che l’opportunismo vantava come ormai solide e acquisite vittorie.

” Lo sciopero è l’arma essenziale dei lavoratori” , ripetono i bonzi fino alla noia. E’ una banalità che essi riaffermano solo per svuotarla di ogni significato. ”Scioperi” che pretendono di far trionfare delle rivendicazioni proletarie risparmiando gli ”interessi superiori” della produzione e del paese. ”Scioperi” sabotati mediante ”accordi” vergognosi che proibiscono scioperi futuri. ”Scioperi” che, nati dal fiasco di un intervento arbitrale, hanno il solo scopo di ottenerne uno nuovo. «Scioperi» di una giornata, di un’ora, di un quarto d’ora, che investono prima una categoria, poi l’altra. ”Scioperi” di settore, di azienda, di mestiere, che si scaglionano scrupolosamente nel tempo e lanciano gli operai in una battaglia ad ordine sparso. Tutti questi movimenti ”articolati’, che deludono e scoraggiano ogni combattività, non costituiscono affatto il vero impiego dell’ ”arma essenziale dello sciopero”; rappresentano solo un minor male per il padronato e per lo Stato borghese. In cambio di qualche elemosina, questi falsi scioperi spezzano l’unità della classe proletaria e il suo istinto di classe, la riducono in un pulviscolo di categorie in concorrenza reciproca.

Si celebra la «conquista del diritto di sciopero». Ma, quando esso – fu acquisito, l’obiettivo rivoluzionario si profilava dietro ogni lotta operaia anche parziale. All’epoca del «Manifesto dei Comunisti », nel 1848, quando il cuore del proletariato internazionale batteva sulle barricate di Parigi, di Vienna o di Berlino, lo sciopero non poteva essere che radicale, violento, rivoluzionario. La borghesia non contava, allora, nessun alleato nelle file operaie. Preoccupata di far rientrare l’energia sociale che l’aveva spinta al potere, e ansiosa di imporre la propria legge sul mercato del lavoro, essa costringeva alla clandestinità le organizzazioni sindacali. Ogni arresto del lavoro cadeva sotto le disposizioni di legge, e la lotta per il pane sboccava necessariamente in un combattimento di strada. Еrа la stessa intransigenza della borghesia a trasformare ogni rivendicazione operaia in anticipazione rivoluzionaria della missione storica del proletariato.

In tali circostanze, il ”diritto di coalizione” che esattamente un secolo fa chiuse questo periodo, – costituisce senza dubbio una grande conquista. Ma il suo avvento segna anche una svolta importante nella politica della borghesia, da allora interessata a legalizzare i conflitti del lavoro piuttosto che lasciarli degenerare in sommosse e lotte armate. Il «diritto sindacale », complemento indispensabile
del diritto di coalizione (sebbene ottenuto più tardi), costituisce egualmente un passo enorme compiuto dalla classe operaia verso la sua organizzazione in forza autonoma, lottante in permanenza
per i suoi interessi vitali. Ma il riconoscimento legale dei sindacati corrisponde pure ad una evoluzione profonda della società capitalistica, ormai politicamente stabilizzata e alla vigilia della sua gigantesca espansione economica.

E’ attraverso questa nuova legislazione che la classe borghese ha procurato di assicurarsi nuove garanzie di dominio. Mantenere i conflitti sociali su un piano strettamente economico, separare rivendicazioni immediate e rivendicazioni storiche del proletariato: ecco le sue preoccupazioni fondamentali. Ha allora inizio una lunga lotta, nel corso della quale lo Stato borghese, con l’aiuto degli alleati che aveva saputo farsi in seno alla classe operaia, cerca di dare alle sue leggi l’accezione più restrittiva, urlando di fronte ad ogni sciopero al «complotto contro la sicurezza dello Stato » o alla «provocazione all’ assassinio e al saccheggio ». Da parte loro, gli operai restituiscono colpo su colpo e si liberano periodicamente dalle anguste prescrizioni della legge, tanto è vero che la lotta di classe non può essere rinchiusa nei limiti del diritto. In realtà, per un periodo storico abbastanza lungo punteggiato da scontri violenti e sanguinosi, il proletariato ha potuto servirsi della ”legalità democratica” per ottenere miglioramenti delle sue condizioni senza perciò alienare come oggi il suo programma, senza perciò veder passare le sue organizzazioni sotto il controllo diretto o indiretto dello Stato borghese oder suoi partiti.

Non sarà più così dopo la prima guerra mondiale, che rimetterà di fronte l’una all’ altra per una lotta a morte le due grandi protagoniste della società capitalistica. Dittatura del proletariato o dittatura della borghesia, ecco l’ alternativa fondamentale della lotta di classe moderna, riproposta in tutta la sua brutalità non appena la rivoluzione russa vittoriosa chiama il proletariato all’ assalto finale contro il capitalismo. Ma la vecchia società si difende aspramente. Dai reazionari ai democratici, dai socialisti ai fascisti, tutti i partiti votati al salvataggio del capitalismo schiacceranno le insurrezioni proletarie in Occidente, e risolveranno l’alternativa a favore della dittatura del capitale. Sotto etichetta ”democratica”  o ”fascista”,  il contenuto uniformemente totalitario del capitalismo decadente imporrà la sua legge in tutti i paesi. Con la violenza o con la corruzione, la borghesia si assicurerà dovunque sindacati e partiti ”operai” ubbidienti e fedeli.

E ci si vorrebbe far credere che, in questo mondo totalitario, esista ancora un conflitto tra forze liberali e forze reazionarie! Ci si vorrebbe dare ad intendere che la ”legge scellerata” del governo gollista abbia di mira la grande conquista politica del secolo scorso rimasta miracolosamente illesa! E che il fascismo, il cui contenuto economico e sociale si è aiutato a vincere su tutta la linea, ci sia ancora di fronte e che lo si possa respingere nella persona di De Gaulle e con l’appoggio di quei bravi democratici che rispondono ai nomi di Mollet o Reynaud, come lo si è già respinto nella persona dei colonnelli dell’ O.A.S. appoggiando lo stesso De Gaulle; insomma, che ci siano sempre delle persone meno fasciste dei fascisti del momento, e che la politica proletaria non consista in altro che nell’ allearsi con loro!

Sinistra imbecillità! La sostanza di concentrazione economica e di pianificazione statale che costituisce il tratto essenziale del fascismo, la nostra buona vecchia democrazia l’aveva già da tempo assimilata quando il potere gollista pensò di darle la sua forma politica. Senza che nessuno di quei bravi democratici lo sospettasse, vivevamo già in pieno fascismo quando quel partito di rinnegati che è il P.C.F. entrò nel governo borghese della Liberazione per condannare gli scioperi, ordinare agli operai di produrre fino a lasciarci le cuoia, piegarli per amore o per forza ai regolamenti di cui la legge attuale è solo il coronamento. Per una delle ironie care alla storia, è proprio volendo ”difendere” la democrazia invece di distruggerla con la rivoluzione socialista che i ”comunisti” hanno reso inevitabile il trionfo del fascismo.

Tutti i sedicenti ”diritti” conquistati dopo di allora dagli operai, essi li hanno pagati col loro sangue nella ”resistenza” sciovinista e col loro sudore nella ”ricostruzione” patriottica; li hanno pagati con la rinuncia dei ”comunisti” ad ogni lotta e ad ogni programma rivoluzionario. Si è elargito il voto alle donne perché il suffragio universale è l’oppio che rende impotente la classe operaia, e più questo oppio è diffuso, più l’ impotenza è generale. Si è iscritto nella costituzione il diritto di sciopero perché i ”comunisti” garantivano con la loro presenza che non se ne sarebbe più fatto uso per scopi di classe. Si sono sopportati i grandi scioperi per tutto il tempo necessario affinché insuccessi e tradimenti ripetuti ne allontanassero una massa crescente di operai. Insomma, si è aspettato che le illusioni riformiste, seminate dall’ opportunismo staliniano dopo quello tradizionale, cedessero il posto alla delusione e al disgusto e giungesse a termine la ”santa opera” di spoliticizzazione della classe lavoratrice. Oggi, il frutto di questa serie di tradimenti è maturo, e il potere del capitale vuol dare il colpo di grazia a quanto resta delle conquiste operaie del secolo scorso. Non c’è da stupirsene. Il diritto di sciopero che si sopprime nella forma alla quale lo si è ridotto è stato pagato dalla classe operaia con la rinuncia al suo unico diritto storico: il diritto alla rivoluzione!

Eppure, oggi, per il governo, subire questi simulacri di scioperi che ”turbano l’ordine pubblico” costa ancora… troppo caro. E’ lì il suo errore e, in una certa misura, il suo contributo involontario alla futura radicalizzazione sociale. Di fronte alla nuova legge, i sindacati hanno urlato:  ”Ormai, ci sarà vietato ogni sciopero di categoria, di settore, di servizio”. Oh, se la legge avrà questo risultato, noi ne saremo ben contenti! Se renderà davvero impossibili gli scioperi di categoria, se impedirà davvero la guerra di logoramento che i sindacati imponevano ai loro iscritti, essa costringerà fatalmente i salariati a ritrovare la via maestra dei grandi scioperi del passato, gli scioperi unitari e senza limitazioni che, rispondendo, a una volontà vera e massiccia degli operai, se ne infischiano di tutti i divieti e di tutte le leggi!

Il gruppo comunista francese ha espresso la sua fiducia che ”gli operai e i democratici” și uniranno per «difendere il progresso sociale, la pace e la democrazia». Noi, comunisti internazionalisti, siamo convinti che il proletariato capirà un giorno di non dover lottare per un «progresso» che è solo corruzione, divisione e castrazione della classe operaia; di dover abbandonare all’ impotenza piccolo-borghese i sogni sulla ”pace in generale”, che mirano solo a fargli accettare la pace sociale; di non dover rivendicare una democrazia che l’ha sempre ingannato, e sempre oppresso e schiacciato nel sangue; di non avere altra salvezza che la lotta di classe, la conquista violenta del potere e la dittatura rivoluzionaria.

Di qui ad allora passeranno degli anni, durante i quali egli dovrà affilare le sue armi, ricostruire la sua organizzazione politica. Ma nulla potrà impedire che si levi l’aurora abbagliante della ripresa internazionale della lotta proletaria.

Nulla: né il linguaggio debilitante dei sindacati e dei partiti della collaborazione fra le classi che piangono sul diritto di sciopero dopo di averlo seppellito, né i fulmini giuridici dello Stato capitalista che ha voluto ucciderlo per la seconda volta!

Lacrimevole coro nel mondo pseudo-comunista alla mitomania borghese dell'Uomo

Non è il decesso dell’uomo, «grande» o «piccolo» che sia, né tanto meno la causa della sua fine, che inducono nei singoli e nelle masse reverenza e rispetto, che ne strappano un cordoglio profondo e talvolta li spingono a portarlo con l’animo ai «cieli».

L’uomo, come qualunque altra specie di animale, l’individuo come qualunque altro esemplare zoologico, trapassa e sparisce. La sua vita può arrestarsi in mille modi, sebbene, fondamentalmente e generalmente, o crepi o venga fatto crepare. Ma la sua posizione sociale, l’insieme degli interessi materiali e intellettuali da lui rappresentati, il posto ricoperto nello schieramento contrapposto delle forze sociali e politiche in lotta, tutto ciò che d’ordinario resta oltre la sua traiettoria vitale e unisce generazioni successive e diverse, forma il campo da cui la sua figura si delinea, da cui prende contorni la sua statura. Nel meccanismo generale della vita sociale, nella dinamica delle lotte delle classi, nel posto in essa occupato e nel ruolo in essa svolto, risiedono i fattori delle dimensioni e dell’ascendenza dell’uomo, del singolo. 

I vivi «non commemorano i morti»: li magnificano o li dannano, secondo che in essi si identifichi o meno, non un esemplare della loro specie, ma, nella storica lotta fra le classi, la loro condizione sociale e di classe; secondo che le idee e le azioni del morto costituiscano o meno il programma e la prassi delle forze sociali antagoniste.

Il presidente degli Stati Uniti, John Kennedy, è morto vittima di un attentato. Tale la notizia che ha fatto il giro del pianeta nelle note a catapulta ripetute dalle rotative. Nel succedersi dei dispacci ufficiali, l’ «America» viene rappresentata nel dolore e nell’afflizione più profondi. Tutte le centrali borghesi del globo, e accanto ad esse le centrali cosiddette «socialiste» da Mosca in giù, abbrunano le loro bandiere, si chinano in segno di lutto. Capi di Stato, ministri, esponenti di quasi tutti i paesi della terra, di qualunque «campo» preteso diverso, sfilano in corteo funebre dietro la bara. Sfilano afflitti e in silenzio i Mikoyan, i De Gaulle,  i lord Home, e tanti e tanti altri: al «capo» del massimo stato imperialista del mondo vanno i segni di ossequio e l’ultimo omaggio dei compari dell’Est e dell’Ovest.

Il morto nella tomba, i vivi all’opera. «Il faro di occidente» s’è spento. L’uomo della pace non è più. Che succederà senza di lui? Quo vadis, mundus? Questa la lamentevole pantomima  borghese, a cui fa eco strepitosa l’insieme dei movimenti pseudo-comunisti che a Mosca fanno capo.

Le colossali, immense forze produttive evocate dal modo di produzione capitalistico, che ha sbrindellato l’individuo come una impercettibile molecola, avrebbero dunque affidato alle mani di un uomo il potere di sciogliere i nodi storici e sociali, di decidere la sorte dei popoli, la pace e la guerra? Ritornerebbe così in pericolo la pace,a dispetto degli eserciti che si tengono per la sua salvaguardia armati fino ai denti: a dispetto di tutti i deterrenti nucleari, la cui funzione protettrice non ci si stanca di affermare? Oh suprema balordaggine di una borghesia giunta al vertice della sua decomposizione storica e che, dopo di aver scaraventato dio giù dagli altari e dalla storia, ha messo al suo posto la ragione, l’individuo, la personalità: idoli ignavi e feticci stolidi se altri mai, tutti raccattati e tenuti su dall’apparente parte avversa, da tutti i movimenti che usurpano il nome di comunisti!  

La pace di Kennedy, quella di Johnson che le succederà, quella di Krusciov e compari, è l’interguerra più rapace, il periodo di più feroce oppressione, di sfruttamento più esoso del proletariato e dei popoli di colore del mondo, da parte del capitale di cui tutti loro sono i rappresentanti insigni con gli Stati Uniti in testa per ruolo e posizione. E’ stata ed è la pace dei ladroni. E’ stata ed è la pace dei mercanti che prepara la guerra: una guerra più sanguinosa, più distruttiva, più catastrofica di quelle che l’hanno preceduta.

Ora può andar negletta la figura del presunto omicida. La sua fine, non diversa da quella che si dice abbia prodotto, lo ha reso meno esecrabile all’isterismo quacchero e protestante della campionissima borghese «America».

Per la filistea morale borghese, la vita è «sacra». E tuttavia di essa si può disporre, purché nei casi previsti, purché nelle forme di legge. Così la canaglia razzista e la violenza organizzata dalla classe dominante – lo stato – possono legittimamente mietere le vite di coloro  che si ribellano a un sistema inumano di sfruttamento bestiale.

La democraticissima «America» è maestra in sevizie e repressioni massicce di «schiavi» salariati, bianchi e di colore.

I comunisti autentici hanno sempre definito sterile la violenza individuale. Non si esce dalla società di classe, dal terrore e dalla violenza organizzati dello stato borghese, con un colpo ben assestato di fucile che abbatte un capo illustre. La violenza rivoluzionaria è di classe e di Partito. Ma non si è mai scagliato l’olio caldo e approvato l’urlo della canea forsennata sull’attentatore, al quale non si è mai potuto negare coraggio e decisione nell’avventarsi su un potente  col proposito dichiarato. e reso orgoglio, di abbattere un nemico di classe.

La tragica farsa di Dallas, tuttavia, neppure a tanto si solleva. La vittima e l’attentatore, vittima essa pure non di «furor popolare», ma di un presunto e molto preteso giustiziere, sono una grigia emanazione della triste «civiltà» del dollaro in cui tanto più si innalza l’inno alla persona, tanto più vile dev’essere il gioco della sua funzione servile, la sua dipendenza dal sacco d’oro.

La storia «scritta» conosce «tiranni» messi fuori e capi eliminati da congiure. In questi casi, l’affare ha fatto quasi sempre scena per e all’interno della classe dominante. Le classi sottomesse e aggiogate hanno poi dovuto imparare a caro prezzo che la trasformazione delle cose poteva nascere soltanto dalla loro vittoriosa insurrezione, e che sarebbe stato stoltezza imperdonabile «piangere» la fine di un uomo o, peggio, del rappresentante della classe da abbattere.

L’orrore per la fine violenta di colui o di coloro che sono preposti a un meccanismo di classe da rovesciare, equivale ad orrore per il proprio compito di abbattimento e di soppressione della classe che governa e che opprime: è lo stesso terrore di classe del nemico, fattosi coscienza morale nell’oppresso, nello «schiavo».

La borghesia inocula nel proletariato, tramite l’opportunismo, l’orrore del proprio compito storico di  rovesciarla e sopprimerla politicamente. Con la complicità organizzata del pseudo-comunismo, essa aspira a che il «becchino» pianga la morte di ciò che deve seppellire; a che rinunzi a farlo e il «cadavere ancora cammini».

Nel quasi mondiale intrecciarsi di omaggi, di parole di riconoscenza e di onore, tributati da tutte le parti al defunto, le frasi più commosse e più alate partono dal Kremlino e dalle sue centrali minori: «Salvatore della pace» «Benefattore dell’umanità», «Amante del progresso dei popoli»…

Si fa inchinare il proletariato davanti al «personaggio», in segno di profonda, di infinita stima.

L’esponente del più rapace imperialismo, della controrivoluzionaria per eccellenza «America», può dormire in pace; grazie all’irretimento dei proletari di tutti i paesi, il dollaro e zio Sam possono dominare senza il ricorso diretto alle armi e al tiro dei cannoni. Come, nella seconda guerra mondiale, Russia e satelliti «immolarono» alla difesa del decrepito mondo borghese e della sua putrida democrazia milioni e milioni di proletari. così oggi gli stessi vengono da quella e da questi chiamati a prosternarsi ai loro piedi.

Sciaguratamente ancora sale la forza del colosso immenso: gli Stati Uniti; cresce l’accumulo di forze e riserve del mostro imperialista che esercita sul pianeta il ruolo di iugulatore di prima forza della rivoluzione internazionale proletaria; di strangolatore, laddove si presenti, dell’immancabile prospettiva comunista.

Possano, in un avvenire non lontano, i calpestati proletari americani e le masse di salariati bianchi e di colore, preparare degna sepoltura alla classe dei successori dello scomparso e ai suoi gendarmi, e spezzare il meccanismo sinistro del più potente stato capitalista di una terra sanguinante e insanguinata.