Internationella Kommunistiska Partiet

Il Programma Comunista 1963/8

[RG-34] Questioni di economia marxista Pt.1

Nel precedente rapporto alla riunione interfederale di Milano del giugno scorso fu data una descrizione del ”Quadro di Marx per la riproduzione semplice del capitale fisso e circolante”. In esso (si veda Programma comunista n. 20 del 2-11-1962) è posto in evidenza il saggio assoluto di plusvalore, p/v che è assunto sempre uguale al 100%, e il saggio annuo di plusvalore, plusvalore nell’anno diviso capitale variabile anticipato nella prima rotazione, saggio che giunge, invece, anche al 1.000%.

Il saggio annuo diverso, minore, nella II sezione ‒ produzione dei beni di consumo ‒ rispetto alla prima, è dato dalla minore velocità di rotazione del capitale della seconda sezione rispetto alla prima. Il saggio annuo, così è di tante volte maggiore quante sono le rotazioni annue del capitale. Si spiega così il processo più celere dell’industria che dell’agricoltura.

È messa in evidenza, altresì, la natura del capitale. Per gli economisti borghesi ed opportunisti anche (Cfr. i russi in particolare), il capitale ha una provenienza arcana, da cui traggono il programma sociale e politico della collaborazione tra capitale e lavoro. In realtà tutto è lavoro e la teoria gesuitica che il profitto sia il ”premio” al capitale anticipato, è chiaramente smentita da una attenta lettura del quadro di Marx. Infatti la ricostituzione, nel quadro decennale, del capitale fisso altro non è che accantonamento di una quota di lavoro sotto forma naturale, che nel meccanismo mercantile e monetario assume la forma di denaro. Risalendo alle origini storiche di questa ricostituzione non faremmo altro che ripercorrere a ritroso la storia dell’accumulazione del lavoro umano, che l’economista borghese considera soltanto come accumulazione del capitale che si perde nelle nebbie dei secoli passati. Il trucco e l’inganno sta nel fatto che la classe produttrice, il proletariato industriale e agricolo, viene privata dal comando sul prodotto del suo lavoro; e questo fenomeno ‒ appropriazione privata ‒ dà la sensazione che il prodotto abbia una provenienza diversa da quella che in realtà ha. Sembra che l’anticipazione sia stata di denaro, oro; ma né il denaro né l’oro possono trasformarsi in prodotti di varia materia e foggia.

L’oro e il denaro sono la forma fenomenica, l’equivalente generale, assunto dal lavoro estorto cristallizzato in macchine, impianti e attrezzi.

Il comunismo è il ritorno alla società dei produttori dei mezzi di produzione e dei prodotti di cui è stata privata. Ad un atto di forza che ha privato una parte della società della proprietà dei mezzi di produzione e dei prodotti dovrà rispondere un nuovo atto di forza per rientrarne in possesso. Ed è il compito della rivoluzione comunista.

I due processi dello sciupìo

Stabilito che tutto è lavoro è altresì vero che il livello della produzione dipende dall’efficacia del lavoro, cioè dalla produttività del lavoro, dalla capacità che il lavoro ha di produrre in un tempo dato, in condizioni date.

È indifferente a questo proposito considerare la produzione semplice o allargata delle merci, in quanto le leggi che presiedono alla produzione nel modo di produzione capitalistico agiscono indifferentemente sia nella prima che nella seconda. Cosicché lo ”sciupìo” sarà non solo sciupìo di lavoro, e più precisamente di tempo di lavoro, e da un punto di vista quantitativo e da quello qualitativo, cioè si realizzerà in primo luogo nella fase produttiva, ma anche, assumendo forma di capitale monetario nel meccanismo mercantile, nella fase di distribuzione. Quindi: sciupìo di tempo nella fase produttiva e sciupìo di tempo in quella di circolazione.

L’attuale periodo storico di esaltazione delle forze produttive ci immette nelle condizioni reali prospettate nel punto 2) del paragrafo IV del 15° capitolo della V Sezione del Capitale (Ed. Rinascita – I Libro, II Vol. pagg. 242 e segg.): ”Intensità e forza produttiva del lavoro in aumento e contemporaneo abbreviamento della giornata lavorativa”.

Nei paragrafi precedenti al IV Marx mostra come il diverso combinarsi della forza produttiva, dell’intensità del lavoro e della giornata lavorativa non muti per nulla il modo di produzione capitalistico, neppure quando (paragrafo III) ”eguali rimanendo la forza produttiva e l’intensità del lavoro” sia abbreviata la giornata lavorativa, e neppure quando (paragrafo I) ”a forza produttiva del lavoro in aumento, il prezzo della forza lavoro potrebbe essere in caduta costante, mentre la massa dei mezzi di sussistenza dell’operaio potrebbe contemporaneamente e costantemente aumentare”.

Perché, in questo ultimo caso, ”il valore della forza-lavoro scenderebbe costantemente e così si allargherebbe l’abisso fra le condizioni di vita dell’operaio e quelle del capitalista”. Nel primo caso l’abbassarsi della giornata lavorativa, segue o precede ”la variazione della forza produttiva e dell’intensità del lavoro” per modo che si operi una compensazione tra lavoro necessario e pluslavoro. (Vedi sviluppi in Abaco dell’Economia Marxista pp. 15.17).

Nel modo di produzione capitalistico il tempo di lavoro consta di tempo di lavoro necessario e di pluslavoro. Il tempo di lavoro necessario consiste nel tempo che occorre per la ricostituzione della forza lavoro, ed è per gli operai; il pluslavoro, consiste, invece, nel tempo di lavoro per il capitalista o più esattamente per il capitale. La tendenza è, quindi, di diminuire a zero il lavoro necessario e di estendere al massimo il pluslavoro. Naturalmente ”Il limite minimo assoluto della giornata lavorativa è in genere formato da questa sua parte costitutiva necessaria ma contrattile” (corsivo nel testo). Se tutta la giornata lavorativa si riducesse a quella parte, il pluslavoro scomparirebbe, il che è impossibile sotto il regime del capitale. ”La eliminazione della forma di produzione capitalistica permette di limitare la giornata lavorativa al lavoro necessario” (corsivo nel testo).

In primo luogo giova sottolineare come Marx non consideri affatto un mutamento sostanziale del modo di produzione capitalistico la diminuzione della durata della giornata lavorativa, né l’aumentata capacità di consumo per la classe operaia in regime capitalistico. Qualsiasi conquista economica o di condizione di lavoro sotto il capitalismo viene piegata alle esigenze della conservazione del modo di produzione capitalistico stesso. La vera conquista sarebbe la trasformazione della giornata lavorativa in tempo di lavoro necessario, ma, ammonisce Marx, ciò è realizzabile solo dopo ”l’eliminazione della forma di produzione capitalistica”. Si deduce facilmente che questa sostanziale trasformazione sociale, vera e propria inconfondibile caratteristica del comunismo, non si realizza con continue, costanti parziali vittorie sul terreno economico e tanto meno con riforme, come vorrebbero far credere gli opportunisti di oggi e di ieri, in uno con l’ordinovismo gramsciano e derivati, ma soltanto dopo ”l’eliminazione” del capitalismo tout court; dopo cioè la distruzione di ogni forma di dominio del capitale, e soprattutto dopo la distruzione dello Stato capitalista.

Sciupìo nella produzione

L’assunto comunista non riposa su un fallace cambiamento di apparenze politiche, con cui spacciare poi per comunista un banale cambio della guardia ai vertici burocratici e parlamentari dello Stato. Marx caratterizza in modo inequivoco la società comunista (a dispetto di quanti sostengono che il Maestro si sia limitato a criticare e analizzare il capitalismo) partendo proprio dalle caratteristiche del modo di produzione capitalistico. ”Quanto più cresce la forza produttiva del lavoro, tanto più può essere abbreviata la giornata lavorativa, e quanto più può essere abbreviata la giornata lavorativa, tanto più potrà crescere l’intensità del lavoro”: la produttività del lavoro, cioè, può diminuire la durata della giornata lavorativa e può consentire un aumento d’intensità del lavoro, a condizione, però, che la produttività del lavoro cresca non con l’aumento dello spasimo lavorativo, ma con un radicale cambiamento della forma produttiva. Marx elenca tre condizioni per realizzare l’assunto comunista:

1) ”risparmio nei mezzi di produzione”; 2) ”esclusione di ogni lavoro senza utilità” sociale; 3) ”obbligo generale del lavoro”, ovvero distribuzione proporzionale del lavoro ”su tutti i membri della società capaci di lavorare”.

Questa è l’antitesi dialettica alla tesi capitalistica, in cui si realizza lo sperpero di lavoro. Per intenderci facciamo la seguente esemplificazione.

Stando alle statistiche del 1959 la popolazione presente in Italia è stata di 50,7 milioni, di cui 17,2 adibiti al lavoro nei quattro settori, industria, commercio, agricoltura e servizi, esclusi gli imprenditori, i militari e i professionisti. Ora la popolazione attiva, compresa tra i 15 anni e i 65, era di 33,5 milioni. Ciò significa che quasi la metà della popolazione attiva è esclusa dall’attività lavorativa, sorvolando per ora sulla distinzione tra attività produttive e non produttive. Per lo stesso periodo il prodotto lordo è stato di 16.830 miliardi di lire, che diviso per i 17,2 milioni di addetti al lavoro danno un prodotto lordo a testa di 978.000 lire. Facendo la sola considerazione dell'”obbligo generale del lavoro”, per produrre i 16.830 miliardi anziché da parte dei 17,2 milioni di addetti, da parte di 33,5, il prodotto pro capite sarebbe stato di 500.000 lire, della metà circa; vale a dire che lo sforzo prodotto sarebbe stato di circa la metà. Ammettendo che la giornata lavorativa consti di 8 ore, ne sarebbero bastate soltanto 4 per avere la stessa massa di prodotti. E questo soltanto estendendo l'”obbligo generale del lavoro” ”su tutti i membri della società capaci di lavorare”.

Se si considera, poi, che, per esempio, su 19.577.280 addetti in condizione professionale nel 1951, 4.450.534 erano adibiti ad attività non di ”utilità sociale”, come impiegati, commercianti, rappresentanti, ecc. – e solo dal punto di vista quantitativo – , allora la giornata lavorativa per i 33,5 milioni di atti al lavoro cadrebbe da 4 ore a 3 ore e scenderebbe a 2 se si dovessero prendere in seria considerazione all’interno della produzione quelle produzioni antisociali, come il tabacco, l’alcool, gran parte di acciaio e cemento, utilizzati improduttivamente, ecc. Per differenza, allora, 3/4 del tempo disponibile degli uomini validi ed in condizioni di lavorare, è tutto sciupato nel modo di produzione capitalistico, con le conseguenze di facile constatazione sulla salute stessa degli uomini e sull’integrità stessa della specie.

Abbiamo visto che la tendenza nel modo di produzione capitalistico è di comprimere al massimo il tempo di lavoro necessario e di allungare al massimo il pluslavoro. Generalizzando, allora, quanto abbiamo esemplificato, si avrebbero queste formule: t = tempo di lavoro totale giornaliero = n (tempo di lavoro necessario) più e (tempo di pluslavoro); ove si ponga e uguale a zero, seguirebbe t = n, ossia la giornata lavorativa si ridurrebbe al tempo di lavoro necessario. In cifre numeriche, se la giornata è di 8 ore, sia n = 2 ore il lavoro necessario ed e = 6 ore il sopralavoro, si ricaverà che le e = 6 ore sono socialmente sciupate; dal punto di vista della produzione semplice. Se, poniamo, basta che la produzione aumenti del 10% per soddisfare l’incremento demografico e il fondo sociale di riserva e di accumulazione, il tempo di lavoro necessario crescerà da 2 ore a 2 ore e 12 minuti al giorno, evitando lo sperpero sempre di ben 5 ore e 48 minuti al giorno.

È chiaro che tutto il discorso è stato fatto per dimostrare lo ”sciupìo” delle forze produttive sotto il capitalismo, ragionando poi con mentalità ed abitudine borghesi nel dimostrare l’opposto comportarsi della società comunista. In effetti, una volta eliminato il pluslavoro, tutta la vita della specie umana consterà di tempo di lavoro necessario e più precisamente la vita stessa sarà veramente necessaria alla società per sé stessa, quando produce mezzi materiali, quando pensa, mangia e dorme. Queste funzioni nel modo di produzione capitalistico vengono esplicate dai produttori soltanto per il capitale e per la sua perpetuazione e conservazione, sia quelle produttive che quelle biologiche e intellettuali.

L’uomo sarà liberato dal tempo di lavoro per il capitale, che recupererà per sé stesso.

Sciupìo nella circolazione

La maggior dilapidazione di forze produttive si effettua nel periodo di produzione, come abbiamo già constatato. Ma, dato il meccanismo mercantile e la forma monetaria che assume l’economia produttiva, un successivo sperpero di energie di tempo di lavoro si effettua anche durante la rotazione del capitale.

Marx nel I Vol. del II Libro (ed. Rinascita) a pag. 282 stabilisce che ”la massa del capitale produttivo costantemente in funzione è determinata dal rapporto tra il tempo di circolazione e il tempo di rotazione”. Per cui, sia Tp il tempo di lavoro o tempo di produzione (tempo che trascorre dall’inizio della lavorazione aziendale fino alla realizzazione del primo blocco di prodotti completi atti all’impiego); Tc il tempo di circolazione (o tempo ulteriore che passa per inviare quei prodotti al mercato e rientrare nel loro valore commerciale), T il tempo complessivo o di rotazione, che trascorre tra la iniziale anticipazione ed il primo recupero (si confronti al riguardo il testé citato quadro di Marx): avremo T = Tp + Tc.

Poiché in corrispondenza a questi tempi, espressi in giorni o settimane, si ha una proporzionale anticipazione di capitale, chiameremo quelli corrispondentemente erogati Kp o capitale attivo (di produzione vera e propria), Kc o capitale passivo (di circolazione o collocamento commerciale), e il capitale totale necessariamente anticipato sarà K = Kp + Kc.

Chiameremo quindi indice o grado di sciupìo (derivante dalla circolazione del capitale e dalla struttura mercantile della economia) il rapporto:

Indice o grado di sciupìo

Quindi il grado di sciupìo derivato dal fatto della rotazione è dato dal rapporto tra il tempo di circolazione e il tempo di rotazione ovvero tra il capitale passivo e il capitale totale anticipato.

Tale indice di sciupìo varia col tempo di lavoro e col tempo di circolazione, e secondo che l’uno o l’altro di essi sia maggiore si hanno (nel testo di Marx) tre casi: tempo di lavoro maggiore del tempo di circolazione, tempo di lavoro uguale al tempo di circolazione, tempo di lavoro minore del tempo di circolazione. L’indice varia in modo che è tanto più grande quanto più grande è il tempo di circolazione rispetto a quello di lavoro.

Lo sciupìo in Marx

I lettori ci permetteranno di soprassedere per un tempo alla questione ora tratteggiata di quell’indice dello sciupìo che deriva dalla necessità, propria della economia capitalista, di tenere immobilizzato un ulteriore capitale per attendere, oltre al tempo di produzione, inevitabile fisicamente perché ciò che non è prodotto finito non è nemmeno prodotto consumabile, al tempo successivo di circolazione che occorre perché il prodotto ritorni come capitale denaro investibile in mezzi di produzione e salari. Questa dimostrazione di Marx è una parte notevole di quella che mette la dilapidazione di forze produttive in conto della forma monetaria e soltanto di questa, mentre in una forma non monetaria (società comunista) questo e molti altri settori che sono ”componenti” dello sciupìo totale non sarebbero presenti. La difficoltà sta nell’avere dovuto mettere in termini monetari e commerciali un calcolo che è di confronto tra una economia di mercato e di moneta con una puramente fisica o naturale, come quella che Marx vede succedere alla rivoluzione comunista, compiendo ancora una volta il passo audace e geniale tra quella che pare una analisi disinteressata della economia presente e quello che è il programma del suo rovesciamento, violento, storico e politico.

Questo passaggio, trovato nelle carte di Marx in un fiume di fascicoli macchinosi, provocò una nota di Engels che da decenni ci tiene perplessi e che sta tra parentesi quadre alla fine del IV paragrafo del Cap. XV del Secondo Tomo (attenti, Tomo, non Volume!) del Capitale.

Lo scioglimento di questo apparente contrasto verrà a suo luogo.

Per ora al fine di chiarire la questione torneremo indietro, e di un intero tomo, ossia fino al Cap. XV del Primo Tomo, che anche abbiamo nelle pagine che precedono già citato ed impiegato.

Questa parte è stata già presentata in modo definitivo nel nostro ABACO della economia marxista, e quindi negli ”Elementi della economia marxista” pubblicati su Prometeo (serie originale) e su ”Programme Communiste” di Marsiglia.

Nell’Abaco si consultino le pagine 15 e 17 del primo capitolo, che svolge la materia del primo tomo. Teniamo fermi gli indici e le definizioni di grandezze, e i simboli, adottati nella detta esposizione. Il titolo che abbiamo dato è ”Ripartizione del valore prodotto tra capitalista e salariato, mentre il titolo del testo è: ”Variazioni del rapporto di grandezza fra il plusvalore e il prezzo della forza di lavoro”. In tutta questa trattazione si fa astrazione dal capitale costante, che nel suo valore riappare tal quale nel prodotto, e si considerano le altre due parti del capitale-prodotto e capitale-merce (espressione che non è identica a quella di ”valore prodotto”) ossia il capitale salari e il plusvalore. Forse oggi dovrebbe essere meno difficile rendere chiari questi termini base della economia di Marx dato che anche i nostri peggiori nemici non solo parlano di valore aggiunto dal lavoro come ”prodotto netto”, ma lo fanno nello studio del capitale aziendale e del capitale sociale (per loro nazionale, anche se parlano… russo). Ossia è chiaro per tutti che tutto il valore aggiunto, o se volete ”creato” nasce da lavoro , anche se poi si deve andare a vedere se è divenuto reddito consumabile o plusvalore portato a nuovo capitale, problema dai nostri posto da un secolo nei suoi termini.

Ora vedremo perché ci siamo permessi di riferire i tre casi di Marx (i primi tre dei quattro) in ordine diverso: il terzo, il secondo, il primo.

Marx esamina la variazione di tre grandezze: la durata (in ore) della giornata di lavoro, quella della intensità del lavoro, e quella della produttività del lavoro. Ora nell’ordine da noi adottato il primo e il secondo caso (ore di lavoro e intensità del lavoro) si possono studiare quantitativamente, come abbiamo fatto nell’Abaco dell’Economia Marxista, anche per una azienda, un’impresa isolata, se pure, con misure generalizzate, divengono, o sono diventati storicamente, o possano diventare nell’avvenire un problema sociale per ”tutte le aziende private”, passando da quello che abbiamo detto momento marxista al secondo momento. Quando invece varia la produttività generale del lavoro (per cause tecnologiche, scientifiche e così via) siamo in pieno secondo momento, e il prezioso testo cui ricorriamo ci apre con slanci luminosi la strada al terzo momento, ossia alla teoria della economia comunista, alla soluzione storica della turpe ”equazione dello sciupìo” – che è la Rivoluzione.

I tre casi di Marx, Capitolo XV del classico Primo Tomo, uscito nella classicità della stesura dalle sue mani in una forma insuperabile, badano a farci impostare, scrivere, mettere giù la equazione dello sciupìo, che sta in tutte lettere nelle pagine di lui che sono la piattaforma originale ed invariante della dottrina di classe del proletariato moderno.

Se variano nel loro numero le ore di lavoro a pari produttività ed intensità, il caso più semplice è che il salario non cambi. Tutta questa trattazione come premette l’impeccabile autore è stabilita nella ipotesi che i prezzi siano coincidenti con i valori. Questo vuol dire che il salario non varia sia se considerato nominale (in moneta) sia come salario reale. Il nostro facile calcoletto dell’Abaco mostra che allora, al variare della giornata di lavoro, varierà una sola cosa: (il prodotto totale ed) il plusvalore. Se si lavora tutti più tempo si produrrà una massa maggiore di merci, e se sono fermi prezzi e salari quello che crescerà a dismisura sarà il plusvalore, che nelle mani dei capitalisti darà luogo a riproduzione allargata, a nuovi investimenti. Non solo cresce il plusvalore e profitto di imprese, ma ne cresce anche il saggio, come già storicamente è successo (Inghilterra del primo Ottocento). La ipotesi che si vada da 8 a 12 ore porta il plusvalore da un terzo ad otto quindicesimi del prodotto netto (il salario resti dei due terzi), ma il suo saggio da un terzo a ben otto decimi.

Il «Socialismo» del Codice del Lavoro nella Repubblica Democratica Tedesca Pt.1

Un cardine fondamentale della visione marxista dello sbocco finale della forma sociale capitalista, è che la società nata come scioglimento delle sue contraddizioni interne, quella comunista, non conoscerà le categorie economiche dello scambio mercantile e del lavoro salariato. Il marxismo è sempre stato (e in tanto è rivoluzionario) un’appassionata e nel contempo scientifica negazione della società mercantile che l’aveva suo malgrado prodotto, una negazione che è sempre valsa come l’affermazione più chiara dei principi opposti, quelli del comunismo. I marxisti non hanno avuto bisogno di descrivere utopisticamente, come in un bel sogno, le caratteristiche della futura società, ma ne hanno indicato le basi fondamentali negando all’iniziativa individuale, allo scambio mercantile, al lavoro salariato, insomma al capitale con tutti i suoi rapporti necessari, il diritto di ulteriore necessità storica. Essi, mentre ancora salutavano l’introduzione di questi rapporti nel mondo moderno e le sue rivoluzionarie conseguenze nei confronti degli assetti sociali precedenti, ne formulavano anche in modo implacabile il destino di divenire un freno allo sviluppo ulteriore dell’umanità.

In questa visione, noi leggiamo l’impossibilità di uscire dalla società del capitale senza uscire dalle forme «salario» e «scambio». La nuova società, appena nata, darà il massimo impulso alla cancellazione di queste categorie economiche. In tale prospettiva, sarebbe quindi apertamente controrivoluzionario mantenere i rapporti salariali (fin quando dovranno essere tollerati per l’impossibilità di abolirli di colpo e in modo integrale in un solo paese) con gli stessi mezzi del capitalismo, che agisce non per la soppressione, ma per l’eternamento del salariato. Immaginare un socialismo che ammetta ed anzi codifichi le differenziazioni salariali, i premi di rendimento, il lavoro a cottimo, il lavoro straordinario e simili glorie borghesi, equivale a proclamarsi apertamente nemici del passaggio al socialismo.

Che cos’è, allora, chi non solo immagina un tale socialismo, ma lo attua e lo sancisce in eleganti libretti «popolari»?

La «categoria» maledizione capitalistica

Sotto la benevola protezione di mamma Russia – «socialismo» modello – anche la Repubblica Democratica Tedesca ha provveduto a costruire il suo socialismo nazionale e brevettato, e a dar valore di legge alle proprie istituzioni «operaie»: ha quindi formulato e pubblicato un suo Codice del Lavoro, edito a cura della «Confederazione Sindacati Liberi Tedeschi» (FDGB), Berlino 1963, ediz. Tribüne, in diverse lingue, compreso l’italiano, e corredato da preziosi chiarimenti su ogni punto. La pretesa di questi signori è di… applicare le norme della società socialista, primo stadio della trasformazione sociale che ha per punto di arrivo il comunismo. Vediamole, dunque queste norme, nella teoria marxista e nella pratica demo-popolare.

Il principio della distribuzione dei prodotti nella società socialista (primo stadio), una volta eseguite le necessarie detrazioni, è, rispetto al lavoro prestato, egualitario. Sebbene, come dice Marx nella «Critica del programma di Gotha», in tale primo organizzarsi della società su base socialista esista il diritto egualitario dei produttori al prelevamento dei prodotti, quindi un diritto basato sulla disuguaglianza dei produttori individuali (chi è più forte, chi meno, chi più intelligente e chi meno, chi ammogliato e chi no, ecc.), un diritto che è ancora un retaggio borghese, è su questa base che si arriverà a sostituire, in un coerente sviluppo, l’egualitarismo stesso. Ma, come prima fase, esso è assolutamente necessario e va difeso contro ogni rinascita di individualismo.

È su tale base che ai produttori appare chiaro come il loro «cointeressamento» alla società non è mercantile, perché «non è più per via indiretta, ma direttamente, che i lavori dell’individuo divengono parte integrante del lavoro della comunità» («Critica del programma di Gotha»). Tutti gli sforzi della dittatura comunista saranno diretti a sviluppare nei laboratori la coscienza di questo fattore, cioè che essi non lavorano più egoisticamente legati dal loro interesse personale (oltre che da quello, invisibile ma implacabile, del capitale), ma fanno parte integrante della nuova società in embrione, che, se richiede sacrifici al singolo, non lo fa «interessandolo» come individuo alla produzione. Nel socialismo l’individuo è sempre «interessato», perché il suo lavoro lo ritrova e lo gode direttamente in quanto membro della società: Marx aggiunge che perde ogni senso l’espressione «reddito di lavoro».

In una delle spiegazioni «chiarificatrici» del contenuto «socialista» delle loro leggi sul lavoro, i Sindacati Liberi della R.D.T., ci spiegano invece (pag. 72; i corsivi sono nostri):

«Come sindacato appoggiamo il principio del cointeressamento materiale alla distribuzione del salario [badate: non solo sussiste il reddito di lavoro, ma si chiama apertamente salario]. Finora non abbiamo la società comunista nella quale ognuno può vivere secondo i suoi bisogni e agire secondo l’etica comunista. Fino a quando il lavoro continua ad essere il primo bisogno vitale degli uomini, un aumento rapido della produttività del lavoro dipende in larga misura dal modo come gli interessi sociali vengono in permanenza legati agli interessi personali di ogni lavoratore. Questo legame si realizza meglio ripartendo i fondi del consumo individuale secondo il rendimento di ogni lavoratore. In tal modo tutti vengono interessati ad aumentare, in modo qualitativo e quantitativo, la produzione nazionale dalla quale dipende la misura della loro parte individuale. Ogni egualitarismo nella retribuzione impedirebbe il nostro sviluppo e sarebbe incompatibile col principio del rendimento».

Ciò potrebbe far pensare che le differenziazioni di salario siano perlomeno dovute alle diverse quantità e qualità di lavoro fornito, fuori da considerazioni di categoria. Ma il paragrafo 4°, punto 3, pag. 73, toglie ogni dubbio:

«I livelli e le condizioni salariali sono da stabilire nei contratti collettivi di categoria in base alle disposizioni di legge».
Ne consegue, chiaramente, che a diverse categorie corrispondono diversi salari. Il lavoro viene quindi diviso in gradi di nobiltà a seconda dell’interesse che qualcuno (la classe dominante, rappresentata dal suo Stato-succhione) ne ricava, in modo che ai suoi diversi strati vengano gettati oboli più o meno sostanziosi a seconda che il capitale vi fa. Qui il lavoro non viene considerato come una massa indistinta astrattamente sociale, ma suddiviso in caste, quella dei proletari che lavorano normalmente, quella dei proletari che «meritano» di più, quella dei proletari che controllano i lavoratori, quella dei proletari che si specializzano e forniscono un lavoro d’un valore mercantile maggiore e così via. E il «socialismo» si fa in quattro per aumentare tutte queste differenziazioni in caste, introducendo il concetto di «cointeressamento»: tu sei un lavoratore specializzato, tu sei disposto a lavorare di più, quindi riceverai più danaro «socialista» e avrai un posto speciale in questa speciale società socialista che produce l’aristocrazia operaia. E certo questo operaio «nobile» sarà il fondamento dello Stato nel caso che la marmaglia degli operai volgari si rivolti, stufa d’essere calpestata in nome del… socialismo. Come i loro imbattuti maestri dei bei tempi – i fascisti – così i democratici tedeschi hanno riconosciuto l’importanza che bisogna concederti, oh aristocrazia del lavoro, baluardo dell’ordine borghese, emblema di schiavitù felice! Invece di portare la società fuori dalla maledizione del cointeressamento economico, si costruisce un mondo basato sulla sua esasperazione; invece di promuovere la coscienza collettiva del lavoro prestazione individuale necessaria nell’interesse non individuale ma sociale, si alimenta lo spirito egoistico del lavoratore-premio.

Trattando la questione della difesa e dell’offesa militare dello Stato socialista, Trotsky sottolineava che essa graverà tutta sulle spalle dei proletari. Sono essi che ne portano il peso, perché sono essi che generano, come classe, la nuova società, e lo portano serenamente e con orgoglio. Ciò è vero anche dal punto di vista economico, e a maggior ragione. Il laborioso e grandioso parto storico della società comunista richiede dei sacrifici; nessuno ha «diritto» a premi… Ma sono finiti i tempi in cui i militanti del partito di Lenin e i proletari più coscienti offrivano gratuitamente le ore di lavoro in più, per assicurare la produzione in giorni difficili. Fra l’altro, ora, gli «straordinari» e l’intensità di lavoro accresciuta servono solo ad ingrassare il capitale assetato di nuovi investimenti.

Che cosa stabilisce, nel socialismo – prima tappa del comunismo – il valore sociale del lavoro? Il fatto che esso sia più o meno difficile, che sia «intellettuale» o manuale? No di certo. Il primo passo che il socialismo compie consiste nell’appianare le differenziazioni, il che permette anche il trasferimento di gruppi di lavoro da un centro a un altro, di produttori da un genere di lavoro a un altro, senza premi, senza cointeressamenti, per la maggior consapevolezza d’essere membri d’una società che annulla le divisioni di classe ed i profitti, per la fine della schiavitù d’un lavoro perennemente idiota.

Un’aristocrazia….. socialista

Marx scrive che nella prima fase della società comunista, cioè in una società che
«porta quindi ancora sotto ogni rapporto, economico, morale, intellettuale le stimmate della vecchia società dal cui seno essa è uscita»,
il produttore riceve esattamente, fatte le detrazioni per le istituzioni sociali e la riproduzione del lavoro, ciò che ha dato alla società.
«Ciò che egli ha dato alla società è il suo quantum individuale di lavoro».
Il suo quantum, la quantità di lavoro, non la sciocca qualità, invenzione capitalistica per arruffianarsi il lavoro. Il lavoro noi lo misuriamo a ore, non a denaro.
«Egli (il produttore)», prosegue Marx, «riceve dalla società uno scontrino da cui risulta che ha prestato tanto lavoro (dopo la detrazione del lavoro effettuato per i fondi comuni) e, con questo scontrino egli ritira dal fondo sociale tanti mezzi di consumo quanto costa il lavoro corrispondente».
Ha fornito non un genere di lavoro, ma un tanto di lavoro, indistintamente. Questa è solo la base d’una società che va verso il comunismo. Percepire la stessa «remunerazione» per la stessa quantità di lavoro è per il socialismo un luogo comune, è il primo balbettio di tale grandiosa attuazione.

Scrivere cose come le seguenti (pag. 74) significa quindi, per noi, bestemmiare:

«Rendere molto o poco, non si riferisce soltanto alla quantità del lavoro, ma soprattutto alla qualità, e al suo valore sociale. Perciò gli operai nei settori più importanti della economia nazionale hanno le tariffe più alte. I salari dell’industria mineraria sono per esempio più alti di quelli dell’industria tessile».
(Noi leggiamo: il capitale ritiene più opportuno arruffianarsi la branca mineraria e siderurgica, così utili per la costruzione d’una economia capitalistica «di ferro»).
«Questa differenziazione è giusta, perché in tal modo si fanno avanzare i fondamentali della produzione nazionale dirigendovi la manodopera».
Nel socialismo la manodopera verrebbe diretta da una branca all’altra col sistema della sete di un guadagno maggiore!? Sarebbe questa senza dubbio una «interessante novità» per i «vecchi e superati» maestri Marx, Engels, Lenin, usati pur sempre come etichette di garanzia da appiccicare a prodotti non ancora affermatisi sul mercato. È forse inutile osservare come l’incanalamento della manodopera, ovvero delle forze produttive, con l’offrire un plus in un posto anziché in un altro, è caratteristico dell’epoca capitalistica e crea non solo dislivelli economici e differenze di interessi nel seno della classe proletaria, ma è la causa dell’alterazione della base naturale della società, cioè della formazione di centri a concentrazione parossistica di fronte ad altri in cui le risorse non vengono utilizzate perché «non rendono»; in breve, la causa della divisione tra città e campagna, i cui monumenti sono le pile di grattacieli che fanno a chi è più alto e più fesso, mentre ai loro piedi si svolge una epilettico duello fra automobilisti, la nuova specie «umana» prodotta dall’accumulazione capitalistica.

Riprendendo il filo, il Codice del lavoro della R.D.T. afferma che la differenziazione è «giusta» per l’avanzamento dei rami industriali più importanti. Ora aggiunge (pag. 74):

«Nell’interno di questi rami dell’economia nazionale si fa un’altra differenziazione [finalmente una differenziazione!] in categorie di aziende (aziende principali e ausiliarie). Naturalmente il nostro [il vostro] sistema retributivo non si esaurisce con questa classificazione, altrimenti potrebbe darsi che all’interno d’una azienda tutti gli operai percepiscano lo stesso salario». (Che scandalo sarebbe!).
«Nelle aziende si fa una differenza tra il lavoro qualificato e quello non qualificato, tra il lavoro difficile e quello facile».

In queste paradossali «aziende socialiste» (come le definisce lo stesso testo) il fesso fa il lavoro facile e il «dritto» fa il lavoro «difficile», cioè controlla il fesso. Ma allora ha ragione quella buona donna che ripeteva: è stato sempre così e sempre sarà così, l’ignorante morirà ignorante e buono a nulla e chi sa usare i gomiti si farà strada. Questa credenza, spinta a un livello più elevato di quello della povera buona donna, è l’abituale fondamento sovrastrutturale con cui ogni sfruttamento di attività altrui cerca di giustificarsi, e il «socialismo tedesco» non si è voluto privare della utilizzazione di così utile puntello.

Spiacenti di aver fermato il testo nella sua appassionata «suspense» per quello che accade dopo, ci facciamo subito da parte;
«Gli operai e gli impiegati vengono aggruppati secondo varie categorie di salario o di stipendio. Questa ripartizione fissa concretamente [si aspettava qualcosa di concreto!] la tariffa di ognuno in relazione al valore sociale del suo lavoro».
È risaputo, no?: un impiegato «vale» più di un operaio, è «sempre» stato così e «sempre» sarà così. Anche il «comunismo superiore» cui mamma Russia quasi è arrivata, conoscerà, senza dubbio, secondo i Sindacati Liberi della Germania Orientale, degli impiegati, magari super-elettronizzati, di gran lunga superiori agli operai.

«La classificazione è inoltre un atto di grande responsabilità perché serve a collocare il giusto uomo nel suo giusto posto [nel buco di lavoro, nella cella di rigore in cui consuma la sua vita d’uomo]. Per realizzare migliori risultati e per giungere ad una classificazione veramente giusta [tutto dev’essere «giusto» per questi sciocchi, che non hanno ancora imparato come le cose giuste le sognino solo i borghesi di cattivo umore: nel comunismo niente sarà «giusto»], abbiamo adottato – con il Codice del Lavoro – una via nuova» (pag. 74).
Ma no, è la via stravecchia – quella capitalistica – la solita – quella dello sfruttamento del lavoro salariato…