Internationella Kommunistiska Partiet

Il Programma Comunista 1964/8

[RG-36][RG-37] Il recente dibattito russo su arte e letteratura Pt.4

Sullo sfondo dell’urto “ideologico” russo-cinese

Percorso ”sfasato” ma uguale

Nel corso dell’urto ideologico (leggasi contrasto economico e statale), che tende ad aprirsi sempre più, fra russi e cinesi, i secondi nel formulare aperte critiche alla svuotata cultura russa non si sono concentrati a denunziare l’astrattismo e il formalismo degli artisti e letterati sovietici: hanno mosso un nutrito attacco contro l’umanitarismo e il pacifismo dei primi e stigmatizzato il meschino riecheggio che gli artisti russi fanno dei sospiri umanitari a sfondo individualista e benesserista, caratteristica distintiva della decrepita intellettualità dei paesi capitalistici di occidente. Muovendo queste critiche i cinesi si sono mantenuti fermi al punto di partenza, alla loro interpretazione della teoria della coesistenza pacifica (fra sistemi sociali differenti), che diverge da quella ormai dominante in Russia. La questione e la divergenza relativa sono di grande importanza toccando gli interessi reali dei due paesi. Si tratta della politica internazionale fra gli stati; della pace o della guerra; del dilemma cui tutta l’umanità è interessata.

Senza aprire una digressione che ci porterebbe troppo lontano, si osserva che su questo vitale problema (la cui soluzione può solo trovarsi riconducendola al suo presupposto originario, la falsa teoria dell’edificazione isolata del socialismo, da cui la ”teoria della coesistenza pacifica” discende) la posizione dei cinesi rimarrebbe al periodo ”staliniano”: coesistenza sì, ma non evitabilità della guerra (non solo fra paesi capitalistici e ”socialisti”, ma anche fra paesi capitalistici), non pacifismo perpetuo fra gli stati. Essi dimostrano, con ciò, di non aver percorso interamente la tappa vergognosa dei confratelli russi, che occupano ormai una posizione piattamente borghese e socialpacifista, restando indietro di una tappa, cioè attestandosi sul XIX Congresso del PCUS, anziché sul XX.

La formula tipica di Mosca è che la coesistenza pacifica rappresenta… la forma mondiale della lotta di disse. La coesistenza per i russi è commercio e buoni affari commerciali: partecipazione alla spartizione del plusvalore spremuto al proletariato internazionale; prelievo di una quota di profitto che il capitale realizza sul sangue dei supersfruttati popoli di colore. Coesistenza pacifica significa godere stabilmente dei vantaggi di potenza imperialistica a danno di tutti i paesi deboli e poco sviluppati.

Gli interessi nazionali della Cina sono in stridente contrasto con questa posizione. L’accettazione della coesistenza pacifica nel senso di Mosca equivale per essa a sottostare all’imperio delle grandi potenze, interdirsi qualsiasi prospettiva di sviluppo indipendente, diventare l’area di influenza dei grandi colossi. Questo stato di fatto, lo sviluppo ancora iniziale de]l’impianto di una industria, la necessità di raggiungere una certa base produttiva, sono le ragioni vitali che spingono i cinesi a tenere accesa la fiaccola della forza e della violenza nella sistemazione dei rapporti fra gli stati.

L’evoluzione dei due apparati statali (russo e cinese) è tuttavia la stessa. La differenza sta solo nel grado di sviluppo. Questo trova la Cina ancora arretrata di tutta una fase storica. Ciò spiega i rimproveri di revisionismo e pacifismo lanciati da Pechino a Mosca, il senso delle accuse dei cinesi, la radice dei loro ”propositi” di lotta, che si esauriscono nella minaccia piccolo-borghese della lotta antimperialista e che sono lontani mille miglia dall’unica prospettiva rivoluzionaria e socialista della lotta e della rivoluzione anticapitaliste. Quando la Cina riuscirà a trovare sbocchi commerciali e a stabilire relazioni economiche consistenti con il mercato mondiale, salendo dal basso livello economico di oggi a uno più elevato, parlerà immancabilmente lo stesso linguaggio dell’odierna Russia.

Russia-Cina uguale controrivoluzione

Russia e Cina sono due baluardi della controrivoluzione, anche se la seconda, per il suo limitato sviluppo economico, è costretta a svolgere un’agitazione antimperialista. La camorra ideologica, che queste hanno ingaggiato, e che, sorgendo da un contrasto di fondo fra interessi nazionali, si traveste come contesa per la rappresentanza del marxismo in campo internazionale, è dunque rivolta a specifici interessi di stato. Dall’una e dall’altra banda si lavora per lo stesso fine, il mantenimento del dominio del capitale sul vivente lavoro. La polemica fra i due ”blocchi” è alimentata da interessi opposti a quelli del proletariato internazionale: è un conflitto interno della controrivoluzione.

Come abbiamo visto, criticando l’astrattismo e il formalismo degli artisti e letterati russi, i dirigenti del PCUS hanno menato gran clamore della negazione della coesistenza pacifica nel campo ideologico. Essi hanno ripetutamente affermato che, essendo l’arte e la letteratura forme dell’ideologia, è assolutamente inammissibile la persistenza di correnti artistiche a sfondo borghese, quali l’astrattismo e il formalismo, e hanno addirittura stabilito un loro criterio discriminante fra comunisti e borghesi, sorseggiando l’ultima (in ordine di tempo) droga beota, che cioè la ”coesistenza pacifica ideologica” rappresenti un tradimento del marxismo-leninismo, della causa degli operai e dei contadini (due formule di conio staliniano). Ora tutto ciò è abbastanza puerile, equivalendo alla bolsa tautologia che un marxista cessa di esser tale quando è un borghese, ma serve a rivelare le vere cause che spingono il partito russo a battere questo tasto. Ingolfato nella coesistenza pacifica, altra scappatoia esso non ha potuto trovare che di trincerarsi dietro una sozza distinzione tra coesistenza in campo politico e coesistenza in campo ideologico, la prima lecita, la seconda traditrice.

Questa bestemmia, che può essere girata dai russi allo spaccio cinese di articoli di marca coesistenzialista, sarà esaminata in seguito trattando del rapporto fra politica e ideologia, prassi e teoria. Conviene per ora dare un cenno dal ”teorema” dal quale tutti questi ”corollari” discendono: la teoria del socialismo nazionale e peggio ancora del comunismo nazionale.

Non solo socialisti nazionali ma nazionalcomunisti

Come si sa, è col XXI Congresso che i russi hanno ”decretato” la costruzione del comunismo, annunziando al mondo intero che iniziavano il passaggio dal socialismo già pienamente costruito al comunismo integrale, alla società senza classi e senza stato. La controrivoluzione russa procede senza arresti: partita con l’affermazione della possibilità dell’edificazione isolata del socialismo e passata alla proclamazione del raggiunto socialismo pieno, tutto falsificando e tutto tradendo è giunta a dare per iniziata la tappa della costruzione del ”comunismo nazionale”. All’opportunismo forcaiolo del PCUS non vi è limite. Tutto ad esso è possibile: non solo il socialismo nazionale, ma anche il comunismo nazionale! Se non suonasse crudele ironia per il proletariato, potremmo per un attimo raffigurare questo partito come un demiurgo che plasma la realtà e la storia a piacere suo e più disinvoltamente di quanto possa fare la moderna pittura astratta con le sue smorfie decomposte, e proclamarlo il… più grande ”artista astratto a del secolo”.

Avrebbero mai potuto credere i proletari che il movimento politico lanciato nel nome di Marx e di Lenin e armato della dottrina comunista giungesse, precipitando, alla squallida trovata di una possibile ”costruzione del comunismo in un paese solo”? Senza la terza ondata dell’opportunismo un simile gioco di prestigio non sarebbe stato assolutamente possibile. Un socialismo nazionale, a maggior ragione un comunismo nazionale, rappresentano dei filosofemi che si possono solo rintracciare nelle ceneri spente del socialismo piccolo-borghese presocialista e premarxista. Dal Manifesto del ’48 i comunisti hanno infatti sempre messo in evidenza l’essenza internazionale del socialismo: il socialismo è internazionale o non è. Ciò dipende da tutto lo sviluppo storico del processo produttivo. L’economia mondiale, nel capitalismo, costituisce un tutto unico che opera come un complesso integrale, non come un mosaico di parti autonome. Le forze produttive del capitalismo hanno da oltre mezzo secolo superato le frontiere nazionali e invaso l’intero pianeta. Dato il loro sviluppo storico, fantasticare un socialismo isolato ed (infamia maggiore) un comunismo nazionale, significa avere una visione storica dell’economia sociale di gran lunga inferiore a quella raggiunta e superata dal modo di produzione capitalista. Siamo dunque al livello di una concezione storica piccolo-borghese, della quale degno maestro fu quel Proudhon che 126 anni fa Carlo Marx bollò come ”utopista” reazionario. Eppure 126 anni dopo sono ancora le ubbie reazionarie di Proudhon a rivivere per opera dell’opportunismo sicofante e filisteo, il quale, partito per arricchire il marxismo, dopo le esperienze di quasi mezzo secolo lo ha ridotto a qualcosa di peggio del vaniloquio proudhoniano!

Politica e ideologia

Possiamo ora pesare tutta la portata della bestemmia enorme, tutta la gravità del corollario (la distinzione tra coesistenza pacifica politica e coesistenza pacifica ideologica) che discende dalla teoria madre: il socialismo nazionale. Tutta la prassi politica della controrivoluzione, dell’opportunismo russo e cinese, poggia sulla reazionaria pretesa del socialismo nazionale (i cinesi usano l’espressione: ”costruire l’economia contando sulle proprie forze”), a cui appartiene la teoria derivata della coesistenza pacifica. Quest’ultima non ha niente a che vedere con il comunismo, con il programma rivoluzionario della classe operaia: rientra tutt’intera nelle ”originali teorizzazioni” della controrivoluzione, e se si vuol trovarne l’autore bisogna risalire a Stalin. Ma i suoi epigoni sono andati oltre, dilatando al massimo l’abiura. Tutte le critiche russe all’astrattismo e al formalismo, artistici e letterari, hanno per presupposto la distinzione tra coesistenza politica e coesistenza ideologica. I dirigenti del PCUS gridano contro la coesistenza pacifica ideologica e, affermandone l’inconciliabilità col marxismo, ma sottolineando quella distinzione, dimostrano solo di non avere alcun legame con la teoria che pretendono di rappresentare. Sta infatti nella distinzione di cui sopra il rinnegamento dei postulati marxisti sul rapporto fra teoria e prassi, fra politica ed ideologia: sta in essa il ripudio del materialismo comunista, e, a voler essere rigorosi, anche di quello premarxista e predialettico.

Scindere la lotta teorica da quella politica, separare la prassi dalla dottrina, la politica dall’ideologia, dirigere la forza dello stato in senso opposto a quello del programma di classe, equivale al rinnegamento più completo dei socialismo, degli interessi storici della classe operaia e, in sede dottrinale, a un rinculo al di qua delle posizioni di materialismo borghese conseguente, ricoperte in passato dai partiti della borghesia. I dirigenti dei PCUS, volendo salvare la faccia, si sono in realtà dimostrati quello che sono: volgari eclettici, miserabili formalisti (fraseologia apparentemente rivoluzionaria, sostanza controrivoluzionaria). La vera filosofia che domina a Mosca è il commercio. Più si commercia e più ”si coesiste”, è il contenuto di questa filosofia forcaiola. Il commercio è pace; ecco l’aspetto centrale di questa ”filosofia”. Ma più il commercio dilaga (quando vedremo cadere l’ultimo pilone rimasto in piedi – il monopolio del commercio estero – che una rivoluzione immensa aveva costruito a riparo dell’oceano dell’economia mercantile esterna?), più la pace traballa, più l’ondata che sommoverà dalle fondamenta la inumana società del capitale ingrandisce. Il commercio è sì vita, ma anche causa di morte. La concorrenza reciproca lavorerà, insuperabilmente, alla preparazione di quella catastrofe che con essa si vorrebbe evitare.

Vele ai commessi viaggiatori

Il commesso viaggiatore Agiubei vola da un capo all’altro del mondo (l’emisfero settentrionale segna la primavera 1963) e, dopo di aver toccato tutte le rive, non può mancare all’ultimo approdo: la visita a sua santità il pontefice della chiesa di Roma. L’eco degli sviluppi distensivi fra chiesa romana e stato russo si spande per il mondo. Gli occhi attoniti dei proletari registrano un ennesimo raggio pestifero, mentre Togliatti ”bacia” post festum la mano di papa Giovanni per il successo elettorale.

Senza fissaggio preventivo di cavi d’intesa alle due estremità, ma per fatto molecolare della sotto-struttura, tra le forze sociali si dipana sommesso e profondo il dialogo. Matura l’enciclica papale. Il compromesso fra le classi e gli stati rivela il suo fondo ignoto nelle sovrastrutture, nelle teorie, nelle formule politiche, che quanto più ”innovano” tanto più ne tradiscono la natura. Così, pur nella sostanziale conservazione e nel rispetto formale della millenaria dottrina della chiesa, il suo monarca vivente esprimerà propositi di libera adesione alla coesistenza di movimenti e forze politiche mosse da diverse ed opposte ideologie. La prassi costringe la coscienza, e il pensiero si annacqua. Nella palude della controrivoluzione le dottrine si ibridano.

Ma, per la chiesa e per la parassitica borghesia da essa servita, la distinzione tra prassi e coscienza, politica ed ideologia, è ossigeno e vita. Non solo, ma ne risulta pienamente rispettata e conservata la concezione generale poggiante sul dualismo di materia e spirito, di corpo ed anima, e sulla proclamazione della superiorità e indipendenza dello spirito, pur quando la materia si accozza ed il ”cattivo” si accompagna al ”buono”. L’opposto è per la classe operaia. Per essa, la separazione fra politica e ideologia è sinonimo di rinuncia all’indispensabile arma di battaglia della dottrina comunista. Il che, tradotto in termini di rapporti sociali e di classe, significa conservazione del sistema borghese, ossigenazione dei suoi tessuti decrepiti, possibilità rinnovata di tenere inchiodata al capitale gli schiavi salariati.

La maschera dell’opportunismo

Ma che senso ha dunque quella furfantesca divisione, quale importanza acquista nella dinamica e nello sviluppo storico della lotta delle classi, quale grado di degenerazione opportunista rappresenta?

Tutto il processo di degenerazione progressiva del partito e dello stato in Russia, tutto il cammino controrivoluzionario percorso all’insegna di una chiassosa proclamazione di fedeltà al marxismo-leninismo ha un solo senso, storico e sociale; fare della dottrina comunista – arma della rivoluzione socialista mondiale – lo strumento della controrivoluzione. L’opportunismo si tinge dei rossi colori della teoria rivoluzionaria per meglio scongiurare la lotta del proletariato internazionale e sostenere con ciò il dominio del lavoro morto sul lavoro vivo.

La confessione della natura capitalistica della struttura economica russa è continua. Quella della funzione di potenza imperialistica ed antiproletaria dell’URSS non lo è meno. Ma la sussunzione del suo svolgimento entro gli ”schemi” formali del marxismo-leninismo corrisponde alle necessità di esistenza della controrivoluzione.

Questa ha superato tutti i limiti raggiunti dalle precedenti ondate opportunistiche. Di fronte ad esso il revisionismo e il riformismo tradizionale possono impallidire. Il dilemma politico è dunque di forza, non di principio. La vittoria teorica del comunismo sulle ideologie della borghesia e della piccola borghesia risale a più di un secolo addietro. Il comunismo ha fatto il suo primo grandioso passo storico con la Comune di Parigi. Ha riempito in maniera definitiva la storia del principio e della pratica politica della dittatura del proletariato con la Rivoluzione di Ottobre, anche se i suoi risultati (stato di classe ed Internazionale) sono andati travolti nella terza ondata opportunistica. E’ penetrato profondamente in tutto il corso dello sviluppo economico e sociale del XX secolo, fin dai suoi primi decenni, alla scala mondiale. E, da allora, rappresenta la vera forza, il nuovo immancabile piano di vita della specie, contro cui tendono tutti i loro sforzi e contro cui rabbiosamente lottano con tutte le armi le potenze riunite del capitale, tutti gli strati sociali borghesi, piccolo-borghesi, radical-progressisti, social-comunisti, dì ogni tendenza e sfumatura. Il comunismo è la vera ”realtà” vivente contro la quale, da quasi cinquant’anni, in tutto lì mondo, combattono la loro finale battaglia le forze legate alla servitù salariale del lavoro, al profitto e ai privilegi di classe, al dominio dal capitale; la vera forza ”reale” di tutta la storia mondiale contemporanea, il contenuto essenziale della lotta delle classi, il terrore e lo sterminio dell’opportunismo nel prossimo domani.

Togliatti, eccezione lubrica

Non vogliamo abbordare una rassegna degli atteggiamenti assunti dai vari partiti legati a Mosca di fronte al dibattito russo sull’arte e la letteratura e delle ripercussioni che esso ha avute, ma solo accennare relativamente alla posizione presa dal PCI. Questo partitone, che si è sempre distinto nello smercio di tutti gli scampoli provenienti dalla fabbrica della controrivoluzione russa, di fronte ai temi dell’arte e della letteratura ha preferito allontanarsi dai fratelli maggiori schierandosi per la difesa imbelle della libertà di creazione dell’artista, per la forcaiola ”autonomia” della cultura. Divergenze serie in vista? Sorprese scabrose? Niente di tutto ciò. Se infatti il giuoco all’ortodossia orchestrato dai dirigenti del PCUS trae origine dalla polemica russo-cinese, la mossa lubrica del partito di Togliatti scaturisce dalla turpe bisogna della manovra elettorale. L’adulazione degli intellettuali, dei letterati, degli artisti, la difesa della loro ”indipendenza”, l’elogio ”dei produttori della cultura”, di tutta la canaglia piccolo-borghese, affondano le loro radici nell’elettoralismo per la pelle delle Botteghe Oscure.

Così, mentre Krusciov affetta di prendere in mano ”la pompa del DDT” per spruzzarne ”quegli insetti pervicaci”, Togliatti dal canto suo li invita a festino e li cosparge di miele. Può quindi (vigendo il sistema dei ”liberi centri” di elaborazione dottrinale) far dire su Rinascita che ”il momento essenziale della vita culturale è la compresenza di tendenze diverse”, e che addirittura ”l’unico modo per combattere i fenomeni di sudiceria intellettuale (quali la ciarlataneria, l’arrivismo, la camorra) è la democrazia della vita culturale; un’organizzazione aperta ed autonoma della cultura”.

Nella relazione di apertura al X Congresso del PCI, Togliatti, dopo avere sottolineato la necessità di un confronto tra il marxismo e le altre correnti di pensiero, propone un dibattito di ”contenuto” tendente a mettere in luce ”quegli sviluppi di pensiero che aderiscono alle nuove realtà umane sociali” onde integrare il marxismo con ”gli elementi positivi e nuovi” delle altre correnti. Per questi botoli non sembra esserci limite alle infamie. Sensazionale: il marxismo una corrente di pensiero, quasi un movimento letterario!!!

Il funambolismo dei piccisti è tale da giungere non solo alla libertà della cultura, alla autonomia dell’arte e della letteratura, alla indifferenza del partito nei loro confronti, ma –superando la revisionista per eccellenza posizione del ”marxismo creativo” (del marxismo che si arricchisce giorno per giorno di contenuti nuovi, assimilandoli dalle esperienze delle lotte quotidiane) – alla tesi che il marxismo debba confrontarsi con le altre teorie per assorbirne gli aspetti ”nuovi” e ”positivi”, col risultato fina le che lo snaturamento lo ritrovi – a processo compiuto di integrazione – mezzo ateo e mezzo cristiano, popolarista, nazionale, interclassista.

Il ruolo del PCI, che a galoppo sfrenato asservisce gli interessi della classe operaia a quelli dei corteggiatissimi strati piccolo-borghesi e ceti medi, è quello di un partito mostruosamente retrogrado, di una trama di interessi spuri, che con mille e mille ibridi fili offusca la visuale di classe del proletariato, paralizzandone l’energia rivoluzionaria.

Se dunque la bandiera dottrinale che sventola sul Cremlino è quella di un volgare e raffazzonato eclettismo, la teoria e la prassi del PCI sono un modello di positivismo liberale. L’arricchimento ha dato i suoi frutti: due ruderi che la stessa borghesia, in altri tempi, teneva in dispregio.

L’inabissata controrivoluzionaria è tale che di fronte ad essa un solo rapporto è possibile: lotta senza quartiere, guerra di annientamento.

Individuo, persona: feticci dell’infamia sociale borghese

Espulso ”l’individuo” dai campi dell’economia e della storia, non resta che prenderlo a pedate nel sedere e sloggiarlo dal campo ristretto e secondario dell’arte e della letteratura, terreno sul quale sembra meglio stare in piedi e sul quale maggiore appare la suggestione del suo effimero effetto. Nelle Teorie sul Plusvalore, Marx, dopo aver notato come la polemica sulla definizione del lavoro produttivo data da Smith era rimasta circoscritta ad economisti di rango minore (o, come egli dice, ”dii minorum gentium”), chiarisce le circostanze che le hanno dato origine: ”Alla grande massa dei cosiddetti lavoratori ’superiori’ (come i funzionari statali, i militari, gli artisti, i medici, i preti, i magistrati, gli avvocati ecc.), alcuni dei quali non solo non sono produttivi, ma sono sostanzialmente distruttivi, però sanno come appropriarsi di una grandissima parte della ricchezza ’materiale’, un po’ vendendo le loro merci ’immateriali’, un po’ imponendole con la forza, a costoro non andava affatto di essere relegati, dal punto di vista economico, nella stessa classe dei buffoni (buffons) e dei domestici (medial servants), e di apparire rispetto ai produttori veri e propri (o piuttosto agenti della produzione), come semplici consumatori, come parassiti. Ciò era una singolare profanazione proprio di quelle funzioni che erano state fino ad allora circondate da un’aureola e avevano goduto di una venerazione superstiziosa”.

La gazzarra che quella specie di lavoratori ”superiori” faceva era tanto più stridula, quanto maggiore appariva sul terreno economico la sua funzione servile, parassitaria e distruttiva. Gli artisti e i letterati in particolar modo, immaginando la storia come un prodotto delle loro opere ”immortali”, e il cammino della ”civiltà” come un frutto del loro ”spirito creativo”, toccavano l’apice di questo processo, in ciò favoriti dalla ”superstiziosa venerazione” che circonda le categorie in parola, e che, frutto delle dominazioni e dei rapporti di classe, è tuttavia capace di abbagliare i militanti della stessa classe operaia.

La dottrina comunista, nel mandare in frantumi gli ideologismi di queste categorie inoperose ma voraci, dimostra altresì e ristabilisce la natura sociale, impersonale, anticreativa, anticosciente (nel senso di acreativa e acosciente) della conoscenza umana. Questa scaturisce dai reali rapporti produttivi come condensato di esperienze pratiche e sociali ed esclude ogni pretesa di derivarla dalla coscienza di individui particolarmente dotati; da intelletti sommi, da ”Ii” eccezionali (che in fondo rappresentano l’altra faccia della detronizzazione illuminista e razionalista di Dio).La dottrina comunista smantella le pretese ”truculente” del superuomo, dell’eroe, dell’io, presunti motori della storia e forze sovrastanti alle masse che, con un lavoro oscuro quanto elementare e necessario, quotidianamente riproducono il processo materiale della vita; e indaga le leggi oggettive dello sviluppo storico e sociale, da esse attendendo l’immancabile arrivo della rivoluzione comunista e la fine altrettanto immancabile dei rigurgiti della società di classe che sono l’individualità, la coscienza generale, lo Spirito assoluto.

Il frastuono sulla libera cultura (mille volte peggiore se gracidato in nome di una pretesa funzione elevatrice del proletariato incolto), sull’indipendenza dell’artista creatore, sull’autonomia dell’arte, ecc., riproduce l’essenza dei filosofemi inneggianti all’io, alla persona, al genio come fattori di storia e fonte di conoscenza. E’ vero che la categoria ”individuo”, la categoria ”personalità”, non è originaria ed esclusiva della società e del modo di produzione capitalistici. Ma era necessario l’avvento del dominio di classe borghese, perché l’individualismo raggiungesse la sua massima dilatazione storica e ”l’individuo” rivelasse tutta la sua natura monadistica ed autiumana. L’individualismo borghese tocca la profondità massima dell’alienazione umana. Solo esso si rappresenta nella sua forma pura come punto di partenza e punto di arrivo della storia. ”La storia sono io”, dice il borghese: ”Al di fuori di me non è nulla”, prosegue. ”La mia esistenza è la storia”, conclude.

La maledizione di Stalin

Gli spergiuri di Mosca, con la loro unanime demolizione ”del culto della personalità”, hanno coperto di nuovo fango la dottrina comunista. Essi hanno fatto un’apologia senza pari del fantasma borghese della personalità motrice della storia. Stalin, proclamato criminale in un processo dopo morte, prende per loro bocca la statura di un genio malefico, di un tiranno artefice di tutto un corso storico, dominatore incontrastato dello stato, del partito, e di loro, leccapiedi prima, sputacchianti poi. La mitologia di quell’uomo ”efferato” ed affossato è la forma di venerazione dell’ ”individuo” più superstiziosa e più ributtante, che si possa immaginare. Ogni traccia di interpretazione materialistica della storia ne è assente e sostituita da una piatta e borghese interpretazione ”individualista” e ”personalista”. La maledizione a Stalin diviene ”in realtà” la maledizione di Stalin, la controprova implicita del feticismo borghese dell’uomo, di cui i destalinizzatori hanno dimostrato di essere infetti fino alle midolla. ”Il genio maligno” di Stalin si vendica dunque post mortem dei suoi schiaffeggiatori vivi, lasciando sulla loro guancia l’impronta indelebile di sacerdoti degli idoli borghesi: individuo, persona! Ma che altro è, Mosca, se non l’eco del rancidume di Occidente?

Non indugeremo oltre sul punto e, ricordato che il processo storico reale dipende dallo sviluppo della tecnica produttiva e dei rapporti sociali corrispondenti, per cui va deriso l’anteporvi personalità eccezionali in veste di protagoniste, (come l’affarista borghese non sa concepire attività economica senza profitto individuale e ditta) riduciamo i due volti dell’individuo borghese, prendendoli dal capo dei rapporti politici, a queste due forme: 1) libertà della persona, 2) diritto individuale alla scelta.

Gli artisti e i letterati vivono nella società borghese, ma pretendono di esserne liberi e svincolati. Attingendo al loro ”spirito creativo” e alla loro ”coscienza individuale”, fantasticano una libertà intangibile e illimitata. Ma questa libertà, nella società borghese, non è che la dipendenza mascherata dal ”sacco dell’oro”. Malgrado ogni fumoso ideologismo, la realtà è che questi ”individualisti” per eccellenza formano il servidorame scelto della società borghese, alle cui viscere attingono il nutrimento; in cambio ne indorano il lezzo.

La teoria comunista, dal suo primo sorgere, ha smascherato e disonorato l’individualismo borghese in tutte le sue manifestazioni. La rivoluzione socialista lo inchioderà alla colonna infame dei tipi sociali forcaioli.

Struggle within the workers’ union in defense of the principles of revolutionary communism

We publish here the statement with which comrade Settimo Balbi from Trieste justified the impossibility of accepting leadership positions in a mixed body which arose at the end of the III provincial congress of the FIOM on the basis of a platforms of action conflicting with the most fundamental class-based principles and with the action he carried out in the union and in close contact with the workers and their demands and political struggles.

* * *

It’s fully in keeping as much with our constant criticism of the policies of the CGIL (and a fortiori of the CISL and UIL, which we regard as avowedly bosses’ organizations) as much as to our general position which not only does not exclude but postulates the conquest and exercise of the leadership of the workers’ union as long as they are the fruit of propaganda and battle action carried out in its ranks and having as its effect the declared adherence of a current of proletarians to the principles of working-class struggle which we advocate, never the result of combinations, maneuvers and bargains which these principles would distort, in the eyes of the workers themselves:

«The “concluding motion” presented by the FIOM at the III Provincial Congress in Trieste represents a programmatic platform irreconcilable with the nature and aims of the union of class.

«A trade union organization has the task of unifying the scattered forces of the workers in the struggle in defense of their immediate interests against Capital, and with a view to that general political struggle which the proletariat will inevitably have to wage, under the leadership of the revolutionary political party, for the overthrow of bourgeois power and the establishment of the communist dictatorship.

«All the points of the FIOM’s concluding motion at the provincial congress contradict this end, which moreover reflects the general political approach taken today by the General Confederation of Labor.

«(1) The perspective of a final and violent struggle for the overthrow of capitalist power and thus of its State is here substituted by the thoroughly reformist and social-democratic perspective of the “decisive participation and contribution of the workers” to so-called governmental planning,

«(2) Proletarian interests and their defense are replaced by the “interests of the country” (thus of Capital ruling the country, in democratic mask no less than in fascist mask) or even of the city,

«(3) The grand vision of the revolutionary transformation of society in the name of the proletariat and in the interest of a humanity finally freed from the yoke of class divisions is replaced by a miserable and lazy “reforms necessary for our country” (for why not just add “of the beloved Fatherland”?),

«(4) On the strictly trade-union level, the motion doesn’t, even only vaguely, mention the two cardinal problems of the radical increase of the wage-base and the radical decrease of the work-day, while it calls for “bargaining” or “regulation” of those production bonuses, piecework, incentives, divisions by qualifications increasingly spaced apart from each other, which the union should instead always propose to abolish,

«(5) It puts at the center of all issues the recognition of company bargaining, which separates the workers of one production complex from those of another, creates economic differentiations in the same category, binds the proletarians to the company jail cell in which their lives are consumed,

«(6) Reverses the principle that the interests of workers are united above any separation into companies, sectors, qualifications and must be defended on a general and unified scale, going from the union of the whole category to the company, not from the company section to the union,

«(7) It thus favors that tactic of bargaining, or rather breaking up, the proletarian struggles, to which are the cause not of the vaunted successes of the workers, but their very real and unsuccessful failures well represented by a contract that cannot even be enforced, even recognized, after long and often violent battles,

«(8) It champions State industries and protects them, as if the State were not, as long as the capitalist system is in force, the “executive committee of the bourgeoisie”, and as if it hasn’t given ample proof of this in the way it treats workers, entirely the same as in private enterprises,

«(9) Finally, for the height of bastardization, it advocates “the formation of a white-collar union within the FIOM”, when a century of workers’ struggles, glorious and often bloody, teaches that the white-collar categories either fight together with the workers and within the framework and under the discipline of a single workers’ organization, or they drift away by allowing themselves to be carried away by the current of petty-bourgeois prejudices, or they even become the saboteurs and scabs of proletarian action. The task of the class union is to inspire in the workers the sense and consciousness that their interests can be defended only within the framework of defending the interests of all those exploited by capital, it is never to isolate them in an autonomous and competing organization.

«As can be seen, it’s not a question here of differences of detail, but of irreconcilable contrasts of principle: it’s either this or that side of the barricade, a barricade that the “concluding motion” has the merit of having unscrupulously and unabashedly brought up.

«Being unable to share the responsibility for the execution of such a political line and its propaganda among the workers and convinced that that line is against the real interests of the workers, I am also in the impossibility of accepting union leadership positions, which I will instead take up with enthusiasm the day a group of workers, consciously siding with the political and demands-based platform of the International Communist Party that I propagated in the union, will give their full support to it, inspired not by personal sympathies or momentary considerations, but by mature conviction, and in direct contrast to the policy described above.

«Long live Spartaco! Long live the International Communist Party!»

Our outlook and line thus remain: struggle within the workers’ union in defense of the principles of revolutionary communism and with a view to the formation of a current of proletarians aligned on them; conquest of the levers of command as soon as the balance of power allows such a current to assert itself on an unequivocal platform and in the firmest adherence to Marxist postulates.