Internationella Kommunistiska Partiet

Il Programma Comunista 1965/1

Un’unica via di uscita per il Congo come per tutti i Paesi “arretrati”

Ribadiamo un concetto semplice e chiaro: gli Stati capitalisti e tutte le altre forze politiche della conservazione di est come di ovest o svolgono una politica controrivoluzionaria o agiscono militarmente per soffocare ogni insurrezione di classe ed ogni moto di liberazione nazionale, oppure fanno l’una e l’altra cosa insieme.

Questa maledetta attività, cui solo il comunismo rivoluzionario potrà porre fine, è il logico e necessario prodotto della divisione della società in classi e della esistenza di Stati nazionali. Nessuna propaganda ci convincerà mai che il mondo borghese possa cambiare per divenire meno odioso ed oppressivo. L’ipocrisia di questa società è tale, che il primo comandamento per gli operai è quello di diffidare al massimo grado di ogni parola o gesto dei reggitori dello Stato. Quando poi costoro, con la loro caratteristica improntitudine, osano parlare di umanitarismo e recitare la commedia della civiltà offesa dai “barbari” c’è solo da aspettarsene gli infami e sanguinosi massacri di lavoratori sfruttati e di popoli oppressi. Nessuna fiducia, dunque, ma solo disprezzo e odio di classe, da parte nostra, verso tutta quest’aristocrazia del danaro.

Quanto è avvenuto e sta avvenendo nel Congo è altamente istruttivo. Con la commedia degli “ostaggi” bianchi in mano di guerriglieri congolesi, tutta la canaglia borghese si è gettata anima e corpo o a far strage di negri o a solidarizzare con i massacri di infelici, rei del solo delitto di volersi liberare dallo sfruttamento economico dei maggiori trusts industriali e finanziari dell’occidente, e della schiavitù politica di quegli Stati che, ripetendo ogni giorno la loro professione di fede anticolonialista e la loro volontà di soccorrere i Paesi sottosviluppati e affamati, perpetuano le forme già aggressive e più brutali del colonialismo classico quando le forme “pulite” del neocolonialismo si dimostrano inadeguate a perseguire i loro scopi di rapina. È, lo ripetiamo, l’azione militare che si alterna o si combina all’azione politica controrivoluzionaria. Il capitalismo è nato colonialista, e morirà tale, solo sotto i colpi dei proletari uniti di tutti i Paesi e di tutte le razze, guidati dal Partito comunista rivoluzionario.

Gli ultimi cruenti episodi di violenza armata verificatisi nel Congo non sono che un nuovo anello nella catena di sofferenze che il capitalismo vi ha prodotto dal primo momento che vi è penetrato, e che sono cresciuti a dismisura da quando (1960) gli ha fatto il gran regalo dell’indipendenza, perché da allora, sulla preda già sanguinante, ha conficcato il suo mortale artiglio il leone della giungla capitalista: gli Stati Uniti d’America. Al solito, gli americani si sono serviti della benemerita organizzazione delle Nazioni Unite per far la festa a questo ricco ma impotente Paese. Il pretesto non mancava, e tutti sanno che esso fu offerto dalla secessione del Katanga, voluta dai belgi e dal loro arnese Tshombé. La tanto decantata funzione di pace e ordine dello ONU (e tutti sanno come a quel coro si sia sempre unita la robusta voce dei russi) è stata così sperimentata ancora una volta. E, come se non bastasse, gli USA, con faccia tosta pari solo all’arroganza, pretendono ora che gli altri Paesi membri dell’organizzazione contribuiscano al pagamento delle spese per le operazioni svolte da questo loro strumento e dai “caschi blu” per conto dei loro prevalenti se non esclusivi interessi. Hanno dunque ragione i russi a negare il loro contributo finanziario, ma hanno torto marcio ad invocare a giustificazione soprattutto l’argomento giuridico che l’invio dei caschi blu è stato deciso dall’Assemblea e non dal Consiglio di Sicurezza, che – secondo l’interpretazione della Carta da essi data – sarebbe il solo organo competente a farlo. Notiamo di sfuggita come l’invocare statuti non serva a nulla, e come la democrazia ovunque applicata si risolva nel fare la volontà del più forte.

L’intervento dei parà belgi trasportati da aerei americani e sorretti dall’esercito tshombista composto di formazioni regolari e di mercenari bianchi pagati con dollari USA, fu giustificato con motivi antirazzisti e umanitari. A tutta questa banda di ipocriti e alle loro lacrime di coccodrillo noi ripetiamo ciò che già altre volte abbiamo detto: “Xenofobia? Se lo sfruttamento è straniero, la lotta contro di lui assume per forza colori xenofobi: colpa sua, non degli sfruttati”.

Quanto poi alle “cause” che lor signori pongono a base delle “atrocità” commesse dai “selvaggi”, e cioè l’impreparazione all’autogoverno e l’immaturità politica, non hanno essi riconosciuto a sé medesimi la colpa di tutto ciò smentendo in pieno la vecchia campagna propagandistica secondo la quale la colonizzazione non era fatta a scopi di sfruttamento e di rapina ma solo per portarvi gli inestimabili valori della “civiltà”? Tutte le loro lacrime, dunque, non ci commuovono. Al contrario, i comunisti rivoluzionari si schierano a fianco dei guerriglieri negri del Congo come di tutti i Paesi della Africa, e di tutte le masse di sfruttati di qualunque pelle che lottano contro l’imperialismo colonialista e contro la sua violenza armata.

Per il successo delle aspirazioni a una vera indipendenza e unità congolese, come preludio a future e definitive lotte per il trionfo del socialismo mondiale, auguriamo che le forze politiche dirigenti che fanno capo a Gbenye, a Soumialot, a Kanza, a Mulele abbandonino la strada già percorsa dal loro coraggioso predecessore Lumumba, se non vogliono veder fallire ancora una volta i loro sforzi ed eroismi: che cioè non si illudano di realizzare i loro scopi attraverso pateracchi con partiti al servizio degli interessi del capitale straniero. Con un simile indirizzo non c’è che da attendersi altri sanguinosi trabocchetti.

L’esperienza passata e quella recentissima deve insegnare una volta per sempre non solo a diffidare, ma a moltiplicare i colpi fino ad abbattere il governo fantoccio di Tshombé e a distruggere tutte le forze che lo sostengono. Sappiamo che il compito è terribilmente duro, ma altra via di uscita non c’è se si vuole dare un contenuto reale alla proclamata Repubblica Popolare Congolese (RPC) da sostituire all’attuale Repubblica Democratica Congolese (RDC) di Tshombé.

Senza l’appoggio internazionale del proletariato rivoluzionario sappiamo quanto sia difficile vincere la partita contro avversari tanto potenti e decisi a non lasciarsi sfuggire la preda del profitto estorto agli schiavi salariati delle miniere di rame, di stagno, di uranio, di cobalto e di diamanti, del Congo. Il senso dell’indipendenza concessa a questo Paese, nella mente dei vecchi e nuovi dominatori, è solo quello di creare una forza politica interna che li aiuti a sfruttare ulteriormente le immense ricchezze che vi esistono. La via per ottenere una vera sovranità politica e disporre da padroni assoluti dell’intero prodotto interno non passa dunque certo per il compromesso con i trust stranieri. Seguendo una tale via ci si ridurrebbe al livello della politica servile dei Tshombé, e non si farebbe che dargli ragione.

Il nulla di fatto seguito ai colloqui di agosto fra Gbenye e il ministro degli esteri belga, il “socialista” Spaak, assistito dall’inviato speciale statunitense Devlin, stanno a provare quanto sopra. Altra prova lampante è quella avutasi subito dopo i colloqui che Kanza, ministro degli esteri del governo Gbenye, tenne a Nairobi con Attwood, ambasciatore americano nel Kenya, poco prima della ultima crisi. La risposta fu appunto l’aggressione a mano armata. Questi fatti dimostrano che nessuna soluzione politica del genere piace per ora agli americani, e che questi hanno insistito e insisteranno per la soluzione militare. A loro, poi, essa non costa che l’invio di un po’ di aerei, armi, munizioni e “consiglieri” per addestrare i mercenari raccolti da ogni luogo della terra, e pagati qualche dollaro più dei soldati dell’esercito regolare della R.D.C. di Léopoldville, con la funzione di stimolare l’azione bellica dei “regolari”, o quanto meno di evitarne le diserzioni in massa e il passaggio dalla parte delle forze popolari. È incredibile e paradossale, ma, stando a qualche informatore, l’esercito Tshombista combatterebbe a mò di “sandwich”, ossia con formazioni regolari precedute e seguite da reparti di mercenari meno infedeli. Se ciò è vero, è un nuovo segno del declino del capitalismo.

Stando così le cose, vorremmo farci spiegare dagli strateghi delle Botteghe Oscure come fanno essi a trovare la soluzione del problema congolese. Scrive “Rinascita” n. 48: «La strada dell’indipendenza congolese e della pace in questo Paese grande quanto l’Europa passa attraverso una autentica riconciliazione nazionale e una eliminazione di tutti gli interventi stranieri (…) L’alternativa è una guerra civile che forse non potrà essere vinta militarmente dai guerriglieri ma che aprirebbe un’altra ferita di lama occidentale, nel fianco del terzo mondo e dell’Africa».

Basta riflettere un attimo per notare l’inconsistenza di questa prosa.

Secondo i suddetti strateghi, i moderati (dai quali si dovrebbe forse escludere Tshombé) dovrebbero rappacificarsi con i radicali (Gbenye, Mulele, etc), ricostituire la vecchia unità del movimento, e procedere insieme (senza dire “come”) a eliminare lo straniero. Bello, no? Peccato che questa comoda strategia resti un pio desiderio da gradualisti impenitenti! Quale rivoluzione della storia infatti ha mai cacciato lo straniero in tal maniera? Non è sempre accaduto (come in Francia nel 1789) che per battere la controrivoluzione esterna si è dovuto passare ad abbattere anche, e prima ancora, quella interna, nella quale i moderati si sono sempre rifugiati? Non è sempre accaduto che quando la parte più decisa si è buttata nelle braccia della parte moderata del movimento rivoluzionario, questo (come in Germania nel 1848) ha mancato al suo scopo? Perché allora il terrore sacro dell’“alternativa” della guerra civile? Non vi accorgete, o emeriti opportunisti, che al massimo siete e restate dei semplici “filantropi” e che solo questo vago umanitarismo vi fa inscenare le proteste contro l’arrivo di Tshombé e il fatto – stupore! – che Paolo VI accolga fra le braccia il “fantoccio insanguinato”?

I comunisti rivoluzionari sanno che l’umanitarismo non ha nulla a che vedere con la posizione di classe di un partito. Sanno anzi che sempre, come in questo caso, esso serve solo a mascherare posizioni opportunistiche, caratterizzate da un chiasso inconcludente e demagogico.

Gli operai ricordino che si deve proprio all’abbandono della strategia leninista della saldatura tra rivoluzione proletaria nelle metropoli bianche e movimenti rivoluzionari anticoloniali da parte dei partiti moscoviti (dei partiti “cinesofili” non si può parlare di abbandono di quella via rivoluzionaria perché non vi hanno mai messo piede), se oggi i popoli di colore in rivolta contro l’imperialismo incontrano ostacoli talvolta insuperabili, o superabili solo attraverso sacrifici di sangue infinitamente maggiori.

Abbasso dunque le parole d’ordine di pacificazione lanciate nei Paesi “progrediti” come in quelli sottosviluppati. Per dirla con Lenin, il programma di chi le agita «non è socialista, ma borghese-pacifista».

Primi risultati dei contributi giunti da tutto il Partito per l’elaborazione delle tesi definitive della sua organizzazione Pt.1

Il nome del Partito

Giusta le decisioni del II Congresso mondiale del 1920, il Partito prese il nome di “Partito Comunista d’Italia (sezione dell’Internazionale Comunista)”. Quando l’Internazionale si sciolse, al termine di una degenerazione prevista da gran tempo dalla Sinistra, e il suo attuale mostruoso avanzo prese il nome di “Partito Comunista Italiano”, svolgendo in realtà una politica nazionale, ricostituendoci per il solo territorio italiano nel 1943 fu scelto per distinguerci da tanta vergogna il nome di “Partito Comunista Internazionalista”. Oggi per la realtà dello svolgimento dialettico, la nostra organizzazione è la stessa dentro e fuori delle frontiere italiane, e non è una novità constatare che agisce, sia pure nei limiti circoscritti quantitativamente, come organismo internazionale.

Il nome di “Partito Comunista Internazionale” non può sembrare a nessuno una novità se si pensa che fu enunciato a Mosca fin dal 1922 pur senza prescrivere che si cambiasse il nome di ogni sezione. Nel bollettino del IV Congresso, intitolato “Il bolscevismo”, apparve un articolo di Zinoviev, riportato da “L’Humanitè” dell’11 novembre 1922. Non abbiamo che riprodurlo:

Il comitato direttivo del Partito Comunista Internazionale

I comunisti formano un partito internazionale. Dalla sua fondazione l’IC si è posta come fine la creazione di un’organizzazione comunista internazionale costruita su un piano razionale e diretta da un centro unico… È questa una delle differenze fra la II e la III Internazionale. La II nei suoi giorni migliori non fu mai che una federazione piuttosto amorfa di partiti nazionali mal collegati gli uni agli altri.

Riassumendo in occasione del IV Congresso l’opera compiuta in questo senso, noi non possiamo certo lusingarci di averla portata a termine. Le difficoltà che dobbiamo superare sono ancora grandi. Ogni militante di un grande partito operaio sa quanto sia difficile stabilire buoni rapporti fra centro e località nello stesso paese. Ma le difficoltà sono ben più grandi quando si tratta di rapporti analoghi fra i 50 partiti aderenti alla IC. Le tradizioni federaliste che ci ha lasciato in eredità la II Internazionale, sono molto più forti di quello che si poteva supporre.

Gli statuti e le risoluzioni fondamentali dell’IC hanno fin dall’inizio ripudiato la centralizzazione semplificata o ipertrofica. I fondatori dell’IC sapevano molto bene quali fossero nel movimento internazionale i limiti della centralizzazione. La pratica dell’IC ha corretto di anno in anno il suo meccanismo e alla fine del suo quarto anno di esistenza il suo Esecutivo si avvia decisamente a divenire il Comitato Direttivo di un Partito Comunista Internazionale le cui ramificazioni si estendono su tutta la terra…

L’IC considera il Comitato Esecutivo non come una commissione di conciliazione, ma come un organo direttivo… I minimi tentativi di ridurre l’Esecutivo dell’IC al ruolo del Bureau della II Internazionale – commissione di conciliazione, ufficio di informazione e spesso cassetta per le lettere – devono urtare nella energica opposizione dei partiti comunisti più seri…

La borghesia internazionale non potrà essere vinta se noi non possediamo un centro proletario internazionale, coerente, organizzato, agente in modo sistematico. Non si potrebbe nemmeno opporre una resistenza della minima efficacia all’offensiva padronale e ai soliti tradimenti della socialdemocrazia se l’Internazionale si allontanasse nella più piccola misura dai principi esposti nei suoi documenti programmatici. Il movimento comunista internazionale ha bisogno di un quartiere generale fermamente stabilito, di un comitato direttivo forte che goda di una grande autorità. Questo comitato direttivo, questo quartiere generale, i partiti comunisti di tutti i paesi lo creano e lo raffermeranno.

Le direttive marxiste della nuova Internazionale

Che nelle tradizioni della Sinistra fosse di chiamare partito la stessa Internazionale, fedelmente del resto alla stessa intestazione del Manifesto del 1848, può tra l’altro essere dimostrato da un articolo dell’organo dei giovani, L’Avanguardia, del 26 maggio 1918. È vero che si usa la menzione di partito socialista internazionale, in quanto in molte altre manifestazioni si era già avanzato il mutamento del nome da socialista a comunista come avvenne per la frazione del vecchio partito costituitasi alla fine del 1919. Non era ancora sorta ufficialmente l’Internazionale Comunista.

L’enorme lavorio polemico delle diverse scuole e tendenze socialiste, spinto al massimo fervore in presenza della crisi bellica, deve essere coordinato ad una conclusione precisa nella ricostruzione della Internazionale.

Questa non deve essere un’accozzaglia informe di gruppi e metodi discordanti, ma una compagine omogenea di forze miranti ad uno scopo unico, con metodo esattamente stabilito e delimitato.

Un simile criterio diminuirà forse il numero degli aderenti all’“atto costitutivo” del nuovo grande organismo rivoluzionario mondiale, ma l’avvierà a successi sicuri. Si può provare con svariati esempi tratti anche dalla storia della rivoluzione russa, e dalla stessa vita del nostro partito in Italia, come ad ogni delibera equivalente ad una “restrizione” del campo della tattica socialista sia succeduto un notevole rifiorire del movimento (…)

La nuova Internazionale sarà il partito politico socialista mondiale, organizzazione collettiva della classe lavoratrice per la conquista violenta del potere e l’esercizio di esso, per la trasformazione dell’economia capitalista in quella collettiva. Tale partito aspira ad una collettiva e cosciente “disciplina”, e sarà il vero ambiente della futura amministrazione proletaria universale.

Storica tesi della Sinistra contro il centralismo democratico e per il centralismo organico

Nella Rassegna Comunista, rivista del Partito Comunista d’Italia, nr. 18 del 28 febbraio 1922, è contenuto un articolo “Il principio democratico” che la nostra organizzazione ha diffuso da molti anni in ripetute edizioni. L’articolo svolge la tesi marxista fondamentale per cui la democrazia come principio è da noi negata, ed esamina la questione nel campo della società attuale divisa in classi e nel campo dei movimenti ed organismi proletari di varia natura nei quali successivamente è stato adottato non il principio ma un meccanismo pratico di tipo democratico. Viene svolta l’analisi dello Stato della dittatura del proletariato, dimostrando come anche nel seno di esso non vige un principio democratico analogo a quella borghese, ma transitoriamente, nello Stato destinato ad estinguersi e scomparire con le classi, si può usare un meccanismo che tuttavia contraddice a molti canoni del meccanismo di delega del liberalismo borghese classico: voto non uguale, non proporzionale, non diretto ecc. e, nella pratica storica, l’impossibilità di scegliere fra contrapposti partiti e liste di candidati. Si tratta poi di altri organismi come i sindacati ed infine dello stesso partito comunista.

Seguono due estratti, il primo che conclude la trattazione sugli organismi proletari statali e il secondo che conclude quella sull’organismo di partito:

Il principio democratico

«Tutte queste considerazioni nulla hanno di assoluto, e ciò conduce alla nostra tesi che nessuno schema costituzionale ha valore di principio, e che la democrazia maggioritaria intesa nel senso formale e aritmetico non è che un metodo possibile per la coordinazione dei rapporti che si presentano nel seno degli organismi collettivi al quale da nessuna parte si può costruire una presunzione di necessità o di giustizia intrinseca, non avendo per noi marxisti queste espressioni addirittura alcun senso, e non essendo d’altra parte il nostro proposito quello di sostituire all’apparato democratico da noi criticato un altro progetto meccanico di apparato esente per sé stesso da difetti ed errori».

«    Il criterio democratico è finora per noi un accidente materiale per la costruzione della nostra organizzazione interna e la formulazione degli statuti di partito: esso non è l’indispensabile piattaforma. Ecco perché noi non eleveremmo a principio la nota formula organizzativa del “centralismo democratico”. La democrazia non può essere per noi un principio; il centralismo lo è indubbiamente, poiché i caratteri essenziali dell’organizzazione del partito devono essere l’unità di struttura e di movimento. Per segnare la continuità nello spazio della struttura di partito è sufficiente il termine centralismo, e per introdurre il concetto essenziale di continuità nel tempo, ossia nello scopo a cui si tende e nella direzione in cui si precede verso successivi ostacoli da superare, collegando anzi questi due essenziali concetti di unità, noi proporremmo di dire che il partito comunista fonda la sua organizzazione sul “centralismo organico”. Così, conservando quel tanto dell’accidentale meccanismo democratico che ci potrà servire, elimineremo l’uso di un termine caro ai peggiori demagoghi e impastato di ironia per tutti gli sfruttati, gli oppressi, e gli ingannati, quale quello di “democrazia”, che è consigliabile regalare per esclusivo loro uso ai borghesi e ai campioni del liberalismo variamente paludato talvolta in pose estremiste».

Poiché l’espressione di centralismo democratico era sta adottata dall’Internazionale di Mosca fin dal 1920, il Partito italiano nel gennaio 1921 non poteva che darsi uno statuto conforme alle norme internazionali e contenente una certa utilizzazione, non completa neanche nelle tesi internazionali, del meccanismo democratico elettivo. La proposta di passare al centralismo organico non poteva diventare una deliberazione per applicazione interna e, nel confermarla al II Congresso di Roma del 1922, si rimase sotto l’effetto della dichiarazione di disciplina assoluta che qui riportiamo. Ad essa facciamo seguire il primo capitolo delle Tesi sulla tattica, intitolata proprio “Natura organica del Partito Comunista”:

Mozione sulla disciplina internazionale, votata al II congresso del P.C.d’I. a Roma, 1922

«Il Congresso, prima di prendere parte al dibattito sulle tesi tattiche; in presenza della intervenuta approvazione del Comitato Esecutivo Internazionale Allargato di risoluzioni che investono la tattica dei partiti della Internazionale Comunista; approvata la dichiarazione di disciplina fatta dai delegati del Partito a tale riunione,
    assume in nome del Partito, solenne impegno che tutta l’azione che il Partito Comunista Italiano esplicherà dopo il Congresso sarà guidata dalle norme di tattica che l’Internazionale, giusta la deliberazione presa in tale senso dall’Esecutivo Allargato, stabilirà per l’Italia in base da un esame della situazione svolto di accordo dalla nuova Centrale del Partito e dal Presidium dell’Internazionale Comunista
    e passa a discutere le tesi per adottarle col valore di una formulazione del pensiero del Partito Italiano in materia di tattica che non possa in alcun modo pregiudicare la disciplina internazionale».

Natura organica del Partito Comunista, Tesi di Roma, 1922

«1. – Il partito comunista, partito politico della classe proletaria, si presenta nella sua azione come una collettività operante con indirizzo unitario. I moventi iniziali pei quali gli elementi e i gruppi di questa collettività sono condotti ad inquadrarsi in un organismo ad azione unitaria sono gli interessi immediati di gruppi della classe lavoratrice suscitati dalle loro condizioni economiche. Carattere essenziale della funzione del partito comunista è l’impiego delle energie così inquadrate per il conseguimento di obbiettivi che, per essere comuni a tutta la classe lavoratrice e situati al termine di tutta la serie delle sue lotte, superano attraverso la integrazione di essi gli interessi dei singoli gruppi e i postulati immediati e contingenti che la classe lavoratrice si può porre.

2. – La integrazione di tutte le spinte elementari in una azione unitaria si manifesta attraverso due principali fattori: uno di coscienza critica, dal quale il partito trae il suo programma, l’altro di volontà che si esprime nello strumento con cui il partito agisce, la sua disciplinata e centralizzata organizzazione. Questi due fattori di coscienza e di volontà sarebbe erroneo considerarli come facoltà che si possano ottenere o si debbano pretendere dai singoli poiché si realizzano solo per la integrazione dell’attività dl molti individui in un organismo collettivo unitario.

3. – Alla precisa definizione della coscienza teorico-critica del movimento comunista, contenuta nelle dichiarazioni programmatiche dei partiti e della Internazionale Comunista, come all’organizzarsi degli uni e dell’altra, si è pervenuti e si perviene attraverso l’esame e lo studio della storia della società umana e della sua struttura nella presente epoca capitalistica, svolti coi dati, colle esperienze e nella attiva partecipazione alla reale lotta proletaria.

4. – La proclamazione di queste dichiarazioni programmatiche come la designazione degli uomini a cui si affidano i vari gradi della organizzazione di partito si svolgono formalmente con una consultazione a forma democratica di consessi rappresentativi del partito, ma devono in realtà intendersi come un prodotto del processo reale che accumula gli elementi di esperienza e realizza la preparazione e la selezione dei dirigenti dando forma al contenuto programmatico ed alla costituzione gerarchica del partito».

Queste tesi sono riportate come patrimonio caratteristico della Sinistra nell’articolo ”Per rifarci all’ABC: La natura del Partito Comunista”, apparso il 26 luglio 1925 su L’Unità nel corso della discussione precedente il Congresso di Lione del 1926, dove le stesse questioni furono dibattute e le stesse soluzioni date dalla Sinitra in base alla sua tradizione ininterrotta, come si dimostrerà in altro luogo.

Critica degli errori di Mosca in materia di organizzazione e disciplina

La Sinistra italiana non si era mostrata soddisfatta della maniera in cui erano state applicate le condizioni di ammissione stabilite al II Congresso dell’Internazionale e che aveva contribuito a rendere più severe. L’Internazionale aveva troppo largheggiato in manovre per guadagnare fette di partito che rimanevano sul terreno della socialdemocrazia o del famigerato centrismo. Dinanzi a tali inconvenienti si volle rimediare invocando la più stretta disciplina al centro. La polemica si portò tanto sulla questione del meccanismo democratico o meno, quanto sull’interpretazione corretta della stretta centralizzazione e disciplina, sostenuta in teoria e in pratica dal partito italiano ma condotta da Mosca in modo troppo meccanico e senza evitare numerose crisi nelle sezioni, non esclusa quella russa. La posizione della Sinistra è ben chiarita in questo brano del discorso del suo rappresentante al IV Congresso del 1922. Gli inconvenienti disciplinari venivano fatti risalire all’eccessiva elasticità della tattica preconizzata dall’Esecutivo di Mosca:

La Sinistra sulla tattica al IV congresso mondiale, 1922

«Noi siamo per il massimo di centralizzazione e di potere agli organi supremi centrali. Ma ciò che deve assicurare l’obbedienza alle iniziative del centro dirigente non è soltanto un sermone solenne per la disciplina da un lato e dall’altro i più sinceri impegni a rispettarla; né si tratta di una applicazione formale e minuziosa della democrazia interna e del controllo da parte della massa degli organizzati, che sovente si riduce ad una finzione. La garanzia della disciplina deve essere cercata altrove, se noi ci ricordiamo, al lume della dialettica marxista, quale è la natura della nostra organizzazione, che non è un meccanismo, che non è un esercito, ma che è un complesso unitario reale, il cui sviluppo è in primo luogo un prodotto e in secondo luogo un fattore dello sviluppo della situazione storica.

La garanzia di una disciplina non può essere trovata che nella precisione dei limiti entro i quali i nostri metodi di azione debbono applicarsi, nella precisione dei programmi e delle risoluzioni tattiche fondamentali e delle misure d’organizzazione.

La rivoluzione Russa ha dato al movimento rivoluzionario internazionale le basi per un ristabilimento della sua ideologia e della sua organizzazione di combattimento; è questo un beneficio inestimabile e che produrrà i suoi effetti ulteriori nella misura in cui il legame fra la rivoluzione russa e il movimento proletario internazionale sarà mantenuto. Noi critichiamo, e giustamente poiché essa ci allontana da questo scopo, la tendenza a lasciare troppa libertà nelle misure di organizzazione e nei mezzi tattici dei quali la scelta deve essere rimessa al centro dirigente. Questa scelta deve restare, noi affermiamo, al centro e non alle organizzazioni nazionali secondo i giudizi che esse pretendono di dare delle loro condizioni speciali. Se l’estensione di questa scelta rimane troppo larga e talvolta perfino imprevedibile, ne deriverà fatalmente la frequenza di casi di indisciplina che spezzano la continuità e il prestigio dell’organizzazione rivoluzionaria mondiale».

« La nostra Internazionale è considerata troppe volte come qualche cosa che è al di fuori dei partiti che ad essa aderiscono: talvolta questi partiti o delle frazioni di questi partiti si permettono con essa dei dibattiti polemici sovente pubblici e insolenti. L’Internazionale è ridotta a farsi delle frazioni nei partiti che dovrebbero essere ai suoi ordini, ciò che mi sembra assurdo e disastroso.

Noi ci vediamo costretti a liquidare troppe questioni d’organizzazione e di disciplina nel momento stesso in cui constatiamo che l’avversario sferra una tale reazione da rendere praticamente impossibile i pourparler, i negoziati, tutta la procedura che si impone in tali casi.

Io terminerò con una parola che Zinoviev stesso ha lanciato: Siamo un vero Partito Comunista Internazionale, solidamente centralizzato e temprato per la lotta rivoluzionaria. Io osservo che in un tale partito non si farebbero dei cambiamenti nella struttura organizzativa in un settore isolato, che nei suoi congressi sovrani non si vedrebbero mai dei delegati i quali provengono da una data circoscrizione e non sono in ordine con le regole generali di organizzazione».

Nel periodo successivo al IV Congresso, i fatti lamentati si accentuarono e tra l’altro si ebbe la rottura nella dirigenza del partito italiano, che durante gli arresti del ’23 fu sostituita da Mosca con elementi della tendenza di centro, senza che la Sinistra, prevalente nel partito, sollevasse alcuna eccezione. La discussione tuttavia continuò ed è ben compendiata in un articolo apparso nella nostra rivista Prometeo, serie di Napoli, nr. 5 del 15 maggio 1924, dal quale articolo riportiamo la molta chiara parte conclusiva, che tuttavia principalmente è diretta all’indirizzo del rigidismo disciplinare che si cominciava a chiamare “bolscevizzazione”. Si noti che la opposizione italiana, a differenza di quella russa, e da quella dei seguaci di Trotski, impostò la sua unica critica non sulla base di una pretesa violata democrazia con cui il centro avrebbe sopraffatto la base, ma appunto svolgendo, già 40 addietro, la sua chiara e notissima impostazione dialettica ed organica della teoria, della tattica e della struttura del partito, da cui mai non si è allontanata e che ha trovato storica conferma nelle vicende infelici a cui l’Internazionale ha soggiaciuto:

Organizzazione e disciplina comunista: premesse della questione

«Disgraziatamente la soluzione non è così facile.

Occorre considerare che l’Internazionale non funziona ancora come un partito comunista mondiale unico. È sulla via per arrivare a questo risultato, indubbiamente, ed ha fatto passi giganteschi rispetto alla vecchia Internazionale. Ma per assicurarci che proceda effettivamente e nel modo migliore in quella direzione desiderata, e confermare a tale obiettivo l’opera nostra di comunisti, dobbiamo associare la nostra fiducia nella essenza e capacità rivoluzionaria del nostro glorioso organismo mondiale ad un lavoro continuo basato sul controllo e la valutazione razionale di quanto avviene nelle nostre file e della impostazione della sua politica.

Considerata la disciplina massima e perfetta, quale scaturirebbe da un consenso universale anche nella considerazione critica di tutti i problemi del movimento, non come un risultato, ma come un mezzo infallibile di impiegare con cieca convinzione, dicendo tout court: la Internazionale è il Partito Comunista mondiale e si deve senz’altro seguire fedelmente quanto i suoi organismi centrali emanano, è un poco capovolgere sofisticamente il problema.

Noi dobbiamo ricordare, per cominciare l’analisi nostra della questione, che i partiti comunisti sono organismi ad adesione ”volontaria”. Questo è un fatto inerente alla natura storica dei partiti, e non il riconoscimento di un qualunque ”principio” o ”modello”. Sta di fatto che noi non possiamo obbligare nessuno a prendere la nostra tessera, non possiamo fare una coscrizione di comunisti, non possiamo stabilire delle sanzioni contro la persona di chi non si uniformi alla disciplina interna: ognuno dei nostri aderenti è materialmente libero di lasciarci quando crede. Non vogliamo ora dire se è desiderabile o no che così stiano le cose: il fatto è che così stanno e non vi sono mezzi atti a mutarle. Per conseguenza non possiamo adottare la formula, certo ricca di molti vantaggi dell’obbedienza assoluta nell’esecuzione d’ordini venuti dall’alto.

Gli ordini che le gerarchie centrali emanano non sono il punto di partenza, ma il risultato della funzione del movimento inteso come collettività. Questo non è detto nel senso scioccamente democratico o giuridico, ma nel senso realistico e storico. Non difendiamo, dicendo questo, un ”diritto” nella massa dei comunisti ad elaborare le direttive a cui devono attenersi i dirigenti: constatiamo che in questi termini si presenta la formazione di un partito di classe, e su queste premesse dovremo impostare lo studio del problema.

Così si delinea lo schema delle conclusioni a cui noi tendiamo noi in materia. Non vi è una disciplina meccanica buona per la attuazione di ordini e disposizioni superiori ”quali che siano”: vi è un insieme di ordini e disposizioni rispondenti alle origini reali del movimento che possono garantire il massimo di disciplina, ossia di azione unitaria di tutto l’organismo, mentre vi sono altre direttive che emanate dal centro possono compromettere la disciplina e la solidità organizzativa.

Si tratta dunque di un tracciamento del compito degli organi dirigenti. Chi dovrà farlo? Lo deve fare tutto il partito, tutta l’organizzazione, non nel senso banale e parlamentare del suo diritto a venire consultato sul ”mandato” da conferire ai capi elettivi e sui limiti di questo, ma nel senso dialettico che contempla la tradizione, la preparazione, la continuità reale nel pensiero e nella azione del movimento. Appunto perché siamo antidemocratici, pensiamo che in materia una minoranza può avere vedute più corrispondenti di quelle della maggioranza all’interesse del processo rivoluzionario.

Certo questo avviene eccezionalmente; ed è di estrema gravità il caso che si presenti questo capovolgimento disciplinare, come avvenne nella vecchia Internazionale e come è ben augurabile non abbia più ad avvenire nelle nostre file. Ma senza pensare a questo caso estremo, vi sono altre situazioni meno acute e critiche, in cui tuttavia il contributo dei gruppi nello invocare precisazione nelle direttive da tracciare al centro dirigente, è utile ed indispensabile.

Questa, in breve, la base dello studio della questione, che dovrà essere affrontata tenendo presente la vera natura storica del partito di classe: organismo che tende ad essere l’espressione dell’unificarsi verso uno scopo centrale e comune di tutte le singole lotte proletarie sorgenti sul terreno sociale, organismo che è caratterizzato dalla natura volontaria delle adesioni.

Noi riassumiamo così la nostra tesi, e crediamo di essere così fedeli alla dialettica del marxismo: l’azione che il Partito svolge e la tattica che adotta, ossia la maniera colla quale il partito agisce verso ”l’esterno” hanno a loro volta conseguenze sulla organizzazione e costituzione ”interna” di esso. Compromette fatalmente il partito chi, in nome di una disciplina illimitata, pretende di tenerlo a disposizione per un’azione, una tattica, una manovra strategica ”qualunque”, ossia senza limiti ben determinati e noti all’insieme dei militanti.

Al massimo desiderabile di unità e solidità disciplinare si giungerà efficacemente solo affrontando il problema su questa piattaforma, e non pretendendo che sia già pregiudizialmente risolto da una banale regola di ubbidienza meccanica».

Al V Congresso dell’Internazionale, 1924

Poco dopo si ebbe il V Congresso di Mosca, e il dibattito si rinnovò restando la Sinistra coerente alle sue posizioni come è palese dal brano che segue del discorso tenuto dal suo rappresentante sulle questioni della tattica.

«Noi vogliamo realizzare una vera centralizzazione, una vera disciplina. E’ per questa occorre chiarezza nella direttiva tattica e continuità nella posizione delle nostre organizzazioni di fronte agli altri partiti.

Periò, lo ripeto, noi siamo contro la fusione con altri partiti, contro il noyautage ed anche contro l’istituzione di partiti simpatizzanti che si trovino nella situazione molto comoda di approfittare della bandiera dell’Internazionale, di non essere impegnati a nulla, e di poter preparare, sotto il nostro ”controllo” il tradimento del proletariato.

Ci si dice: «Voi non avete fiducia nell’Internazionale. Il vostro linguaggio significa che non siete sicuri che l’internazionale rimarrà sempre rivoluzionaria. Eppure, la esistenza alla sua testa del partito bolscevico è una garanzia sufficiente che l’Internazionale non andrà a destra».

L’importanza del contributo del bolscevismo al movimento di emancipazione del proletariato mondiale risiede proprio nella situaizone tutta particolare in cui il partito russo si trovava. Esso non si trovava in presenza di un capitalismo sviluppato e di un proletariato numeroso. Esso ha attinto la sua teoria rivoluzionaria là dove il grande capitalismo esisteva e l’ha applicata in un modo grandioso là dove aveva delle probabilità di fallirre. Se il partito bolscevico ha potuto realizzare questa sintesi dello sviluppo particolare della Russia con l’esperienza rivoluzionaria mondiale, è perché i suoi capi sono stati costretti ad emigrare e a vivere in mezzo al capitalismo occidentale. Lenin è mondiale, non soltato russo. Egli appartiene a tutti noi.

Nella situazione attuale l’internazionale deve rendere al partito russo una parte dei numerosi servigi che ne ha ricevuto.

Il grande pericolo di un revisionismo di destra minaccia il partito bolscevico; gli altri partiti devono sostenerlo, appoggiarlo. E’ nell’Internazionale che esso deve trovare l’eccedenza di forza di cui ha bisogno per attraversare questa situazione realmente difficile. La vera garanzia risiede nel proletariato rivoluzionario del mondo intero».

Contributi dell’attuale nostro movimento del dopoguerra alla questione di organizzazione

Prima ancora della rettifica di indirizzo che si ebbe nel 1951, quando questo giornale prese il nome di“Programma Comunista”, si era creduto di adottare un dettagliato statuto il quale riproduceva sostanzialmente quello del partito di Livorno. Tuttavia si avvertì la non logica decisione presa, che non aveva tenuto conto del fatto che si era ormai indipendenti dalle obbligatorie norme di una ormai inesistente organizzazione internazionale e non si avevano più i vincoli a cui si doveva obbedire nel 1922 e nel 1924. Per chiarire tale impostazione l’organo del Partito, allora “Battaglia Comunista”, nel nr. 13 del 30 marzo – 6 aprile 1949 pubblicò il testo che riportiamo integralmente “a completamento e commento dello statuto, inteso ad inquadrare l’elencazione delle norme statutarie nella visione generale del partito, del suo funzionamento, della sua struttura organica, propria della tradizione della Sinistra italiana”:

Norme orientative generali, 1949

Lo Statuto e i Regolamenti del Partito e delle sue Federazioni e Sezioni costituiscono l’insieme praticamente indispensabile delle norme costanti di funzionamento, di collegamento e di corrispondenza che reggono la vita della organizzazione. Rispetto alle finalità storiche e sociali del partito esse hanno un semplice carattere strumentale e di mezzo. Nel fissarle ed eventualmente modificarle non ha nessun senso far ricorso alle normative analoghe di altri organismi come quello dello Stato e dei parlamenti democratici, non esistendo, per la concezione propria del partito comunista, principi e criteri costituzionali fondamentali comuni e sovrastanti alle diverse classi sociali e ai loro compiti di lotta nelle successive fasi storiche.

Il partito non è un cumulo bruto di granelli equivalenti tra loro, ma un organismo reale suscitato dalle determinanti e dalle esigenze sociali e storiche con reti organi e centri differenziati per l’adempimento dei diversi compiti. Il buon rapporto fra tali esigenze reali e la migliore funzione conduce alla buona organizzazione e non viceversa.

Per conseguenza, l’adozione e l’impiego generale o parziale del criterio di consultazione e deliberazione a base numerica e maggioritaria, quando sancito negli statuti o nella prassi tecnica, ha un carattere di mezzo od espediente, non un carattere di principio.

Le basi della organizzazione del Partito non possono dunque risalire a canoni propri di altre classi e di altre dominazioni storiche, come la obbedienza gerarchica dei gregari ai capi di vario grado tratta dagli organismi militari o teocratici preborghesi, o la sovranità astratta degli elettori di base delegata ad assemblee rappresentative ed a comitati esecutivi, propri della finzione giuridica caratteristica del mondo capitalistico; essendo la critica e l’abbattimento di tali organizzazioni compito essenziale della rivoluzione proletaria e comunista.

Il giusto rapporto nella loro funzione tra gli organi centrali e quelli periferici del movimento non si basa su schemi costituzionali ma su tutto lo svolgersi dialettico della lotta storica della classe operaia contro il capitalismo.

Base fondamentale di tali rapporti è da una parte il continuo ininterrotto e coerente svolgimento della teoria del partito come valutazione dello svolgersi della società presente e come definizione dei compiti della classe che lotta per abbatterla, dall’altra il legame internazionale tra i proletari rivoluzionari di tutti i paesi con unità di scopo e di combattimento.

Le forze di periferia del partito e tutti i suoi aderenti sono tenuti nella pratica del movimento a non prendere di loro iniziativa locale e contingente decisioni di azione che non provengano dagli organi centrali e a non dare ai problemi tattici soluzioni diverse da quelle sostenute da tutto il partito. Corrispondentemente gli organi direttivi e centrali non possono né debbono nelle loro decisioni e comunicazioni valide per tutto il partito abbandonare i principi teorici né modificare i mezzi di azione tattica nemmeno col motivo che le situazioni abbiano presentato fatti inattesi o non preveduti nelle prospettive del partito. Nel difetto di questi due processi reciproci e complementari non valgono risorse statutarie, ma si determinano le crisi di cui la storia del movimento proletario offre non pochi esempi.

Per conseguenza il partito, mentre chiede la partecipazione di tutti i suoi aderenti al continuo processo di elaborazione che consiste nell’analisi degli avvenimenti e dei fatti sociali e nella precisazione dei compiti e metodi di azione più appropriati, e realizza tale partecipazione nei modi più adatti sia con organi specifici sia con le generali periodiche consultazioni congressuali, non consente assolutamente che nel suo seno gruppi di aderenti possano riunirsi in organizzazioni e frazioni distinte e svolgano la loro opera di studio e di contributo secondo reti di collegamento e di corrispondenza e di divulgazione interna ed esterna comunque diverse da quella unitaria del partito.

Il partito considera il formarsi di frazioni e la lotta tra le stesse nel seno di una organizzazione politica come un processo storico che i comunisti hanno trovato utile ed applicato quando si era verificata una irrimediabile degenerazione dei vecchi partiti e delle loro dirigenze ed era venuto a mancare il partito avente i caratteri e le funzioni rivoluzionarie.

Quando tale partito si è formato ed agisce, esso non contiene nel suo seno frazioni ideologicamente divise e tanto meno organizzate, non ammette che adesioni individuali attraverso le formazioni di base, e non applica il metodo di formare proprie organizzazioni palesi ed occulte nel seno di altri partiti politici, considerando tutte queste situazioni come patologiche e contraddicenti al carattere di stretta unità della lotta comunista.

Origine e funzione della forma partito, 1961

Col titolo ora riportato, appariva nel ”Programma Comunista” nr. 13 del 6 luglio 1961 un rapporto dei gruppi internazionalisti di Francia molto completo sulle questioni che interessano. La prima parte ricorda le basi di principio circa lo Stato e la rivoluzione fino al deperimento dello Stato, il quale si trova già espresso in un passo della Sacra Famiglia che dice come «il socialismo si scrolla il suo involucro politico non appena si rivela la sua anima», ossia, come il rapporto dice, «la rivoluzione giunge ad affermare l’Essere umano che è la vera Gemeinwesen dell’uomo». Segue questo passo:

I partiti del proletariato

Il lavoro ulteriore di Marx consisterà nello studiare come ciò sia realizzabile. Passerà quindi a un’analisi precisa della società e fornirà le grandi linee della trasformazione socialista: proprietà della specie, distruzione del mercantilismo, ecc. Tutto ciò sarà precisato nel Manifesto, poi nello scritto sulla Comune e nell’Indirizzo Inaugurale dell’Internazionale (questione della distruzione dello Stato borghese e delle misure per limitare il ”carrierismo”).

Il partito rappresenta dunque la società futura. Non lo si può definire con regole burocratiche, ma col suo essere; e il suo essere è il suo programma: prefigurazione della società comunista della specie umana liberata e cosciente.

Corollario: la rivoluzione non è un problema di forme di organizzazione. Essa dipende dal programma. Sennonché è stato provato che la forma partito è la più atta a rappresentare il programma, a difenderlo. E qui le regole di organizzazione non sono prese a prestito dalla società borghese, ma derivano dalla visione della società futura.

L’originalità del partito, Marx l’ha tratta dalla lotta del proletariato. Esso si manifesta fin dall’inizio come una nuova Gemeinwesen; fin dall’inizio rileva il fine verso il quale tende: una società in cui non esisterà più proprietà privata, ma proprietà della Specie.

In una lettera a Freiligrath del 26 novembre 1860 Marx, dopo aver spiegato le ragioni per cui fece sciogliere la Lega dei Comunisti nel 1852, così si esprime: «Non appartengo a nessuna associazione segreta o pubblica, dunque il partito nel senso del tutto effimero del termine ha cessato di esistere per me da otto anni». Questo partito effimero sta in contrapposto al partito storico (quindi eterno e insopprimibile) di cui così più oltre:

Perché il Partito non scompare mai

«Ho cercato di eliminare il malinteso che mi farebbe intendere per ”partito” una Lega morta da anni o una redazione di giornale sciolta da dodici anni. Io intendo il termine ”Partito” nella sua larga accezione storica», cioè come prefigurazione della società futura, dell’Uomo futuro, dell’Essere umano che è il vero Gemeinwesen dell’uomo. È l’attaccamento a questo Essere, che nei periodi di controrivoluzione sembra negato dalla storia (come oggi la rivoluzione sembra, alla generalità, un’utopia), è questo attaccamento che permette di resistere. La lotta per restare su questa posizione è la nostra ”azione”.

Un altro passo veramente notevole è in queta lettera, e vogliamo riportarlo:

«Si può, in mezzo ai rapporti e al commercio borghese, restare al di sopra della spazzatura? È solo in quest’ambiente che essa è naturalmente al suo posto (…) L’onesta infamia o l’infame onestà della morale solvibile (…) non vale per me un soldo più dell’irresponsabile infamia della quale né le prime comunità cristiane né il club dei Giacobini né la stessa nostra vecchia Lega si sono potute liberare completamente. Ma, in mezzo ai traffici borghesi, ci si abitua a perdere il senso della rispettabile infamia o dell’infame rispettabilità».

Questo sfogo potente del purissimo uomo che fu Marx significa che noi possiamo allontanare da noi elementi spuri e contraddittori con la vita del movimento senza per questo dover invocare canoni dell’etica borghese o di una fantomatica etica in generale. Andiamo diritti e basta.

La chiara distinzione tra il partito storico che risorge dalle crisi e dalle sconfitte, e le effimere sètte scomparse, è enunciata da Engels nel suo scritto del 1872 sulla Pretese scissioni dell’Internazionale a proposito della rottura coi libertari:

«Queste sètte, lievito del movimento all’origine, gli sono di ostacolo non appena esso le supera; allora diventano reazionarie, come provano le sètte in Francia e in Inghilterra e recentemente i lassalliani in Germania, che, dopo di aver intralciato per anni l’organizzazione del proletariato, hanno finito per divenire semplici strumenti della polizia. Insomma sono l’infanzia del movimento operaio, come l’astrologia e l’alchimia sono l’infanzia della scienza. Perché fosse possibile la fondazione dell’Internazionale, occorreva che il proletariato avesse superato questa fase. Di fronte alle organizzazioni fantasiose e antagoniche delle sètte, l’Internazionale è l’organizzazione reale e militante della classe proletaria in tutti i paesi, legati gli uni agli altri nella lotta comune contro il capitalismo, i proprietari fondiari e il loro potere di classe organizzato nello Stato».

La parte conclusiva di questo notevole lavoro, particolarmente espressivo e dimostrativo nei richiami di dottrina e nelle citazioni storiche, può valere direttamente a dire tutto ciò che va detto per rispondere ad alcuni sciocchi che, scorgendo il partito gettare finalmente tra i ferri vecchi l’arnese ripugnante della conta elettorale dei voti, invece di rallegrarsi e compiacersi domandano ansiosi quale nuovo espediente, quale nuovo meccanismo, quale nuova ricetta noi abbiamo preparata per surrogare l’antica. In cento occasioni abbiamo detto, nel corso di lunghi decenni, che questo svolto consisteva nel cancellare dalle nostre tavole l’impegno indecente del termine di democrazia e di democratico. L’esserci giunti non richiede che un grido di trionfo.

Le basi del Partito di domani

Dalla funzione del Partito di domani discendono le sue caratteristiche:

Essendo la prefigurazione della società comunista, esso non può accettare un meccanismo, un principio di vita e di organizzazione, che sia legato alla società borghese; deve realizzare la distruzione di questa società.

1) Rifiuto del meccanismo democratico (Marx a Engels, 18 maggio 1859: «Il nostro mandato di rappresentanti del partito proletario noi non l’abbiamo che da noi stessi. Ma esso è controfirmato dall’odio esclusivo e generale che tutte le frazioni del vecchio mondo e dei suoi partiti ci riservano»). Nostra posizione: il centralismo organico.

2) Anti-individualismo: il partito realizza l’anticipazione del cervello sociale. Ogni conoscenza è mediata dal partito; ogni azione anche. Il militante non ha bisogno di ”cercare la verità”; essa gli è data dal partito (la verità nel campo sociale: in tutti gli altri campi non vi si potrà pervenire se non dopo la rivoluzione). Tendenza alla realizzazione dell’Uomo sociale.

3) Rifiuto di ogni mercantilismo, di ogni carrierismo sotto qualunque forma. Il legame fra i compagni, la manifestazione di questo legame nei loro rapporti, devono ispirarsi al commento di Marx al libro di James Mill: Ogni attività, ogni manifestazione deve essere quella dell’affermazione della gioia umana attraverso la comunicazione con gli altri, e quindi con la società futura.

4) Abolizione degli antagonismi sociali legati alle classi. Nel partito non si conoscono se non militanti comunisti. Sul piano pratico, ciò corrisponde alla necessità di basare il partito sulla unità territoriale, anziché su quella aziendale (cfr. il Programma del Partito Comunista d’Italia; Riunione di Pentecoste, ecc. Posizioni assunte nel IV e V Congresso dell’I.C.; Tesi di Lione).

5) Il partito deve essere la soluzione di tutti gli enigmi, e deve saperlo essere. Deve presentarsi come il rifugio del proletario, il luogo in cui la sua natura umana si afferma in modo ch’egli possa mobilitare tutte le sue energie nella lotta contro il nemico di classe.

Era necessario precisare questi caratteri che soli permettono di capire la funzione del partito e di averne una visione integrale. Il partito è una forza impersonale al disopra delle generazioni; rappresenta la specie umana, l’essere umano infine ritrovato, la coscienza della specie. Questa non può manifestarsi che in date condizioni (come l’azione del proletariato): in una situazione rivoluzionaria è possibile il rovesciamento della prassi, che è rovesciamento di ogni sviluppo attuale e passato; il Partito decide la presa del potere per la distruzione della società borghese; la preistoria umana è finita. In questo momento tutto converge, esso è il punto culminante della teoria mediante la previsione esatta del momento favorevole, e dell’azione (l’insurrezione è una arte). I due fenomeni si sommano: è allora che la coscienza dell’azione appare la coscienza che precede l’azione.

Il marxismo è una teoria dell’azione umana e una teoria della produzione della coscienza, ma è per ciò stesso riflessione di questa azione, di questa prassi. Possiamo quindi dire che è una guida per l’azione (il partito, in quanto azione organizzata del proletariato, è il soggetto della storia), una guida dell’azione umana, una guida che conduce verso la liberazione dell’uomo, verso la sua presa di coscienza, verso la società comunista: è la guida alla emancipazione umana.

Altri brani classici nel corso di un secolo

Schifo rivoluzionario della popolarità e del reclamismo: Engels a Marx, 13 febbraio 1851

Una volta di più – e dopo molto tempo per la prima volta – noi abbiamo l’occasione di mostrare che non abbiamo bisogno né di popolarità né del “appoggio” di un partito qualsiasi di un paese qualunque, e la nostra posizione è assolutamente indipendente da sciocchezza di questo genere. Ormai noi non siamo più responsabili che di noi stessi; e, venuto il momento in cui questi signori avranno bisogno di noi, noi saremo in condizioni di poter dettare le nostre proprie condizioni. Fino a quel giorno noi avremo almeno la tranquillità. Una certa solitudine! Mio Dio, io ne ho goduto a Manchester ormai da tre mesi e mi ci sono abituato, per sopramercato da scapolo, cosa che è, in ogni caso, molto spiacevole qui. Noi del resto faremo male, in fondo, a lamentarci del fatto che i piccoli grandi uomini ci evitano; non abbiamo noi agito per molti anni come se ogni sorta di persone costituisse il nostro partito, quando non avevamo il minimo partito e quando le persone che noi consideravamo come appartenenti al nostro partito, almeno ufficialmente, non comprendevamo neanche gli elementi della nostra dottrina? Come potrebbero persone come noi che fuggiamo come la peste le situazioni ufficiali, appartenere ad un partito? Che ci importa di un partito, a noi che sputiamo sulla popolarità, che dubitiamo di noi stessi quando cominciamo a diventar popolari? Veramente non sarà una gran perdita se non passiamo più per “la espressione esatta ed adeguata” degli uomini angusti ai quali questi ultimi anni che hanno associato.

Una rivoluzione è un avvenimento puramente naturale, che obbedisce alle leggi fisiche più che alle regole che determinano in tempi ordinari l’evoluzione della società. O meglio, queste regole acquistano, nelle rivoluzioni, un carattere molto più fisico, e la forza materiale della necessità vi si manifesta con più violenza. E se ci si pone come rappresentanti di un partito, si è trascinati in questo vortice dall’irresistibile necessità naturale. Solo restando indipendente e mostrandosi fondamentalmente più rivoluzionari degli altri si può, almeno per qualche tempo, salvaguardare la propria autonomia di fronte a questo vortice dove si finisce tuttavia per essere trascinati.

Questa posizione noi possiamo e dobbiamo prenderla riguardo alla prossima questione. Non soltanto nessuna posizione ufficiale di Stato, ma anche per il più lungo tempo possibile nessuna posizione ufficiale di partito, nessun posto nei comitati, ecc., nessuna responsabilità per gli asini, una critica spietata verso tutti, e, insieme a questo, quella serenità che tutte le cospirazioni degli imbecilli non possono farci perdere. E questo noi lo possiamo. Noi possiamo sempre, riguardo alle questioni fondamentali, essere più rivoluzionari di questi facitori di frasi, perché abbiamo capito qualcosa, mentre essi non hanno capito niente, perché sappiamo quel che vogliamo, mentre essi non lo sanno, e perché dopo quello che abbiamo visto nel corso di questi tre ultimi anni prenderemo gli avvenimenti ben più freddamente che chiunque vi sia interessato personalmente.

Per il momento l’essenziale è farci stampare, sia in una rivista trimestrale dove attaccheremo direttamente e dove assicureremo la nostra posizione di fronte alle persone, sia in grossi libri dove faremo la stessa cosa senza neanche avere bisogno di menzionare una di queste sporche bestie. Ciascuna prospettiva mi va bene. A lungo andare e davanti alla reazione che cresce, la prima possibilità mi sembra diminuire e la seconda costituire sempre più la risorsa a cui bisognerà risolversi. A che serviranno tutti gli schiamazzi e tutte le stupidità che la canaglia degli emigrati potrà fare sul tuo conto, se tu rispondi loro con la tua Economia politica?

Come gli sgonfioni vanno trattati: Marx ad Engels, 18 maggio 1859

Dopo aver scritto a proposito dei rappresentanti della Associazione Generale Tedesca: «Io dichiarai che non potevamo collaborare direttamente a nessun giornaletto e neppure ad alcun giornale di partito, a meno dirigerlo noi stessi», Marx continua:

Questi signori dell’Associazione hanno così ricevuto una bellissima lezione. Scherzer, fedele alle vecchie idee di Weitling, s’immaginava che spettasse a lui designare dei rappresentanti del partito. Nel mio incontro con una delegazione di questi signori (…) ho loro dichiarato chiaro e tondo che “noi teniamo soltanto da noi stessi la nostra designazione di rappresentati del partito proletario, ma che questa designazione è controfirmata dall’odio esclusivo e generale che ci hanno votato tutte le frazioni e tutti i partiti del vecchio mondo”. Puoi immaginare la loro costernazione.


 


Un militante scomparso

Il 18 dicembre è morto a Parigi il comp. Emilio Martellini. Nato nel 1886, fece parte della frazione comunista astensionista del PSI e dopo Livorno diresse insieme a Spartaco Lavagnini la federazione comunista di Grosseto. Emigrato in Francia, fu per lunghi anni membro attivo della Sinistra all’estero, e tutti i compagni lo ricordano come fedele esempio di intransigenza rivoluzionaria e di milizia comunista. Da alcuni anni le precarie condizioni di salute e di famiglia non gli permettevano più di dare una attività continua, ma egli non venne mai meno ai principi che distinguono il partito comunsita. I compagni d’Italia e di Francia inchinano il rosso vessillo della rivoluzione sulla bara del vecchio combattente proletario.

Follia spaziale in liquidazione

Non sarà sfuggita ai lettori la notizia da Bruxelles in data 22 dicembre, apparsa sui grandi quotidiani, delle dichiarazioni ”piuttosto strabilianti” fatte al Rotary Club di Seraing dall’eminente prof. Florkin dell’Università di Liegi che vi parlava a nome del Congresso internazionale di Firenze da lui presieduto alcuni mesi or sono. Citiamo alcune affermazioni che la stampa definisce drastiche: ”L’invio di uomini nello spazio si è rivelato un fallimento totale; russi e americani hanno finora nascosto la verità… Gli uomini non andranno sulla Luna né domani né tra dieci anni, né fra cinquanta. Un uomo non potrebbe vivere più di 5 giorni in stato di assenza di gravità (record del russo Bikovsky). Tutti quelli che sono andati nello spazio sono tornati accusando gravi disturbi mentali… La sovietica Tereshkova è attualmente in uno stato psichico anormalissimo – le ricerche russe su colture di microrganismi e su piante hanno provato che l’assenza di gravità modifica la divisione delle cellule”.

Gli esperti riuniti a Firenze, dopo aver constatato che si è lavorato in una direzione senza uscita, hanno concluso testualmente: ”È impossibile compiere voli di lunga durata. Dobbiamo ricominciare da zero senza ambizioni esploratrici per l’uomo ”. Il Florkin rivela che le poche imprese sono state realizzate da veri e propri ”superuomini”, selezionati severamente tra elementi già di eccezione. Gli ultimi esperimenti russi, pur avendo in un brevissimo volo portato tre uomini nello spazio, secondo il Florkin sono stati limitati alla ricerca degli effetti dell’accelerazione violenta al momento del via, e il risultato è stato che l’uomo perde completamente la coordinazione. Secondo il Florkin, il rimedio tecnico di trovare un metodo per ripristinare la gravità non è allo stato attuale di prevedibile realizzazione; potrebbe forse essere a disposizione dell’uomo tra 10 anni. Per il momento egli riferisce testualmente che ”i governi e gli specialisti russi e americani sanno che i viaggi dell’uomo nel cosmo sono impossibili. Essi mentono per non urtare l’opinione pubblica: la verità verrà però a galla piano piano. L’esperimento Gemini previsto per il 1965 non avrà che una portata tecnologica e sportiva ”. La conclusione del Florkin è che la ricerca scientifica spaziale resta di importanza capitale nel senso che ”l’esplorazione del cosmo da parte dei robot rappresenta l’apice del progresso tecnico: tutti gli sforzi vi sono concentrati”. Anche dalle famose stazioni interplanetarie ”gli automi potranno determinare se c’è vita sugli altri pianeti e compiere inoltre rilevamenti sulle superfici toccate per una migliore conoscenza dell’universo dal punto di vista fisico, chimico, biologico”.

Lo spazio non cosmico ma tipografico non ci consente di citare quanto noi stessi abbiamo scritto fin dal primo Sputnik del 1957, sostenendo che si andava svolgendo una delle più grandi mistificazioni della storia dell’umanità. Fin dai primi nostri scritti abbiamo detto che la scienza potrà conoscere l’universo solo impiegando macchine-robot e che non vi sarà, come continuazione delle esplorazioni del pianeta Terra, un’era di esplorazioni dell’universo con uomini vivi e peggio con conseguenze sulla storia dell’umanità analoghe a quelle che ebbero le grandi scoperte geografiche.

Attendiamo che il prof. Florkin o altri ci dica se, oltre a un limite di 5 giorni, dopo il quale è la morte, non ve ne siano altri da noi indicati nella distanza dal pianeta finora limitata per satelliti con uomo a bordo circa al 3-4% del raggio terrestre. A distanze maggiori e per orbite senza curvatura analoga a quella del raggio della Terra, cessa la componente della forza centrifuga e resta da dimostrare entro quale limite anche questa è una condizione della vita dell’essere umano, se non di qualunque cellula vivente. Vorremmo confessioni ulteriori.

Le odierne popolazioni, superingannate, supercorbellate in misura maggiore che in tutte le forme storiche che ci hanno preceduto, fino alle peggiori superstizioni, stregonerie e pretescherie, non riescono a capire perché si spendono somme pari a migliaia di miliardi. Forse non capirebbero perché vale la pena di spenderle per il solo scopo nobilissimo di decifrare l’universo, quando non se ne trovano per sfamare la maggioranza degli esseri umani.

La ciarlataneria dei grandi vertici americani, russi e di altri pochi paesi scimmiottatori, si regge sulla ipotesi canagliesca che questi miliardi figlieranno altri miliardi attraverso un vantaggioso commercio mercantile di esportazione e di importazione stabilito con gli astri lontani. Quando sarà chiaro che il fetente capitalismo terrestre è impotente ad avere commessi viaggiatori vivi, sarà chiaro che mai come in questa epoca di preteso progresso il mondo e gli uomini sono stati truffati.