Internationella Kommunistiska Partiet

Il Programma Comunista 1966/13

Criteri generali per l'attività del partito nel campo delle lotte rivendicative e nelle organizzazioni sindacali operaie

Nell’articolo ”Partito e Sindacati”, apparso nell’ultimo numero di ”Spartaco”, si è dovuto smentire – testi, storia e tradizione alla mano – la calunnia interessata dell’opportunismo contro la Sinistra Comunista di essere ”indifferente” di fronte ai problemi economici, alle lotte rivendicative e di difesa economica, del proletariato. Le stesse fonti – cioè testi, storia e tradizione – dimostrano l’esatto contrario, vale a dire che l’opportunismo di tutti i tempi, specie quello molto più virulento di oggi, accusa d’indifferentismo la Sinistra Comunista per coprire la sua ”indifferenza”, se non addirittura il suo odio, per la rivoluzione comunista.

Il nostro piccolo partito, embrione del grande partito comunista mondiale che non mancherà di tessere le sue trame in seno alle masse proletarie di tutto il mondo, nel continuare l’opera comunista rivoluzionaria della Sinistra, ha tratto da quella non solo tutti gli insegnamenti teorici del marxismo, ma anche quelli di lotta e di combattimento, senza di cui un partito non esiste, o esiste a mezzo.

Per questo si deve ribadire energicamente che il partito, sebbene ridottissimo in effettivi e scarso di mezzi materiali, non rinuncia a battersi, con ogni mezzo, e contro il capitalismo e contro l’opportunismo. Ciò è fuori di ogni discussione.

Oggetto, quindi, di attento esame e di particolare cura è il modo con cui tale azione deve essere svolta, dove e quando se ne presenti la possibilità. È certo che se alcune sezioni sono già oggi in grado di svolgere tali compiti non è per loro meriti intrinseci, ma soprattutto per il maturare, sebbene lento e contraddittorio, in seno alla classe operaia, delle terribili conseguenze del lungo imperversare nelle sue file dell’opportunismo, che spinge le masse a valutare la politica di tradimento dei loro ”capi” e la sempre più aperta e intollerabile dittatura capitalista.

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Va precisato un punto che a volte è sembrato oscuro e controverso: la questione delle Commissioni Interne. In altri scritti, apparsi sia su Programma Comunista che su Spartaco, si è tratteggiato un bilancio delle funzioni apertamente controrivoluzionarie delle C.I., sorte durante la guerra per indurre i salariati non schierati sul fronte del fuoco a collaborare con le direzioni aziendali per l’intensificazione degli sforzi produttivi, mettendo da parte non solo ogni questione politica di classe ma anche economica e rivendicativa. Le C.I. si fecero allora promotrici della parola d’ordine: tutto per la vittoria!

Tale funzione di ”collaborazione con le direzioni aziendali”, accolta negli statuti delle C. I., impedisce a questi organi di rappresentanza operaia di svolgere la pur minima attività di classe, già fortemente debilitata dal carattere aziendale delle C.I., che ne irretisce ancor più la congenita propensione corporativa.

Il partito non è contrario ad organismi rappresentativi della classe operaia, indipendentemente dalla corrente politica che li dirige; ma decide di svolgere la sua azione rivoluzionaria in quelli che, per lo meno, anche se solo nelle intenzioni (finalità statutarie) ammettono l’indipendenza e l’autonomia degli interessi della classe operaia da quelli capitalistici. Le C.I. potranno essere oggetto di attenzione, ed essere anche obiettivi da conquistare per il partito, allorché i rapporti di forze saranno tali da assegnare a tali rappresentanze una funzione di lotta aperta e senza quartiere in difesa dei proletari.

Per queste ragioni il partito non presenta, oggi, liste di candidati alle elezioni per le C.I., ma intende servirsi di riunioni, assemblee e comizi operai per diffondere le sue posizioni programmatiche e di battaglia, per svolgere la sua critica spietata contro l’opportunismo che imperversa tra le file operaie. Non è, quindi, una questione di principio che si pone, ma solo, si potrebbe dire, una questione tattica.

Diverso atteggiamento, invece, va tenuto nei confronti del Sindacato. Il partito considera la CGIL come l’unica organizzazione in Italia che, oltre ad organizzare la maggior parte dei lavoratori – fra cui la stragrande maggioranza dei salariati industriali ed agricoli – conserva ancor oggi e malgrado la sua nefasta direzione politica una parvenza di classe. Cioè, la CGIL possiede quei presupposti di base che consentono al partito comunista rivoluzionario di svolgere la sua opera di penetrazione e organizzazione politica delle masse sindacalmente organizzate. Le altre centrali, specialmente CISL e UIL, negano pregiudizialmente di essere ”sindacati di classe”, e su tale punto si compiacciono di differenziarsi dalla CGIL, contro cui, anzi, dal giorno della loro costituzione, originata dalla scissione del 1947, conducono una crociata anti-comunista per indurla a gettare alle ortiche anche l’ultimo rimasuglio ”di classe” rimastole addosso.

Questo non significa che la CGIL debba essere considerata come la centrale ”ideale” e che, nella dinamica del processo rivoluzionario, risponda anche domani ai presupposti necessari alla preparazione della rivoluzione, o conservi anche le attuali apparenze. Non si può escludere che la CGIL abbandoni anche queste caratteristiche statutarie di classe in omaggio a una riunificazione sindacale che avrebbe, nelle intenzioni dei suoi promotori, la funzione di frenare la radicalizzazione dei proletari. In tal caso, ma solo in esso, potrebbe imporsi la costituzione di un sindacato di classe, nei modi e nelle forme che le condizioni reali della lotta esprimeranno.

La nostra partecipazione a sindacati, leghe, federazioni di mestiere aderenti alla CGIL, non può essere questione di valutazione personale di singoli militanti, ma è dovere di proletari salariati e di comunisti.

Aderendo alle rispettive organizzazioni sindacali, i militanti legano la loro azione di rivoluzionari a quella degli operai non inquadrati nel partito (cioè la totalità o quasi della classe) e, viceversa, la classe viene a trovarsi a contatto diretto con il suo partito politico, da cui apprende con il programma le direttive rivoluzionarie per l’azione anche immediata, nel molteplice e vasto campo delle rivendicazioni e della difesa economiche. Il partito entra così in un primo fertile e necessario contatto con la classe, nel quadro della sua elementare organizzazione, – con quella parte, cioè, del proletariato che possiede almeno la coscienza istintiva di essere l’unico strato produttivo della società. Non si deve dimenticare, infatti, che una parte non trascurabile di lavoratori ancor oggi non avverte la primaria necessità di sindacarsi.

Il partito nel sindacato e tra gli operai conduce la sua azione in maniera apparentemente contraddittoria. Da un lato ordina ai suoi militanti di organizzarsi in ”gruppi comunisti”, cioè in organi diretti e dipendenti dal partito stesso, da questo incaricati di svolgere opera di propaganda politica nelle organizzazioni economiche, sui posti di lavoro, tra le masse organizzate sindacalmente e non, con lo scopo immediato di suscitare simpatie e adesioni all’azione promossa o proposta dal partito nel campo delle lotte rivendicative; simpatie e adesioni all’azione immediata del partito, suscettibili di elevarsi al programma globale del partito man mano che le lotte operaie si intensificano, si estendono, si radicalizzano e si unificano. I ”gruppi comunisti” costituiscono, così, il legame tra il partito e i membri della classe operaia, tra gli interessi storici e permanenti della classe e quelli immediati e transitori. Tale rete tende a dilatarsi o a restringersi in rapporto allo svilupparsi delle contraddizioni di classe. In siffatto modo, dal diffondersi e potenziarsi di questa rete si potrà valutare il maturare di condizioni favorevoli alla rivoluzione. Inoltre, simpatie e adesioni alla politica rivoluzionaria del partito devono sorgere non da una pratica equivoca, né da uno speciale zelo sindacale dei militanti, bensì da una inconfondibile chiarezza programmatica, da una inesorabile lotta contro la politica controrivoluzionaria delle centrali sindacali e contro gli apparati burocratici dei sindacati; da una mobilitazione costante dei comunisti contro i partiti politici dell’opportunismo che spadroneggiano nei sindacati stessi, nelle organizzazioni proletarie, e nell’intera classe. D’altro canto, i militanti rivoluzionari si astengono da qualsiasi gesto che tenda a dividere l’organizzazione sindacale, di cui eseguono disciplinatamente le disposizioni regolanti le agitazioni, le lotte e gli scioperi, nei quali i comunisti sono esempio di combattività proletaria.

Nessuna contraddizione esiste in ciò. Infatti, lo scopo fondamentale che il partito si prefigge non è quello di approfittare di condizioni favorevoli, quali il disgusto crescente degli operai per le ignobili prove di tradimento dei loro capi, l’eventuale riduzione degli iscritti, etc., per crearsi un suo sindacato, ma quello, invece, di essere l’elemento di unificazione della classe in tutte le lotte fino all’unificazione organizzativa di tutti i sindacati in una sola centrale. Lo dimostra il fatto che l’unità sindacale è stata sempre minacciata o da interessi delle diverse botteghe politiche, in lotta fra loro per metter le mani sull’organizzazione sindacale – magari patteggiando ”zone di influenza” sull’esempio capitalistico della divisione dei mercati -, o dall’opportunismo dei falsi partiti operai, uniti nel tentativo di espellere dai sindacati i proletari comunisti rivoluzionari con i più artificiosi pretesti. In ambedue i casi l’unificazione delle organizzazioni operaie è obiettivo sostanziale solo per il partito di classe, per il nostro partito, e non per gli altri, che pur si richiamano al proletariato, ma che postulano l’unità sindacale o meno a soli fini di lotta controrivoluzionaria.

«L’azione, quindi, dei militanti e dei ”gruppi comunisti” sullo specifico terreno della lotta sindacale e rivendicativa, consiste nel contrapporre alle direzioni ufficiali delle centrali sindacali il programma del partito, che considera le lotte· parziali, immediate, come le esercitazioni di addestramento dell’armata di classe, e ne interpreta l’efficacia solo nel globale e complesso intrecciarsi di fatti che elevi il grado di acquisizione delle masse alla indispensabile coscienza rivoluzionaria. Per questa precisa ragione il partito partecipa «a tutte le lotte della classe operaia anche suscitate da interessi parziali e limitati per incoraggiarne lo sviluppo; ma costantemente apportandovi il fattore del loro raccordamento con gli scopi finali rivoluzionari e presentando le conquiste della lotta di classe come ponti di passaggio alle indispensabili lotte avvenire, denunciando il pericolo di adagiarsi sulle realizzazioni parziali, come su posizioni di arrivo e di barattare con esse le condizioni dell’attività e della combattività classista del proletariato, come l’autonomia e la indipendenza della sua ideologia e delle sue organizzazioni, primissima tra queste il partito» (Tesi di Lione).

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Quanto scriviamo non ha la pretesa né di esaurire la questione né di essere di immediata attuazione pratica per tutta la nostra organizzazione. La nostra compagine di partito è molto giovane, anche se ha dietro di sè un’antica tradizione, e solo oggi incomincia, in alcune sue organizzazioni di base, a fare utili e preziose esperienze nel campo delle lotte rivendicative e dei sindacati. Tale esperienza è indispensabile e il partito non intende sottrarvisi, sapendo, per gli insegnamenti delle vecchie generazioni di combattenti rivoluzionari comunisti, che attraverso ad essa militanti e organizzazione si temprano, si irrobustiscono, si abilitano a fronteggiare condizioni storiche sature di energia rivoluzionaria, nelle quali può giocare un ruolo determinante soltanto quel partito che abbia saputo forgiarsi al fuoco delle lotte operaie, abbia acquisito tutti i possibili elementi dell’arte della rivoluzione, non abbia rinunciato mai a combattere con la classe operaia, sia che si difenda sia che attacchi. Tutto ciò non è facile, richiede sforzi collettivi, passione e volontà tese all’estremo – come se fosse sempre attuale l’estrema battaglia, l’ultimo combattimento per la vittoria del comunismo.

[RG-43] La questione militare e la Comune parigina Pt.2

LA SETTIMANA DI SANGUE

21 maggio:

Col 21 maggio inizia per Parigi rivoluzionaria la grande settimana di passione.

Dopo la tormentosa guerra contro i prussiani, e il lungo assedio che l’aveva letteralmente affamata, era sopraggiunta la guerra civile a portarle altri sacrifici e lutti. La situazione era pressoché disperata e la stanchezza non permetteva più la vigilanza necessaria specie nei punti più battuti dall’artiglieria nemica, come il Point-du-Jour. In queste condizioni non deve meravigliare che a favorire la controrivoluzione si mettesse anche il tradimento. Fu grazie ad esso che la porta St. Cloud venne aperta il pomeriggio del 21 maggio alla soldatesca di Versailles: trionfo davvero inatteso per Thiers, che senza colpo ferire può violare i formidabili bastioni che circondano Parigi! E l’Hotel de Ville (sede della Comune) è informato molto in ritardo del tragico evento, e quando lo sa non decide di sedere in permanenza per provvedere centralmente alla bisogna: lascia che i consiglieri raggiungano ognuno il proprio circondario per apprestarne la difesa, staccata da ogni collegamento con l’azione degli altri, così come avrebbe voluto un piano di difesa comune.

La sera di quel giorno inizia dunque l’invasione di Parigi: una colonna, da sinistra, marciando lungo le mura, punta verso la Porte de la Muette; un’altra, da destra, si spinge lungo la Senna in direzione del Trocadero.

Lunedi 22 maggio:

La mattina del 22 le porte di Passy, Auteuil, S. Cloud, Sevres e Versailles sono già in mano nemica. I soldati di Dombrowsky dalla Muette sono costretti a ritirarsi verso i Campi Elisi. L’ala sinistra avanza dall’esterno e dall’interno lungo i bastioni, prendendo in trappola i federati. Colti alle spalle e di sorpresa, essi si difendono eroicamente: disperata la resistenza di quella porta Maillot che già quando si combatteva per Neuilly era divenuta leggendaria. Le guardie nazionali si fanno uccidere dalla prima all’ultima sui pezzi. Superati i pochi punti in cui è possibile apprestare una difesa, l’avanzata nemica precede senza difficoltà e, verso le tredici, i Batignolles sono raggiunti. Intanto Montmartre che, all’interno di Parigi, potrebbe svolgere lo stesso ruolo strategico di Mont Valerien all’esterno, incredibilmente tace: i suoi cannoni non sono ancora pronti per l’azione! chi poteva sperare in una resistenza così flebile? Il nemico stesso stenta a crederlo e nel pomeriggio fa una battuta d’arresto. La stessa facilità con la quale ha avanzato lo insospettisce, gli fa temere insidie. Che succede invece da parte comunarda? Destati ormai dalla sorpresa i parigini si lanciano in un grande fervore d’opere: dappertutto sorgono barricate alla cui costruzione contribuiscono uomini e donne, vecchi e giovani, perfino bambini. Insomma si ricrea un clima di lotta rivoluzionaria, che i proclami di Delescluze rendono ancora più ardente. AIl’Hotel de Ville si vivono momenti di tensione e di grande attività.

Ma alla concentrazione dei poteri e dei servizi militari che subito si realizza non può accompagnarsi la preparazione di un piano di difesa organizzato, capace di tradursi in un’azione efficace a carattere offensivo. Impossibile dunque un fuoco coordinato che incroci e sbarri la strada al nemico e vi getti lo scompiglio e il panico. E questo perché esplicitamente si rinunzia al ruolo di direzione cosciente da parte dei capi. Gli stessi proclami di Delescluze teorizzano la “autonomia” delle difese di quartiere come la sola giusta soluzione militare, e criticano le “ dotte manovre” dei militari di professione. Come si vede, non si avevano le idee chiare sul militarismo, perché si confondeva con esso ogni disciplina di organizzazione della lotta: disciplina inevitabile se non ci si vuole affidare alla spontaneità che è, questa sì (specie quando è esclusiva) fonte di sicura sconfitta.

Ritornando alle azioni degli invasori, con questo giorno essi hanno ripreso la criminale pratica delle esecuzioni, che non si limitano ai soli combattenti arresi o fatti prigionieri, ma si estendono alla popolazione di entrambi i sessi e di ogni età e continuano con ritmo crescente finche l’ultima barricata è in piedi. Da questo giorno cominciano pure gli incendi di edifici: a provocarli per la prima volta sono gli obici di quei versagliesi che poi ne attribuiranno la colpa alle “petroleuses” parigine.

La sera dello stesso giorno 22 i soldati di Thiers sono schierati lungo la linea che, partendo da P.te d’Asnieres, passa per la Gare Saint-Lazare, gli Invalidi e la Gare de Mont-Parnasse e raggiunge la P.te de Vanves, anch’essa caduta nelle loro mani.

Prima di parlare della terza grande giornata di lotta, val la pena di riportare alcuni rilievi critici di natura militare, che riteniamo degni di attenzione specie per quanto riguarda i criteri di costruzione delle barricate. Questi si basavano su un’esperienza passata e ben diversa, come quella del 1848. Se ammassare uomini dietro le barricate era allora giusto perché l’unico modo di conquistarle era l’attacco frontale, nella mutata situazione stradale e di movimento del 1871 sarebbe stato meglio affidare le barricate all’artiglieria, e servirsi degli uomini come franchi tiratori per prendere alle spalle i nemici con azioni di sorpresa e atti terroristici di ogni genere. E’ vero che il C.S.P. aveva ordinato di occupare tutte le case necessarie alla difesa, ma quest’ordine non poteva essere facilmente eseguito, perché occorreva rendere intercomunicanti gli edifici mediante aperture nei muri, e si verificherà purtroppo che le manovre aggiranti saranno la caratteristica dominante dell’esercito controrivoluzionario per circondare le barricate, isolarle e batterle separatamente. Per impedire tali aggiramenti si poteva, pensandoci in tempo, dar mano alla costruzione di barricate strategiche formanti cioè una cintura interna alle mura di Parigi e imperniata sui punti nevralgici della città. Un terzo assedio a questa nuova cintura sarebbe stato difficile se non impossibile, e le guardie nazionali, non molto adatte per la lotta in campo aperto contro un esercito regolare, avrebbero trovato un terreno più propizio.

Martedi 23 maggio:

Giornata di lotta senza quartiere e senza sosta. La Comune e il C.C. delle g.n. lanciano ancora proclami invitando i soldati di Thiers a fraternizzare. Ma tutto è vano, nell’ora in cui la stella della rivoluzione volge al tramonto e la marea controrivoluzionaria minaccia di sommergere tutto. I nemici borghesi della Comune che finora sono rimasti tappati in casa, cominciano ad alzare la testa e dalle finestre si concedono il lusso di sparare addosso ai rivoluzionari. Di qui il provvedimento della Comune di requisire ogni cosa utile alla lotta e di far tenere le finestre delle case sempre aperte. Di qui ancora l’altra reazione di dare alle fiamme il quartiere di Saint-Germain dove i borghesi avevano cominciato a sparare per la prima volta. Gli episodi di lotta armata di questa giornata sono innumerevoli. Ricordiamo quello in cui furono impegnate 120 donne, che soverchiate dopo quattro ore di sparatoria su una barricata della Place Blanche, passano in quella di Place Pigalle e, quando dopo altre tre ore questa sta per cadere, le poche superstiti vanno a morire sulla barricata del Boulevard Magenta. Siamo qui su uno dei lati dai quali si accerchia Montmartre che, attaccato alle sette del mattino, capitola a mezzogiorno. Infatti, da nord le truppe del gen. Montandon, avanzando dall’esterno della città nella zona neutra (in accordo con Bismarck), aggirano anche da nord Montmartre ed entrano dalle porte Saint-Ouen e Clignancourt sorprendendo i federati, i quali, credendosi traditi, costringono il loro comandante La Cecilia a ordinare la ritirata e a lasciar quindi cadere senza combattere la fortezza. Subito dopo questo altro grosso colpo, i controrivoluzionari procedono a esecuzioni in massa la dove i loro generali Lecomte e Thomas erano stati giustiziati il 18 marzo.

Altri combattimenti si hanno presso la stazione di Montparnasse dove, con la solita manovra di aggiramento, si prende alle spalle più di una barricata. La sera, la linea del fronte che avanza su tre colonne passa per Montmartre, la nuova Opera, i Corpi Legislativi, Croix Rouge e la stazione dei Sceaux. Ma la sera la lotta non accenna ad arrestarsi: una grandiosa battaglia notturna tiene desta Parigi con gli ottanta pezzi di artiglieria che sparano su P.za della Concordia e sulle Tuileries, dove la resistenza comunarda ha qualcosa di formidabile, di fantastico. A mezzanotte, però, tutta la linea di difesa deve essere abbandonata dopo che P.za Concordia e P.za Vendome cadono con le loro barricate nelle mani dei nemici. E, mentre le g.n. combattono un po’ ovunque, all’Hotel de Ville si veglia tutta la notte: membri della Comune, del C.S.P. e del C.C. continuano a organizzare altri punti di resistenza e firmano ordini su ordini. Pur senza speranza, essi mantengono una calma ammirevole e, mentre Ranvier fa sentire la sua energia indomabile, Delescluze, spezzato nella salute, è sostenuto dalla volontà. Dombrowsky, uno dei più valorosi capi della Comune, portato qui gravemente ferito, giace ormai cadavere avvolto nella bandiera rossa. E’ giunta l’ora di pensare ad abbandonare I’Hotel de Ville e ad iniziare il suo trasferimento al municipio dell’XI circondario. Ma si può dire che la Comune abbia resistito fin troppo, mandando in aria le previsioni di Thiers che bastasse mettere il naso entro Parigi per vedersi arrendere i proletari. Questi invece hanno sempre dimostrato di preferire la morte alla resa, e quando proprio non possono evitare l’abbandono di qualche caposaldo lo danno alle fiamme. Le Tuileries, il Palais Royal, Legion d’Honneur e la Corte dei Conti bruciano illuminando con i loro bagliori la terribile notte.

Mercoledi 24 maggio:

è vero che Thiers s’era sbagliato di grosso nel ritenere facile la resa di Parigi rossa, ma è anche vero che per questa eroica città non esistono più speranze di vincere. Dunque, il Sig. Thiers avrebbe potuto fare alla Comune la sua offerta di resa.

Invece, mentendo come al solito, disse alla provincia di averlo fatto, ma in realtà non si mosse mai. E’ vero che la Comune non avrebbe accettato la resa, ma ciò dimostra l’insaziabile sete di vendetta e di sangue della classe che aveva subito l’onta di essere defenestrata dal potere il 18 marzo dagli umili proletari di Parigi. Thiers non voleva solo vincere quei proletari; voleva annientarli al punto di scoraggiare per sempre ogni tentativo di rivolta. E, siccome Cavaignac nel ’48 si era già comportato così, egli doveva essere molto più distruttivo e spietato. Questi i termini duri della lotta che si combatteva accanitamente per le strade di Parigi. La strategia distruttiva è in questa giornata capita in pieno dai proletari, che reclamano e ottengono di vendicare prima che sia troppo tardi la sorte che li attende, dando finalmente esecuzione al decreto sugli ostaggi rimasto fin allora lettera morta. Costretti poi ad evacuare altre zone ed a spostarsi verso i bastioni dell’est, ”essi danno alle fiamme l’Hotel de Ville, che già alle dieci del mattino non è più che un braciere ardente. La nuova sede della Comune e del Ministero della Guerra è trasferita alla Mairie de l’XI arrondissement, divenuto punto centrale della resistenza specie dopo la presa del Lussenburgo e del Pantheon e dopo la fantastica resistenza di Rue Vavin e quella ancora più tenace ed eroica sostenuta sulla collina di Cailles.

La sera, l’esercito versagliese, avanzante su cinque linee di fronte, sbocca da ogni parte sulla piazza del Chateau d’Eau. I federati, che nella giornata hanno subito i soliti massacri, non possiedono più che i circondari XI, XII, XIX, XX e una parte del IV, III e X.

Giovedi 25 maggio:

Al solito, anche per questa nuova giornata di lotte sanguinose, non citeremo che qualche episodio. Ridotti ormai di numero, i federati non possono più difendere la linea del fronte e si attestano su Chateau d’Eau, contro cui l’artiglieria nemica si accanisce. Altri punti di resistenza sono la valorosa Bastiglia e la citata Butte-aux-Cailles, difesa dall’energico Wroblewsky che comanda anche il leggendario battaglione 101. Quando, scoperto sulla destra, questo bravo generale polacco al servizio della Comune perde anche la protezione sulla sinistra offerta dai forti di Montrouge e Bicetre (caduti pure loro a causa della caduta di forte Ivry), la Butte-aux-Cailles, soverchiata dalla strapotenza dell’artiglieria, è costretta a cedere, e Wroblewsky a ritirarsi verso 1’XI e XII circondario. Ormai l’attacco versagliese si concentra tutto su Chateau d’Eau, dove il valoroso Brunel sarà ferito gravemente insieme a Lisbonne e Vermorel e dove Delescluze va ad offrire il suo ultimo sangue in difesa di quella Comune che egli, come tanti e tanti altri, aveva servito con abnegazione ed entusiasmo come l’aurora di un’era umana degna d’essere vissuta. Alla fine di quest’altro giorno di passione rivoluzionaria, alla Comune non restano che il XIX e XX arrondissement e la metà dell’XI e XII. Chateau d’Eau e la Bastiglia non sono ancora caduti ma il municipio dello XI deve essere pure esso abbandonato.

Venerdi 26, Sabato 27 e Domenica 28 maggio:

II dramma volge ormai alla fine: le ultime barricate cadono. Ma, finche c’è ancora un operaio armato con qualche cartuccia da sparare, la lotta non cessa.

La Gare de Lyon, la prigione Mazas, la Bastirglia e il Faubourg St. Antoine cadono uno dopo l’altro, e insieme alle guardie nazionali trovano la morte altri loro capi e dirigenti della Comune Milliere fra questi. E’ giorno di pioggia. La Villette, nel XX, è ancora contesa: la difende Ranvier insieme a Belleville, centro dell’ultima resistenza e, come Menilmontant, battuta dall’artiglieria che i nemici hanno messo in azione su Montmartre. Si stampa l’ultimo manifesto della Comune per incitare la popolazione del XX alla lotta e alla difesa di Belleville sempre più minacciata.

Altro rivoltante delitto di Thiers: costui s’accorda con i prussiani per impedire la fuga di qualche scampato dell’ultima ora, perché vuole controllare tutta la selvaggina umana che poi si vanterà di aver sterminato con l’aiuto dell’altro boia, Galliffet. Siamo ormai alla vigilia della fine: la Villette è circondata da ogni lato e gli obici battono le colline di Chaumont. Piove ancora forte, e la Villette è in fiamme. Belleville è bombardata. La sera non resta che una parte dell’XI e del XX. Alle undici della domenica, la resistenza si è ridotta a una piccola zona del XXI. Fra gli ultimi combattenti risoluti e coraggiosi ricordiamo Varlin, uno dei pochi dirigenti marxisti della Comune.