Internationella Kommunistiska Partiet

Il Programma Comunista 1966/5

Lezioni della controrivoluzione: Spagna 1936-39 Pt.1

Se la “tattica” antifascista dell’Internazionale Comunista negli anni ’30 riuscì a distogliere il proletariato occidentale dai suoi scopi e dal suo programma rivoluzionario, e a fargli appoggiare politicamente la seconda guerra imperialista mondiale come pseudo-crociata antifascista, non vi fu in nessun luogo una vera e propria lotta – cioè lotta armata col carattere di guerra civile – contro il fascismo. Essendo restate fino allora del tutto verbali e parlamentari le imprese dell’antifascismo (i soli episodi di lotta reale verificatesi in Italia erano d’ispirazione anticapitalistica e comunista, non antifascista e democratica), esso sarebbe stato assai male armato per prendere il timone della guerra contro le potenze dell’Asse nel nome della pretesa comunanza d’interessi tra proletariato e borghesia democratica, se gli avvenimenti di Spagna, nel periodo fra il 1936 e lo scoppio del secondo conflitto imperialista, non fossero venuti a conferire un’apparenza di realtà alla maniera di presentare la storia ormai propria dell’opportunismo: non più conflitto di classi radicate ciascuna in tipi di società totalmente opposte, ma lotta “tra le forze della democrazia e quelle del fascismo”. Avendo ricevuto in Spagna una specie di battesimo del sangue, questa tesi vuota e assurda, smentita da tutta la storia precedente – per non dire dai principî del marxismo – prese una forza e un ascendente mostruosi, fino a trasformarsi in ideologia del nuovo massacro imperialista.

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Tanto basterebbe perché, a trent’anni di distanza, la “rivoluzione” e la guerra di Spagna del 1936 meritino l’attenzione di tutti coloro che vogliono trarre una lezione dalla controrivoluzione allo scopo di orientarsi rivoluzionariamente nel triste marasma d’oggi: perché, esaminandole a sangue freddo e con i vantaggi del distacco storico, è molto facile scoprire che questa “rivoluzione” e questa guerra provavano tutto il contrario di quello che l’opportunismo, sfruttandole senza scrupoli, pretende di provare.

Ma il loro interesse non si limita a questo, perché esse illuminano crudamente il senso di un’altra lotta che forse non è ancora divenuta del tutto “inattuale”: quella del marxismo rivoluzionario (che al tempo della vittoria di Stalin i suoi avversari s’erano affrettati a rinchiudere nella stessa tomba della grande rivoluzione d’ottobre 1917) contro l’anarchismo, rinvigorito dalla disfatta del proletariato. La Spagna del 1936 era infatti la terra di elezione dell’anarchismo, che ebbe allora un’occasione unica di fare le sue “prove rivoluzionarie” ma che, in pieno slancio insurrezionale, subì il più madornale fiasco che qualunque corrente, qualunque scuola di lotta politica e sociale abbia forse mai dovuto patire alla dura prova dei fatti. Così l’anarchismo, le cui debolezze teoriche e pratiche erano sempre state più che evidenti, ma a cui la disfatta del proletariato al tempo della controrivoluzione russa permetteva di gridare alle “fatalità reazionarie” sedicentemente contenute nel marxismo, fece da parte sua la prova dell’impotenza fatale realmente contenuta nel suo apoliticismo, nella sua ostilità al centralismo, e nella sua ideologia democratica e libertaria.

A differenza da quanto si verificò in Russia, altro paese di capitalismo arretrato, tutta la storia del movimento operaio in Spagna è caratterizzata dall’impotenza del proletariato a costituirsi in classe indipendente di fronte a una borghesia industriale tanto debole e tanto indissolubilmente legata ai latifondisti agrari da esser difficilmente individuabile dietro i suoi travestimenti politici.

Questa impotenza prese due forme: anzitutto ed essenzialmente quella dell’anarchismo, che si adattava bene ai lavoratori di una industria che conservava da tempo e in grande proporzione i caratteri dell’epoca manifatturiera, e ancor più ai mille strati poveri delle città e ai contadini miserabili del latifondi; in secondo luogo, e principalmente nelle zone di grande industria moderna, la forma di un socialismo riformista ed elettoralista, tuttavia capace, in periodi di crisi, dei più straordinari travestimenti “rivoluzionari”.

Questa impotenza prolunga quella della borghesia medesima, nell’epoca in cui poteva ancora giocare un ruolo rivoluzionario, perché il proletariato non era lì a minacciarla. La borghesia si lasciò sfuggire tale occasione per i suoi compromessi con la potenza conservatrice della Chiesa e per le sue concessioni ai pregiudizi popolari durante la guerra d’indipendenza contro la Francia napoleonica (1808-1814), insomma per quel che Marx chiamò la sua mancanza di audacia rivoluzionaria, e mai più la ritrovò. È così che il capitalismo spagnolo si sviluppò faticosamente – e soprattutto come prodotto d’importazione straniera – nell’involucro di uno Stato dinastico periodicamente scosso dai tentativi rivoluzionari di un liberalismo sempre più impossibile e non giunto mai a completare la rivoluzione politica da cui altrove era nato lo Stato centralizzato moderno.

Se i mille legami che uniscono il socialismo riformista al regime capitalista sono evidenti – non fosse che per la sua periodica partecipazione ai governi borghesi – potrà sembrare paradossale affermare che lo schieramento della classe operaia spagnola sul fronte dell’anarchismo non le assicurava alcuna reale indipendenza di classe.

Gli anarchici non si limitarono all’astensionismo, oscillando tra i rifiuti di principio e i compromessi pratici. Per esempio nel 1873 parteciparono tranquillamente ai governi locali o alle giunte dei repubblicani federalisti, fautori dell’assurda insurrezione cantonalista, compromettendo così la Prima Internazionale agli occhi delle masse e dando al mondo, come rimproverò loro Engels, «un esempio magistrale di come non si debba fare una rivoluzione». 

Il fatto è che la indipendenza di classe non è “l’autonomia”, tanto rivendicata dagli anarchici: è la facoltà del proletariato di agire in tutti gli stadi della sua lotta in funzione del suo programma comunista, secondo i suoi propri principi e metodi, il che suppone la facoltà di riconoscere esattamente il nemico di classe sotto tutti i travestimenti in cui può presentarsi. Una simile facoltà non poteva non mancare a un movimento il cui programma si limitava all’utopistica “soppressione dello Stato” per decreto, un movimento nel quale i principî antiautoritari, esasperazione dell’individualismo democratico borghese, tenevano il posto della dottrina della coscienza di classe e dell’intelligenza storica, e i cui metodi consistevano in un insurrezionalismo locale del tutto sconsiderato.

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Questa impotenza del proletariato spagnolo – pur duramente sfruttato e profondamente rivoluzionario nel senso stretto della parola – a costituirsi in classe, cioè in partito di rivoluzione e di riorganizzazione sociale, anziché in forza elettorale, diede nel 1936 i frutti più mostruosi. Cosa significò una insurrezione intesa a schiacciare il pronunciamento di Franco, ma aliena dal forgiarsi un potere rivoluzionario centralizzato, se non l’illusione del proletariato spagnolo di avere per unico compito portare a termine nel XX secolo una rivoluzione del secolo precedente, e di imporre, esso, a una società capitalista arcaica e retriva la forma tipicamente borghese, ed eventualmente riformista, divenuta da tempo il principale ostacolo alla rivoluzione sociale?

Anche se animato dalle più generose utopie sociali, un simile tentativo non poteva che fallire, la «vecchia reazione militare, borghese e latifondista di sempre» reincarnata nel franchismo e battezzata impropriamente “fascismo” – il fascismo è una forma politica ultramoderna, non arcaica – la spuntò sulla eterogenea coalizione di classi del campo “repubblicano” per superiorità politica più che militare.

Non solo: nel seno della coalizione repubblicana le forze apertamente borghesi e conservatrici che si stringevano intorno al Partito Comunista s’incaricarono di dimostrare al proletariato come in loro, secondo le parole di Marx, «l’utopia si trasforma in crimine non appena cerca di realizzarsi nei fatti».

Il proletariato spagnolo non aveva saputo trarre dalla lotta fra bolscevichi e menscevichi russi l’insegnamento universale: che nel XX secolo la rivoluzione è proletaria e comunista, oppure si trasforma nel più breve tempo in controrivoluzione. Quando sfuggiva alle seduzioni dell’anarchismo cadeva nella rete di un piatto socialismo riformista, di un partito che a suo tempo aveva rifiutato in blocco di aderire all’Internazionale di Lenin.

Il tentativo, d’altronde debole e contraddittorio, del POUM di impiantare il marxismo rivoluzionario in Spagna aveva appena sfiorato la classe proletaria, appunto in ragione della sua debolezza e delle sue contraddizioni.

Nelle questioni essenziali il proletariato aveva continuato a seguire in massa l’anarchismo, che, fautore della fossilizzazione della rivoluzione spagnola del XX secolo negli schemi del passato o, se si vuole, della sua deviazione liberale in politica e utopista in campo economico e sociale, fu anche il primo anello della controrivoluzione.

Il secondo anello fu quello dell’alleato borghese della coalizione “repubblicana” (riconosciuto e denunciato troppo tardi e d’altra parte non chiaramente), che questa volta assunse i tratti non già del repubblicanesimo borghese, ma dello “stalinismo”.

Solo molto tardi – quando il proletariato aveva cessato di partecipare come classe al conflitto, quando finì per disinteressarsi come classe ai suoi scopi ultimi e gli operai erano solo costretti come gli altri cittadini a combattere nell’esercito repubblicano – un terzo anello si aggiunse a completare la catena della controrivoluzione: la vittoria franchista.

Trent’anni dopo c’è ancora chi rimprovera gli anarchici di aver tradito i propri principi rivendicando l’assurdità di poter riportare la rivoluzione alla sua infanzia. Ancor più numerosi sono coloro che rimpiangono che la repubblica sia stata battuta, come se avesse avuto maggior senso fermarsi al secondo anello del processo controrivoluzionario. Le rivoluzioni come le controrivoluzioni sono come i fiumi: nessuna volontà può impedire che seguano il loro corso.

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Questo scarno schema non ha nulla d’arbitrario, risponde alla critica marxista, vecchia di quasi un secolo, del falso estremismo libertario, e della democrazia borghese e del riformismo operaio da parte di Lenin già molto prima della ricostituzione dell’Internazionale rivoluzionaria; deriva dall’immensa esperienza storica che va dalle grandi rivoluzioni classiche della borghesia alla rivoluzione proletaria del 1917 in Russia. Senza questo schema non è possibile decifrare i fatti ingarbugliati della rivoluzione e della guerra spagnola del 1936.

La vittoria elettorale del Fronte Popolare, dopo lo scioglimento delle Cortes, che a sua volta seguivano l’insurrezione operaia delle Asturie, la sua repressione e il consolidamento borghese del “biennio negro”, fu il segnale d’una intensa agitazione sociale di carattere sia politico (liberazione dei prigionieri politici) che economico (rivendicazioni salariali) e interessante anche le campagne (Estremadura, Andalusia, Castiglia, Navarra).

Tuttavia a questa tensione sociale non corrispose un chiaro orientamento politico del proletariato. Il patto elettorale per la “battaglia contro la destra” prima delle elezioni di febbraio aveva riunito organizzazioni del tutto disparate: partiti repubblicani di sinistra, il partito socialista e il sindacato socialista UGT, il partito sindacalista, il partito comunista e perfino il movimento di opposizione del POUM, il che prova in modo eloquente l’assenza di una delimitazione di classe. Il programma adottato da questa alleanza contro natura era puramente e semplicemente il vecchio programma repubblicano: riforma delle Cortes, delle municipalità, riorganizzazione delle finanze, protezione della piccola industria, sviluppo di lavori pubblici e, sulla carta, una volta di più, riforma agraria. Era un programma che, abdicando a ogni ombra d’indipendenza, i partiti operai avevano accettato tale e quale, sebbene ognuno dei suoi punti “apparisse una beffa”. Se gli anarchici erano rimasti fuori da questo vergognoso fronte, avevano tuttavia partecipato questa volta alle elezioni contro una promessa di amnistia politica.

I partiti operai sostengono, senza parteciparvi, il governo, composto di repubblicani borghesi. Sentendo avvicinarsi la bufera il partito socialista, che nel 1931 non aveva temuto di fare del ministerialismo nel primo governo repubblicano, invoca ora i principi e la necessità di mantenere la propria indipendenza. Mentre il demagogo Largo Caballero, ex-ministro dello Stato borghese, tenta di anticipare le mosse dei concorrenti agitando la parola d’ordine del “governo operaio“, e perfino di una “dittatura del proletariato”, esercitata da un partito ultrariformista come il suo, mentre moltiplica le “aperture” in direzione degli anarchici e invita retoricamente i repubblicani ad andarsene, va maturando il colpo di Stato militare, destinato a “ristabilire l’ordine” turbato dai movimenti operai e contadini. Il 17 luglio scoppia. L’opportunismo socialista, correndo ai ripari e smentendo le sue pretese di esercitare la dittatura del proletariato, mendica dal governo delle armi, che questo gli rifiuta.

Si costituisce un nuovo governo, mentre l’insurrezione dell’esercito riporta vittorie su vittorie in Andalusia – dove Cordova e Siviglia cadono grazie alla complicità dello Stato e alla stolta fiducia che le organizzazioni operaie concedono al potere legale – e nel Nord, a Saragozza, Oviedo e regioni vicine. Invece a Barcellona, a Madrid, nei Paesi Baschi, a Valenza, a Malaga l’insurrezione fallisce sia per la risposta operaia sia per indecisione. Una parte della Spagna è nelle mani dell’esercito, un’altra, apparentemente, nelle mani delle masse proletarie e popolari armate, perché nel cozzo lo Stato repubblicano è andato in frantumi e sono sorti dovunque dei comitati che raggruppano “democraticamente” i rappresentanti di tutte le organizzazioni operaie ed esercitano le funzioni tanto legislative quanto esecutive al posto delle autorità legali svanite o nascoste nell’ombra.

«Reazione difensiva all’origine, la risposta operaia è divenuta offensiva e aggressiva»: un «terrorismo di massa» si scatena sui parroci, i padroni piccoli e grandi, gli uomini politici borghesi, i giudici, i poliziotti, le guardie carcerarie, le spie e i torturatori. Le organizzazioni sindacali prendono provvedimenti di confisca o di controllo di aziende industriali e commerciali, dei trasporti collettivi, dei servizi pubblici, ecc. In alcune zone rurali nascono delle comuni libertarie che, velleitarie, aboliscono per conto proprio il denaro. Tutto questo evidentemente esce dal quadro dello “antifascismo politico” in cui i partiti opportunisti vorranno far rientrare di forza il movimento, e attesta tutta la violenza dell’antagonismo sociale, del conflitto fra capitale e lavoro. Ma non basta per fare una rivoluzione proletaria moderna.

Una rivoluzione è essenzialmente una questione di potere e di programma, non di forme di organizzazione. Nella Spagna del luglio 1936, in cui tanti falsi marxisti hanno creduto e ancora credono di vedere una “dualità di potere” fra proletariato e borghesia, nessun partito, nessuna forza pone in realtà il problema del rovesciamento della repubblica borghese incarnata dal governo Giral, con il pretesto che avrebbe “perduto ogni importanza”.

Questi falsi marxisti evidentemente tirano una analogia con la situazione in Russia da Febbraio ad Ottobre 1917 nella quale lo stesso Lenin parlava di dualità del potere fra i soviet da un lato e il governo dall’altro. Però Lenin aveva di fronte una situazione risultato di decenni di lotta di classe nella quale, a differenza di quanto stava succedendo in Spagna, era coinvolto il partito bolscevico. È assurdo immaginare che in Spagna, dove un tale partito non esisteva, la situazione presentasse senz’altro le stessa potenzialità rivoluzionarie, che ci fosse un “dualismo di poteri”, quando mancava la “direzione rivoluzionaria” concepita come intervento dall’esterno. Non esiste da un lato il processo di sviluppo del partito e dall’altro la maturazione del proletariato per la presa del potere: non c’è che una unica lotta di classe nella quale la presenza o l’assenza del partito è la misura più sicura e precisa della capacità del proletariato di affrontare i suoi compiti storici.

In Spagna tutte le iniziative sono locali: ogni città, ogni azienda, ogni villaggio agisce per proprio conto, senza preoccuparsi di un piano d’insieme. I nemici dichiarati della rivoluzione sociale – socialisti collaborazionisti, e soprattutto falsi comunisti – attendono per porre, a modo loro, la questione del potere, che la bufera passi. Solo il 4 settembre si costituisce il “governo operaio” di Largo Caballero, d’altronde espressamente designato dal repubblicano borghese Giral come il solo in grado di “governare” la Spagna in ebollizione, cioè farla rientrare nell’ordine. Ma nelle settimane incandescenti dal 21 luglio al 4 settembre gli anarchici, falsi estremisti, rifiutano di porre il problema del potere e quindi di «colmare il vuoto aperto dallo sfacelo dello Stato repubblicano».

In Catalogna, in cui dominano la situazione, fin dal luglio e nel fuoco degli avvenimenti il loro preteso apoliticismo si rivela una volta di più come opportunismo pronto a tutte le collaborazioni. E se ne vantano: «Noi potevamo essere soli, imporre la nostra volontà assoluta, proclamare decaduta la Generalità di Catalogna e imporre al suo posto il vero potere del popolo [sic]; ma non credevamo alla dittatura quando si esercitava contro di noi e non la desideravamo quando potevamo esercitarla a nostra volta a spese degli altri. La Generalità sarebbe rimasta al suo posto con alla testa il presidente Companys e le forze popolari si sarebbero organizzate in milizie per continuare la lotta per la liberazione della Spagna».

Così nacque il comitato centrale delle milizie antifasciste di Catalogna, in cui gli anarchici si vantarono di aver fatto entrare «tutti i settori politici, liberali e operai» e in cui molti pseudo marxisti hanno voluto vedere un “potere proletario”, come se un vero potere proletario non avrebbe subordinato la lotta militare contro l’offensiva franchista al perseguimento della rivoluzione sociale e come se avrebbe potuto tollerare nel suo seno dei “liberali”!

Così nacque, alcune settimane dopo, il nuovo governo centrale, a cui solo un mese e mezzo dopo la sua costituzione gli anarchici non solo accetteranno ma chiederanno di partecipare, facendo strame di tutti i loro pretesi principi, rivelando l’opportunismo che si dissimulava dietro le loro pose libertarie e insurrezioniste: «L’entrata della CNT nel governo centrale è uno dei fatti più importanti che la storia del nostro paese abbia registrato. La CNT è sempre stata per principio e convinzione antistatalista e nemica di ogni forma di governo (…) Ma le circostanze hanno cambiato la natura del governo e dello Stato spagnolo. Il governo ha cessato di essere una forza di oppressione contro la classe operaia, così come lo Stato non è più l’organismo che divide la società in classi [sic!]. Entrambi cesseranno a maggior ragione di opprimere il popolo con l’intervento della CNT nei loro organi».

Così terminava la prima fase della controrivoluzione, quella decisiva. Le altre due seguiranno con logica implacabile. Il corso degli avvenimenti mostrerà cosa la “rivoluzione” e la guerra spagnola abbiano storicamente provato: non la realtà di un conflitto fra democrazia e fascismo, ma il ruolo controrivoluzionario e anti-proletario dell’antifascismo, sanguinosa bandiera della seconda guerra imperialista mondiale; e, in particolare, la natura profondamente opportunista dell’anarchismo.

Cani spaziali

Secondo le notizie che giungono dalla Russia, i due cani spaziali, Brezza e Carboncino, sarebbero tuttora vivi, sebbene l’orbita che percorrono raggiunga un apogeo di 800 o 900 km, e tuttavia le notizie precisano che non viene annunziato se e quando i cani verranno fatti ridiscendere. Si conferma che si tratta di un esperimento decisivo prima del lancio di esseri umani in quanto si attraverserebbero le fasce di radiazione che si presumono pericolose per la vita biologica.Intanto gli americani fanno un primo molto modesto esperimento col vettore Apollo per un breve lancio parabolico inferiore ad un’orbita intera e pur asserendo che si tratta di preparazione al viaggio umano nella Luna, e pretendendo che possa avvenire prima del 1970, ammettono che vi sarà una lunga tappa di esperimenti intermedi.Chiudendo sui cani russi, siccome la distanza dalla Terra è ancora molto limitata, noi pensiamo che l’esperimento potrà essere questo: seguendo da terra lo stato fisiologico trasmesso dalle delicate apparecchiature, far discendere i cani un poco prima della morte per sottoporli a lunghi controlli dopo ridiscesi. Probabilmente i cani non sono rivestiti di tute che possano arrestare l’effetto dei raggi cosmici.

Elogio della pazzia, ludibrio della «saggezza» conciliare

«Elogio della pazzia» è il titolo  del celeberrimo scritto di Erasmo da Rotterdam: L’Olanda era il primo paese industriale e trafficante dell’epoca, quando Erasmo presentò la sua opera: si stava appena affacciando il  secolo XVI. E con Erasmo si chiude la grande epoca dell’universalità umanista medioevale, e si apre l’era dell’universalismo commerciale borghese (per dare semplicemente un nome al vasto intrecciarsi di cause materiali agenti nella storia della società umana).

E, proprio all’epoca di quello svolto storico, e in tutte le opere sue, egli non cadde nell’ «errore provinciale» di un Lutero, che di lì a pochi anni cedette il proprio nome alla frattura religioso-economica, che separò da Roma i paesi germanici. Con Zuinglio, assai più con lo stesso Lutero e poi ancora con Calvino, doveva compiersi il primo atto europeo, teorizzato e ideologizzato, della sottomissione e del soggiogamento della religione  alle necessità del capitale nascente. L’etica delle chiese riformate fu in realtà uno strumento spietato, necessario anche se non unico e sufficiente, di condensazioni etniche e nazionali, e di accumulazione primitiva di capitale. Ma, nella realtà, lo stesso fenomeno non poteva non verificarsi anche nella chiesa cattolica – oggi infine, tra viaggi papali, concilio e diplomazia vaticana, autodefinitasi senza reticenze la «cattolica del capitale imperialista».

Nel corso della storia, il capitale si è fabbricato i suoi teorizzatori, ha preparato e scatenato rivoluzioni, ha spezzato vecchie e decrepite forme di produzione per sostituirvi la propria, nuova ed energica. Ma quando non gli bastarono semplici operazioni meccaniche sui salari e sui contratti di lavoro, pressioni su sindacati e catture di partiti (sia pure di antiche origini rivoluzionarie…) per controllare le incontrollabili forze gigantesche evocate dal fondo della società; quando come proprio ora, non riesce più a dominare la folle e anarchica corsa alla produzione  e  al mercato, ovvero alla sempre maggiore oppressione del proletariato ed alle sempre più spaventose guerre di conquista; quando, come ora, le briglie di miliardi di uomini non gli rispondono se non a fatica, e (malgrado tutti gli apparati elettronici) non riesce a prevederne le reazioni: che cosa gli rimaneva, se non di rivolgersi all’unica centrale che ancora possa vantare un potere mondiale di controllo? Così la chiesa cattolica ha tratto profitto dal ferreo e caparbio centralismo acquisito e mantenuto nei secoli.

Ma torniamo ad Erasmo. Egli può davvero considerarsi l’antecedente primo dell’europeismo, della tolleranza, dell’antidogmatismo, del pacifismo, dell’ecumenismo, odierni. Assai lineare e vasta era la strada da lui indicata; e l’implicito progetto teorico-politico della sua «riforma-cattolica» era tanto semplice quanto lungimirante: 1) riferirsi a un comune denominatore universale: «l’uomo come tale», cioè dotato di ragione e di libera volontà; ecco tecnicamente fondata la possibilità e la necessità del dialogo! 2) adottare, in campo religioso, la sola designazione di «cristiano», approntando così una teologia molto generalizzata: ed oggi vediamo quanto essa sia considerata generalizzabile e quanto «onnicomprensiva» aneli d’essere!; 3) condurre l’apparato chiesastico ad una reviviscenza che fosse un ritorno alle origini, facendo appello a concetti immediati ed esemplari come la povertà e la carità; e quale borghesuccio, oggi, non vi si richiamerebbe?; 4) così conciata, o se si preferisce, così… programmata, la «chiesa cristiana» sarebbe stata il docile e casto strumento ideologico e l’agente di sostegno, di rifugio e di conservazione (nonché, a secondo dei casi, di guida) per nuovi fatti economico-politici nel vecchio continente, e di appropriazione e controllo nei paesi d’oltremare alla vigilia delle grandi imprese di colonizzazione da parte delle potenze europee.

Ci sono voluti quattro secoli perché uno schema del tutto simile fosse conclamato e sancito ufficialmente, con enorme clangore di propaganda, da S. Madre Chiesa. Ci sono voluti, in realtà, una borghesia prossima a crepare e una teologia ormai stravolta; per meglio dire, ci sono voluti un capitale strillante una demente classe dominante, e una società purulenta per le sempre più pestifere contraddizioni del sistema.

Attraverso violente selezioni bioeconomiche il capitale è sorto e si è imposto, dando vita di volta in volta agli elementi economici e politici di cui abbisognava. Ma il fatto che il suo ultimo «prodotto» sia una così fetida congerie, basta ad assicurarci della prossima fine del suo, da decenni esaurito, ruolo storico.

Ora satirico, ora ironico, ora ferocemente sarcastico verso i più miopi conservatori, Erasmo poteva fissare l’elogio della «pazzia»,  che null’altro era se non la «modernità» veemente, impetuosa, priva di scrupoli, dei primi borghesi rivoluzionari. Non poteva certo immaginare che quella «pazzia» sarebbe un giorno degenerata in «furore», e in una sentina di furori!

Noi comunisti, questi pazzi di turno, noi marxisti rivoluzionari, potremo farci da noi stessi l’elogio solo quando avremo fatto sparire dalla faccia della terra ogni anche piccolo straccio dell’infetta società capitalistica. Noi che, soli, proclamiamo di conservare e tramandare la teoria invariante della classe proletaria e, per essa, della specie umana; noi che, soli, affermiamo di raccogliere la storia in un programma di lotta; noi che, soli, innalziamo gigantesco lo spettro del partito rivoluzionario e della sua dittatura.

A questi «pazzi»  Erasmo sorridendo offriva [ellèboro]: a questi «furiosi» noi daremo morte.

Ma, a tal fine, non v’è posto per commerci esistenzialistico-intellettuali, per equivoci giochi tattici, per depravati connubi – pascoli della ruffianesca ciurmaglia di politicanti, preti professori e storici: ma solo il martellante richiamo del proletariato alle proprie tradizioni di lotta, e la guerra feroce e senza quartiere contro il nemico di classe.

[RG-42] Rapporti sugli argomenti trattati nel "VI capitolo "inedito de "Il Capitale" di Carlo Marx Pt.1

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Le nostre precedenti riunioni

si sono più volte occupate di questo manoscritto, trattandone alcuni aspetti salienti e svolgendo taluno dei temi toccati in modo veramente illuminante. Il lavoro ha presentato varie difficoltà compresa quella di allestire una corretta traduzione italiana, sulla scorta di quella in lingua francese curata negli ultimi anni da alcuni compagni di Parigi. Per alcuni passi importanti si è dovuto ridiscutere il testo originale, con il contributo di vari compagni francesi ed italiani incaricati del lavoro.

Alla riunione di Firenze si è potuto per la prima volta svolgere una esposizione quasi completa, estesa all’intero materiale trattato nel testo. Il presente rapporto contiene la sintesi che fu quasi totalmente comunicata alla riunione.

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Riportiamo anzitutto la premessa che viene immediatamente dopo il titolo prescelto per questo capitolo dall’autore, il quale, com’è noto, si dedicava alla migliore elaborazione del materiale, e prima di aver deciso in quale forma definitiva, e in quale dei capitoli in cui sarebbe stato diviso il primo libro della sua monumentale opera, che egli intendeva preparare per passarla alle stampe, sarebbe stato inserito.

Sesto capitolo inedito

Risultati del processo di produzione immediato

”In questo capitolo noi abbiamo tre punti da considerare:

  • 1) Le merci in quanto prodotti del capitale, della produzione capitalistica;
  • 2) La produzione capitalistica è produzione di plusvalore;
  • 3) Essa è, infine, produzione e riproduzione di tutto il rapporto (fra proletariato e borghesia); è questo che conferisce a tale processo di produzione immediato il suo carattere specificamente capitalistico.

Di queste tre rubriche, la prima sarà posta, nella sua finale redazione destinata alla stampa, alla fine e non al principio, perché costituisce la transizione al secondo Libro: il Processo di Circolazione del Capitale. Per maggiore comodità è da questa terza rubrica che noi adesso cominciamo”.

Tali parole dello stesso Marx meritano un breve commento, perché nella dottrina marxista hanno valore di definizioni fondamentali. Ci riferiremo alla formuletta scolastica: ”Definitio fit per genus proximum et differentiam specificam”. Ciò vuol dire che ogni definizione si fa indicando il genere più vicino, ed essa comprende sia l’oggetto specifico da definire, sia la differenza che lo caratterizza tra gli altri oggetti dello stesso genere.

Col primo punto Marx definisce quelle merci che sono prodotte nella forma storicamente capitalistica. Nella sua prima rubrica egli vuol dire che sono merci anche i prodotti di altre forme storiche di produzione, come la schiavistica e la feudale. Il capitalismo è uno specifico tipo di produzione di merci. Con la seconda rubrica Marx vuol dire che sarebbe falso definire il capitalismo come la sola produzione mercantile. Il capitalismo è anche mercantile, ma la definizione della produzione capitalistica non è che essa sia produzione di merci, ma che èproduzione di plusvalore, il che vuol dire produzione di capitale. Con la terza rubrica, infine, stabilisce che il capitalismo è la forma che produce e riproduce tutto il rapporto, ossia tutto il rapporto sociale, di uomini e di classi, che caratterizza l’epoca capitalistica.

Una conclusione importante è che molti processi storici si possono indicare sotto la definizione generale di processi immediati di produzione in cui il prodotto esca senza altre mediazioni dalla mano dell’uomo che lavora.

Il capitalismo è uno tra i tanti processi immediati di produzione, e specificamente quello che produce plusvalore, ossia produce altro capitale, ossia produce (fino alla morte violenta che si chiama rivoluzione) altro capitalismo.

Il Primo Libro tratterà la produzione, non delle merci bensì del capitale. Il secondo della circolazione non delle merci bensì del capitale. Il terzo tutto il processo della produzione capitalistica, nel suo insieme, sociale e storico.

Tale il piano de Il Capitale, opera più che umana, prodotto non di un individuo specifico, ma della specie stessa, come per primo Carlo Marx seppe ed intese.

I. La produzione capitalistica come produzione di plusvalore

A) DEFINIZIONE DELLA PRODUZIONE MERCANTILE SEMPLICE E DELLA PRODUZIONE SPECIFICAMENTE CAPITALISTICA.

Le merci e il denaro esistono prima che si possa storicamente parlare di capitale e di società capitalistica.

Tuttavia il capitalismo moderno si presenta sotto le sue forme elementari di merce e di denaro, e il capitalista moderno assume la veste di possessore di merce e possessore di denaro, sebbene entrambi questi tipi sociali abbiano preceduto i capitalisti. Si tratta di vedere quali determinate condizioni trasformano la merce e il denaro in capitale, e quindi i possessori di essi in capitalisti.

All’origine il capitale si presenta come denaro destinato a trasformarsi in capitale: quel denaro è capitale solo in modo potenziale.

La condizione perché la somma di denaro possa divenire capitale è quella di un rapporto sociale che le permetta di accrescersi, di avere incremento, in modo che la somma di denaro si presenti come un fluens ed il suo incremento come una fluxio. La natura specifica del capitalismo si manifesta, rispetto ad altre formule semplici di produzione di merci (ad esempio l’artigiano individuale o familiare che va al consumo prima col baratto, e più oltre con lo scambio monetario), col fatto che se il capitale iniziale è una somma di valori uguale ad x, questa x tende a divenire e diviene capitale per il fatto che si trasforma in x + δ x. L’aritmetica è il calcolo coi numeri finiti.

L’algebra è un calcolo in cui una lettera rappresenta un numero finito. Nel calcolo delle variazioni o delle differenze finite si considerano piccoli incrementi, tuttavia finiti che si indicano con la lettera greca δ. Se la mia età è a anni, ad un nostro prossimo incontro non avrò più l’età a ma l’età a + δ a. Marx non impiega il calcolo infinitesimale che pur conosceva, e nella edizione definitiva dei suoi testi, ammorbato da mille idioti che lo accusavano di essere difficile e teorico (dimenticando che i suoi testi sono il grido di battaglia con cui la classe degli ignoranti sterminerà quella dei sapienti usando i suoi possenti muscoli, e solo così libererà i suoi cervelli) si decide a presentare solo calcoli aritmetici e monetari, che essendo molto più lunghi nello sviluppo e nella esposizione preoccupano e forse spaventano il lettore.

Questo manoscritto non destinato al pubblico è non solo di enorme interesse, ma di eccezionale potenza. Chiusa la digressione.

Il fenomeno di x che diventa x + δ x non esiste solo nella forma storica capitalistica, ma anche in altre forme storiche precedenti come la schiavitù e la servitù della gleba.

Tuttavia il fenomeno strepitoso non potrebbe prodursi in una società i cui membri si incontrino solo in quanto persone e possessori di merci semplici ossia di oggetti fisici, suscettibili di essere utili all’uomo e di avere quindi un valore d’uso, e suscettibili anche di avere, restando fisici oggetti materiali, un valore di scambio.

All’inizio del processo una somma di denaro che di per sé stessa (come quando chiusa nel forziere dell’usuraio) è costante, evidentemente non può avere incrementi. Questo concetto del tutto pratico è comprensibile per chiunque e si esprime in matematica con la tesi che l’incremento di ogni costante è zero. Ma se il valore x cessa di essere costante in qunto genera un valore δ x che non è più zero, esso diventa una grandezza variabile. Quindi, nel linguaggio dei matematici, si esprime come funzione di una grandezza variabile, nel senso che anche il valore della funzione è una grandezza variabile dipendente dal valore della variabile indipendente. Marx si pone alla ricerca di questa funzione. Egli scopre che una parte del valore di x, una parte sola, non tutto, deve trasformarsi in un valore d’uso determinato, abbandonando la forma monetaria, perché sappiamo, e lo sa ogni fedel minchione pari nostro, che finché questa forma non è abbandonata non genera nessun incremento.

Se il capitale iniziale era una somma di valori uguale ad x, il suo incremento δ x può prendere il nome di plusvalore che significa appunto incremento di valore. Il processo particolare che consente tutto ciò è quello in cui la produzione di plusvalore – che implica la conservazione di x primitivamente esistente – appare come lo scopo determinante del processo di produzione.

Marx chiamò con la lettera c quella parte del capitale che non genera incremento, e con la lettera v quella che lo genera: capitale costante e capitale variabile. Quindi il capitale iniziale si esprime:

x = c + v.

Ora, l’incremento di x, per logica intuitiva, come in un teorema di analisi differenziale, è la somma delle variazioni dei due addendi in cui è stato composto. Sarà quindi:

δ x = δ c + δ v

e quindi:

x + δ x = c + v + δ c + δ v

Ma abbiamo detto che c è costante ed il suo incremento è zero. Quindi si ha la formula semplicissima di:

δ x = δ (c + v) = δ c + δ v = δ v (dato che δ c = 0)

In altri termini:

δ x = δ v

Il rapporto di questo incremento del valore primitivo x, che abbiamo chiamato plusvalore, al capitale variabile è:

δ v / v

ossia il plusvalore diviso il capitale variabile; è la formula del tasso del plusvalore.

Invece la proporzione nella quale è aumentato il capitale anticipato ed iniziale x = c + v, e che si scriverà:

δ v / (c + v)

è il tasso di profitto.

Quando tutto il valore alla fine del ciclo di lavoro materiale ha preso di nuovo la forma di merce, che andrà sul mercato, per essere trasformata ancora in denaro, la formula che rappresenta bene tutto il ciclo è quella che abbiamo data nel nostro Abaco dell’Economia Marxista, indicando con k il capitale iniziale e con k’ il capitale finale del ciclo, tutto rappresentato da merci vendibili. Le formulette erano:

k = c + v

p è la lettera con cui indichiamo il plusvalore, ossia quello che abbiamo indicato sinora δ x = δ v :

k’ = k + δ k = k + p = c + v + p

in tale caso il tasso di plusvalore è dato da:

p / v

Il tasso di profitto di un capitale in ciclo continuo può essere espresso:

p / (c + v + p)

il che in un bilancio di un’azienda capitalistica si esprime indicando il profitto netto come percentuale del ”fatturato”, ossia del prodotto lordo totale dell’azienda stessa.

B) VALORE D’USO E VALORE DI SCAMBIO NEL PROCESSO DI PRODUZIONE CAPITALISTICO

Le forme che il capitale assume in tutto il processo di produzione e circolazione e nei vari stadi del processo, possono essere duplici a seconda dei momenti: ossia di valore d’uso e di valore di scambio.

Se noi consideriamo il processo di produzione nella fase che precede il prodotto che ora è il risultato finale, dobbiamo dire che tutto il denaro anticipato è stato impiegato in acquisti sul mercato di valori che interessano la produzione.

Ma una prima distinzione si può fare fra i mezzi di lavoro che sono oggetto del lavoro (materia prima) e mezzi di produzione che sono mezzi di lavoro (strumenti, materie ausiliarie, ecc.).

Un’altra distinzione sta tra le condizioni oggettive della produzione che possono essere le materie prime e gli strumenti di lavoro, e le condizioni soggettive che si ravvisano nella forza di lavoro che si manifesta utilmente. A processo finito tutto apparirà come valore di uso dei prodotti finali, ma nel suo sviluppo solo alcuni elementi possono essere valori d’uso.

Un altro elemento è la facoltà di lavoro attivo (Marx all’inizio parlò di capacità o facoltà del lavoro; più tardi parlò di forza di lavoro ). È questa che cambia i mezzi di produzione in elementi materiali della propria attività facendoli passare dalla loro forma primitiva di valori d’uso (materie prime trasformabili, strumenti consumati) alla loro nuova forma di prodotti del lavoro, col proprio nuovo valore di prodotti di uso e di scambio. Abbiamo una vera trasformazione fisico-chimica dei materiali introdotti nel processo produttivo. Si tratta ora di darne l’interpretazione economica e sociale.

a) processo capitalistico di lavoro come valore d’uso.

Gli economisti nostri avversari tendono a fare una grave confusione teorica nel concludere che il processo di lavoro umano in generale, facendo astrazione da tutte le sue forme storiche, debba avvalersi di capitali, in quanto tutti i fattori indispensabili al suo utilizzo fisico sono stati acquistati come valori di scambio, nel concludere quindi che il capitale ha qualcosa di eterno, inscritto nella natura stessa del lavoro umano.

Bisogna invece distinguere tutte le differenze specifiche che corrono fra gli elementi identici di tutti i processi di produzione.

Punto primo. Per quanto riguarda il capitale costante, si può dire che esso è proprietà in senso assoluto del capitalista che lo ha acquistato al suo valore di mercato.

Tuttavia il suo valore monetario non avrebbe mai potuto agire come capitale se non fossero intervenuti gli altri fattori del processo. Di più: l’altra parte del denaro anticipato è servita a pagare gli operai, cioè a comprare della forza di lavoro, come è mostrato in altre parti dell’opera di Marx. Ma è qui che interviene la differenza specifica. La maniera di usare questa seconda parte che il capitalista si è procurato con il suo danaro consiste appunto nel processo di lavoro, che è una funzione soggettiva dell’operaio e non del capitalista. Dunque sono state usate in modo ben diverso le parti del capitale in cui il danaro del capitalista è stato investito. La fusione di questi due valori d’uso è inseparabile da tutto il processo, ed è la sola che fa sì che il risultato finale sia maggiorato rispetto all’anticipazione. Quindi se è vero che vi è equilibrio di valori di scambio in tutti i valori d’uso che si acquistano sul mercato delle merci ed in quello che si vede alla fine, la cosa va altrimenti per quella parte che noi chiamiamo variabile. Ed è qui che nasce tutto lo spareggio considerato in tutta la sua forma reale: il denaro dato dal capitalista agli operai non rappresenta altro che il valore sul mercato dei mezzi di esistenza che entrano nel consumo individuale dell’operaio.

È quindi un volgare sofisma degli economisti borghesi affermare che in tutto il processo vi sia soltanto trasformazione di identici valori di scambio.

b) processo capitalistico di lavoro come valore di scambio.

Il valore di scambio non rimane lo stesso dal principio alla fine ma aumenta della quantità detta plusvalore. Chiamiamo questo: processo di valorizzazione.

Per quanto riguarda la parte costante non sorgono difficoltà; sebbene sia da considerare che la utile attività del personale dell’azienda è la sola che garantisce il capitale costante da variazioni negative, con perdite di valore di scambio.

Il lavoro, che è il fattore vivente del processo di valorizzazione, è anche quello che introduce nel prodotto una quantità di valore addizionale, ossia una quantità di lavoro superiore a quella che con il salario è stata pagata.

È un rapporto sociale obbligatorio che costringe l’operaio ad accettare, per garantire la sua esistenza, un valore di scambio minore di quello che ha generato. Di qui le note deduzioni di Marx sulla partizione della giornata di lavoro tra tempo socialmente necessario e tempo utilizzato dal capitalista, o tempo di sopralavoro.

c) fattori oggettivi del processo di lavoro e di valorizzazione.

Una distinzione fondamentale di Marx è quella fra lavoro vivente, che è erogato dai lavoratori nel processo di produzione, e lavoro oggettivato detto anche lavoro morto, che è lavoro passato contenuto nei prodotti acquistati dal capitalista sul mercato e, senza contraddizione, a pieno valore di scambio.

I mezzi di produzione che appaiono come capitale per eccellenza hanno una sola funzione: assorbire la più grande quantità possibile di lavoro vivente. La forza di lavoro, che sola valorizza il capitale, ossia ne conserva il valore e gli crea un nuovo sopralavoro, diventa forza del capitale; il che esprime il dominio di classe del capitale sui lavoratori.

In ciò sta il processo di alienazione del suo lavoro e della sua stessa vita da parte del lavoratore

. Tutto il processo reale di lavoro sociale è volto al solo scopo della massima produzione possibile di plusvalore, cioè del processo di oggettivazione del lavoro non pagato.

d) unità del processo di lavoro e di valorizzazione capitaista.

Il testo considera come inseparabili il processo di lavoro e il processo di valorizzazione. La sola teoria del valore di scambio di ogni merce dedotta dalla quantità di lavoro contenuto, è ambigua e incompleta presso gli economisti che non considerano il lavoro nella doppia forma di lavoro completo come si presenta nella merce, e di lavoro socialmente necessario, quale è calcolato nel valore d’uso.

e) unione del lavoro morto e del lavoro vivo nel processo di lavoro.

Gli economisti borghesi non hanno mai potuto risolvere il problema perché non hanno mai spinto l’analisi della merce fino alla considerazione del lavoro sotto doppia forma, per conseguenza essi sono condotti a definire il capitale attraverso la massa dei prodotti del processo di produzione capitalistico, come quando dicono: che cos’è il capitale? Esso è cotone, perché interessa loro non distinguere quanta parte è lavoro morto trasformato in potenza della società capitalistica, e quanto è lavoro vivente sacrificato sotto il peso della oppressione di classe.

f) i prodotti del processo di produzione capitalista.

Il risultato di tutto il processo di produzione capitalistico non è né un semplice prodotto (valore d’uso) né una semplice merce, ossia un prodotto che ha un valore di scambio: il suo prodotto specifico è il plusvalore: dall’intero processo escono merci che possiedono più valore di scambio di quello anticipato per produrle. Nel processo di produzione capitalistico, il processo di lavoro non è che un mezzo di lavoro; il processo di valorizzazione o produzione di plus-valore è il vero scopo.

Talvolta l’economista borghese se ne ricorda, e definisce il capitale come ricchezza utilizzata nella produzione per ”fare profitto”.

C) PROCESSO DI CIRCOLAZIONE E DI PRODUZIONE DEL CAPITALE.

a) vendita e compera della forza lavoro sul mercato

Marx distingue sempre nel processo totale due sfere indipendenti e assolutamente differenti.

La prima sfera è quella della circolazione delle merci che si svolge sul mercato. In questa sfera del puro scambio resta compreso non solo l’acquisto di tutto quanto forma il capitale costante, ma anche la vendita finale del prodotto.

Ma in questa stessa sfera del mercato rientra anche un aspetto che riguarda il capitale variabile, ed è la compra e la vendita della forza lavoro, scambiata con il salario in danaro. Sino a questo punto il lavoro è trattato come una merce qualunque ed è pagato sul mercato che gli è proprio al corso dei salari.

La seconda sfera del tutto indipendente, riguarda ilconsumo della forza lavoro comprata. Marx la distinguecome processo di produzione. Nel secondo fascicolo del nostro Abaco, abbiamo mostrato le formule usate da Marx nella prima sezione del 2° volume del Capitale ed abbiamo data una presentazione identica, ma solo più uniforme nei simboli, là dove Marx adotta la letteraP per definire non una grandezza, ma tutto quello che chiama processo di produzione; più precisamente si tratta del secondo stadio, mentre il primo ed il terzo riguardano fenomeni di pura circolazione sul mercato, ed i simboli di Marx non erano quelli ortodossi dell’algebra elementare. Nel paragrafo su indicato dell’antica stesura inedita, Marx ritorna un momento sulla fase puramente mercantile di compra vendita della forza lavoro, prima di qualunque impiego di questa particolare merce ”stregata”. Prima di questo impiego, capitalista ed operaio si fronteggiano come ogni altra coppia di operatori sul mercato.

L’operazione rispetta il codice borghese e la dottrina economica borghese dello scambio tra equivalenti. Fino a questo momento una sola cosa distingue l’operaio da altri venditori di mercato ed è lanatura specifica della merce venduta che compare solo nel suo specifico valore di uso.

Sino a questo momento l’operaio ha agito come ogni altro portatore proprietario di merci. Ma egli è condotto ad offrire sul mercato questa merce originale per il fatto di essere non-proprietario di qualunque altra merce o bene; e quindi tutte le condizioni del suo lavoro lo fronteggiano come una proprietà estranea.

Marx dà qui una distinzione interessante che ci serve per la nostra tradizionale tesi, socialpolitica, che il vero proletario rivoluzionario è il puro nullatenente, perché la sua forza di lavoro non vale e non serve a nulla se non si cercano le condizioni del suo impiego presso una serie di capitalisti che Marx chiama genericamente capitalisti n. 1, n. 2 e n. 3.

Il capitalista n. 1 è l’industriale che possedendo del denaro compra dei mezzi di produzione (materie, macchine) presso il capitalista n. 2 che li possiede; mentre l’operaio, col suo salario ricevuto in denaro dal capitalista n. 1 acquista le sue sussistenze presso il capitalista n. 3.

Il fenomeno può essere complicato quanto si vuole, ma la sostanza è che i capitalisti 1, 2 e 3 nel loro insieme sono i possessori esclusivi (monopolisti) del danaro, dei mezzi di produzione e delle sussistenze. Ciò fa sì che anche nel primo processo circolatorio, prima che il danaro del capitalista n. 1, o le sue merci, siano state trasformate in capitale, è stato già loro impresso il carattere di capitale, in quanto che denaro, merci, mezzi di produzione e sussistenze sono potenze autonome che si schierano contro la sola, nuda, nullatenente capacità di lavoro, spogliata di ogni ricchezza materiale.

Queste potenze sono estranee all’operaio e sono esse, aspetti del capitale, che si presentano come feticci, dotati di propria volontà ed anima. In breve, nella frase geniale di Marx, sono queste merci, animate da un demone, che figurano come compratrici delle figure umane e fanno del salariato un autentico schiavo che vende se stesso.

È vero che l’operaio liberamente sceglie, compera e consuma i suoi mezzi di sussistenza, ma se non lo facesse la sua capacità di lavoro sarebbe ben presto rivolta a zero e gli toglierebbe l’ultima possibilità che è quella di vendere se stesso.

Se l’operaio non vendesse la sua forza-lavoro per vivere, la ricchezza materiale non potrebbe trasformarsi in capitale. È solo per rapporto allavoro salariato che diventano capitale tutti gli oggetti, che rappresentano le condizioni oggettive del lavoro (mezzi di produzione e di sussistenza). Senza salariato non vi è produzione di plusvalore. Se gli individui si fronteggiassero come persone libere, non vi sarebbe produzione di plusvalore, né produzione capitalistica.

Noi ne abbiamo dedotto a proposito della Russia moderna, che quando vi è salariato e moneta, ivi è plusvalore e capitalismo.

b) la forza di lavoro di fronte agli altri elementi nel processo di produzione immediata.

Marx intende per processo di produzione immediato quello che concatena i rapporti fisici e le operazioni materiali per passare dai mezzi di produzione al prodotto, prima di considerare gli intermediari dati dalle istituzioni sociali e dai rapporti di classe.

Potremmo avere un concatenamento di rapporti sociali aderenti all’attuale processo materiale di lavoro, anche se ciascun operaio mettesse a disposizione della società la quantità adeguata di materie prime e di strumenti di lavoro in proporzione alla sua capacità o forza di lavoro, senza doverne spartire la disponibilità con alcuno.

Un processo immediato potrebbe aversi anche in una società di lavoratori autonomi (artigiani), ognuno dei quali possedesse una cellula di luogo di lavoro e potesse procurarsi le frazioni di materie prime, semilavorati ed utensili presso altri liberi artigiani. Ma questa unione, naturale nelle società primitive, è abolita e spezzata nella società capitalistica. Marx dice, parafrasando un passo che apparirà nel I Libro del Capitale: ”La pelle che l’operaio concia (nella primitiva bottega) egli non la tratta come capitale, ma come semplice oggetto fisico nella sua attività produttiva. Non è dunque al capitalista (purtroppo – vuol dire Marx) che egli concia la pelle!”

È quando Marx ce lo mostrerà che entra nell’ergastolo della fabbrica capitalistica che egli esclamerà: Non ha altro da attendersi che essere conciato.

Se il processo di produzione non fosse che processo di lavoro, l’operaio vi consumerebbe i mezzi di produzione come semplici alimenti del lavoro. Ma tutto cambia quando il processo di produzione è diventato anche processo di valorizzazione; allora – dice Marx – il capitalista vi consuma forza di lavoro dell’operaio appropriandosi lavoro vivente come sangue vitale del capitale. Le materie prime non servono che a pompare lavoro altrui; lo strumento di lavoro non è che il conduttore di questo processo di succhiamento, ed abbiamo qui l’altra grande frase che il capitale è divenuto un mostro animato e si mette ad agire ”come se gli fosse entrato l’amore in corpo”.

c) creazione di maggior valore (processo di produzione) contro minor valore (nel processo di circolazione).

Il testo a questo punto prende a considerare il processo di produzione vero e proprio quale si inserisce fra i precedenti ed i seguenti periodi di circolazione, in cui tutto si svolge sul mercato, ivi compreso, lo ripetiamo ancora una volta, il rapporto fra capitalista e operaio in quanto compra-vendita della forza-lavoro. Finite queste contrattazioni ed entrando nel vero processo di produzione, considerato non più come immediato, ossia come semplice concatenamento di attività trasformatrici fisiche, ma come processo di produzione specificamente capitalistico e collocato nel periodo storico del capitalismo, Marx rileva che il lavoro è divenuto: 1° — lavoro oggettivato, cioè del capitale, in quanto il lavoro dei precedenti attori storici esiste ormai solo come tale; 2° — per effetto dello stesso assorbimento di appropriazione del lavoro come attività umana, il valore anticipato (salario — capitale variabile) diventa valore in processo, ossia valore che crea plusvalore, distinto da sé. È soltanto perché il valore si trasforma in capitale durante il processo di produzione che la somma dei valori anticipati (come denaro o come merci, e per lo stesso capitale costante), che era prima capitale solo potenziale, si realizza come capitale reale.

La produzione delle merci (che era lo scopo del processo di lavoro immediato, non è più lo scopo della produzione capitalistica, e non appare che come un mezzo per raggiungere questo scopo di valorizzare il capitale, ossia di formare il plusvalore.

Quando è avvenuto lo scambio (anch’esso fra equivalenti) tra capitale variabile e forza di lavoro, è stata posta l’unica premessa che potesse condurre alla valorizzazione del capitale. Non esiste, dunque, una autovalorizzazione del capitale totale (del denaro, della merce), ma la valorizzazione è effetto del solo lavoro, ossia del vero e proprio processo di consumo della forza-lavoro che il capitale ha acquistato.

Abbiamo quindi avuti due stadi: 1° — lo scambio della forza di lavoro con il capitale variabile; 2° — l’effettivo processo di produzione in cui il vivente lavoro è incorporato come agente al capitale.

I mezzi di produzione (Materie prime, utensili, ecc.) rivestono qui la forma non soltanto di mezzi di realizzazione del lavoro (il che è sempre vero), ma parimenti di sfruttamento del lavoro altrui.

D) STORIA — LE DUE FASI DELLO SVILUPPO SOCIALE DELLA PRODUZIONE CAPITALISTICA.

a) sottomissione formale del lavoro al capitale.

Essendo come è mostrato, il processo fisico di lavoro divenuto il mezzo del processo di valorizzazione del capitale — della fabbricazione di plusvalore — esso processo di lavoro è sottomesso al capitale, ed il capitalista entra in questo processo anche come dirigente e capo. Marx dichiara che ciò è quello che egli chiamasottomissione formale del lavoro al capitale, forma generale di ogni processo di produzione capitalistico, ma il capitalismo storicamente si sviluppa in modo di produzione specificamente capitalistico.

Quando il contadino, un tempo indipendente e producente per se stesso, diviene un giornaliero che lavora per un affittuario, oppure quando sparisce la gerarchia regnate nel modo di produzione delle corporazioni per cedere il posto al semplice antagonismo di un capitalista che fa lavorare per sé l’artigiano divenuto salariato; quando l’antico schiavista comincia ad impiegare i suoi antichi schiavi come salariati, ecc. – questi diversi modi sociali di produzione sono trasformati nel processo di produzione del capitale.

Il capitalista prende il posto degli antichi capi gerarchici del lavoro, si preoccupa della qualità, della intensità, della continuità di questo. È così apparsa la mistificazione immanente al rapporto capitalistico. La forza di lavoro che sola può conservare i valori appare come forza dell’autoconservazione del capitale: insomma sembra che sia il lavoro oggettivato ad utilizzare il lavoro vivente per una facoltà insita nel primo.

In un primo periodo storico il capitale si sottomette i procedimenti di lavoro che trova senza mutarli: il processo reale di lavoro non cambia ancora ma vi è già introdotta la dominazione del capitale e la sostituzione di molto profitto al semplice scopo di produrre molte merci. Per Marx il modo di produzione specificamente capitalistico (lavoro a grande scala, concentramento delle aziende, ecc.) si sviluppa quando la produzione capitalistica ha progredito e rivoluziona non solo i rapporti sociali tra i diversi agenti della produzione, ma la stessa forma del lavoro e il modo reale e fisico di tutto il suo processo. L’espressione sottomissione formale indica la fase in cui il capitalismo si è soltanto sottomessi, senza ancora innovarli radicalmente, i processi di lavoro che ha trovati.

In questa fase, che è quella iniziale del capitalismo, vi è un solo mezzo che aumenta la produzione di plusvalore, ed è quello del prolungamento della durata del lavoro. Si tratta del plusvalore assoluto e questa distinzione teorica di Marx ci è servita per stabilire la dottrina del più rapido incremento produttivo presso i capitalismi più giovani ed avidi di sfruttamento.

b) sottomissione reale del lavoro al capitale o il modo di produzione specificamente capitalistico.

Marx qui si riferisce alla sezione IV del primo libro del Capitale , in cui aveva trattato della produzione del plusvalore relativo, intendendo che solo con questo sorgesse un modo di produzione specificamente capitalistico (anche dal semplice punto di vista tecnologico). Marx si riferisce anche alla introduzione della macchina a vapore nell’industria, specie di quella tessile in Inghilterra. Noi oggi possiamo aggiungere che restiamo nel modo di produzione specificamente capitalistico, né dalla fase storica che esso caratterizza, anche con le tecnologie dell’elettricità, della energia nucleare e della automazione.

Il passaggio storico indicata da Marx è del più alto significato perché le forze produttive del lavoro nel capitalismo sviluppato, grazie alla cooperazione (che presso Marx significa lavoro di grandi masse di operai nella medesima azienda), alla divisione del lavoro internamente alla officina, allo impiego del macchinismo e in generale alla trasformazione del processo di produzione con l’impiego cosciente delle scienze naturali, della meccanica, della chimica; formano tutto ciò che ci permette di dire che il capitalismo, oltre ad essersi impossessato dei tipi di lavoro individuali, o di piccoli gruppi, ha dovuto per la forza ineluttabile del determinismo rendere sociali le grandi forze di produzione.

Questo risultato, che cela già in sé la vittoria del comunismo, è acquisito ormai da più di un secolo.

La grande mistificazione è che tutto ciò si presenta come forza produttiva del capitale e non del lavoro. Nulla è cambiato da questo punto di vista da quando esistono le repubbliche fondate sul lavoro e sebbene Marx dica che sarebbe inesatto parlare di forza produttiva sia di quelli isolati o anche di quelli combinati o anche di forza produttiva del lavoro, perché questa (fino a che il regime borghese è in piedi) non è che identica al capitale.

Il concetto di Marx sul borghese ”progresso” si può derivare da questa tesi: ”questa mistificazione, che esiste in generale nel rapporto capitalistico, si svilupperà oggi molto più che non potesse farlo con la semplice sottomissione formale del lavoro”. Marx ricorda di aver dimostrato che nella realtà ciò che è sociale nel suo lavoro si leva di fronte all’operaio come forza straniera e, peggio ancora, nemica ed antagonistica perché questo elemento sociale è oggettivato e personificato nel capitale.

c) note complementari sulla sottomissione formale del lavoro al capitale.

Prima di continuare l’analisi della sottomissione reale del lavoro, che è la più completa e moderna, Marx dedica questo capitolo ad alcune osservazioni sulla sottomissione formale, con le quali ribadisce i punti trattati nelle pagine precedenti. Si tratta di confronti cui già ci siamo riferiti con l’artigiano, il contadino, il servo della gleba e lo schiavo, forme che possono essere già in principio definite anche quando si considera la prima fase con cui il capitale sottomise a sé le antiche forme di lavoro che nell’avvenire avrebbe rivoluzionate.

d) sottomissione reale del lavoro al capitale è anche sottomissione di ogni attività umana.

Marx cita il Manifesto del ’48 in cui era già detto che con la sottomissione completa del lavoro al capitale si era prodotta una rivoluzione nel modo di produzione, nella produttività del lavoro e nei rapporti tra capitalista e operaio. Questo svolto storico conferma che più il capitalismo evolve, più noi lo combattiamo. Il padrone delle ferriere della letteratura era per i suoi pochi operai un buon maestro e perfino un amico e un padre che aveva diviso con loro i primi vantaggi di un sistema più moderno di lavoro. Nella fase ulteriore l’immensa corporazione e perfino lo Stato capitalistico personificano il mostro che ha disumanato il lavoratore e l’intera società.

Con la sottomissione reale la produzione capitalistica si assoggetta tutti i rami di produzione che non poteva controllare con la sola sottomissione formale (industria agricola, mineraria, delle confezioni tessili, ecc.). Certo, già con la sottomissione formale trionfava la consegna ”produzione per la produzione” al posto di quella ”produzione per i consumi vitali”. Ma il fenomeno è completo con la sottomissione reale, il plusvalore relativo e il modo di produzione specificamente capitalistico.

A questo punto Marx indica i caratteri contraddittori della produzione capitalistica, come anche la sua anarchia, il suo carattere negativo, per cui la produzione si oppone ai produttori e non si prende alcuna cura di essi.

E) LAVORO PRODUTTIVO E IMPRODUTTIVO.

Sarebbe molto interessante sviluppare questo efficace capitolo di Marx conducendolo sulle stesse basi fino ai tempi modernissimi, nei quali le critiche di Marx ai criteri borghesi di indicare quali lavori siano produttivi o improduttivi resterebbero largamente confermate.

Il primo rilievo è che in un processo immediato di lavoro è produttivo ogni lavoro che si realizza in un prodotto (anche in una merce se pensiamo alle forme mercantili, ma precapitalistiche). In un senso ancora più lato, chiunque si fabbrica un oggetto, anche se non lo scambierà mai, avrà fatto un lavoro produttivo.

Giungendo al modo capitalistico, poiché noi lo definiamo come produzione di plusvalore e in sostanza come produzione di capitale, dovremmo dire improduttivo ogni lavoro che non viene ad incrementare la massa del plusvalore. Diremo quindi produttivo l’operaio secondo il lavoro che effettua e sarà veramente produttivo ogni lavoro che crea del plusvalore ossia che valorizza del capitale.

Ma il limitato spirito borghese non riconosce questo principio, sebbene vi si siano avvicinati gli economisti classici, e dato che considera naturale ed eterna la forma capitalistica e il lavoro salariato, considera produttivo ogni lavoro pagato. Marx considera che ai suoi tempi tutte le attività tendono a divenire salariate o stipendiate e tutti quelli che prima si dicevano servizi si trasformano in attività salariate. In questo senso non si potrà più dire che il lavoro dei domestici, ecc. sia improduttivo. Nell’ultimo stadio anche la società presente conferma quello che sapeva il vecchio Aristotele e cioè che chiunque si disturba e si dimena ha come proprio scopo il fare dei soldi.

Anche nella moderna America non ci domandiamo se un soggetto collabora nella produzione di certe merci socialmente utili, ma se ha trovato il proprio job. Purché si riesca a far entrare dei soldi nel proprio bilancio personale nessuno si domanda se la sua attività o il suo tempo di occupazione concorrano a produrre qualche cosa.

Marx ricorda ironicamente che secondo lo spirito borghese tutti sono salariati, dalla puttana al re. Egli tratta i famosi esempi del ”paradiso perduto” di Milton e della prima-donna, che è un uccello canoro, ma che anche questa, se fa guadagnare l’impresario, produce direttamente del capitale, ecc.

Secondo Malthus, era lavoro produttivo quello che aumentava direttamente la ricchezza del suo padrone. Marx ironizza ferocemente i teorici della borghesia, che considerano i capitalisti, dato che mangiano plusvalore creato da altri, la classe produttiva per eccellenza. In conclusione, per noi la definizione di lavoro produttivo, è quella di lavoro che produce plusvalore, fin quando siamo in una società capitalistica.

F) PRODOTTO LORDO E PRODOTTO NETTO

Poiché lo scopo della produzione capitalistica (e quindi del lavoro produttivo), non è la esistenza dei produttori, ma la produzione di plusvalore, ogni lavoro necessario che non produca sopra lavoro è superfluo e senza valore per la produzione capitalistica.

Lo stesso vale per una nazione di capitalisti. Ogni prodotto lordo che non riproduce che l’operaio, ossia non crea prodotto netto (sovraprodotto) è tanto superfluo quanto lo stesso operaio. In altri termini, non occorre se non il numero di uomini che nella nazione è profittevole per il capitale.

Marx dimostra questo apparente paradosso con citazioni di Ricardo e di Young e rileva che la stessa filantropia nulla trova da obbiettare alle tesi di Ricardo che è meglio se a produrre i mezzi di sussistenza bastano cinque milioni di uomini anziché sette milioni.

Quindi, lo scopo della produzione capitalistica è il prodotto netto, di cui la forma concreta è il sovraprodotto che diviene sopravalore.

Il capitalismo, quindi, rinnega la politica economica delle forme più antiche che si preoccupava di tutelare il pane per i lavoratori così come rinnega la politica protezionistica per il capitale nazionale che lotta contro la concorrenza straniera. La conclusione di questi confronti storici è la seguente:

”La legge della produzione capitalistica è di aumentare il capitale costante in opposizione al capitale variabile; e di aumentare il plusvalore, il prodotto netto; in secondo luogo di aumentare il prodotto netto in rapporto alla parte di prodotto che sostituisce il capitale, cioè il salario. Queste due cose vengono confuse. Se si chiama prodotto lordo l’intero prodotto, allora nella produzione capitalistica esso aumenta in confronto al prodotto netto; se si chiama prodotto netto la parte del prodotto totale risolvibile in salario e prodotto netto, questa quantità aumenta in rapporto al prodotto lordo. Solo nell’agricoltura (mediante trasformazione di arativi in pascoli, ecc.) il prodotto netto aumenta spesso a spese del prodotto lordo (cioè della massa totale dei prodotti), a causa di certe caratteristiche proprie della rendita, che non entrano nel nostro tema attuale. D’altra parte, la teoria del prodotto netto, come scopo massimo e fine ultimo della produzione, non è che l’espressione brutale ma giusta del fatto che la valorizzazione del capitale, ossia la creazione di plusvalore, senza alcun riguardo per il lavoratore, è l’anima che muove tutta la produzione capitalistica. Parallelamente all’aumento relativo del prodotto netto, l’ideale supremo della produzione capitalistica è diminuire quanto possibile il numero di quelli che vivono di salario, e di aumentare quanto più possibile il numero di quelli che vivono di reddito netto”.

Per chiarire questo passo fondamentale bisogna definire bene le grandezze adoperate, rilevando come Marx sin da un secolo addietro aveva già intuito le più moderne falsificazioni che introducono gli economisti ufficiali sfruttando anche quanto sono riusciti ad afferrare della nostra terminologia marxista. Marx indica infatti che l’equivoco sorge nel definire il prodotto netto. Non vi è dubbio che per prodotto lordo si intende tutto l’insieme di quanto risulta dalla produzione sia di un’azienda che di una nazione intera. I borghesi nella loro definizione di prodotto lordo, distinguono due sole parti: una è il capitale totale anticipato nella produzione, l’altro è il profitto realizzato in questa, che si suole chiamare in ciascuna impresa reddito netto. Si avrebbe allora: prodotto lordo = capitale anticipato più reddito netto. L’espressione prodotto netto che vuol dire parte netta del prodotto, sarebbe identica alla espressione reddito netto.

Da quando noi marxisti esistiamo abbiamo fondamentalmente resa ternaria la partizione binaria, in quanto abbiamo diviso l’anticipazione fra capitale costante e capitale variabile. Consideriamo, quindi, che il prodotto lordo è dato da capitale costante, capitale variabile e profitto netto (nel nostro linguaggio plusvalore).

Il doppio gioco consiste in questo. Se il prodotto netto è, come nella spiegazione tradizionale, il reddito netto, allora nel corso della produzione capitalistica il rapporto di esso al prodotto lordo va diminuendo (nostra legge della diminuzione del saggio di profitto). Quando Stalin rifiutò di credere a questa legge, noi gli rispondemmo che storicamente il prodotto lordo capitalistico nella sua massa aumenta grandemente, ma anche la massa di tutto il profitto netto aumenta, sia pure con velocità minore, e non occorreva che il preteso pontefice dei comunisti, per far dispetto ai capitalisti, rimangiasse la legge di Marx sulla discesa del tasso, che è sacrosanta.

Ma oggi, per dar successo alla democrazia, alla demagogia e alla ipocrisia, che sono pari in occidente e in oriente, si finge di accorgersi della partizione ternaria di Marx, e si dice: il prodotto netto non è il reddito netto, esso è tutto il prodotto quando se ne sottragga non tutto l’anticipato ma solo il capitale costante, dato che questo resta sempre pari sul capitale nazionale.

In questa forma capziosa, qui stritolata dal genio profetico di Marx, si chiama reddito nazionale la somma del reddito netto più il capitale variabile.

Ciò che azienda per azienda si definisce come valore aggiunto del lavoro nel corso della produzione. Questa conquista si considera retaggio comune della classe imprenditrice e della classe lavoratrice ed anzi se ne calcola il reddito pro-capite riferito all’abitante senza chiedersi quanta parte della popolazione sia nella classe dominante e quanta nella classe sfruttata.

In questa seconda interpretazione, questo falso prodotto netto, risolvibile, come dice il testo, in salari e profitti netti, aumenta molto di più del profitto puro e può anche aumentare in rapporto maggiore del prodotto lordo.

Chiave di volta della curva di sviluppo del capitalismo è la curva della composizione organica del capitale, ossia il rapporto della sua parte costante alla sua parte variabile. Con i vantati progressi tecnologici, cresce la produttività del lavoro e cresce questo rapporto. La mistificazione capitalistica, cui è dedicato il capitolo successivo, tende a far dimenticare che la famosa massa del lavoro oggettivato nel capitale costante forma la base della potenza della classe capitalistica contro il lavoro vivente dei salariati, già amputato dalla paurosa falcidia del plusvalore, il cui saggio non decresce storicamente come quello del profitto, e solo la beota ignoranza del mondo contemporaneo può inscriverla a bilancio nel patrimonio comune a tutta la società nazionale e mondiale.

G) MISTIFICAZIONE DEL CAPITALE, ETC.

È evidente anche al semplice buon senso che tutte le forze produttive appartengono al lavoro e quindi alla classe che lavora, ma il congegno della presente società ed il peso delle idee tradizionali che la infestano induce a credere vanamente che le forze produttive siano proprietà inerenti al capitale. Per conseguenza, il moderno carattere sociale della grande produzione, sociale, col suo favoloso rendimento che ha eclissato quello delle più povere forme passate, viene attribuito a una potenza del capitale anziché alla potenza collettiva del lavoro umano. Il capitalismo tenta di farsi un merito della diminuzione storica dei prezzi degli articoli manufatti derivanti dal lavoro associato, per dirsi padrone di quanto è stato risparmiato, e agitare il suo grande mito dei diminuiti costi di produzione. Con questo ed altri inganni vuol fare dimenticare che rispetto agli antichi regimi egli ha prodotto il nudo rincaro dei mezzi di sussistenza primordiali e trasformata la grande maggioranza dell’umanità in una massa affamata. Mentre la stretta minoranza dei popoli privilegiati e delle stesso loro classi altre vive nella minaccia paurosa delle guerre, delle catastrofiche crisi, delle inflazioni e della penuria generale.

Marx chiude questo capitolo sulla gigantesca mistificazione degli apologisti del capitale con alcune citazioni borghesi classiche, le quali, mostrando di riconoscere che il lavoro è la fonte di tutte le ricchezze, attribuiscono il merito del progresso ai capitalisti industriali che vivono di profitto perché essi soli danno una utile direzione al lavoro attuale, facendo il migliore uso del lavoro accumulato; e aprono così il paradiso a quelli che non recano alcuna parte né al lavoro dei vivi né a quello dei morti.