Terzo imborglio: la “teoria della guerriglia”
La rivendicazione della violenza armata non basta a fare un marxista più che non basti a farlo – nella frase di Marx rimessa scultoreamente in risalto da Lenin – il riconoscimento della lotta di classe: anche il rivoluzionario-nazionale borghese rivendica la prima, e ammette, sebbene non la predichi alla classe oppressa, la seconda. Non è marxista «chi non spinge il riconoscimento della lotta di classe» (di cui la violenza è parte inscindibile) «fino al riconoscimento della dittatura del proletariato»; quindi, chi non possiede la visione dell’intero processo che ad essa dittatura conduce, del suo significato nel quadro della lotta internazionale della classe operaia, del ruolo del partito nella conquista del potere e nel suo esercizio, del terrore rosso contro le sopravvivenze della classe nemica all’interno e gli attacchi della borghesia internazionale all’estero, e infine delle «dispotiche misure di intervento» nei rapporti di proprietà e nelle forme di produzione, destinate a gettare, sempre nel quadro e in funzione della rivoluzione mondiale, le basi dell’economia socialista.
Riconoscere e proclamare l’impiego della violenza può essere molto per il borghese “garibaldino”; è troppo poco per il marxista. Né il primo è salvato dalle “qualità morali” che gli si possono riconoscere, che in genere non si può non riconoscergli e che lo rendono rispettabile come non lo sarà mai l’imbelle predicatore della non-violenza: la rispettabilità dell’avversario non toglie nulla alla sua qualità di avversario.
* * *
In un articolo sulla “teoria della guerriglia” come ultima risorsa o – come dice il giornalismo spicciolo – “terza via” del cosiddetto comunismo d’oggi, apparso nel numero 10 di questo giornale e nel nr. 39 della nostra rivista internazionale “Programme Communiste” – insieme ad un’efficacissima risposta a una lettrice algerina – come pure in un articolo pubblicato nel numero di giugno del “Prolétaire”, è stata ampiamente svolta dal Partito la critica di quelle forme di “antimperialismo borghese” che consistono nel sostituire alla lotta di classe nascente dal fondamentale antagonismo tra capitale e lavoro, una lotta a carattere nazionale, e perfino fra Stati costituiti.
Questa sorgerebbe dai rapporti, considerati decisivi dal punto di vista della rivoluzione sociale, fra paesi sottosviluppati “progressisti” e paesi sviluppati imperialisti, e quindi nel pretendere di attaccare e abbattere quella manifestazione estrema del capitalismo, che è appunto l’imperialismo, senza attaccare e distruggere il capitalismo stesso nell’integralità delle sue strutture.
È stata inoltre definita la posizione dei Castro e dei Guevara, recentissimi “apostati” della Santa Famiglia cremlinesca in nome della rivendicazione della violenza armata, come “stalinismo che si vergogna di sé stesso”, che, cioè, per mettersi a posto la coscienza, condisce il rancido e pantofolesco bagaglio staliniano con l’ingrediente “eroico” della guerriglia accettata e proclamata, ingrediente che ricorda da vicino la romantica concezione, propria degli anarchici, della rivoluzione mediante moltiplicazione di colpi di mano armati di minoranze decise, indipendentemente della lotta di classe.
Quest’ultimo aspetto – non intendiamo qui ritornare sui primi – balza in luce ancora più cruda dalla lettura degli scritti in cui “l’uomo del giorno» Régis Debray, con gran fortuna dei suoi editori francese e italiano, ha dato forma “teorica” alle parole d’ordine castriste e guevariane, ennesimo contributo allo smarrimento e alla confusione nel movimento rivoluzionario proletario. Nulla, qui è buttato a mare della zavorra programmatica dello stalinismo; essa rimane intatta nel suo contenuto popolare, democratico, nazionale, interclassista. quindi radicale-borghese e, al massimo, riformista. Nulla vi è rinnegato della sequela storica di mostruosi tradimenti che dal “socialismo in un solo paese” è andata fino al legalitarismo, al democratismo, alla collaborazione fra le classi, al “policentrismo”. Di tutto ciò, al contrario, la dottrina in questione è figlia legittima, uno dei “cento fiori” possibili, e un fiore specificamente latino-americano.
Solo che la via per arrivarci non è più quella cremlinesca della “coesistenza”; è, sulla scala mondiale, quella dello “scontro” fra i paesi del “campo socialista” – specie se arretrati – e l’imperialismo impersonato dagli U.S.A.
Parallelamente, all’interno di ogni singolo paese, non è più la via del legalitarismo democratico cara ai baracconi elettoraleschi dei diversi P.C., ma quella della guerriglia armata, o, se si preferisce, di un partigianismo adattato a “specifiche condizioni ambientali” e di “terreno”, sconosciute ai paesi di più antica “civiltà» borghese.
Nella storia del movimento operaio l’ideologia di cui si riveste questa reincarnazione dell’opportunismo, malgrado le pretese di “aggiornamento”, è tutt’altro che nuova per degli stalinisti sia pure a disagio. Non v’è nessuna ragione di mettere in dubbio la sincerità del disgusto di un “Che” Guevara e di un Debray per la corruzione, la codardia, la propensione al mercanteggiamento e al compromesso, il conformismo, dei partiti “comunisti” ufficiali dell’America latina (ma che forse nel resto del mondo, questi sono diversi?), come non v’era nessuna ragione, nel primo decennio del secolo, di mettere in dubbio la sincerità della reazione anarco-sindacalista, e del suo teorico Sorel, di fronte alla corruttela gradualista e riformista.
Ma i “barbudos” non si chiedono (quand’anche lo potessero o lo volessero) se tale degenerazione non sia la conseguenza necessaria del passaggio di Mosca e dipendenze nel campo del minimalismo demopopolare, né, quindi, se l’unico modo per uscirne, non sia di far piazza pulita di simile zavorra e tornare ai fondamenti stessi del marxismo, così come gli anarco-sindacalisti non si chiedevano se, per debellare il riformismo, non si dovesse, semplicemente, ritrovare la strada perduta da quello. Per entrambi, esiste una nuova e metafisica ricetta, per curare un imborghesimento che è ai loro occhi di natura essenzialmente morale – e la ricetta si chiama la violenza in sé e per sé, fiamma purificatrice, incendio risanatore; la violenza come categoria o, per dirla alla Sorel, come mito; la violenza purchessia, esercitata da chiunque e per qualsiasi fine – che poi, invariabilmente, diventa il fine della classe dominante.
Ma non facciamo troppo torto ai pur squinternati anarco-sindacalisti: i Debray e compagni stanno perfino al disotto di loro! Nel fumoso irrazionalismo, fra romantico e cinico, di Georges Sorel la violenza aveva come protagonista il proletariato: era un mito anche questo, un’idealizzazione, ma che si incarnava in forme di lotta e di organizzazione inevitabilmente schierate sui fronti dell’antagonismo di classe. Nel fumoso irrazionalismo, misto di romanticismo etico e di tecnicismo militare, di un Régis Debray, la violenza non è esercitata dal proletariato – personaggio inesistente nella sua visione storica – e nemmeno dal popolo, ma dall’individuo che “si dà alla montagna”, schierandosi su un fronte non di guerra di classe; ma di guerriglia nazionale, fianco a fianco dei cento o mille altri individui che, non importa da quali ideologie ispirati, abbiano “scelto” la stessa via.
Per Sorel, la violenza “rigeneratrice”, arma del proletariato, culmina nello sciopero generale; per Debray presuppone, per essere esercitata bene, la fuga da qualunque azione proletaria di massa e il tuffo nel magma indistinto delle élites garibaldine. Sorel idealizza misticamente lo sciopero generale; Debray lo cancella dall’ideologia e dalla storia come spregevole forma di autodifesa economica, quindi necessariamente aperta all’infezione minimalista e al compromesso: lo sciopero è difensivo, quindi intrinsecamente conformista; la guerriglia è offensiva per natura, quindi essenzialmente sovvertitrice.
Occorre ricordare che la stessa cosa si disse, nel ’14, della guerra mondiale? Dalla constatazione che i partiti tradizionali erano affogati nella corruzione e trasudavano codardia, gli anarco-sindacalisti deducevano che il partito politico dovesse sparire dalla scena, per cedere il posto al sindacato: i garibaldini alla Debray liquidano insieme partito e sindacato sostituendoli con i “commandos” partigiani e aggravano la situazione, dal punto di vista della lotta di classe, traendo dalla esperienza sudamericana questo sillogismo di tipo… sociologico: i vecchi partiti ingaglioffiti hanno sede in città: dunque la città ingaglioffisce: dunque la violenza può esercitare la sua funzione rigeneratrice alla sola condizione di rifuggirne come la peste seppellendosi nella boscaglia e nei campi, insomma, tagliando anche fisicamente ogni ponte con la classe operaia, inevitabilmente concentrata nelle grandi agglomerazioni industriali urbane, e cercando appoggio al massimo, nel contadiname disperso. Una variante, tutto sommato, della ”Lunga marcia” di Mao, con gli stessi effetti catastrofici sul moto proletario di classe. E pretenderebbero, costoro di erigersi a ricostruttori dell’Internazionale Comunista!
* * *
Per il marxismo la violenza è di classe: la esercita il proletariato costretto ad impugnarla da spinte deterministicamente emananti dal sottosuolo economico: e l’organo della sua direzione è il partito. Nella mistica guerrigliera, la violenza è esercitata da individui spinti ad unirsi dallo slancio morale (o dall’élan vital?), dall’ardore patriottico, dalla generica volontà di “fare la rivoluzione” e simili; essa non ha organo direttivo perché si dirige da sé, perché “la guerriglia è il partito in gestazione”. Non ha, quindi, programma: prendete le armi, e il programma lo troverete per la strada. Ma è facile, per i marxisti, capire che cosa un programma, la cui genesi si pretenderebbe di abbandonare alla misteriosa indeterminazione della violenza armata, finirà per essere.
Eccolo: «Da nessuna parte – scrive Debray in “Rivoluzione nella rivoluzione?” – la guerriglia ha preteso di formare un nuovo partito, essa punta piuttosto a cancellare al suo interno qualsiasi distinzione di partito e di dottrina fra i suoi combattenti. Ciò che unifica è la guerra e i suoi obiettivi politici immediati. Il movimento guerrigliero incomincia a realizzare l’unità nel suo interno, intorno ai compiti militari più urgenti, che sono già compiti politici: l’unità dei senza-partito e di tutti i partiti rappresentati fra i guerriglieri. Da un punto di vista politico, quello che conta in ultima analisi è far parte della guerriglia, delle Forze Armate di Liberazione. Così, a poco a poco, questo piccolo esercito, nella misura in cui cresce e ottiene le prime vittorie, realizza l’unità di tutti i partiti partendo dalla base».
Eccolo, il programma! È l’unità indifferenziata di tutti i partiti, il fronte popolare, il “blocco nazionale antimperialista”. Castro può ben gridare: Rivoluzione o morte, ma il suo motto resta Patria o morte. E poiché, in questa nebulosa in cui sorelismo, bergsonismo, anarchismo, idealismo, danzano insieme, le parole e i concetti che queste dovrebbero esprimere, perdono ogni valore definito, per diventare forme in cui qualunque contenuto può essere versato dal materno fecondissimo grembo della violenza guerrigliera. Nulla impedisce di chiamare “socialista”, in perfetto stile cremlinesco, anche la più nazionale, patriottica, democratica, riformistica “rivoluzione”.
Castro e Debray, in materia, hanno la bocca buona. Il secondo può dichiarare, senza bisogno di ulteriori dimostrazioni, che, «se l’ideologia dell’Esercito Ribelle cubano non era marxista, l’ideologia dei nuovi comandi militari lo è chiaramente [beato lui che ci vede tanto chiaro], come è chiaramente socialista e proletaria la rivoluzione che si son fissati come obiettivo da raggiungere». Il cerchio è chiuso: rivoluzione nazionale = rivoluzione socialista, e viceversa; il tutto contrabbandato come la prospettiva “leninista” della saldatura fra proletariato e contadiname nelle rivoluzioni doppie e come prologo radioso alla… Internazionale di domani!
* * *
Concludiamo. L’America Latina è in gran fermento, e non saremo noi a guardare con dottorale disprezzo i moti convulsi che si sprigionano, sotto la rabbiosa pressione dell’imperialismo, dal suo sottosuolo sociale.
Non per questo saremo meno duri nel combattere il “formule” che, sovrapponendosi alla spinta gigantesca di rivolte spontanee, impediscono agli schieramenti di classe di precisarsi, definirsi e, infine, prendere la loro strada.
Le masse del mondo intero non hanno bisogno di lezioni di eroismo né di esortazioni morali per andare alla rivoluzione. Hanno bisogno di parole d’ordine chiare che mostrino loro il cammino da battere per colpire sicuramente e decisamente il nemico. Non una versione guerresca, rutilante e garibaldina, del guazzabuglio interclassista attendono le masse proletarie del Sud America, o dell’Asia, o dell’Africa, ma l’indicazione di una via nettamente tracciata, fuori dai blocchi spuri e dalle combinazioni eterogenee fra partiti, classi, sottoclassi, e, peggio, Stati.
Questa esigenza non può essere soddisfatta alla stupida e meschina scala nazionale, che lo stesso imperialismo distrugge nella sua diabolica marcia; è un compito internazionale del proletariato perché solo internazionale può essere il partito.
Senza quest’organo primario nemmeno le rivoluzioni nazionali andranno “fino in fondo”; perché fino in fondo, insegnano Marx e Lenin, possono andare soltanto sotto l’egemonia del proletariato, diretto dal partito di classe, Senza di esso e senza il suo programma non c’è, a maggior ragione, rivoluzione comunista.
Ogni altra “soluzione” è un inganno; e l’inganno, per la classe che lotta per spezzare le sue catene, è tradimento.
Necessità della teoria rivoluzionaria e del partito di classe in America Pt.2
Nel numero scorso, abbiamo cercato di indicare brevemente i limiti storici dell’eroica battaglia dei proletari negri di Newark e Detroit, riconoscendoli in primo luogo nella mancanza non di un’istintiva solidarietà degli sfruttati in pelle bianca (che, in forma più o meno estesa, c’è stata), ma di una corrispondente presa di posizione da parte delle organizzazioni politiche e sindacali che raggruppano l’enorme maggioranza – bianca, ovviamente – dei salariati americani.
La nostra denuncia di codesti organismi, che è d’altronde la denuncia di una lunga storia di invigliacchimento seguito al tramonto dell’impetuosa ondata rivoluzionaria degli I.W.W., trova nuova e schiacciante conferma, proprio in questi giorni, nell’entrata in sciopero nella stessa Detroit dei 160 mila dipendenti della Ford – in questi giorni, dopo che la paurosa sfuriata negra è passata; non allora, quando i due moti potevano confluire in uno solo e gigantesco, capace di scuotere alle fondamenta l’aureo edificio della “prosperità” capitalistica in stelle e strisce.
Va ribadito con forza, perché ricade integralmente sulle organizzazioni sindacali e sui partiti politici operai in America – e in tutto il mondo, prima che dovunque e più che mai in Europa – la responsabilità di qualunque limitazione, deviazione, insufficienza e perfino involuzione mostrino le teorizzazioni che della fiammata del luglio e dell’agosto hanno dato o danno i cosiddetti “leader negri”. Ricadono su quegli organismi venduti alla classe dominante, che non a caso negli Stati Uniti riproducono nella propria struttura e nella propria ideologia le stesse discriminazioni a danno della minoranza negra da cui l’intera società americana è solcata.
Da questa constatazione, che deve fare arrossire i sedicentemente evoluti proletari “non di colore”, bisogna prender le mosse per rispondere al quesito che ci eravamo posti.
Ha, da parte sua, il proletariato negro espresso dal suo seno una forza politica capace di dire la parola che le forze politiche operaie bianche non hanno saputo, né voluto, né per una sconcia tradizione, potuto dire nei giorni di ferro e di fuoco di Detroit?
Una prima constatazione positiva, ovvia del resto perché documentata da tutta la stampa, oltre che facilmente prevedibile per i marxisti, è che di fronte al grido imperioso di quei giorni il blocco eterogeneo della “popolazione negra” si è spezzato nelle sue componenti di classe, ad ulteriore riprova del fondo vigorosamente sociale della rivolta.
Da un lato la borghesia negra – quella che si è dolcemente inserita nel sistema e che a favore dei confratelli “disagiati” non osa chiedere nulla più che miserabili “diritti” da conseguire coi metodi imbelli delle pacifiche marce e della rinunzia alla violenza – ha gettato l’ultima foglia di fico che le restava addosso presentandosi nella vergognosa nudità di paladina dell’ordine costituito. «Se la polizia avesse sparato subito e molto – si è sentito in dovere di urlare il giornale negro “Michigan Chronicle” – i tumulti sarebbero già cessati», chiaro invito al governo, se il caso si ripetesse, a picchiare prima e più sodo! Mentre il solito corteo di leader, più o meno religiosi, invocava riforme, commissioni d’inchiesta, aumento della rappresentanza politica della popolazione di colore, qualche contingente negro in più nella guardia civica, la fine delle discriminazioni nei caffè e negli autobus, ecc., il tutto fra salamelecchi al potere esecutivo e alla “imparzialità” di legislatori e giudici.
Il canagliume borghese non conosce nessuna “color line” – ha una tinta sola, quella della sbirraglia.
Dall’estremo opposto, si sono levate voci di timbro ben diverso, che non solo hanno chiamato i proletari negri a liberarsi dalla supina accettazione del sordido paternalismo dei padroni bianchi (il cosiddetto “ziotomismo”), a boicottare l’infame borghesia negra schieratasi sullo stesso fronte dei borghesi bianchi, a svergognare le ipocrite dichiarazioni dell’unico senatore negro, Brooks, e ad accogliere con le dovute pernacchie il deputato negro Conyers accorso fra i dimostranti nel tentativo di distoglierli dagli atti di “teppismo”. Non hanno esitato a rivendicare il ricorso alla violenza come l’unica arma dal cui impiego senza preconcetti moralistici i super sfruttati lavoratori negri possano attendere un rovesciamento della situazione nella quale da cent’anni marciscono, diversa nella forma ma forse ancor più dura nella sostanza di quella che gli schiavi del Sud avevano cercato (solo in parte riuscendovi) di scrollarsi dosso.
Sono le stesse voci che, poco dopo i fatti di Newark, lanciavano ai proletari negri la parola d’ordine dei rifiuto di vestire la casacca militare per andare a uccidere e farsi uccidere nel Vietnam, perché fossero difesi e, se possibile, rimpinguati i forzieri dei più arroganti padroni capitalistici del mondo.
Queste voci si sono levate, bisogna darne atto, dal partito che si fregia del titolo di Potere Nero e ai cui leader appartengono, ma non ne sono affatto i più significativi, Stokely Carmichael e, ultimo arrivato, Rap Brown, strani relitti di un “comitato di coordinazione degli studenti non violenti” convertitisi oggi alla dottrina della violenza.
Ora come alla gigantesca portata storica dell’elementare esplosione di collera dei proletari negri nulla tolgono le sue debolezze organiche sul piano politico, così il merito di essersi assunta la responsabilità di difenderla in nome della violenza armata nulla toglie a quanto v’è in questa ideologia di fumoso, contraddittorio, negativo, e perfino, sotto certi aspetti francamente reazionario – come è inevitabile nella devastazione mondiale prodotta dallo stalinismo, due volte assassino dell’Internazionale Comunista.
Come tutte le mistiche della violenza in sé e per sé, questa è un sacco in cui ognuno – quindi anche ogni esponente di classi e di dottrine diverse – può pescare ciò che gli piace di più e che gli conviene meglio.
Parlare di “rifiuto del sistema” non è dire nulla, finché non si precisa né il senso del “rifiuto”, né il concetto di “sistema”; come non significa nulla giurare nella “rivoluzione” finché non si sostanzia questa generica professione di fede dandole un contenuto, una direzione e un obiettivo di classe.
Schierandosi sulle posizioni di “Che” Guevara e di Castro, Carmichael non dà forse alla “rivoluzione” invocata il senso borghese di una lotta di liberazione nazionale? Predicare il rifiuto di servire in guerra contro i vietnamiti – che potrebbe significare un ritorno al concetto che il capitalismo si abbatte sul fronte interno, non «creando due, tre, quattro Vietnam» alla periferia – rischia di sboccare nell’invocazione individualistica e passiva dell’obiezione di coscienza, se non si traduce nella formula: trasformare la guerra imperialistica in guerra civile, per l’abbattimento dello Stato borghese e l’instaurazione della dittatura proletaria!
Ma è la stessa insegna del Potere Nero che permette ai più diversi programmi di raccogliersi sotto un unico ombrello e impedisce a quelli che tuttavia partono dalla radice di un’interpretazione di classe del “problema negro” di svolgere tutte le conseguenze implicite nella propria iniziale denuncia.
Non a caso si è sentito, in nome appunto di quella insegna, parlare da alcuni dell’esigenza per i proletari super-sfruttati di pelle scura di organizzarsi in un partito indipendente dalla borghesia della stessa pelle – vilmente integratasi nella classe dominante e nel suo Stato – che contrapponga al belante pacifismo, democratismo e riformismo di quella l’impiego virilmente proclamato della violenza armata. Ma, ancora una volta, per rivendicare con altri metodi la carta straccia dei “diritti civili”, o per rovesciare il “sistema”?
Da altri si sente dire di creare una terza forza che si inserisca fra i due tradizionali partiti americani agendo come dinamico “gruppo di pressione” a favore e nell’interesse generale della popolazione negra. Ma ciò significherebbe ripiombare nell’ideologia piccolo-borghese, parlamentare e legalitaria, cancellando ogni linea di classe nel magma indistinto del popolo, o della razza.
O infine, ed è il peggio, rivendicare la famosa “spartizione” fra i negri e i bianchi, il raggruppamento delle due razze sotto l’autorità di due Stati, obiettivo tanto assurdo e irrealizzabile quanto reazionario perché distrugge la stessa radice sociale del problema e trasferisce sul piano di un conflitto fra Stati quella che dovrebbe essere la lotta spinta alle conseguenze estreme dello scontro armato, fra classi sociali.
Lo stesso Carmichael, proclamando alla conferenza della Organizzazione per la solidarietà latino-americana a Cuba, nello scorso agosto: «La rivoluzione cubana è anche la nostra», e plaudendo al grido di Castro: «La battaglia dei negri per l’affermazione dei loro diritti è paragonabile a quella condotta dai vietnamiti e a suo tempo, dai cubani», avvalora un indirizzo che si risolverebbe nel trapianto in America della guerriglia nazionale (contro… l’esercito, non contro la borghesia americana ed il suo Stato!), per obiettivi conciliabili col principio sancito dalla stessa costituzione statunitense della “resistenza all’oppressione”. Il fine ultimo non sarebbe già la distruzione del meccanismo generatore dell’estorsione di plusvalore dal sudore e dal sangue proletari, ma l’”equa” ripartizione del profitto (o meglio delle briciole del profitto nazionale e mondiale, giacché il capitalismo yankee estorce plusvalore ai proletari di tutto il mondo) fra le classi o, addirittura (come in Castro e Guevara), fra le nazioni, gli Stati, le “razze”.
Rinasce qui la mistica fumosa e controrivoluzionaria della violenza per la violenza, del Potere Negro privato di ogni fondamento storico e sociale, infine di un razzismo alla rovescia.
E ciò significa snaturare, violentare e capovolgere il senso di classe delle giornate di Detroit.
Ma abbiamo detto che un’interpretazione di classe esiste purtuttavia nel blocco indistinto e dietro la cortina fumogena del Potere Negro, e se ne può riconoscere la voce nelle parole e negli scritti di James Broggs.
Il concetto è qui che il proletariato negro in America è l’espressione spinta all’estremo dello sfruttamento capitalistico, «l’immagine delle contraddizioni che la società americana [solo americana?] non può risolvere né sul piano nazionale né su quello internazionale»: esso, il super-sfruttato per eccellenza, deve quindi levare la bandiera della rivoluzione sociale che gli operai bianchi hanno lasciata cadere; esso che non può aspettare per fare questa rivoluzione che gli operai bianchi, imbastarditi dal pacifismo dei loro falsi profeti, si decidano finalmente a muoversi.
Parole forti, ma che si autodistruggono, perché, da questa consapevolezza di rappresentare, in un certo senso, la classe proletaria “allo stato puro”, dovrebbe scaturire l’orgoglioso proclama: «Noi, in quanto vittime dello sfruttamento più indegno ad opera del Capitale leviamo la bandiera della dittatura comunista in nome di tutti gli sfruttati, qualunque sia il colore della loro pelle».
Quando Broggs dice: «Ieri il concetto di potere operaio esprimeva la forza sociale rivoluzionaria della classe operaia organizzata entro il processo della produzione capitalistica. Oggi il concetto di potere nero esprime la nuova forza sociale rivoluzionaria della popolazione negra (…) una forza sociale rivoluzionaria che deve lottare contro gli operai e i ceti medi che beneficiano del sistema fondato sulla oppressione e sullo sfruttamento dei negri, e gli danno il loro appoggio», ha ragione in quanto si scaglia contro l’aristocrazia operaia e alle vili mezze classi.
Ma quando ne deduce: «Aspettarsi che la lotta per il potere negro comprenda gli operai bianchi (tutti, anche i super sfruttati, i manovali, i diseredati di mille provenienze?) nella lotta negra significa aspettarsi che la rivoluzione accolga il nemico nel proprio campo», egli trasforma quella che potrebbe essere ed istintivamente è la punta avanzata di una rinascita rivoluzionaria classista nella retroguardia di un moto nazionale e razziale oscurantista.
Così come vi ricade quando, partendo dalla giusta constatazione che un’altissima percentuale di cittadini negri degli Stati Uniti è spedita a svenarsi e ad uccidere altri proletari nel Vietnam, non si sogna di levare il grido: Compagni in casacca militare, bianchi come noi siamo neri, seguiteci nella rivolta contro il comune nemico, l’imperialismo capitalistico! Fraternizziamo insieme con coloro che ci si obbliga a considerare nemici!
Per amara che sia, la constatazione va fatta: non nell’azione pratica, ma nell’indirizzo politico e nella sua traduzione in dottrina e programma, neppure dal seno dell’eroico proletariato negro si è levata – ma è colpa nostra, di noi militanti degli orgogliosi paesi capitalistici avanzati – la parola che sola può spalancare le porte dell’avvenire: Proletari di tutto il mondo, di tutte le razze, di tutti i paesi, unitevi per l’abbattimento del regime capitalistico e per l’instaurazione della vostra dittatura!
Non potere negro, ma potere proletario.
Così, una volta di più, la necessità della teoria rivoluzionaria marxista e del partito di classe, suo portatore e suo organo di battaglia, in America – e dire America è dire il mondo – è posta con drammatica urgenza dalla grande luce e dalle terribili ombre dei fatti di Newark e di Detroit.
L'AZIONE DEL PARTITO COMUNISTA D'ITALIA Sezione della III Internazionale nel movimento sindacale e nella classe operaia (pt. 1)
Iniziamo la pubblicazione dei testi e delle disposizioni che la Sinistra Comunista elaborò, anche prima di costituirsi in Partito Comunista nel gennaio 1921 a Livorno, e attraverso i quali i proletari potranno seguire tangibilmente la continuità storica e programmatica dell’attuale formazione del Partito di classe, il Partito Comunista Internazionale.
In tal modo si comprenderà anche che il programma del Partito di classe non sorge dalla testa del genio individuale, né dipende dalla mutevolezza dei tempi, ma costituisce il prodotto della lotta rivoluzionaria della classe operaia codificato in norme e dettati che presiedono all’azione del Partito e guidano la classe dei salariati; norme e dettati che non possono sconfinare dai principi di dottrina e di teoria se non si vuole che deformino irreparabilmente il Partito stesso sino ad invertire le direttive di marcia, come è irrefutabilmente provato dalla storia della degenerazione dei partiti della III Internazionale.
La fedeltà ai principi non è, quindi, un «lusso teorico» del Partito, ma una questione di vita o di morte per la rivoluzione comunista, come non è un atteggiamento volontaristico quello di esplicare il massimo possibile di lavoro collettivo per proporre alla classe il programma comunista, ma costituisce l’esistenza stessa dell’organizzazione del Partito.
Il nostro Partito rivendica quindi integralmente questa tradizione e la pone alla base della sua attività non per farsene un ornamento, ma per conformare ad esso la sua azione rivoluzionaria e continuare il colossale lavoro di preparazione al prossimo assalto proletario, per abilitarsi a dirigerlo contro lo Stato capitalista e per il trionfo del comunismo.
DALLE TESI DELLA FRAZIONE COMUNISTA ASTENSIONISTA DEL P.S.I.
(Luglio 1920)
La Sinistra Comunista non attese di costituirsi in organizzazione formalmente separata dal P.S.I. per formulare il programma comunista, come attestano le «tesi» qui riprodotte sulle questioni specifiche del partito e dei sindacati.
Livorno rappresenta la liberazione del programma comunista dall’organizzazione soffocatrice dell’opportunismo socialista. Il Partito Comunista doveva continuare l’azione già intrapresa nel P.S.I. e svilupparla al massimo grado, sulla base della riaffermazione di direttive decisamente già acquisite.
DALLA PARTE II
10. Le organizzazioni economiche professionali non possono essere considerate dai comunisti né come organi sufficienti alla lotta per la rivoluzione proletaria, né come organi fondamentali della economia comunista.
«L’organizzazione in sindacati professionali vale a neutralizzare la concorrenza tra gli operai dello stesso mestiere e impedisce la caduta dei salari ad un livello bassissimo, ma, come non può giungere alla eliminazione del profitto capitalistico, così non può nemmeno realizzare l’unione dei lavoratori di tutte le professioni contro il privilegio del potere borghese. D’altra parte, il semplice passaggio della proprietà delle aziende dal padrone privato al sindacato operaio non realizzerebbe i postulati economici del comunismo, secondo il quale la proprietà deve esserne trasferita a tutta la collettività proletaria essendo questa l’unica via per eliminare i caratteri dell’economia privata nell’appropriazione e ripartizione dei prodotti.
«I comunisti considerano il Sindacato come il campo di una prima indispensabile esperienza proletaria, che permette ai lavoratori di procedere oltre verso il concetto e la pratica della lotta politica il cui organo è il partito di classe.
«11. È in genere un errore credere che la rivoluzione sia un problema di forma di organizzazione dei proletari secondo gli aggruppamenti che essi formano per la loro posizione e i loro interessi nel quadro del sistema capitalistico di produzione.
«Non è quindi una modifica della struttura di organizzazione economica che può dare al proletariato il mezzo efficace per la sua emancipazione.
«I Sindacati d’azienda o consigli di fabbrica sorgono quali organi per la difesa degli interessi dei proletari delle varie aziende, quando comincia ad apparire possibile il limitare l’arbitrio capitalistico nella gestione di esse. L’acquisto da parte di tali organismi di un più o meno largo diritto di controllo sulla produzione non è però incompatibile col sistema capitalistico e potrebbe essere per questo una risorsa conservativa.
«Lo stesso passaggio ad essi della gestione delle aziende non costituirebbe (analogamente a quanto si è detto per i sindacati) l’avvento del sistema comunistico. Secondo la sana concezione comunistica il controllo operaio sulla produzione si realizzerà solo dopo l’abbattimento del potere borghese come controllo di tutto il proletariato unificato nello stato dei consigli sull’andamento di ciascuna azienda; e la gestione comunistica della produzione sarà la direzione di essa in tutti i suoi rami e le sue unità da parte dei razionali organi collettivi che rappresenteranno gli interessi di tutti i lavoratori associati nell’opera di costruzione del comunismo.
DALLA PARTE III
«4. Il partito comunista svolge un intenso lavoro interno di studio e di critica, strettamente collegato all’esigenza dell’azione ed alla esperienza storica, adoperandosi ad organizzare su basi internazionali tale lavoro. All’esterno esso svolge in ogni circostanza e con tutti i mezzi possibili l’opera di propaganda delle conclusioni della propria esperienza critica e di contraddizione alle scuole ed ai partiti avversari. Soprattutto il partito esercita la sua attività di propaganda e di attrazione tra le masse proletarie specie nelle circostanze in cui esse si mettono in moto per reagire alle condizioni loro create dal capitalismo, ed in seno agli organismi che i proletari formano per proteggere i loro interessi immediati.
«5. I comunisti penetrano quindi nelle cooperative proletarie, nei sindacati, nei consigli di azienda, costituendo in essi gruppi di operai comunisti, cercando di conquistarvi la maggioranza e le cariche direttive per ottenere che la massa di proletari inquadrata in tali associazioni subordini la propria azione alle più alte finalità politiche e rivoluzionarie della lotta per il comunismo.
DAL MANIFESTO AI LAVORATORI D’ITALIA
(Da Il Comunista, 30 Gennaio 1921).
Costituitosi a Livorno nel gennaio 1921, il Partito comunista lanciò un manifesto al proletariato, nel quale si spiegavano e commentavano le ragioni storiche della scissione e i caratteri nuovi del Partito comunista rispetto ai vecchi partiti socialisti. Il Partito comunista si presenta alle masse operaie come partito d’azione rivoluzionaria, per la quale organizza la sua compagine e alla quale chiama tutti i proletari, con cui si lega nei posti di lavoro e nei sindacati economici attraverso la sua rete organizzativa.
«Attraverso l’intimo contatto con le masse lavoratrici, in tutte le occasioni in cui queste siano spinte ad agitarsi dall’insofferenza delle loro condizioni di vita, il Partito comunista svolgerà la migliore propaganda dei concetti comunisti, suscitando nel proletariato la coscienza delle circostanze, delle fasi, delle necessità che si presenteranno in tutto il complesso svolgimento della lotta rivoluzionaria.
«Con la rigorosa disciplina della sua organizzazione interna, il Partito comunista si organizzerà in modo da essere capace di inquadrare e dirigere sicuramente lo sforzo rivoluzionario del proletariato.
«La propaganda, il proselitismo, l’organizzazione e la preparazione rivoluzionaria delle masse saranno basate sulla costituzione di gruppi comunisti, che raccoglieranno gli aderenti al partito che lavorano nella medesima azienda, che sono organizzati nel medesimo sindacato, che, comunque, partecipino ad uno stesso aggruppamento di lavoratori. Questi gruppi o cellule comuniste agiranno in stretto contatto con il partito, che assicurerà la loro azione d’insieme, in tutte le circostanze della lotta. Con questo metodo i comunisti muoveranno alla conquista di tutti gli organismi proletari costituiti per finalità economiche e contingenti, come le leghe, le cooperative, le Camere del Lavoro, per trasformarle in istrumenti dell’azione rivoluzionaria diretta dal Partito.
«Il Partito comunista intraprenderà così, fedele alle tesi tattiche dell’Internazionale sulla questione sindacale, la conquista della Confederazione generale del lavoro chiamando le masse organizzate ad un’implacabile lotta contro il riformismo ed i riformisti che vi imperano.
«Il Partito comunista non invita quindi i suoi aderenti ed i proletari che lo seguono ad abbandonare le organizzazioni confederali, bensì li impegna a partecipare intensamente all’aspra lotta che si inizia contro i dirigenti. Non è certo, questo, breve e facile compito, soprattutto oggi che molti sedicenti avversari del riformismo depongono la maschera e passano apertamente dalla parte dei D’Aragona, con i quali militano insieme nel vecchio partito socialista. Ma appunto per questo il Partito comunista fa assegnamento sull’aiuto di tutti gli organi proletari sindacali che conducono all’esterno la lotta contro il riformismo confederale, e li invita, con un caldo appello, a porsi sul terreno della tattica internazionale dei comunisti, penetrando nella Confederazione per sloggiare i controrivoluzionari con una risoluta e vittoriosa azione comune.«I membri del Partito comunista, rivestiti di cariche elettive nei comuni, nelle province e nel parlamento, restano al loro posto con mandato di seguire la tattica rivoluzionaria decisa dal Congresso internazionale e con subordinazione assoluta agli organi direttivi del partito.«Una parte dei giornali del vecchio partito resta al Partito comunista, tra questi i quotidiani Ordine nuovo di Torino e il Lavoratore di Trieste.«Organo centrale del Partito sarà Il Comunista, bisettimanale, pubblicato a Milano, ove ha sede il Comitato esecutivo del Partito.«Questo, nelle grandi linee, è il piano d’azione che il Partito comunista si propone, e per l’esplicazione del quale conta sulla adesione entusiastica della parte più cosciente del proletariato italiano.«Gli avvenimenti attraverso i quali il Partito comunista d’Italia si è costituito dimostrano come esso corrisponda ad una necessità irresistibile dell’azione proletaria, e dimostrano come esso sorga quale unico organo capace di condurre alla vittoria la classe lavoratrice italiana.«Il programma di lotta del Partito comunista dimostra che esso soltanto potrà applicare, nell’azione rivoluzionaria, i risultati delle esperienze italiane ed estere della lotta di classe e le deliberazioni dell’Internazionale comunista.«Il vecchio Partito socialista, nel Congresso di Livorno, ha perduto nello stesso momento le energie e l’audacia della sua parte più giovane, ed il migliore contenuto dell’esperienza delle sue lotte passate, che si riassume nell’affermazione di quel metodo rivoluzionario, di cui oggi il rappresentante è il Partito comunista.«Il vecchio Partito socialista, nel Congresso di Livorno, è sulla via fatale che ha come ultimo sbocco la controrivoluzione.
Esso è squalificato dinanzi agli occhi del proletariato italiano, ed è destinato, d’ora innanzi, a vivere solo delle pericolose simpatie borghesi, il cui coro già si eleva intorno ad esso. È il partito in cui la destra, coi suoi Modigliani ed i suoi D’Aragona è moralmente padrona, e gl’intransigenti rivoluzionari, i massimalisti, i comunisti di ieri, recitano la parte di servitori del riformismo.
« Lavoratori italiani!
« Il vostro posto di battaglia è col nuovo partito, è nel nuovo partito. Attorno alla sua bandiera che è quella dell’Internazionale dei lavoratori rivoluzionari di tutto il mondo, dovete stringervi per la grande lotta contro lo sfruttamento capitalistico.
« Il Partito comunista d’Italia, nel chiamarvi a raccolta per le battaglie della rivoluzione sociale, si sente in diritto di salutare a nome vostro i lavoratori di tutto il mondo, inviando all’Internazionale comunista di Mosca, invincibile presidio della rivoluzione mondiale, il grido entusiasta di solidarietà dei proletari e dei comunisti italiani.
« Contro tutte le resistenze del sistema sociale borghese, contro tutte le insidie dei falsi amici del proletariato, contro tutte le debolezze e le transazioni, avanti per la vittoria rivoluzionaria, al fianco dei comunisti del mondo intero!
« Abbasso i rinnegati ed i traditori della causa proletaria!
« Viva la III Internazionale comunista!
« Viva la rivoluzione comunista mondiale!
Il Comitato Centrale del Partito Comunista d’Italia
MOZIONE COMUNISTA AL CONGRESSO DI LIVORNO DELLA C.G.L.
(Da Il Comunista, 24 febbraio 1921)
Il Congresso confederale consente al Partito di dare un saggio di esemplare formulazione del raccordo tra partito di classe e sindacati.
I comunisti, mentre denunziano il patto di alleanza tra C.G.d.L. e Partito socialista, sollecitano però che i sindacati ispirino la loro azione alle direttive del Partito comunista; e non postulano alcuna «autonomia» per battere la politica controrivoluzionaria dei bonzi di allora, peraltro richiesta e ritenuta indispensabile antidoto di classe da anarchici e sindacalisti.
Gli opportunisti e i bonzi odierni hanno fatto proprio l’autonomismo anarco-sindacalista all’unisono col sindacalismo borghese e confessionale, confermando così la giustezza dell’indirizzo del partito che rivendica la concezione leninista del sindacato «cinghia di trasmissione».
«Il Congresso della Confederazione generale del lavoro, dopo discussione in merito ai rapporti internazionali ed ai rapporti col partito proletario, considerato:
«che la situazione determinata in tutto il mondo capitalistico dalla grande guerra del 1914-1918 non può risolversi che nella lotta rivoluzionaria del proletariato di tutti i paesi contro la borghesia, per strapparle la direzione della società;
«che la struttura ed i metodi dei vecchi organismi proletari, sia sindacali che politici, dinanzi ai problemi della guerra e del dopoguerra, si sono rivelati inadatti alla lotta per la emancipazione delle masse, degenerando nella larvata od aperta collaborazione con la classe dominante;
«che dalla situazione e dalle esperienze rivoluzionarie determinate dalla guerra son sorte le direttive per la riorganizzazione del movimento proletario mondiale, con l’organizzarsi della nuova Internazionale comunista;
«che l’unica via che può condurre all’emancipazione dei lavoratori dal giogo del salariato è quella tracciata nel programma e nei metodi dell’Internazionale comunista attraverso il rovesciamento violento del potere borghese e l’instaurazione della dittatura proletaria nel regime dei consigli dei lavoratori, che attuerà la demolizione del sistema economico del capitalismo e la costruzione della nuova economia comunista;
«che strumento principale della lotta proletaria per realizzare questi obiettivi è il partito politico di classe, il partito comunista, che in ogni paese costituisce la sezione della terza Internazionale;
«che i sindacati operai, volti dalla politica socialdemocratica dei dirigenti riformisti e piccoloborghesi ad una pratica antirivoluzionaria di collaborazione di classe, possono e devono essere fattori importantissimi dell’opera rivoluzionaria, quando ne sia radicalmente rinnovata la struttura, la funzione, la direttiva, strappandoli al dominio della burocrazia dei funzionari attuali;
«che la tattica che la terza Internazionale adotta per conseguire tali obiettivi esclude e condanna l’uscita delle minoranze rivoluzionarie dalle file dei sindacati diretti da riformisti, ma prescrive ad esse di lavorare e lottare dall’interno con la propaganda dei principii comunisti, con la critica incessante all’opera dei capi, con l’organizzazione di una rete di gruppi comunisti nelle aziende e nei sindacati strettamente collegata al Partito comunista, allo scopo di conquistare a questo la direzione del movimento sindacale e dell’insieme dell’azione di classe del proletariato;
«riconosce indispensabile la creazione, al fianco dell’Internazionale comunista di Mosca, di un’Internazionale di sindacati rivoluzionari; finalità raggiungibile solo con l’uscita dalle confederazioni sindacali conquistate da comunisti dall’Internazionale sindacale gialla di Amsterdam, organismo nel quale si perpetuano i metodi disfattisti della seconda Internazionale, e attraverso il quale gli agenti dissimulati della borghesia, e di quella sua organizzazione di brigantaggio che si chiama la Lega delle Nazioni, tendono a conservare un influsso sulle grandi masse proletarie;
«ritiene che queste confederazioni sindacali nazionali, ed anche le minoranze comuniste organizzate nel seno dei sindacati riformisti debbano aderire alla Internazionale sindacale rossa di Mosca, che a lato dell’Internazionale politica raccoglie tutti gli organismi sindacali che sono per la lotta rivoluzionaria contro la borghesia.
Per conseguenza il Congresso delibera che la Confederazione generale del lavoro italiana:
a) si distacchi dall’Internazionale sindacale di Amsterdam;
b) rompa il patto di alleanza col Partito socialista italiano, sia perché tale patto è inspirato a superati criteri tattici socialdemocratici, sia perché il partito stesso è fuori dalla terza Internazionale;
c) aderisca incondizionatamente all’Internazionale sindacale di Mosca, e partecipi al suo imminente Congresso mondiale per sostenervi le direttive sindacali sopra richiamate, ossia quelle contenute nelle tesi sulla questione sindacale approvate dal secondo Congresso mondiale dell’Internazionale comunista;
d) inspiri a queste direttive i suoi rapporti col Partito comunista di Italia, unica sezione italiana della terza Internazionale, riconoscendo in esso l’organismo cui spetta la direzione dell’azione di classe del proletariato italiano».
AI LAVORATORI ORGANIZZATI NEI SINDACATI, PER L’UNITÀ PROLETARIA
(Da Il Comunista, 8 maggio 1921)
Alla definizione del «fronte unico» il Partito fa seguire l’appello per la realizzazione dell’unione delle forze operaie, rivolgendosi a tutti i lavoratori con un chiaro programma di azione pratica immediata che interessa tutta quanta la classe, più che mai pressata e coartata dalla duplice azione delle forze padronali e statali, unite per schiacciare le condizioni di vita delle masse proletarie. Il Partito non pone nessuna pregiudiziale dottrinaria e ideologica per la realizzazione del fronte unico di tutti i lavoratori, conscio e sicuro che il prevalere dell’indirizzo comunista è affidato alla chiarezza del programma e alle condizioni obiettive che incalzano ogni raggruppamento politico sospingendolo verso l’estrema posizione di sinistra.
« Compagni!
Per il Partito comunista uno dei problemi che si pongono in primissima linea tra quelli della preparazione rivoluzionaria è il problema sindacale.
« In tutti i paesi del mondo la questione è all’ordine del giorno.
Il grado di coscienza e di forza rivoluzionaria della classe lavoratrice è collegato strettamente alla situazione delle organizzazioni economiche, nelle cui file si raggruppano i lavoratori di tutte le categorie, di tutte le professioni.
In Italia il Partito comunista, al suo sorgere, si trova davanti ad una situazione che se non è sostanzialmente diversa, certo non è meno difficile ad essere affrontata di quella degli altri paesi, dal punto di vista dei rapporti del Partito con le grandi masse organizzate, della propaganda del comunismo e dell’efficiente preparazione rivoluzionaria.
« Il Partito socialista, dalla scissione del quale il nostro partito è recentemente sorto, ha sempre nella sua opera affiancato la più numerosa delle grandi organizzazioni sindacali italiane: la Confederazione generale del lavoro. Da questa negli anni precedenti alla guerra si staccarono molte organizzazioni allorché dal Partito socialista uscirono i sindacalisti: ed ancora oggi quelle organizzazioni sono nazionalmente collegate in un altro organismo, la Unione sindacale italiana.
« Vi sono poi delle grandi organizzazioni nazionali di categoria che, dinanzi a questa situazione, non sapendo scegliere tra le due centrali sindacali esistenti, sono estranee ad entrambe: il Sindacato ferrovieri italiani, la Federazione dei lavoratori del mare, la Federazione lavoratori dei porti e qualche altro minore raggruppamento sindacale. S’intende che qui non parliamo neppure di quei movimenti a carattere pseudo-sindacale, che apertamente affiancano partiti dichiaratamente borghesi, spesso sotto la solita maschera reazionaria dell’apoliticità, e sono sorti ad opera di popolari, interventisti o fascisti.
« Nell’uscire dal Partito socialista, i comunisti hanno considerato il problema sindacale secondo le vedute che derivano dalla loro dottrina marxista e dalla disciplina, incondizionatamente da essi osservata, alle direttive tattiche della terza Internazionale.
«Secondo i comunisti italiani e di tutti i paesi, il mezzo più efficace per far guadagnare terreno alle tendenze rivoluzionarie tra le masse organizzate, non è quello di scindere quei sindacati che si trovino nelle mani di dirigenti destreggianti, riformisti, opportunisti, controrivoluzionari. Tagliati i ponti, nazionalmente come internazionalmente, con questi traditori della classe lavoratrice; costituito nel Partito politico comunista l’organismo che abbraccia i soli lavoratori pienamente coscienti delle direttive rivoluzionarie dell’Internazionale comunista; i membri e i militanti del partito rivoluzionario non escono dai sindacati, non spingono le masse ad abbandonarli e boicottarli, ma dentro di essi, dall’interno dell’organizzazione economica, impostano la più fiera lotta contro l’opportunismo dei capi.
Senza qui ripetere tutte le ragioni di principio e le esperienze pratiche su cui si basa questa precisa e immutabile tattica adottata dai comunisti del mondo intiero, vogliamo esprimere la convinzione che tutti i lavoratori italiani abbiano ben compreso lo spirito dell’atteggiamento preso dai comunisti col non uscire dalla Confederazione del lavoro, notoriamente diretta da elementi riformisti, che sono sempre stati alla estrema destra del vecchio partito, che sono responsabili di tutta una costante politica antirivoluzionaria, di una vera serie di tradimenti a danno del proletariato italiano e di compromessi con la borghesia.
«Noi siamo più che qualsiasi altro aggruppamento di operai rivoluzionari decisi a lottare contro la politica di quei nemici della nostra causa. Se credessimo che un altro metodo, poniamo quello di uscire in massa dalla Confederazione per entrare nell’Unione sindacale italiana o di fondare un altro organo nazionale sindacale, offrisse un vantaggio nella lotta contro i D’Aragona e C. della Confederazione e conducesse più rapidamente a liquidarli, noi questo altro metodo abbracceremmo con entusiasmo. Ma così non è: Se il nostro Partito avesse preso quell’atteggiamento, avrebbe fatto il più gran piacere e reso il servigio migliore ai controrivoluzionari che siedono sui supremi scanni confederali.
Tra le tante prove che nei nostri scritti di propaganda sono recate di questa elementare verità, efficacissima è quella che in molti altri paesi del mondo i socialdemocratici hanno intrapreso una campagna per escludere con ogni mezzo più sleale, dai sindacati da loro capeggiati, quegli organizzati e quegli organizzatori comunisti che come benissimo essi andavano accorgendosi minavano le basi della loro dittatura, aprendo gli occhi alle masse.
Questo accenna a verificarsi anche in Italia come risposta dei capi della Confederazione e di certe grandi organizzazioni alla campagna vigorosamente da noi iniziata e svolta contro di essi nel seno delle organizzazioni stesse. Il Partito comunista ha rapidamente affasciato le forze sindacali che ad esso fanno capo, ed organizzato l’opposizione ai riformisti ossia a tutti i socialisti, che nulla più distingue oggi i Serrati dai Turati e dai D’Aragona dominanti nella massima nostra organizzazione. Una prima battaglia si è avuta al congresso confederale di Livorno, e battaglie parziali si svolgono ogni giorno, in seno alle Leghe, alle Camere del lavoro, alle Federazioni nazionali.
Nessun lavoratore organizzato, sia esso comunista, sindacalista od anarchico, vorrà dunque vedere una contraddizione tra la nostra presenza nelle file della Confederazione, e la nostra fermissima risoluzione ad una lotta a fondo contro i suoi capi attuali.
Oltre agli operai comunisti, vi sono migliaia e migliaia di altri organizzati avversi fieramente alle direttive dei riformisti confederali e sono appunto molti di quelli compresi nelle altre organizzazioni che più sopra abbiamo ricordato. È a questi nostri compagni, organizzati od organizzatori, che intendiamo rivolgere il nostro appello.
Sappiamo benissimo, e non abbiamo nessuna ragione di dissimulare, che vi sono divergenze di vedute politiche tra i comunisti, i sindacalisti, e gli anarchici. Sappiamo altresì molto bene che queste differenze si riflettono anche sull’atteggiamento che ciascuna di tali tendenze piglia appunto in merito alle questioni sindacali.
Ma queste tendenze hanno questa posizione comune: togliere il dominio sulle masse lavoratrici ai riformisti, ai socialpacifisti, ai negatori e sabotatori di ogni azione rivoluzionaria. Nel campo internazionale tutte queste tendenze, come sono contro la defunta seconda Internazionale politica dei traditori, così sono aspramente avverse all’Internazionale sindacale di Amsterdam, che considerano concordemente come un’organizzazione di traditori asserviti alla borghesia imperialista mondiale, alle lega dei grandi capitalismi negrieri dell’Intesa.
Sindacalisti ed anarchici hanno con le tesi dell’Internazionale comunista politica divergenze che li trattengono fuori dalle sue file e dalla precisa sua disciplina. Ma quelle divergenze, che dividono organismi politici e scuole politiche proletarie, non hanno ragione di dividere il movimento sindacale, che deve contare sul grosso dell’effettivo numerico proletario. Sindacalisti ed anarchici possono accettare il piano di azione dei comunisti contro Amsterdam: demolire l’Internazionale sindacale gialla, non col boicottare i sindacati nazionali ad essa affiliati, perché comprendono il grosso del proletariato organizzato, la cui dirigenza è, con una serie di espedienti ben noti, usurpata dai grandi mandarini sindacali, ma lottare dentro questi organi nazionali sindacali per strapparli uno ad uno alla tutela insidiosa dei gialli di Amsterdam.
Quindi, a fianco dell’Internazionale comunista politica, sorge l’Internazionale sindacale, alle cui file convergono tutti i lavoratori organizzati con l’obiettivo della lotta contro la borghesia fino al rovesciamento di questa. Quest’Internazionale sindacale rivoluzionaria rossa, contrapposta senza possibilità di confusione a quella opportunista e gialla di Amsterdam, terrà prossimamente il suo Congresso mondiale, e ad esso prenderanno parte tutti i sindacati che accettano la lotta contro la borghesia e contro l’opportunismo riformista.
In Italia la proposta, ventilata da alcuni elementi di sinistra del movimento operaio, che i comunisti, uscendo con le notevoli loro forze sindacali dalla Confederazione del lavoro, dessero opera a costituire un più grande organismo sindacale rivoluzionario se dimostra non esatta conoscenza della posizione presa dai Comunisti in Italia e fuori sul problema sindacale, dimostra però anche la tendenza ad intensificare con tutte le forze sindacali di sinistra la lotta per distruggere l’influenza nefasta dei riformisti sulle masse, salvo a delineare poi più esattamente le nuove direttive da adottare, e se esse debbano essere quelle dei comunisti, dei sindacalisti o anarchici. ”Mentre d’altra parte i comunisti fanno una questione fondamentale della loro presenza nella Confederazione, i lavoratori organizzati nell’Unione sindacale e negli altri organismi non solo non sono per principio fautori dell’esistenza di due opposti organismi operai, ma spesso hanno dimostrato e dichiarato di essere propensi all’unificazione delle organizzazioni sindacali italiane.” Se ferme restando le differenze di dottrina e di metodo vi è un ostacolo da togliere di mezzo, questo è il dubbio, che noi riteniamo dissipato, che l’atteggiamento dei comunisti sia dettato da poca decisione nella lotta antiriformista anziché, come vedemmo, dal proposito di colpire i riformisti nel punto più vulnerabile e nel modo più deciso. ”Tutte le forze sindacali che sono contro la politica disfattista e rovinosa dei riformisti, potrebbero dunque porsi sulla piattaforma comune di lavorare nella Confederazione contro i suoi capi attuali, realizzando la fusione di tutte le organizzazioni sindacali, ma soprattutto la massima messa in valore di tutte le opposizioni alla politica del social-tradimento che tante volte ha compromesso le sorti delle lotte decisive del proletariato italiano.”
”Compagni lavoratori! È per tutte queste ragioni, su cui dovete portare la massima attenzione, che il Partito comunista, assolvendo un suo formale impegno e preciso dovere, lancia il suo appello per la entrata nella Confederazione di tutti i sindacati proletari rossi che ne sono fuori.”
A questo risultato si oppongono mille sottili artifizi burocratici e procedurali, che i maneggiatori riformisti sfrutteranno al massimo. Lo sappiamo. Ma lo scopo di tutte queste macchinazioni, di quest’ostruzionismo burocratico, sotto il quale è soffocato il proletariato organizzato, è appunto quello di escludere gli elementi rinnovatori, che soli potrebbero condurre la massa dei loro compagni a scuotere la dittatura dei bonzi. Tenersi fuori per paura di queste loro armi sleali, ma non invincibili, è il modo più diretto di dar battaglia vinta a questi nostri avversari.
« Il Partito comunista si rivolge a tutti i compagni lavoratori dell’industria e dell’agricoltura e alle loro organizzazioni, che sono al di fuori della Confederazione, e li invita caldamente a superare gli ostacoli derivanti da piccole questioni di procedura e di forma per badare alla sostanza.
«Il Partito comunista è convinto che quei lavoratori, che sentono insormontabile la repugnanza per gli elementi di destra del movimento operaio, intenderanno come diverso e più leale sia incomparabilmente questo suo appello dalle ipocrite dichiarazioni che i socialdemocratici fanno quando a lor volta parlano di unità sindacale. Il recente Congresso confederale votava unanime un analogo invito, ma esso aveva senso e valore ben diverso dal nostro, e noi domandiamo che col nostro non venga confuso. Mentre nelle masse organizzate vive spontaneo e diffuso il desiderio dell’unità proletaria, nell’intendimento dei capi socialisti che a Livorno ostentarono di votare questo principio, si cela una sottile ipocrisia, e l’intendimento di precludere con un’abile politica di ostruzionismo la via ad una valorizzazione delle forze a loro avverse. Essi sottilmente confondono l’unità delle masse organizzate con la benevola neutralità verso di loro, col disarmo dell’opposizione all’attuale maggioranza confederale da loro diretta. Noi, all’opposto, vediamo nell’unità organizzativa delle masse sindacale la condizione indispensabile per menare felicemente a termine la campagna contro l’opportunismo annidato nel movimento proletario, e che pretende di parlare in nome del proletariato mentre fa un’opera che solo avvantaggia la borghesia. Noi quindi esortiamo ancora gli organizzati, che sono in organismi estranei alla Confederazione, a vincere le esitazioni. Non si tratta di andare verso gli opportunisti, di accogliere un loro invito impegnandosi a risparmiarli ma di accettare dal Partito comunista e dall’Internazionale di Mosca la proposta di adottare un metodo tattico che vuole servire e servirà a smontare spietatamente la dittatura dei controrivoluzionari e degli opportunisti sulle masse sindacale.
«Certo, dopo che questo nostro appello e tutta l’opera nostra avranno e noi ardentemente lo auguriamo _ convinto i lavoratori a cui ci rivolgiamo, non pochi altri problemi ed ostacoli si presenteranno, per giungere alla sistemazione del movimento sindacale italiano, in relazione naturalmente a quello internazionale, nel senso da noi auspicato.
«Noi confidiamo però che non si tratterà di problemi insolubili e di ostacoli insormontabili, purché vi si ponga della buona volontà, della chiarezza della sincerità. Noi confidiamo, che la nostra parola non cadrà nel vuoto, che della questione come noi la tratteggiano si occuperanno le assemblee proletarie, tutti gli organismi che raggruppano i lavoratori d’ogni categoria; che ognuno porterà il suo contributo perché i punti più difficili del lavoro da compiere siano felicemente superati. Chi questo avrà fatto avrà fatto il suo dovere verso la causa della rivoluzione proletaria.
«Il Partito comunista attende con interesse l’esito di questa sua iniziativa, esso impegna al suo successo tutte le energie di cui dispone; l’attività di tutti i suoi aderenti, e soprattutto degli
orgorganizzati, degli organizzatori, delle organizzazioni, che sono sulle direttive del Partito, tanto nel seno della Confederazione che degli altri organismi sindacali.
Il Partito comunista d’Italia saluterà con entusiasmo tutti i lavoratori rivoluzionari che gli verranno incontro in questa sua opera fondamentale per la preparazione del proletariato italiano alle supreme battaglie della sua liberazione.
«Compagni lavoratori organizzati!
«Noi siamo sicuri che avrà presso di voi eco formidabile il nostro grido:
«Viva l’Internazionale dei Sindacati rossi! Abbasso l’Internazionale dei gialli e dei rinnegati!
«Viva la vittoria di Mosca su Amsterdam, della rivoluzione sul tradimento opportunista!
«Viva l’unità dei lavoratori sul terreno della lotta rivoluzionaria per l’abbattimento della borghesia e il trionfo del comunismo!
«Viva l’unità delle forze proletarie italiane, che farà di esse un fascio solo, contro la dittatura dei pompieri, attorno alla bandiera della rivoluzione!
Il Comitato centrale del Partito comunista Il Comitato sindacale del Partito comunista».
Il fronte unico
da il Comunista 28-10-1921
Il partito si è sempre battuto tenacemente contro blocchi di forze sociali e politiche eterogenee, sin da quando operava come frazione nel P.S.I., denunciando la falsa suggestione dell’«unità» ad ogni costo, dietro la quale si sono sempre nascosti i sabotatori dell’azione di classe e della vera e reale unità proletaria che poggia esclusivamente sull’azione di classe ispirata e diretta dal programma del Partito Comunista.
Ogni altra spiegazione dell’unità sindacale è decisamente un imbroglio al servizio dell’interessata confusione che l’opportunismo semina tra i lavoratori.
Il Partito poneva l’unità sindacale come un obiettivo importante ed indispensabile, ma che si doveva raggiungere non con pateracchi tra vertici politici eterogenei, bensì con chiare proposte di lotta aperta e diretta contro il comune nemico capitalista, indirizzate a tutte le categorie e i reparti operai.
Tale confusione di lingue imperversa tutt’oggi in seno al movimento sindacale operaio e l’attualità delle precisazioni tattiche del Partito allora, è comunque sempre valida oggi.
Il Partito comunista sostiene in questo momento nella difficile situazione in cui si trova il proletariato italiano la necessità della «unità proletaria» e la proposta del «fronte unico» proletario per l’azione contro l’offensiva economica e politica della classe padronale.
Questo atteggiamento perfettamente coerente coi principi e coi metodi del partito e della Internazionale Comunista, non viene però sempre chiaramente inteso da tutti e neppure da tutti i militi del partito e gli si dà talvolta un valore diverso da quello vero, deformandolo in modo da venire in urto con tutto l’armonico insieme della tattica del nostro Partito.
Per bene intendere la questione senza cadere in semplicistiche e dannose interpretazioni e attitudini, basta rifarsi ai fondamenti del nostro concetto e del nostro metodo di azione proletaria.
Il comunismo rivoluzionario si basa sull’unità della lotta di emancipazione di tutti gli sfruttati, e nello stesso tempo si basa sulla organizzazione ben definita in partito politico di quella parte di lavoratori che hanno migliore coscienza delle condizioni della lotta e maggiore decisione di lottare per la sua ultima finalità rivoluzionaria, costituendo quindi l’avanguardia della classe operaia.
Dimostrerebbe di nulla avere inteso del programma nostro chi trovasse una contraddizione tra l’invocazione e l’unione di tutti i lavoratori e il fatto di staccare una parte di essi dagli altri, organizzandoli in partito con metodi che differiscono da tutti quelli degli altri partiti, ed anche quelli che si richiamano al proletariato e si dicono rivoluzionari, poiché in verità quei due concetti non hanno che la stessissima origine.
Le prime lotte che i lavoratori conducono contro la classe borghese dominante sono lotte di gruppi più o meno numerosi per finalità parziali ed immediate.
Il Comunismo proclama la necessità di unificare queste lotte, nel loro sviluppo, in modo da dare ad esse un obiettivo e un metodo comune e parla per questo di unità al di sopra delle singole categorie professionali, al di sopra delle situazioni locali, delle frontiere nazionali o di razza. Questa unità non è una somma materiale di individui, ma si consegue attraverso uno spostamento dell’indirizzo della azione di tutti gli individui e gruppi, quando questi sentono di costituire una classe, ossia di avere uno scopo ed un programma comune.
Se dunque nel partito vi è solo una parte di lavoratori, tuttavia in esso vi è l’unità del proletariato, in quanto lavoratori di diverso mestiere, di diverse località e nazionalità, vi partecipano sullo stesso piano, colle stesse finalità e la stessa regola di organizzazione.
Una unione formale federativa, di sindacati di categoria, o magari un’alleanza di partiti politici del proletariato, pur avendo maggiori effettivi di quelli del partito di classe, non raggiunge il postulato fondamentale della unione di tutti i lavoratori, perché non ha coesione e unicità di scopi e di metodi.
Tuttavia i comunisti affermano che la organizzazione sindacale, primo stadio della coscienza e della pratica associativa degli operai, che li pone contro i padroni, sia pure localmente e parzialmente, appunto perché soltanto uno stadio ulteriore di coscienza e di organizzazione delle masse le può condurre sul terreno della lotta centrale contro il regime presente appunto in ragione del fatto che raccoglie gli operai per la loro comune condizione di sfruttamento economico, e col loro riavvicinamento a quelli di altre località e categorie sindacali, li avvia a formarsi la coscienza di classe; la organizzazione sindacale deve essere unica, ed è assurdo scinderla sulla base di diverse concezioni del programma di azione generale proletaria. È assurdo chiedere al lavoratore che si organizza per la difesa dei suoi interessi quale sia la sua visione generale della lotta proletaria, quale sia la sua opinione politica; egli può non averne nessuna o una errata, ciò non lo rende incompatibile con l’azione del sindacato, da cui trarrà gli elementi del suo ulteriore orientamento. Per questo i comunisti, come sono contro alla scissione dei sindacati, quando la maggioranza degli aderenti o le furberie dei capi opportunisti danno loro una direttiva poco rivoluzionaria; così lavorano per la unificazione delle organizzazioni sindacali oggi divise, e tendono ad avere in ogni paese una unica centrale sindacale nazionale.
Qualunque possa essere l’influenza dei capi opportunisti, la unità sindacale è un coefficiente favorevole alla diffusione della ideologia e della organizzazione rivoluzionaria politica ed il partito di classe fa nel seno del sindacato unico il suo migliore reclutamento e la migliore sua campagna contro i metodi errati di lotta che da altre parti si prospettano al proletariato.
I comunisti italiani sostengono l’unità proletaria, perché sono convinti che nel seno di un unico organismo sindacale si farà con maggior rapidità e successo il lavoro di orientamento del proletariato verso il programma politico dell’Internazionale Comunista.
Mentre sullo stesso piano dell’Internazionale Sindacale Rossa i comunisti italiani lavorano per l’unificazione degli organismi sindacali del proletariato italiano, essi sostengono altrettanto energicamente, anche prima di raggiungere questa unità organizzativa a cui non poche difficoltà si frappongono, la necessità dell’azione d’insieme di tutto il proletariato, oggi che i suoi problemi parziali economici dinanzi all’offensiva dei padroni si fondono in uno solo: in quello della comune difesa.
Ancora una volta i comunisti sono convinti che mostrando alle masse che unico è il postulato ed unica deve essere la tattica per poter fronteggiare la minacciata riduzione dei salari, la disoccupazione e tutte le altre manifestazioni di offensiva anti-operaia, si renderà più agevole il compito di dimostrare che il proletariato deve avere un programma unico di offensiva rivoluzionaria contro il regime capitalista, e che questo programma è quello tracciato dalla Internazionale Comunista: lotta condotta dal partito politico di classe contro lo Stato borghese, per la dittatura del proletariato.
Dal «fronte unico» del proletariato sindacalmente organizzato contro la offensiva borghese sorgerà il fronte unico del proletariato sul programma politico del Partito Comunista, dimostrandosi nell’azione e nell’incessante critica di esso insufficiente ogni altro programma.
Unità sindacale e fronte unico proletario contro l’offensiva attuale della borghesia sono tappe che il proletariato deve percorrere per il suo allenamento a lottare secondo gli insegnamenti della storia sulla via dall’avanguardia comunista tracciata.
Unità sindacale e fronte unico proletario il Partito Comunista li sostiene appunto per far trionfare il suo programma ben differenziato da tutti gli altri che vengono prospettati al proletariato, per mettere in evidenza maggiore la sua critica ai tradimenti della socialdemocrazia, ed anche agli errori sindacalisti ed anarchici.
Grossolano equivoco è scambiare la formula dell’unificazione sindacale e del fronte unico con quella di un blocco di partiti proletari, o della direzione dell’azione delle masse, in casi contingenti o in movimenti generali, da parte di comitati sorti da un compromesso tra vari partiti e correnti politiche immaginare che esse comportino una tregua da parte dei comunisti alla rampogna contro i socialdemocratici ed alla critica di ogni altro metodo di azione che faccia smarrire al proletariato la chiara visione del processo rivoluzionario.
Sarebbe ridicolo per i comunisti nostrani come per tanto tempo si è fatto da ogni lato e con danno enorme per la preparazione rivoluzionaria del proletariato correre ad ogni piccola o grande occasione a fare omaggio a qualcosa, a qualche organismo, a qualche atteggiamento, a qualche finalità che, con la ultrafilistea frase, si pone «al di sopra dei partiti».
I comunisti non «nascondono» mai il loro partito, la loro milizia politica, la loro disciplina inviolabile. Queste non sono cose di cui essi debbano arrossire, in nessun caso; poiché non le ha dettate l’interesse personale o una mania di omertà politica, ma solo il bene della causa proletaria; poiché non sono una concessione fatta ad esigenze poco confessabili di «divisione» del proletariato, e sono invece all’opposto il contenuto stesso dell’opera di unificazione del proletariato nel suo sforzo di emancipazione. Unità sindacale e fronte unico sono il logico sviluppo e non una forma coperta di pentimento dell’opera dei comunisti italiani nel costituire e nel rafforzare l’arma della lotta rivoluzionaria, il loro partito severamente definito e delimitato nella dottrina, nei metodi, nella disciplina organizzativa e volto nell’interesse dell’unificazione rivoluzionaria e della lotta del proletariato contro tutte le deviazioni e tutti gli errori.
MOZIONE COMUNISTA AL CONGRESSO DEI FERROVIERI
(Da Il Comunista, 14 luglio 1921)
Il Sindacato Ferrovieri Italiani (S.F.I.) non era inquadrato nella C.G.d.L., sebbene fosse diretto da capi riformisti, ma in esso si stava costituendo una forte e combattiva frazione comunista che, conformemente alle direttive dell’Internazionale dei Sindacati Rossa (I.S.R.) e alla tattica dell’Internazionale Comunista, aderì alla C.G.d.L., come primo passo verso l’unificazione sindacale.
Nell’adempiere alla disposizione di partito, i ferrovieri comunisti andavano ad ingrossare le file dei rivoluzionari nella Confederazione e ad irrobustire la lotta contro l’opportunismo; ponendo al tempo stesso l’urgente necessità che lo S.F.I. aderisse all’I.S.R. per l’integrazione internazionale di tutta la classe.
«Il decimo Congresso del S.F.I., discutendo dei rapporti del Sindacato con le organizzazioni economiche nazionali e internazionali, afferma anzitutto che il proletariato ferroviario, per degnamente ed efficacemente assolvere il compito che spetta alla sua organizzazione, così nella difesa dei suoi particolari interessi come nella necessaria azione rivoluzionaria per la causa dell’emancipazione proletaria, non può oltre rimanere estraneo al sistema delle forze proletarie nazionalmente e internazionalmente organizzate, poiché questo equivarrebbe a volersi chiudere nello stretto ed ormai insufficiente ambito dell’azione di categoria, e ciò nel momento storico in cui maggiormente s’allargano le prospettive della lotta di classe e s’affermano le possibilità e il compito di tutti i lavoratori ad assurgere, mediante le loro unità di classe, alla direzione della collettività sociale e all’eliminazione di ogni dominio o sfruttamento borghese;
«delibera di aderire alla Confederazione Generale del Lavoro per sostenere in seno alla Confederazione stessa l’azione della minoranza rivoluzionaria che vi conduce una lotta decisa e senza quartiere contro l’opportunismo e la burocratica dittatura dei capi attuali per la partecipazione delle forze sindacali del proletariato italiano alla battaglia rivoluzionaria contro il regime capitalistico e per l’adesione a Mosca;
«facendo proprie le direttive della III Internazionale, unica organizzazione del proletariato mondiale, la cui dottrina e la cui azione corrispondono alle necessità della lotta e della vittoria proletaria, si dichiara aderente all’Internazionale dei Sindacati Rossi di Mosca, impegnandosi ad osservare le norme d’organizzazione che il Congresso mondiale, in questi giorni convocato a Mosca, emanerà per l’unificazione dei metodi di lotta delle forze organizzate di tutti i Paesi».
PER LA DISCIPLINA DI PARTITO
(Da Il Comunista, 14 luglio 1921)
Il Partito, nel proporre l’espulsione dalle proprie file di militanti indisciplinati alle sue direttive, dà una lezione esemplare a coloro che nascondono dietro l’«autonomia» la reale adesione attiva al disfattismo opportunista, in nome di una «libertà di pensiero» fallace o impotente.
«Al recente decimo congresso del Sindacato ferrovieri, dove il gruppo dei delegati comunisti ha condotto ammirevolmente vivace battaglia per l’affermazione delle direttive sindacali dell’Internazionale comunista contro l’opportunismo dei fautori della «autonomia» del Sindacato, si è verificato mentre assai lodevolmente qualche nostro compagno sacrificava alla disciplina di partito le sue personali vedute, il deplorevole fatto che alcuni delegati iscritti al partito comunista hanno votato le mozioni di altri gruppi, contrapposte a quella sostenuta dal loro partito.
«L’atto d’indisciplina di questi compagni non può avere alcuna giustificazione, e ad esso deve seguire l’immediata loro espulsione dalle file del Partito comunista. Il Comitato esecutivo ne comunicherà i nomi alle Federazioni a cui erano iscritti, per la applicazione di tale provvedimento.
«Nello stesso tempo il Partito comunista rivolge il suo saluto al proletariato ferroviario, tratto dai suoi dirigenti su di una via che contrasta con le nobili sue tradizioni, ed impegna tutti i compagni ed i simpatizzanti ferrovieri ad intraprendere in seno alla massa dei loro compagni una propaganda attivissima delle precise direttive sostenute dal Partito al Congresso, costituendo sulla base di esse i gruppi comunisti in seno al Sindacato ferrovieri italiani, l’attività dei quali deve subito rivolgersi alla dimostrazione, con esaurienti relazioni dei delegati comunisti, della giustezza di quanto essi hanno a Bologna sostenuto.
«Intanto l’Esecutivo del Partito e l’Esecutivo sindacale iniziano un attivo lavoro per la costituzione del Comitato sindacale comunista ferroviario che nazionalmente dirigerà tale lavoro.
Il C.E. del P.C. d’Italia»
(continua)