La vera via per il proletariato negro Pt.1
L’atteggiamento dei partiti opportunisti, in particolar modo del Partito Comunista Americano, nei riguardi delle rivolte nere tende allo scopo essenziale di mistificare il reale carattere di classe di queste sommosse di fronte agli occhi dei proletari bianchi (ed anche negri) americani e di tutto il mondo. Così viene ribattuto il tasto della rivolta razziale e questa versione è servita ai proletari in tutte le salse.
La liberazione dei negri, incompiuta all’epoca di Lincoln e della guerra di secessione un secolo fa, dovrebbe essere portata a termine oggi, e il compito del movimento dei negri dovrebbe essere di ottenere la famosa integrazione la quale dovrebbe eliminare i confini fra le razze e dare a tutti i cittadini gli stessi diritti.
«L’America non è mai riuscita a diventare una vera comunità», strillano gli opportunisti, come se l’Italia, ad esempio, o uno qualsiasi degli Stati moderni fosse una vera comunità.
Ma quello che non deve apparire chiaro agli sfruttati, perché altrimenti l’esempio potrebbe essere contagioso, è appunto il fatto che il fronte della lotta non è di razza, ma di classe e che sono appunto gli strati più bassi del proletariato americano a muoversi per gli stessi obbiettivi per cui si sono mossi e si muovono in Europa gli operai italiani o tedeschi o francesi; contro i salari di fame, contro la crescente disoccupazione, contro il carnaio della guerra del Vietnam, ecc..
E quel putrido involucro di pretta marca stalinista che è il P.C.A. non ha saputo chiedere agli operai bianchi se non di effettuare delle fermate del lavoro per discutere sulle “conseguenze della rivolta dei negri” proprio nel momento in cui Washington bruciava e nelle strade delle principali città americane si sparava contro i neri in rivolta.
Origine di classe della situazione dei negri americani
Già durante la guerra di secessione Marx chiariva che lo scopo primo della grande borghesia industriale del Nord non era quello di liberare i negri in senso generica, ma quello di abbattere il monopolio terriero dei grandi proprietari del Sud e di rendere disponibile (liberare nel senso storico in cui la borghesia ha liberato i contadini in Europa) per l’industria una numerosa manodopera a basso prezzo trasformando i negri in salariati.
Una nuova schiavitù sostituiva all’antica: la schiavitù del lavoro salariato, comune a tutti i proletari ma particolarmente gravosa per i negri messi nella condizione di costituire in permanenza l’esercito di riserva dei disoccupati, per la situazione stessa in cui essi erano avviati al lavoro.
Alla fine della guerra, la previsione di Marx si realizza puntualmente: i negri strappati dalle piantagioni emigrano al Nord per lavorare nelle fabbriche, e se una parte rimane al Sud, scollegata da qualsiasi possibilità di lavoro, si trasforma in una massa sottoproletaria accampata nelle bidonville.
Da questo momento, la questione negra cessa di essere una questione di razza per divenire una questione sociale.
Che a lungo non siano stati riconosciuti ai negri nemmeno i diritti civili, che effettivamente si sia tentato di giocare sul colore della pelle e sui sentimenti razzisti della piccola borghesia e anche del proletariato bianco, come sul sottoproletariato dei “poveri bianchi” nelle città e nelle campagne del Sud, che questo odio sia stato per un secolo e venga tutt’oggi coltivato anche nelle masse non meno sfruttate dei negri – dei portoricani, degli italiani, dei cinesi – nulla toglie al fatto che lo sfruttamento a cui i negri sono sottoposti sia uno sfruttamento capitalistico, e che la questione sia quindi di classe e non di razza.
La borghesia ha sempre bisogno di dividere con ogni mezzo gli sfruttati per mantenere il suo dominio di classe, e a questo scopo è disposta ad usare qualsiasi possibilità, a fomentare il nazionalismo, il razzismo, l’antisemitismo, ecc.
Nel caso dei negri la discriminazione era molto facile ed era favorita dal fatto che, sbattuti dall’oggi al domani sul mercato del lavoro, senza nessuna riserva, senza nessuna pratica del lavoro industriale, costretti a mutare le loro secolari abitudini in un lasso di tempo particolarmente breve, si prestavano molto bene alla politica dei bassi salari dei lavori peggiori, più umili e perciò peggio retribuiti e meno sicuri: questo portava come conseguenza immediata la creazione dei famosi ghetti di cui tanto si parla e che non sono altro che le zone peggiori, più malsane, più malandate e che perciò costano meno, comuni a tutte le città del mondo, dove si ammassano la classe operaia e gli strati sottoproletari.
Per vedere un ghetto “negro” non occorre andare negli Stati Uniti, basta andare alle porte di Torino o di Milano, o visitare le baracche in cui vivono gli emigrati italiani in Svizzera o in Belgio o dove vivono i lavoratori algerini in Francia.
Anche contro questi operai che non hanno la pelle nera, ma che si trovano a lavorare nelle stesse condizioni dei lavoratori negri americani, si attua la politica di divisione fomentata dalla borghesia capitalistica la quale vuole che l’operaio italiano peggio pagato sia odiato dall’operaio svizzero specializzato e che l’operaio algerino sia disprezzato e sputacchiato dall’operaio francese, come ieri, e non solo in Germania, ma in tutto il mondo, si aizzavano gli operai tedeschi o americani o russi a sputare sul proletario ebreo.
Che la questione stia in questi termini lo dimostra il fatto che fra gli stessi negri esiste una feroce divisione in classi. Anche se la loro stragrande maggioranza è costituita da proletari e semiproletari, non manca certo una piccola borghesia bottegaia o dedita alle professioni liberali, che sfrutta all’osso il proletariato dei ghetti e contro cui giustamente si rivolse la collera dei proletari negri l’estate scorsa.
Non manca nemmeno una grande borghesia nera, interessata quanto quella bianca allo sfruttamento di manodopera a basso prezzo qualunque sia il colore della pelle.
Anzi, tutti questi strati non proletari costituiscono la base specifica del movimento per i diritti civili e per la integrazione razziale: è logico che il negro possessore di denaro chieda di avere gli stessi diritti del capitalista bianco e di essere ammesso con gli stessi titoli al grande banchetto dove si consuma lavoro non pagato estorto ai lavoratori sia bianchi che neri!
[RG-47] Teoria marxista della moneta Pt.5
Il capitale finanziario
L’importanza del credito nell’economia capitalistica non può sfuggire a nessuno, oggi, più che non potesse sfuggire a Marx, contrariamente a quanto hanno affermato numerosi commentatori storditi ai quali il metodo di esposizione seguito da Marx… sfuggiva quasi completamente1. Engels per il quale ogni prefazione al Capitale era una ottima occasione per ribattere i chiodi nella testa degli economisti volgari refrattari alla dialettica nota che le loro critiche ”sono frutto dell’equivoco di aver supposto che Marx volesse definire là dove invece si limitava ad analizzare, e che in Marx si debbano in genere cercare definizioni belle e pronte, valide per ogni caso. Va da sé che là dove le cose e le loro reciproche relazioni sono concepite non fisse, ma mutevoli, anche i loro riflessi mentali, i concetti, sono egualmente soggetti a mutamento e trasformazione: e che lungi dall’incapsularli in rigide definizioni bisogna svilupparli nel loro processo di formazione sia logicoche storico. Apparirà quindi chiaro perché Marx al principio del I Libro – là dove parte dalla produzione semplice delle merci come premessa storica del capitale, per giungere da questa base al capitale – prende le mosse appunto dalla merce semplice e non da una forma concettualmente e storicamente secondaria, cioè dalla merce già modificata in termini capitalistici”2.
Evidentemente è per ragioni identiche che Marx conduce l’analisi delle funzioni della moneta a partire dalla moneta più semplice, come abbiamo visto, e solo in seguito arriva alla sua ”forma secondaria”, cioè la moneta di credito; ciò che è stato detto della moneta semplice costituirà la base dell’analisi della sua forma sviluppata, la moneta capitalistica, e solo la comprensione delle forme più semplici permetterà di cogliere le funzioni delle forme elaborate. Marx, del resto, ha sufficientemente spiegato egli stesso che tale era appunto il suo metodo: ”Sono state contrapposte l’una all’altra economia naturale, economia monetaria ed economia creditizia come le tre caratteristiche forme economiche di movimento della produzione sociale… Queste tre forme non rappresentano fasi di sviluppo equivalenti. La cosiddetta economia creditizia non è altro che una forma dell’economia monetaria, in quanto ambedue le definizioni esprimono funzioni e modi di traffico tra i produttori stessi. Nella produzione capitalistica sviluppata, l’economia monetaria appare ormai soltanto come fondamento dell’economia creditizia. Economia monetaria ed economia creditizia corrispondono così soltanto a differenti gradi di sviluppo della produzione capitalistica” (Il Capitale, Libro II, I Sez., cap. IV, Ed. Riuniti, pag. 118). L’economia creditizia non è quindi che l’economia monetaria sviluppata, e toccava al capitalismo, che generalizza la produzione di merci, sebbene su altre basi che l’economia mercantile, di condurre la moneta ai suoi ultimi sviluppi pur restando inchiodato nei limiti dell’economia monetaria, che può perfezionare fin che vuole ma non infrangere.
Lo studio del ciclo del capitale ha fatto apparire quest’ultimo sotto diverse forme. Ora, le forme che esso prende alternativamente finiscono per incarnarsi in rami economici distinti, venendosi a creare una divisione del lavoro all’interno della classe capitalistica che si ripartisce in industriali, commercianti e banchieri. Se il commerciante si occupa dell’acquisto e della vendita delle merci, sostituendosi all’industriale per tutto il tempo di circolazione delle merci prodotte dal capitale industriale, il banchiere da parte sua si dedica alle operazioni che interessano il capitale-denaro in senso stretto. Qui dobbiamo fare astrazione in una certa misura dal capitale commerciale e dal capitale produttivo per occuparci soprattutto del capitale-denaro.
Come nota Marx, ”se dietro ai produttori di merce in generale sta un capitalista monetario il quale anticipa al capitalista industriale capitale monetario (nel senso più stretto della parola, cioè valore-capitale in forma di denaro) il vero e proprio punto di riflusso di questo denaro è la tasca del capitalista monetario. In questo modo, sebbene il denaro circoli più o meno per tutte le mani, la massa del denaro circolante appartiene alla sezione del capitale monetario organizzata e concentrata in forma di banche, ecc.: la maniera con cui questa anticipa il suo capitale determina il costante riflusso finale verso di essa in forma di denaro, sebbene questo si attui a sua volta mediante la ritrasformazione del capitale industriale in capitale monetario” (Il Capitale, Libro II, Sezione III, cap. XX, Editori Riuniti, pag. 432).
Il capitale finanziario così anticipato al capitalista industriale esige evidentemente una partecipazione al plusvalore tratto dallo sfruttamento della forza-lavoro nel corso del processo di produzione che esso ha contribuito a mettere in moto: questa partecipazione è l’interesse. L’insieme del plusvalore si ripartisce dunque, alla fine, tra i capitali industriale, commerciale e finanziario (per semplificare non ci occuperemo qui né del saggio del profitto commerciale o industriale, né del tasso d’interesse). La funzione del capitale finanziario è perciò di assicurare il finanziamento della produzione capitalistica; esso è costituito di capitale-denaro, di cui – come abbiamo visto – il capitale tout court non può fare a meno, ma di capitale-denaro che si è concentrato e organizzato in modo relativamente autonomo nei confronti del capitale produttivo o del capitale-merce. La Banca si leva di fronte all’Industria e se l’una non può esistere senza l’altra, se la produzione di plusvalore che condiziona l’esistenza stessa dell’interesse capitalistico si effettua nella sfera della produzione, la banca non si accontenta affatto di gestire il capitale-denaro della società capitalista; sviluppandosi le sue funzioni tecniche, essa conquista il semimonopolio del capitale-denaro e finisce per dominare i settori industriale e commerciale dell’economia – fenomeno caratteristico della fase decadente del modo di produzione capitalista.
La moneta di credito
IL CREDITO COMMERCIALE
L’apparizione dell’usuraio precede di gran lunga quella del modo di produzione capitalistico. Il capitalismo decadente, da parte sua, pratica l’usura su una scala prima sconosciuta perché tutto il credito al consumo, oggi tanto sviluppato, entra in questa categoria. Ciò nonostante, benché sia la banca a prestare ai salariati come ai capitalisti, noi ci interesseremo soltanto del vero e proprio credito capitalista, che riguarda unicamente l’anticipo di capitale-denaro.
La moneta di credito o, ciò che è lo stesso, la moneta emessa dalle banche, deriva dalla pratica del credito commerciale sebbene abbia in seguito largamente superato questa base di partenza. Nello studio delle funzioni della moneta abbiamo visto che questa poteva giocare il ruolo di mezzo di pagamento non appena una merce cambiava di mano contro la promessa scritta del compratore di pagarla a un dato termine. La tratta (per limitarci a questo esempio di effetto di commercio) può quindi sostituire la moneta nella sua funzione di mezzo di circolazione, accontentandosi il denaro di saldare una transazione già compiuta senza il suo diretto concorso. Ma la tratta può circolare a sua volta nel periodo che trascorre fino alla scadenza e quindi giocare essa stessa il ruolo di moneta sostituendo la somma di denaro contro la quale potrà effettivamente scambiarsi al termine previsto. Non è quindi una sola volta, nel momento in cui lo scambio ha imposto la sua emissione, che la tratta sostituirà una data somma di denaro; al contrario essa potrà continuare a scambiarsi contro merci per l’ammontare di denaro di cui simboleggia la promessa tante volte quanto la sua velocità di circolazione lo permette. ”La moneta di credito proviene immediatamente dalla funzione del denaro come mezzo di pagamento, in quanto anche certificati di debito per le merci vendute riprendono a circolare per la trasmissione dei crediti. D’altra parte con l’estendersi del credito si estende la funzione del denaro come mezzo di pagamento. Come tale esso riceve forme proprie di esistenza, con le quali inabita nella sfera delle grandi transazioni commerciali; mentre la moneta d’oro o d’argento viene respinta soprattutto nella sfera del piccolo commercio” (Il Capitale, Libro I, Sez. I, cap.III, Edizioni Rinascita, pag. 155)3 .
Come abbiamo visto più sopra, una caratteristica essenziale del sistema monetario è quella che si può chiamare la smaterializzazione della moneta: il credito commerciale, adempiendo alla funzione di mezzo di circolazione invece della moneta, ha una parte determinante in questo processo. ”Ognuno fa credito con una mano e riceve credito con l’altra. Prescindiamo completamente, per ora, dal credito bancario che costituisce un momento assolutamente distinto essenzialmente diverso. Nella misura in cui queste cambiali [o tratte] circolano di nuovo come mezzo di pagamento tra i commercianti stessi, passando dall’uno all’altro attraverso la girata4, nella quale però non interviene lo sconto, non vi è altro che trasferimento del titolo di credito da A a B e nulla muta assolutamente nella sostanza. Ciò pone soltanto una persona al posto di un’altra. E perfino in questo caso la liquidazione può avvenire senza l’intervento di denaro. Il filandiere A, per esempio, ha una cambiale da pagare al mediatore di cotone B e questi all’importatore C. Ora, se C, come si verifica abbastanza sovente, è al tempo stesso esportatore di filati, egli può allora acquistare il filato da B con una cambiale e a sua volta il filandiere A può pagare il mediatore B con la cambiale ricevuta in pagamento da C. In questo caso al massimo si deve pagare un saldo di denaro” (Il Capitale, Libro III, Sezione V, cap. 30, Ed. Riuniti, pag.564).
Ciò non toglie che ogni capitalista debba far fronte continuamente a spese in contanti, in particolare per i salari e le imposte. Del resto non si può immaginare che tutti gli effetti di commercio circolino in modo tale che la tratta, giunta a scadenza, torni nelle mani del debitore, come nell’esempio, evidentemente eccezionale, dato da Marx. Sia che si tratti di pagare in contanti, sia che la scadenza degli effetti imponga la ricomparsa della moneta come mezzo di pagamento, è sempre necessario che il denaro, cacciato per qualche tempo dalla sfera della circolazione, o se si vuole ”smaterializzato”, vi faccia di nuovo la sua apparizione. È certo tuttavia che il denaro che deve ora comparire è in quantità inferiore all’ammontare che sarebbe stato necessario per far circolare le merci in assenza del credito commerciale, perché un certo numero di effetti si è annullato o compensato5; ciò nondimeno esso deve riapparire. Sotto quale forma?
La moneta può, ben inteso, riapparire sotto forma d’oro o di segno d’oro: ci troviamo sempre allora di fronte alla moneta come è stata studiata nella prima parte, la ”smaterializzazione” non ha ancora raggiunto il termine del suo processo e il mezzo di pagamento resta l’oro o i suoi rappresentanti. Ma se ci collochiamo nel quadro del sistema creditizio sviluppato l’oro sarà sostituito dal biglietto di banca.
IL BIGLIETTO DI BANCA
Che cos’è un biglietto di banca, una banconota? È la forma più semplice che il credito bancario assume, ma siccome questo si appoggia sul credito commerciale sviluppato, si può dire che il biglietto di banca rappresenta già, in qualche modo, un credito alla seconda potenza. ”Le banconote non si fondano sulla circolazione monetaria sia essa moneta metallica o moneta cartacea statale, ma sulla circolazione delle cambiali… Il biglietto di banca non è altro che una cambiale sul banchiere, pagabile in qualsiasi tempo al portatore e che il banchiere sostituisce alle cambiali private. Questa ultima forma del credito appare al profano particolarmente evidente e importante innanzitutto perché questo tipo di moneta di credito esce dalla pura e semplice circolazione commerciale per entrare nella circolazione generale nella quale ha la funzione di denaro: anche perché nella maggior parte dei paesi le banche principali aventi diritto di emissione … hanno di fatto dietro di loro il credito nazionale e i loro biglietti costituiscono dei mezzi di pagamento più o meno legali” (Il Capitale, Libro III, Sez.V, cap. 25, Ed. Riuniti, pagg. 474 e 478).
Il banchiere accetta quindi di ricevere i crediti commerciali che non sono giunti a scadenza e di rimettere immediatamente al loro detentore una somma equivalente in banconote, non senza percepire nel passaggio l’interesse del denaro che in questo modo presta: pratica lo sconto delle tratte6.
Note
Le grandi lezioni dell’Ottobre bolscevico Pt. 6
Le condizioni internazionali del passaggio al socialismo
L’internazionalismo costituiva per i bolscevichi una condizione di vita e di vittoria tanto più in quanto la rivoluzione era doppia, il che significa che il proletariato al potere doveva nello stesso tempo portare a termine, come avevano sempre proclamato i bolscevichi, i compili di una rivoluzione borghese spinti «fino in fondo».
Quando il Manifesto appunta gli occhi «con particolare attenzione» sulla Germania, paese a struttura economica e politica ancora prevalentemente feudale, e la vede «alla vigilia della rivoluzione borghese», aggiungendo che questa non potrà che «essere l’immediato preludio di una rivoluzione proletaria», scintilla a sua volta di una rivoluzione europea (dove la pedanteria socialdemocratica ha trovato che, per Marx ed Engels, la rivoluzione deve necessariamente scoppiare in paese avanzato?), ne spiega anche il perché; la Germania «compie tale rivoluzione IN CONDIZIONI DI CIVILTA’ GENERALE EUROPEA più progredita e con un proletariato molto più sviluppato che non avessero l’Inghilterra nel secolo XVII e la Francia nel XVIII». Solo il filisteismo opportunista può credere di misurare il grado di maturità della rivoluzione socialista al metro bottegaio del «livello economico e sociale» raggiunto da un paese considerato come un «vaso chiuso»: per il marxismo, quella maturità si giudica alla scala del mondo (nel ’48, l’Europa era il mondo!), ed alla stessa scala la rivoluzione proletaria nasce, si sviluppa – vive – o, viceversa, muore. Con un suggestivo parallelismo, che non è per nulla incrinato dal fatto che i nomi dei protagonisti siano diversi, le «condizioni di civiltà generale europea (e mondiale) più progredite», e l’esistenza di un proletariato non solo molto più sviluppato che ai tempi delle rivoluzioni borghesi d’Inghilterra e di Francia, ma estremamente concentrato (come d’altronde era estremamente concentrato il potere politico semifeudale zarista), avevano dettato alla rivoluzione russa un rapidissimo corso, dalla barbara arretratezza asiatica all’egemonia politica borghese e da questa all’egemonia politica proletaria: l’«immediato preludio» era divenuto «concrescenza» della rivoluzione borghese in rivoluzione proletaria e, affrettando le tappe, i compiti politici della prima erano stati bruciati dalla seconda. Ma questo non solo non aveva eliminato l’arretratezza economica russa, ma, come Lenin dice nel 1918 e ripete nel 1920, PROPRIO L’ARRETRATEZZA DELLA STRUTTURA ECONOMICA E SOCIALE in condizioni generali di civiltà mondiale «più progredite» aveva reso «leggera come una piuma» la presa del potere in Russia ad opera del proletariato e, per esso, del suo partito. Il «felice» incontro di quelle due condizioni, che possono sembrare contraddittorie solo a chi, diversamente dai marxisti, traccia al proprio occhio critico un orizzonte che è quello stesso dei «confini nazionali», aveva posto la classe operaia russa all’avanguardia della rivoluzione socialista mondiale: ma l’arretratezza restava e «quanto più è arretrato il paese nel quale, in virtù degli zigzag della storia, la rivoluzione socialista ha dovuto cominciare, tanto più difficile è per essa passare dai vecchi rapporti capitalistici ai rapporti socialisti» (Lenin, marzo 1918). In quella visione globale europea (cioè, ripetiamo, per allora mondiale) del corso della rivoluzione proletaria che era stata di Marx ed Engels, tuttavia, anche questo dilemma storico, tanto più complesso di quello della presa del potere, era risolto:il proletariato del paese europeo retrogrado nel ’48, portatore della dottrina, sarebbe assurto a protagonista della rivoluzione tedesca doppia perché le condizioni politiche di tale passaggio erano presenti in Francia e le sue condizioni economiche e sociali in Inghilterra; le prime avrebbero «affrettato» il processo di conquista proletaria del potere in Germania, le seconde avrebbero permesso di colmare il distacco secolare nell’economia fra l’Europa centrale e quella occidentale.
Cambiati i nomi dei protagonisti della scena storica, la prospettiva non è diversa per i bolscevichi: il socialismo suppone la grande industria e la grande agricoltura moderna; la prima è manifestamente insufficiente in Russia, la seconda manca quasi del tutto, ma com’è potente la visione mondiale di Lenin! – «per quel che concerne una grande industria fiorente, capace di soddisfare tutti i bisogni dei contadini. QUESTA CONDIZIONE ESISTE: SE SI ESAMINA LA QUESTIONE SU SCALA INTERNAZIONALE, si vede che questa grande industria fiorente, capace di fornire al mondo tutti i prodotti necessari, ESISTE sul nostro globo … Ci sono dei paesi la cui grande industria è così avanzata che può di primo acchito bastare ai bisogni delle centinaia di milioni di contadini arretrati. QUESTO E’ UNO DEGLI ELEMENTI CHE STANNO ALLA BASE DEI NOSTRI CALCOLI». (Rapporto al IX Congresso panrusso dei soviet). È dalla rivoluzione mondiale o almeno europea vittoriosa, che il potere dittatoriale proletario in Russia attingerà le condizioni materiali del «passaggio al socialismo»; di qui trarrà le basi di un gigantesco balzo in avanti, nell’industria prima, nell’agricoltura poi, così come, nelle tesi sulla questione coloniale del 1920, la possibilità di un balzo dei paesi coloniali assai più arretrati della Russia di allora al di sopra della fase capitalistica, sarà reso possibile dalla «creazione di un’economia mondiale formante un tutto unico, sulla base di un piano generale regolato dal proletariato di tutte le nazioni».
Perciò « la diffusione della rivoluzione socialista almeno in alcuni paesi più progrediti» è la CONDIZIONE PRIMA del socialismo economico in Russia: «In un paese dove l’enorme maggioranza della popolazione è composta di piccoli coltivatori, la rivoluzione socialista non è possibile che in seguito a misure transitorie particolari, che sarebbero completamente inutili nei paesi di capitalismo avanzato, dove i salariati dell’industria e dell’agricoltura costituiscono l’immensa maggioranza … In numerose opere, in ogni nostro intervento, in tutta la stampa, abbiamo sottolineato che in Russia non è così che gli operai industriali vi costituiscono la minoranza e i piccoli coltivatori la immensa maggioranza. La rivoluzione socialista in un paese simile può trionfare soltanto a due condizioni, di cui la prima è che essa sia sostenuta nello stesso tempo dalla rivoluzione socialista in uno o più paesi progrediti».
Per riprendere la visione gigantesca di Marx, il proletariato russo aveva già dato la fiamma politica della rivoluzione europea, unendola alla restaurazione integrale della dottrina (sarebbe stata, insomma, ad un tempo la Francia e la Germania del ’48 marxista); la Germania, L’Inghilterra, la Francia, o una sola di esse, avrebbero dato l’economia. Nel frattempo, poiché la rivoluzione internazionale non avviene a scadenza fissa, per una «progressione metodica», in un’assurda simultaneità, il potere proletario e comunista avrebbe gestito un’economia ancora arretrata sulla base di una serie di «misure transitorie … completamente inutili nei paesi di capitalismo avanzato», sostanzialmente analoghe – a parità di condizioni – agli «interventi dispotici» del Manifesto e interamente comprese nell’arco storico degli obiettivi possibili di una rivoluzione che, spinta fino in fondo, avrebbe per ciò stesso creato le basi materiali del socialismo.
Il programma economico
Ne avevano fatto mistero, i bolscevichi? L’avevano, al contrario, ripetuto con estrema franchezza. Tesi di aprile: «Come compito immediato, NON L’«INSTAURAZIONE DEL SOCIALISMO» ma, per ora, soltanto il passaggio al controllo della produzione sociale e della ripartizione dei prodotti da parte dei Soviet dei deputati operai». Cinque mesi dopo, in settembre («La catastrofe imminente e come lottare contro di essa»), nel dettare una piattaforma di misure di «controllo, sorveglianza, censimento, regolamentazione da parte dello Stato, istituzione di una razionale ripartizione della mano d’opera nella produzione e di una giusta distribuzione dei prodotti, risparmio delle forze del popolo, soppressione di ogni sperpero, economia di queste forze», – misure che nel campo della produzione industriale e dell’apparato finanziario ad essa collegato, significano «fusione di tutte le banche in una sola, nazionalizzazione dei sindacati capitalisti, abolizione del segreto commerciale, cartellizzazione forzata, raggruppamento obbligatorio della popolazione in società di consumo sotto il controllo dello Stato» – Lenin spiega che esse – rappresenterebbero (ma solo il potere dittatoriale dei lavoratori e dei contadini poveri può attuarle) – «un passo avanti VERSO il socialismo, poiché il socialismo non è altro che il passo avanti che segue immediatamente il monopolio capitalista di Stato … La guerra imperialista è la vigilia della rivoluzione socialista; e non solo perché la guerra con i suoi orrori genera l’insurrezione proletaria – NESSUNA INSURREZIONE CREERA’ IL SOCIALISMO SE ESSO NON E’ MATURO ECONOMICAMENTE – ma perché il capitalismo monopolistico di Stato è la PREPARAZIONE MATERIALE PIU’ COMPLETA del socialismo, è la sua anticamera. E’ QUEL GRADINO DELLA SCALA STORICA CHE NESSUN GRADINO INTERMEDIO SEPARA DAL GRADINO CHIAMATO SOCIALISTA». Strillino pure i menscevichi e i socialrivoluzionari, ansiosi di trovare una copertura di «sinistra» al loro collaborazionismo di classe, che il programma è troppo timido, che non e «socialista»: ma si tratta di «marciare verso il socialismo» muovendo «dei passi verso di esso (passi condizionati e determinati dal livello della tecnica e della cultura)», e «IL SOCIALISMO CI GUARDA DA TUTTE LE FINESTRE DEL CAPITALISMO MODERNO. IL SOCIALISMO SI DELINEA NETTAMENTE E PRATI IN OGNI PROVVEDIMENTO IMPORTANTE CHE COSTITUISCE UN PASSO AVANTI SULLA BASE DI QUESTO STESSO CAPITALISMO MODERNO». Poco, in rapporto all’obiettivo finale del socialismo? Certo: molto tuttavia. in rapporto al livello esistente di «tecnica e cultura». Lo scarto tra questo molto e quel poco, SENZA DI CHE NON E’ POSSIBILE SOCIALISMO, sarà colmato dalla rivoluzione proletaria e socialista mondiale. «Quante fasi transitorie verso il socialismo ci saranno ancora, non lo sappiamo e non lo possiamo sapere. TUTTO dipende dal momento in cui si scatenerà in tutta la sua ampiezza la rivoluzione socialista europea». (Lenin al VII Congresso del Partito). Non è un problema amministrativo: è un problema politico di classe; la sua soluzione non si trova nell’ambito di «un solo paese».
E nell’agricoltura? Forse che i provvedimenti mille volte ribaditi dai bolscevichi dal 1906 a tutto il 1917, più radicali e sconvolgenti in rapporto al grado estremamente basso di sviluppo delle forze produttive in campo rurale, esorbitano dai limiti di un orizzonte rivoluzionario democratico-borghese? Solo un potere rivoluzionario nelle mani del proletariato con l’appoggio armato dei contadini poveri, può attuare, è vero, la nazionalizzazione della terra; ma non per questo la nazionalizzazione della terra cessa di essere («risoluzione della conferenza del POSDR (b) sulla questione agraria», maggio 1917) «una misura borghese» che il partito del proletariato «deve concorrere in tutti i modi ad attuare» perché essa «equivale alla massima libertà della lotta di classe possibile e concepibile nella società capitalistica e alla liberazione del godimento della terra da tutti gli accessori non borghesi» e perché «sarebbe, in pratica, un colpo potente alla proprietà privata di tutti i mezzi di produzione», sapendo però anche – dal 1906, come abbiamo visto! – che «quanto più potente sarà l’abolizione e la soppressione della proprietà fondiaria, quanto più decisa sarà in generale la trasformazione agraria democratica borghese in Russia, con tanto maggior forza e rapidità si sviluppa LA LOTTA DI CLASSE DEL PROLETARIATO AGRICOLO CONTRO I CONTADINI BENESTANTI (borghesia contadina)». Ne segue che «o il proletariato urbano saprà trascinare dietro di sé il proletariato rurale e unire ad esso la massa dei semiproletari della campagna, o questa massa seguirà la borghesia rurale che mira all’alleanza … con i capitalisti e con i proprietari fondiari, e con la CONTRORIVOLUZIONE IN GENERALE: da questa alternativa dipenderanno le sorti e l’esito della rivoluzione russa. NELLA MISURA IN CUI LA RIVOLUZIONE PROLETARIA CHE INCOMINCIA IN EUROPA NON ESERCITERA’ SUL NOSTRO PAESE LA SUA POTENTE INFLUENZA IMMEDIATA».
Il nuovo turno della guerra di classe
Parole profetiche: la rivoluzione in Europa tarderà a venire, e i suoi sussulti tedeschi, bavaresi, ungheresi, i suoi conati italiani o bulgari, potranno bensì allentare la morsa della controrivoluzione armata intorno alla dittatura bolscevica, ma non strappare la Russia al suo isolamento «barbarico», e tutto il destino successivo dell’Ottobre, dal 1918 in cui Lenin traccia le linee di quella che poi sarà la NEP (ma non può tradurla in atto per l’insorgere della guerra civile), penderà dalla risposta dei fatti alla fondamentale domanda: «Saremo noi in grado di resistere con la nostra piccola e piccolissima produzione contadina, nelle nostre condizioni disastrose, fino a che i paesi capitalistici dell’Europa non avranno compiuto il loro sviluppo verso il socialismo?».
La nazionalizzazione integrale dell’industria imposta nel 1918 dalle esigenze della guerra civile, e il monopolio del commercio estero, daranno in mano alla dittatura proletaria una condizione non tanto economica quanto politica di vantaggio, un’arma di controllo sull’idra eternamente risorgente della microproduzione, uno strumento non solo per accelerare con mezzi di produzione moderni l’evoluzione verso la grande produzione associata nell’agricoltura. ma per dotare il potere dittatoriale comunista di armi contro il nemico esterno e, forse ancor più, interno; sarà COSI’ possibile («Discorso sull’imposta in natura») «utilizzare il capitalismo (incanalandolo specialmente nell’alveo del capitalismo di Stato) COME IN ANELLO DI TRASMISSIONE FRA LA PICCOLA PRODUZIONE E IL SOCIALISMO, COME UN MEZZO, UNA VIA, UN MODO, UN METODO PER ELEVARE LE FORZE PRODUTTIVE» e (Tesi per il rapporto sulla tattica del PC(b)R «effettuare una lunga serie di passaggi graduali verso una grande agricoltura socializzata (nel senso in cui è «socializzata» la grande azienda agricola capitalistica), meccanizzata»; sarà possibile («Per il IV anniversario della rivoluzione di Ottobre») «la POSA DELLE FONDAMENTA ECONOMICHE DEL NUOVO EDIFICIO SOCIALISTA IN LUOGO DELL’EDIFICIO FEUDALE DISTRUTTO E DI QUELLO CAPITALISTA SEMIDISTRUTTO». Ma non sarà il socialismo, e sarà lotta a fondo, non «armonia prestabilita», fra il potere proletario che tiene sotto controllo, come arma pacifica di trasformazione economica, il capitalismo dì Stato, e quei «milioni e milioni di piccoli produttori i quali, mediante la loro attività quotidiana, continua, non appariscente, impercettibile, dissolvente, pervengono a quei medesimi risultati che abbisognano alla borghesia e che portano alla restaurazione della borghesia»(Lenin «L’estremismo»); sarà il prolungamento della guerra civile con altri mezzi, e l’esito di questo nuovo turno di lotta di classe non dipende solo dal saldo possesso del potere politico interno e dalla disposizione per quest’ultimo della grande industria meccanizzata, ma, ancora una volta, dalle vicende internazionali dello scontro fra classe operaia e classe borghese. Dirà Trotzki nelle tesi sulla situazione economica e i compiti della rivoluzione socialista al IV Congresso dell’Internazionale Comunista: «Come nella guerra civile si combatteva in parte notevole per la conquista politica del contadiname così oggi la lotta ha per principale oggetto il dominio sul mercato contadino. In questa lotta il proletariato ha dalla sua dei vantaggi potenti: le forze produttive più altamente sviluppate del paese e il potere statale: da parte sua, la borghesia dispone di una maggiore abilità e, fino a un certo grado, del rapporti con il capitale straniero, specialmente con il capitale dell’emigrazione». Il dramma del 1920-26 è che, contro questa forza internazionale della borghesia, non si levò in armi la rivoluzione proletaria dei «paesi più evoluti». Nell’illustrare il significato della NEP, Lenin aveva detto: «La storia … ha preso un corso così particolare che ha generato, verso il 1918, due metà spaiate di socialismo, l’una accanto all’altra esattamente come due futuri pulcini sotto il guscio unico dell’imperialismo mondiale. La Germania e la Russia incarnarono nel 1918 in modo evidentissimo la realizzazione materiale delle condizioni economiche e produttive, economico-sociali del socialismo da una parte, e delle condizioni politiche dall’altra. La vittoria della rivoluzione proletaria in Germania spezzerebbe subito con enorme facilità ogni guscio dell’imperialismo … e realizzerebbe di sicuro la vittoria del socialismo mondiale (quindi anche del socialismo in Russia!) senza difficoltà o con difficoltà trascurabile, se si considera «la difficoltà» SU SCALA STORICA MONDIALE e non su quella piccolo-borghese». Le due metà spaiate di socialismo non si fusero, e il potere rivoluzionario in Russia poté, sì, «imparare il capitalismo di Stato dai tedeschi, assimilarlo con tutte le forze, non risparmiare i metodi dittatoriali per affrettare questa assimilazione dell’occidentalismo da parte della barbara Russia, non arrestandosi di fronte ai mezzi barbari di lotta contro la barbarie» (altro che «costruire il socialismo in un paese solo», «barbaro» e arretrato per giunta!), ma, alla lunga, non poté impedire che, senza l’intervento del «secondo pulcino sotto il guscio unico dell’imperialismo mondiale», la pressione delle classi piccolo borghesi e borghesi in Russia desse al «volante della macchina» una direzione diversa ed opposta a quella tenacemente voluta; la lotta («NOI, CON PIENA COSCIENZA CI MUOVIAMO IN AVANTI VERSO LA RIVOLUZIONE SOCIALISTA … sapendo che SOLAMENTE LA LOTTA DECIDERA’ DI QUANTO SI POTRA’ (IN DEFINITIVA) ANDARE AVANTI, QUALE PARTE DI QUESTO COMPITO ALTISSIMO ESEGUIRE … Chi vivrà vedrà»; così Lenin commemorando il IV anniversario della rivoluzione d’Ottobre) ridivampò, nella città e nelle campagne; le forze produttive del passato non solo presocialista ma precapitalista s’impennarono contro il pugno di ferro della direzione centrale dell’economia, e questa rinata guerra di classe fu così aspra e tenace, che aprì le labbra a quegli stessi che, alla direzione del Partito e dello Stato, avevano creduto di poter mascherare in un ottimismo parolaio che non era mai stato di Lenin la realtà cruda di un incipiente e poi grandeggiante rovesciarsi dei rapporti di forza.
Nel 1921, discutendosi della NEP, Lenin aveva detto: «Dieci, vent’anni di rapporti razionali con i contadini, e la vittoria è assicurata su scala mondiale (anche se le rivoluzioni proletarie vanno per le lunghe); ALTRIMENTI, PER VENTI, QUARANT’ANNI CI SARANNO LE TORTURE DEL TERRORE BIANCO». Il terrore bianco venne prima dei 10-20 anni di Lenin e dei 50 di Trotzki, perché alla creazione di «rapporti razionali» si opposero forze troppo potenti per poter essere frenate e debellate nel solo ambito russo: e fu la controrivoluzione staliniana – con le sue orge di un finto «socialismo in un paese solo», con la cruda realtà dell’accumulazione capitalistica forzata e del massacro della vecchia guardia.