Le grandi lezioni dell’Ottobre bolscevico Pt. 2
Continuità ed internazionalità del programma
Agli stessi anni in cui Engels, scontata ormai l’inevitabilità storica del passaggio della Russia attraverso la fase capitalistica, addita alla classe operaia dell’immenso Paese e al suo Partito marxista la prospettiva di una rivoluzione che sarà antifeudale e avrà come primo oggetto l’emancipazione dei contadini dai vincoli che li separano dal possesso della terra, rimanendo perciò nel quadro di una rivoluzione borghese, ma che, saldandosi al moto rivoluzionano del proletariato socialista d’Occidente e nutrendo e completando, come inscindibile polo, la rivoluzione europea, trapasserà a quella sola condizione – in rivoluzione proletaria, a quegli anni risale la fecondazione marxista del movimento operaio russo. Nessun proletariato europeo assimilò, attraverso il suo Partito, la dottrina marxista in una tale integralità e pienezza, nessuno la fece sua come un blocco solo, così come, blocco unico, essa era nata. Dal 1894 (polemica con Mihailovski: la data è quella stessa dell’ultimo scritto di Engels sulle Cose sociali in Russia) al 1905, la battaglia di Lenin si riassume nella difesa del carattere integrale della dottrina marxista, nel suo ristabilimento di contro ai sogni confusi dei narodniki in una rivoluzione socialmente e politicamente contadina riallacciata al possesso dell’incorruttibìle patrimonio del mir, al revisionismo degli economisti, allo sperimentalismo eclettico degli spontaneisti, nell’affermazione del ruolo primario della teoria, del programma, insomma del Partito, e della loro «importazione» nella classe (nessuna rivoluzione è possibile senza la saldatura fra quella che potremmo chiamare la «coscienza» – appunto la dottrina, il programma, il Partito, preesistenti come anticipazione invariabile e definitiva al corso delle lotte reali e fisiche – e la «spontaneità» delle azioni di massa); nella negazione aperta e senza veli della «libertà di critica» rispetto alla teoria come rispetto al programma, entrambi da prendere o lasciare in quella che Lenin non si stanca di definire la loro «integralità», il loro «insieme» globale e inseparabile. È questa soltanto l’altra faccia della continuità in cui avevamo riconosciuto la condizione primaria, e la prima «lezione» dell’Ottobre, visto, come lo si deve vedere, in tutto il suo percorso storico, antecedente e successivo.
L’altra faccia, perché, se si ravvisa la prima nella continuità dottrinale e pratica sul filo della visione marxista delle rivoluzioni europea e russa come destinata a condizionarsi a vicenda, a vincere o soccombere unite, la chiave della seconda – l’assimilazione della dottrina marxista come blocco unico ed invariante – si trova (è lo stesso Lenin a guidarci per mano nei primi capitoli dell’Estremismo) in due fatti anch’essi di natura internazionale: il fatto che «sotto il giogo inaudito, brutale e reazionario dello zarismo» l’avanguardia proletaria fu spinta a cercare la sua teoria fuori dei confini nazionali, nell’esilio (Lenin si formò alla scuola dell’esule Plekhanov; tutto il bolscevismo si formò alla scuola dell’esule Vladimiro) a contatto con le grandi lotte, sia dottrinali che pratiche, del movimento socialista europeo; è il fatto che in nessun altro Paese si era «concentrata in così breve spazio di tempo una tale ricchezza di forme, gradazioni e metodi di lotta di tutte le classi della società moderna», e diciamo che anche questo fatto era di natura internazionale perché fu determinato, nella sua impetuosa dinamica, dalla pressione di un capitalismo importato nel seno stesso di un paese arretrato, di un capitalismo venuto ad impiantarsi, nelle condizioni di più alta maturità (in rapporto al grado di sviluppo delle forze produttive di allora), sul terreno di una area geografica e storicamente – quindi economicamente e socialmente – retrograda. Con un possente colpo d’ala nell’uso della dialettica marxista, Trotzki e Lenin cercheranno qui la chiave della futura rivoluzione russa: «Nella nostra epoca – dirà il primo – i criteri scolastici ispirati a ottusa pedanteria non servono a nulla. È la evoluzione mondiale che ha strappato la Russia al suo stato di arretratezza e alla sua barbarie asiatica». Scriverà fra l’altro: «La primaria funzione del proletariato russo nel movimento operaio mondiale non dipende dallo sviluppo economico del paese; al contrario, dipende dall’arretratezza della Russia». È appunto perché il paese, economicamente arretrato, vide un capitalismo ultimo grido innestarsi sulla sua struttura «asiatica» e «barbara», è appunto perciò che il suo sottosuolo sociale entrò in un vorticoso movimento, le tappe furono bruciate, i tempi storici si abbreviarono, le classi e sottoclassi borghesi consumarono in un rapidissimo arco di tempo tutte le loro chance di intervento attivo, di direzione e di controllo della dinamica sociale e politica, e il proletariato fu posto direttamente, appena nato, di fronte al suo dilemma storico: messo faccia a faccia con l’«ultimo grido» del capitalismo non poté non cercare (e l’assolutismo zarista, sia laudato, lo aiutò a trovare), l’«ultimo grido» – come scrive Lenin nell’Estremismo – della dottrina rivoluzionaria, completa delle sue più che cinquantennali conferme storiche: il marxismo. E nella sua avanguardia giovane ma già straordinariamente matura (per dialettica filiazione dalla maturità del capitalismo, maturità che – altra potente sintesi di Trotzki, rintracciabile tuttavia in mille pagine anche di Lenin – non si misura alla scala di un singolo paese, ma alla scala del mondo!), non poté non capire che fuori di essa non era salute. L’aver rivendicato l’invarianza del marxismo – questa solida fune che impedisce alla classe destinata a seppellire l’ordine del Capitale di «precipitare nella palude» – è ancora al Lenin del Che fare? che diamo la parola – risiede lo storico vanto del bolscevismo russo; la ragione per cui, a buon diritto, dopo il 1917, esso «reimporterà» in Occidente la teoria dimenticata o calpestata. Non possono commemorare l’Ottobre, coloro che del marxismo hanno fatto una flessibile canna che piega ad ogni vento; coloro che dal Cremlino lanciano il grido del «marxismo creativo», o da Pechino la bestemmia del «marxismo di Mao».
Invarianza della prospettiva
Nasce, il movimento proletario russo, marxista senza aggettivi, nasce marxisticamente, con la sua strada invariabilmente tracciata. Otto anni prima del 1905, in I compiti dei socialdemocratici russi, esso sa che il suo compito è doppio: «L’attività pratica dei socialdemocratici si pone come compito di dirigere la lotta di classe del proletariato e di organizzare questa lotta sotto due aspetti: socialista (lotta contro la classe capitalistica, lotta che mira a distruggere il regime di classe e ad organizzare la società socialista) e democratica (lotta contro l’assolutismo, che mira a conquistare alla Russia la libertà politica e a democratizzare il regime politico e sociale del paese» (politico e sociale; quindi, in primo luogo, distruzione della grande proprietà terriera); sa che, nell’espletamento di questo doppio compito, dovrà sostenere «le classi progressive della società contro i rappresentanti della proprietà terriera privilegiata e di casta, e contro il corpo dei funzionari: la grande borghesia contro le ingordigie reazionarie della piccola borghesia» «ceffone per gli «eredi» del leninismo corteggianti la piccola borghesia nel suo belare contro il monopolio!), ma sa nello stesso tempo che questa solidarietà può avere soltanto «un carattere temporaneo e condizionale», non solo perché «il proletariato è una classe a sé, che domani può rivelarsi l’avversaria dei suoi alleati di oggi» – la borghesia si alleerà con l’assolutismo contro i contadini che reclamano la terra e contro i proletari che esigono condizioni di lavoro più umane; la piccola borghesia è un Giano bifronte che oscilla fra le due classi fondamentali della società; «le persone istruite, l’intellighenzia» è un ceto inquieto ma fondamentalmente servile, – ma perché il proletariato sa di essere «per la sua condizione di classe» la sola classe capace di spingere fino in fondo la democratizzazione del regime politico e sociale, «perché una tale democratizzazione metterebbe questo regime nella mani degli operai». Sa in altre parole di dover essere, nella rivoluzione imminente – ancora chiusa in un orizzonte democratico, quindi borghese – il protagonista vero: e lo sa per averlo appreso dal «Manifesto» e dall’«Indirizzo» 1850, per averlo letto nelle pagine aperte del libro delle lotte di classe in Germania e in Francia.
È il compito della classe operaia nei paesi che non hanno ancora completato la loro rivoluzione borghese, mentre il mondo circostante preme su di essi con tutto il peso di forze produttive in pieno rigoglio: ma è notevole che in Lenin, sin da allora, «borghese» e «democratico» sono sinonimi, e il proletariato che si assume compiti democratico-borghesi (e può assumerli soltanto in quei paesi, mai dove il capitalismo ha compiuto il suo ciclo rivoluzionano) lo fa in assoluta indipendenza dalle classi e dai partiti della borghesia e della piccola borghesia: a lui e solo a lui il portarli a termine! I «commemoratori» di oggi hanno identificato democrazia e socialismo e, perfino nei paesi a capitalismo ultraevoluto, hanno assegnato al Partito un posto in coda ai partiti democratici …
La pedanteria menscevica vorrà, alle soglie come all’epilogo della rivoluzione russa del 1905, che, questa essendo ancora borghese, se ne debba lasciare la direzione e l’iniziativa alla borghesia (qualcuno ne dedurrà che si debba andare al governo con essa!); l’idealismo fumoso dei populisti pretenderà che la sua rivendicazione massima essendo la distruzione della grande proprietà terriera signorile, la sua iniziativa e la sua direzione debbano concentrarsi nella mani della classe contadina; la posizione dei bolscevichi resta a tutto il 1917 ed oltre che la rivoluzione economica e sociale borghese, per essere portata «fino in fondo» deve avere alla testa la classe operaia, fiera di assumersi quel pesante fardello perché sa che, al limite estremo – oltre il quale la piccola borghesia e il contadiname non si spingeranno mai, anzi cercheranno disperatamente di tornare indietro –, l’attende, con l’aiuto del proletariato dei paesi a capitalismo avanzato, la sua rivoluzione. Dirà Lenin nel 1905 che i rivoluzionari marxisti russi avevano tutto il diritto di «sognare» di riuscire «a realizzare con una pienezza senza precedenti tutte le trasformazioni democratiche, tutto il nostro programma minimo … … E se questo riesce, allora … l’incendio rivoluzionario si estenderà a tutta l’Europa … L’operaio europeo si solleverà a sua volta e ci mostrerà «come si fa»; e allora il sollevamento rivoluzionario in Europa avrà le sue ripercussioni in Russia, e un’epoca di alcuni decenni di reazione si trasformerà in un’epoca di alcuni decenni rivoluzionari». I «commemoratori» di oggi sono gli stessi (o i loro figli) che nel 1926, in Cina (la Russia prerivoluzionaria di allora) consegnarono la classe operaia, mani e piedi legati, al «partito fratello» del Kuomintang, vietandole di prendere la testa della doppia rivoluzione nell’Estremo Oriente; gli stessi che additano agli operai delle aree «sottosviluppate» del mondo il compito di mettersi a rimorchio della «borghesia nazionale» e magari dei satrapi nazionali!
Proletariato, classe egemonica
La prospettiva rimane sostanzialmente quella, per i bolscevichi, in tutto l’arco di tempo che li separa dall’Ottobre. Non i suoi termini cambiano: cambia il gioco dei rapporti di classe e quindi la posizione che in esso viene ad assumere la classe protagonista della rivoluzione borghese in Russia, anche qui sotto la spinta di fattori extranazionali. Il fatto è che, nei paesi arretrati in un mondo super «evoluto» dal punto di vista delle forze produttive, i cinquenni contano per cinquantenni: le «fasi» si accavallano e si incastrano l’una nell’altra, i tempi si abbreviano, lo spettro degli schieramenti di classe si frantuma rapidamente nei suoi elementi costitutivi e questi, con altrettanta rapidità, si dispongono secondo linee divergenti e antitetiche. L’Indirizzo prevede non solo la rottura fra borghesia rivoluzionaria da un lato e piccola borghesia e proletariato uniti dall’altro, ma, subito dopo, fra piccoli borghesi e proletari, prevede che questa frattura si converta in lotta armata, e la lotta armata sfoci, per il coincidere con la rivoluzione in Francia (leggi, in Occidente), in rivoluzione socialista del proletariato, solo. Ma, come nel Lenin dei compiti dei socialdemocratici russi così nel Marx di allora, i «tempi storici» sono relativamente distesi e si anticipa che «gli operai tedeschi non potranno giungere al potere … senza attraversare un lungo sviluppo rivoluzionario». In Russia, come in tutti i paesi sottosviluppati oggi, il corso storico è infinitamente più rapido della rivoluzione del 1905, la borghesia liberale ha già bruciato le sue cartucce rivoluzionarie, schierandosi apertamente con la grande proprietà terriera e con lo zarismo: nell’intero arcobaleno di classi e sottoclassi borghesi, non resta come possibile «alleato» (ma attenti, ricorda sempre Lenin; l’«alleato» di oggi si rivelerà il nemico di domani!) che il contadiname. Nel suo procedere impetuoso il capitalismo internazionale ha scavato inesorabili trincee di classe anche e soprattutto nei paesi arretrati: la storia di questi ha fatto, di colpo un balzo al disopra non dei cicli storici, ma della loro durata in termini di tempo. Il proletariato è a maggior ragione, all’avanguardia, potenzialmente solo anche se alleato con l’«ultima» sottoclasse in cui il blocco già unitario della borghesia si è decantato.
Altra lezione – non universale, perché relativa solo ad alcune aree storico-geografiche – della rivoluzione russa dell’Ottobre: solo l’ottusità caporalesca dello stalinismo nel 1926 (o l’«inerzia storica» di una parte dei bolscevichi nel febbraio-aprile 1917: Trotzki parlerà di «recidiva socialdemocratica» dì fronte ai grandi svolti della storia, ed è scultoreamente vero – quell’ala della vecchia guardia cadde allora al livello del menscevismo 1905-7) potrà supporre che, scoppiato l’incendio rivoluzionario in Cina, esso debba seguire meccanicamente e pedestremente un corso graduale suddiviso in «tappe» nettamente distinte, ognuna delle quali vada percorsa fino al suo completo «esaurimento» prima che si possa passare all’altra, e che, quindi, il proletariato debba attendere, in coda alle classi «nazionali» che gli esperti in strategia della rivoluzione proclamino giunta la sua ora, salvo ad accorgersi (come tragicamente avvenne) che questa ora è già da tempo suonata, e in modo irrevocabile. No: entrato in vorticoso movimento il sottosuolo sociale, il proletariato può bensì essere inizialmente in coda ma rapidamente si ritrova in testa: non è più soltanto la classe che «spinge» fino in fondo la rivoluzione borghese; è quella che prende dittatorialmente il timone e, alleata ai contadini contro tutte le altre, si erige a classe egemone della società. Non altro è il senso della formula leninista: «Dittatura democratica degli operai e dei contadini».
Dittatura, perché sono necessari «interventi dispotici», incursioni violente, non tanto nelle forme della sovrastruttura politica, fragili e sussidiari aspetti del rivolgimento sociale, quanto nei rapporti di proprietà, per la liberazione delle forze produttive che la grande proprietà signorile imprigiona, per la emancipazione del contadiname dai ceppi dell’assolutismo centrale e locale; democratica per la stessa ragione che si tratta di rivoluzione racchiusa entro un orizzonte sociale ed economico borghese che le detta anche un certo orizzonte politico. Ma dittatura in funzione economica borghese contro la borghesia alleata al feudalismo: dittatura che per ciò stesso distrugge i miti della democrazia politica e dell’uguaglianza giuridica. Fremano nel ricordarlo i «commemoratori» di oggi: perfino per la realizzazione di compiti storici borghesi, il proletariato e il suo partito hanno per Lenin bisogno, sia pure «spartendola» con un’altra classe, della temuta, della scandalosa, della nonconformista dittatura!
Le prospettive? È importante ricordarle non per lusso di accademia, ma perché gettano un fascio di luce sui problemi del «dopo-Ottobre». Scrive Lenin in Due tattiche della socialdemocrazia nella rivoluzione democratica (1906): «Questa vittoria (la vittoria decisiva sullo zarismo) sarà precisamente una dittatura, cioè essa dovrà necessariamente appoggiarsi sulla forza armata, sull’armamento delle masse, sull’insurrezione, e non su queste o quelle istituzioni legalmente costituite, per «via pacifica». Non può essere che una dittatura, perché le trasformazioni assolutamente e immediatamente necessarie al proletariato e al contadiname provocheranno da parte dei proprietari fondiari, dei grandi borghesi e dello zarismo, una resistenza disperata. Senza una dittatura, sarebbe impossibile spezzare questa resistenza, respingere gli attacchi della controrivoluzione. Non sarà però una dittatura socialista, ma una dittatura democratica. Essa non potrà incidere (senza che la rivoluzione abbia superato diverse tappe) nei fondamenti del capitalismo. Essa potrà, nel migliore dei casi, procedere ad una redistribuzione radicale della proprietà fondiaria a vantaggio dei contadini; applicare a fondo un democratismo conseguente fino e ivi compresa la proclamazione della Repubblica: estirpare non soltanto dalla vita delle campagne ma anche dalla vita delle fabbriche, le sopravvivenze del dispotismo asiatico; cominciare a migliorare seriamente la condizione degli operai e ad elevarne il tenor di vita; infine, last but not least, estendere l’incendio rivoluzionario all’Europa. Questa vittoria non farà minimamente della nostra rivoluzione borghese una rivoluzione socialista; la rivoluzione democratica non uscirà direttamente dal quadro dei rapporti sociali ed economici borghesi; ma questa vittoria non sarà perciò meno di una portata enorme per lo sviluppo futuro della Russia e del mondo intiero». «Questa vittoria ci permetterà di sollevare l’Europa; e il proletariato socialista d’Europa, dopo di aver scrollato il giogo della borghesia, CI AIUTERA’ A SUA VOLTA A FARE LA RIVOLUZIONE SOCIALISTA» (Ricordiamo le ultime parole di Engels sulle «Cose sociali in Russia»; eccole tornare in scena!).
Ma c’è, in questa visione di una «dittatura a due» che, Lenin non si stanca di ripetere, è un processo
«ininterrotto» di battaglie, contro il passato e per l’avvenire, e in cui il proletariato è in realtà la forza che «dirige» (Trotzki dirà: «trascina dietro di sé», e i pedanti dell’esegesi «leninista» spaccheranno i capelli in quattro per trovare in quella «sfumatura» un abisso), c’è nulla in questa visione, della coesistenza idilliaca o, come dirà ancora Leone, dell’«armonia prestabilita» che l’accademia dei professori rossi, per conto e su mandato di Stalin, vorrà presentare come il quadro dei «buoni rapporti» fra classe operaia e contadiname in questo dittatoriale preludio alla rivoluzione infine socialista? Risponde Lenin: «Verrà giorno in cui la lotta contro l’autocrazia russa sarà finita e l’epoca della rivoluzione democratica superata per la Russia; da quel momento sarà perfino RIDICOLO parlare di unità di volontà fra proletariato e contadiname, di dittatura democratica ecc.. Il proletariato deve fare fino in fondo la rivoluzione democratica, aggregandosi la massa contadina, per schiacciare con la forza la resistenza dell’autocrazia e paralizzare l’instabilità della borghesia. Il proletariato deve fare la rivoluzione socialista aggregandosi la massa degli elementi semiproletari della popolazione, per schiacciare con la forza la resistenza della borghesia e paralizzare la instabilità delle classi contadine e della piccola borghesia». Giacché, quando il proletariato scenderà in campo con le sue rivendicazioni, anzi perfino quando porrà la rivendicazione massima alla quale potrebbe e dovrebbe giungere, ma non giunge, una rivoluzione borghese fatta da classi e sottoclassi borghesi, la nazionalizzazione della terra (vogliamo ricordare che l’«Indirizzo» la rivendica già nel 1850?), la lotta si scatenerà allora terribile e, «in questa lotta I CONTADINI COME CLASSE DI PROPRIETARI TERRIERI, AVRANNO LA STESSA FUNZIONE DI TRADIMENTO, DI INCOSTANZA, CHE LA BORGHESIA HA OGGI IN RUSSIA NELLA LOTTA PER LA DEMOCRAZIA».
Consci che «dopo la completa vittoria della rivoluzione democratica, il piccolo proprietario si volgerà inevitabilmente contro il proletariato», i bolscevichi, e per essi Lenin, guardano alla rivoluzione europea: «La nostra repubblica democratica non ha altre riserve che il proletariato socialista dell’Occidente».