Riprendendo la Questione Cinese Pt.5
In Cina il famoso “centro rivoluzionario” stava intanto dimostrando nei fatti le tesi di Trotski. In realtà esso, pur scomunicando ufficialmente Chiang, non osò intraprendere alcuna azione contro di lui, e proprio questa sua incapacità ad agire fece sì che i suoi nemici aumentassero di giorno in giorno. La borghesia rialzò la testa vedendo come Chiang avesse saputo far piazza pulita dei comunisti, e si oppose con forza ad ogni rivendicazione operaia chiudendo le fabbriche e trasferendo i suoi capitali a Shanghai. Quando i lavoratori reagivano a questi fatti di aperto sabotaggio, o si mettevano in sciopero spinti dalle loro terribili condizioni di vita (rese ancora più difficili dalla situazione contingente), il governo e lo stesso Consiglio Generale dei sindacati diretto dai comunisti li trattavano da “controrivoluzionari” e li invitavano a desistere dagli “eccessi” per non alienarsi le simpatie della borghesia.
Il secondo “tradimento”
Nelle campagne i proprietari terrieri videro nel colpo di Chiang il segnale della riscossa e incominciarono ad opporsi al movimento contadino organizzando le famose milizie padronali: i Min Tuan. Alle richieste di aiuto contro queste squadracce che i contadini rivolgevano al governo esso rispondeva deprecando gli “eccessi” del movimento rurale. Alcuni generali si ammutinarono e passarono a Chiang Kai-shek. Le grandi potenze europee assediavano con le loro flotte la stessa Wuhan e non davano nessun credito al suo governo. Intanto, nell’Hunan e nell’Hupeh il movimento contadino raggiungeva il culmine nella primavera del 1927: le leghe contadine crebbero fino ad organizzare circa 10 milioni di agricoltori. Si procedette alla confisca delle terre dei proprietari fondiari e alla loro divisione, si cacciarono dai villaggi i funzionari corrotti, si instaurarono tribunali contadini per giudicare i latifondisti. Ma il governo, che nel frattempo – come abbiamo detto – aveva assunto due comunisti, uno al ministero dell’industria e uno al ministero dell’agricoltura, interveniva solo come freno alle azioni spontanee. In realtà tutto il programma agrario del governo di Wuhan consisteva nel rimandare la riforma agraria a dopo la fine della rivoluzione nazionale! E anche i comunisti non poterono mai dare ai contadini una direttiva, perché ogni riforma agraria seria esigeva che si attaccassero i privilegi della borghesia, con la quale invece volevano collaborare. Lo stesso ministro “comunista” dell’agricoltura fece sapere ai contadini che i loro eccessi sarebbero stati puniti, e che non si doveva a nessun costo attentare alla proprietà terriera degli ufficiali dell’esercito rivoluzionario. Ciò significava che nessuna proprietà doveva essere espropriata, dato che tutti i proprietari terrieri erano in qualche modo legati a ufficiali dell’esercito “rivoluzionario”.
Il governo rifiutava di mandare truppe ai contadini assaliti dai Min Tuan e dalle truppe dei generali ribelli, e nello stesso tempo impediva loro di armarsi e di usare per difendersi le armi che avevano a disposizione. Tutto questo ebbe per effetto l’abbandono del movimento alla repressione, che culminò nel massacro di Chang-sha, capitale dell’Hunan, il 21 maggio 1927. Si ripeté quello che era successo un mese prima a Shanghai, e questa volta per mano di un generale del governo “rivoluzionario” di Wuhan. Dal 21 al 24 di maggio si susseguirono le esecuzioni in massa di contadini: uomini, donne e bambini venivano ogni mattina ed ogni sera uccisi a colpi di mitraglia sotto le mura della città. Subito dopo il 21 maggio i contadini fecero un tentativo per reagire e organizzarono le loro scarse forze in un esercito che doveva marciare su Chang-sha dove in quel momento si trovavano 1700 soldati circa. Ma all’ultima ora il Consiglio Generale dei sindacati dette ordine di non muoversi «perché il governo aveva nominato un’apposita commissione per far luce sull’incidente». I contadini si ritirarono, così Chiang Kai-shek ebbe il tempo di mandare rinforzi alla guarnigione di Chang-sha, e la “commissione di inchiesta” fu rispedita a Wuhan.
Da quel momento la reazione infuria in tutto l’Hunan e l’Hupeh, mentre il governo di Wuhan prende una posizione di aperta difesa della repressione. Il 26 giugno un suo rappresentante afferma: «Ho constatato che il movimento operaio e contadino, mal diretto dai suoi capi, era sfuggito al controllo scatenando un regno del terrore contro il popolo (…) Di fronte a questo stato di cose, i soldati di stanza nell’Hunan sono insorti in autodifesa»! Proprio negli stessi giorni si era riunito a Mosca il Plenum dell’Esecutivo del Comintern, che aveva ribadito le posizioni di Stalin, invitando i comunisti cinesi a mantenere la loro alleanza al Kuomintang e a «frenare il movimento contadino usando l’autorità del partito», e si era limitato a chiedere, vagamente, che fossero processati e puniti i controrivoluzionari. Lo stesso giorno del massacro di Chang-sha, del resto, l’organo ufficiale del Comintern ribadiva il macabro concetto che gli «operai e i contadini poveri» erano «la base più sicura» del Kuomintang, quindi della rivoluzione cinese: in realtà ne erano le vittime dopo di esserne stati gli strumenti.
L’1 giugno un telegramma parte dal Cremlino: esso ordina al P.C.C.: 1) di confiscare le terre dei proprietari grandi e piccoli senza però toccare quelle degli ufficiali; 2) frenare l’azione “troppo vigorosa” dei contadini; 3) cacciare i generali infidi, armando 20.000 comunisti e scegliendo 50.000 contadini e operai per organizzare un nuovo esercito; 4) introdurre nuovi elementi operai e contadini nel Comitato Centrale del Kuomintang, per sostituire i vecchi componenti; 5) convocare un tribunale rivoluzionario sotto la presidenza di un membro conosciuto dal Kuomintang. Un colpo al cerchio e uno alla botte: appoggiare il governo, anzi rafforzarlo con nuovi elementi proletari, e insieme «organizzare un nuovo esercito»; procedere alla confisca di terre di grandi e piccoli proprietari, ma risparmiare quelle degli “ufficiali”, come se questi appartenessero ad una classe diversa; processare i controrivoluzionari, ma chiamare a presiedere la corte giudicante un membro della stesso partito che li alleva in seno! Ignaro di queste disposizioni, ma prevedendo ciò che il recente Plenum avrebbe finito per decidere e acutamente sensibile agli sviluppi di una situazione drammatica, il 28 maggio Trotski invia all’esecutivo dell’Internazionale una nuova lettera del seguente tenore:
«Il Plenum farebbe bene a mettere una croce sulla risoluzione Bucharin, e sostituirla con un’altra così concepita: 1) i contadini e gli operai non devono fidarsi dei capi del Kuomintang di sinistra, ma creare i loro Soviet unendosi ai soldati; 2) i Soviet devono armare gli operai e i contadini di avanguardia; 3) il Partito Comunista deve assicurarsi una indipendenza completa, darsi una stampa quotidiana, dirigere l’opera di instaurazione dei Soviet; 4) le terre dei proprietari fondiari devono essere tutte confiscate senza indugio; 5) la burocrazia reazionaria deve essere immediatamente soppressa; 6) i generali traditori e i controrivoluzionari in genere devono essere fucilati sul posto; 7) bisogna dirigerci nell’insieme verso una dittatura rivoluzionaria mediante consigli di operai e contadini».
E, nel discorso del 1 agosto davanti al Comitato Centrale e alla Commissione di Controllo del Partito Russo, dirà rifacendosi al nuovo “tradimento”, quello appunto del Kuomintang di sinistra:
«Capite bene: non si tratta di tradimenti individuali di militanti cinesi del Kuomintang, di condottieri cinesi di destra o di sinistra, di funzionari sindacali inglesi, di comunisti cinesi o britannici. Quando si viaggia in treno, sembra che sia il paesaggio a spostarsi. Tutto il male sta nel fatto che voi avete avuto fiducia in coloro che mai avrebbero dovuto ispirarvela e avete sottovalutato la preparazione rivoluzionaria delle masse, la quale esige prima di tutto che si inoculi in loro la diffidenza verso i riformisti e i vari centristi di “sinistra”, come verso ogni spirito del giusto mezzo. La virtù cardinale del bolscevismo è di possedere questa diffidenza ad un grado supremo (…) mentre voi avete agito e agite in senso diametralmente opposto. Voi inoculate nei giovani Partiti Comunisti la speranza che la borghesia liberale si sposterà un po’ più a sinistra, e la fiducia nei politicanti liberali delle trade-unions. Voi impedite l’educazione dei bolscevichi inglesi e cinesi. Ecco da dove vengono i “tradimenti” che ogni volta vi colgono di sorpresa!».
Non era occorso molto tempo per lasciarsi prendere una nuova volta alla sprovvista: nel giugno 1927 la repressione imperversa in tutta la Cina. I sindacati sono dappertutto ridotti alla clandestinità salvo a Wuhan. I comunisti sono stati espulsi dal governo regionale del Jiangxi. Anche a Wuhan si comincia a parlare di espellere i comunisti dal Kuomintang, perché «non hanno tenuto fede ai loro impegni e hanno sabotato le azioni del fronte nazionale». I comunisti sono ritenuti responsabili degli “eccessi” del movimento agrario e del movimento operaio. In questa situazione, i ministri “comunisti” si offrono spontaneamente di abbandonare il governo pur di “mantenere l’unità”, ed effettivamente si dimettono. Ancora il 29 giugno, l’organo dell’Internazionale ribadisce: «Chi realizzerà la rivoluzione agraria? Per il suo passato storico, per la sua composizione sociale, per le prospettive del suo sviluppo, il Kuomintang può e deve essere trasformato in organo della dittatura democratica».
Il 15 luglio, anche a Wuhan si scatena la reazione aperta. Il consiglio del Kuomintang, riunendosi in quella data, impone ai comunisti membri del Kuomintang di abbandonare il loro partito. Nei giorni successivi si procede a mano armata contro i sindacati. Qualche giorno dopo Nanchino e Wuhan si scambiano telegrammi di felicitazioni e mettono da parte «ogni sentimento di avversità».
Così finisce il secondo atto della tragedia del proletariato cinese, sacrificato dallo stalinismo sull’altare dell’unità nazionale.