Internationella Kommunistiska Partiet

Il Programma Comunista 1970/5

Riprendendo la Questione Cinese Pt.1

La storia della Cina, e delle lotte sociali che vi si sono svolte in special modo negli ultimi cent’anni, è carica di insegnamenti per il proletariato di tutto il mondo, il quale trova in essa, e allo stadio più puro, la vera natura del capitalismo nella sua fase più senile, o imperialistica, il carattere in ultima istanza reazionario della borghesia dei paesi sottosviluppati in questa stessa fase, e infine, nel dramma cinese, l’azione controrivoluzionaria svolta dall’opportunismo internazionale negli ultimi quarant’anni. Una serie di lezioni alla rovescia, una serie di sconfitte e ripiegamenti che hanno insegnato, incidendole sulla pelle dei proletari, che cosa essi non devo fare per portare a termine la loro battaglia.

Un rapido cenno alla storia della Cina è necessario per rilevare gli effetti del capitalismo, già in nuce imperialista (anche se in Europa si può presentare ancora nella sua fase riformista), sul tessuto stabile ed equilibrato del millenario paese. Mentre vediamo, nel corso di innumerevoli secoli, le successive ondate di invasori venire assorbite in un breve periodo e in modo uniforme in tutto il paese, e amalgamarsi con l’elemento autoctono conservando intatta la organizzazione sociale preesistente, il capitalismo europeo riesce, in un breve volgere d’anni, a minare e sfasciare la Cina di sempre, e a ridurla in suo potere. Ciò è dovuto all’incontro tra le diverse forme di produzione, scontro nel quale la forma più arretrata viene spazzata via dalla più giovane e dinamica.

Richiami storici

La storia del “Celeste Impero” ci si presenta uniforme dal suo sorgere ed affermarsi sino al suo crollo, ed è la storia di un modo di produzione, che Marx definì “asiatico” (vedi Forme che precedono la produzione capitalistica), caratterizzato da un lato da un potere centrale forte, unico per tutto il paese, il quale assolve il compito principale di costruire, coordinare e mantenere in efficienza tutta la rete idrica del paese (senza la quale la sua agricoltura sarebbe impossibile), di assicurare, mediante le altre opere pubbliche, l’efficienza della circolazione all’interno, di vegliare sui confini, di preparare e organizzare la difesa del territorio ecc., e dall’altro di una organizzazione dei comuni particolari, locali, che coltivano il suolo e provvedono da soli alla produzione dei manufatti necessari al lavoro e alla vita dei loro membri.

Queste comunità locali, inglobate nell’unità generale, proprietaria unica di tutto quanto esiste e in primo luogo della terra, riversano il loro plus-prodotto in tutto o in parte nel mantenimento dello Stato centrale.

Dipendendo da fattori naturali, geografici e fisici immutati, un tale sistema si perpetua attraverso i secoli senza subire variazioni. Quando, gradualmente e in un lungo periodo di tempo, si è formato uno strato di proprietari fondiari, specialmente tra i funzionari dello Stato centrale, questo, indebolendo il potere centrale e ostacolandolo nello svolgimento delle sue funzioni, si è riflesso immediatamente sul tessuto comune: l’abbandono dei lavori comuni di difesa dell’economia agricola e di regolazione del corso dei fiumi, determinando gravi carenze e autentici disastri, ha spinto le masse contadine alla rivolta e a una nuova ripartizione egualitaria delle terre. Giustamente è stato detto che «la storia della Cina non è tanto la storia delle dinastie che vi sono succedute, quanto delle potenti rivolte contadine che durante più di venti secoli fecero e disfecero quelle dinastie».

Questo equilibrio, o meglio, questo circolo vizioso della società cinese non poteva subire cambiamenti finché si scontrava con modi di produzione inferiore, tanto è vero che tutte le successive ondate di invasori dei popoli pastori o guerrieri dell’Asia centrale, pur riportando vittoria in campo militare, furono costretti ad adattarsi e a fondersi rapidamente nel paese conquistato senza nulla cambiarvi.

Solo il modo di produzione capitalistico, con la sua forza espansiva, riuscì a scuotere ed infrangere l’edificio sociale orientale minandolo con i suoi prodotti e il suo commercio, e frantumandolo con i suoi cannoni: «I tenui prezzi delle sue merci sono l’artiglieria pesante con cui esso abbatte tutte le muraglie cinesi (…) Esso costringe tutte le nazioni ad adottare le forme della produzione borghese se non vogliono perire; le costringe ad introdurre nei loro paesi la cosiddetta civiltà, cioè a farsi borghesi» (Il Manifesto del Partito Comunista).

La “civiltà” borghese si presenta qui nei suoi caratteri più tipici: oppio, commercio e religione: fame e stragi per la Cina, ricchezza per gli azionisti d’Inghilterra di Francia e di Olanda.

La penetrazione imperialistica

Ripercorre tutte le tappe della penetrazione del capitale europeo in Cina sarebbe troppo lungo: ricordiamo il processo per sommi capi. Dalla prima metà del ‘500, prima con i portoghesi, poi via via con inglesi, francesi, olandesi ed americani, si attua un continuo sgretolamento della potenza cinese con il commercio dei prodotti occidentali che pian piano prendono il posto dei manufatti locali distruggendo ogni tipo di produzione fino a quella familiare e impoverendo il paese. Gli ambasciatori e le delegazioni occidentali fanno atto di omaggio all’imperatore; nello stesso tempo si aprono i porti al commercio internazionale, e la presenza occidentale nelle regioni attorno alla Cina ne frena il movimento espansivo.

Quando poi il capitalismo ormai maturo interviene in modo sempre più massiccio nel tessuto sociale e il governo locale è spinto a difendersi da una penetrazione che lo porta allo sfacelo, lo scontro si fa immediatamente acceso. È il tempo delle “guerre dell’oppio”, monumento della civiltà borghese. Il commercio di questa droga, prevalentemente in mano inglese, aveva già funeste conseguenze nella società cinese: assottigliava le disponibilità d’argento (la moneta corrente in Cina) mandandolo a finire a Londra e Parigi, intaccava l’erario perché era un commercio illegale, minava le capacità di resistenza e di lavoro della società. Sparivano i capitali e le riserve necessarie per l’attuazione dei grandi lavori di regolamentazione delle acque, determinando l’abbandono dei lavori necessari con effetti disastrosi nelle campagne e negli approvvigionamenti alimentari. In occidente, tutto questo era conosciuto col nome di “calamità naturali”.

Per reagire allo sfacelo economico, il governo cinese intraprese una campagna di repressione del traffico della droga che lo portò, in breve tempo, allo scontro aperto con gli occidentali: dal 1839 al 1861 si combattono le tre guerre dell’oppio fra la Cina e l’Inghilterra e, in seguito, anche con la Francia. L’Impero, ogni volta sconfitto, deve sottostare alle imposizioni dell’imperialismo: apertura di quasi tutti i porti al commercio occidentale, basi e concessioni all’Inghilterra, alla Francia, alla Germania ecc.; pagamento di milioni e milioni di taels di indennità; concessioni di diritti doganali e portuali; legalizzazione del commercio dell’oppio ecc. ecc.

Ma l’imperialismo tende oramai allo smembramento dell’immenso paese e, valendosi oltre che della sua forza anche delle difficoltà interne dell’Impero (rivolta dei Taiping, 1850-64), prende sempre più piede nell’organizzazione statale e nell’esercito e, mentre riduce la Cina in un corpo in putrefazione, riduce la dinastia imperiale a un semplice paravento, difendendola dai nemici interni ma esautorandola da ogni effettivo potere. Contemporaneamente a questo processo, si svolge lo smembramento territoriale: l’Amman, il Tonchino e Formosa alla Francia; Hong Kong e altre concessioni all’Inghilterra; la Manciuria e la Corea al Giappone. Tutte le province tributarie del Celeste Impero sono strappate dall’Occidente: la Cina, racchiusa in un cerchio di appetiti imperiali, soffoca, l’economia è sconvolta e schiacciata, l’indipendenza negata, la potenza distrutta.

La spietata concorrenza dei tessuti occidentali porta in breve alla rovina la fiorente industria locale, determinando una crisi di enormi proporzioni. La fuga dell’argento blocca i capitali necessari alla manutenzione delle grandi opere di bonifica del territorio, l’esecuzione di nuove opere viene bloccata portando con sé spaventose carestie ed epidemie: nella seconda metà dell’Ottocento queste conseguenze arrivano al massimo; le carestie decimano la popolazione, distruggendo immense forze produttive e gettando tutta la società in un baratro di miseria e fame senza precedenti.

I rapporti sociali

In questo processo si frantuma l’equilibrio passato e si vanno formando nuove stratificazioni sociali, nuove classi, che a poco a poco cominciano a far sentire il loro peso nella dinamica sociale.

Rotto il vecchio equilibrio, il campo in cui si riflette per primo questo dramma è naturalmente quello agricolo, sono i rapporti sociali all’interno delle campagne. La vecchia classe dei funzionari governativi, dei mandarini e dei militari, arricchendosi con il commercio e formandosi come grande borghesia mercantile, investe i propri profitti nelle campagne stappando dalle mani dei contadini e delle comuni agricole tutte le terre attraverso i prestiti usurai e il conseguente indebitamento delle masse, attraverso la fame e la miseria della maggioranza del contadiname costretto a vivere, a lavorare e a produrre su fazzoletti di terra insufficiente al suo mantenimento e quindi ridotto nella condizione di fittavolo o semi-fittavolo.

Valgono pochi dati per mettere in evidenza il fenomeno: le aziende tra 1 e 30 mu (un mu equivale a circa un quindicesimo di ettaro), cioè di un’esistenza nella fame senza scampo, sono il 68% delle aziende agricole e devono provvedere ad un 32% della popolazione, avendo un’estensione complessiva del 19% di territorio. Le aziende da 30 a 50 mu (media borghesia) rappresentano il 16% delle aziende, con solo 7% di popolazione e ben il 17% di territorio. Ci sono poi le grandi aziende dai 50 mu in su che sono appena il 7% di popolazione e l’enorme 64% delle terre coltivate. Questi squilibri giganteschi, che qui sono tratti come esempi soltanto da alcune provincie, si rendono insopportabili alla scala generale, differenziandosi ulteriormente fra il Sud, produttore di riso e con una polverizzazione accentuata della proprietà, e il Nord produttore di grano e quindi con aziende agricole più concentrate e moderne.

Si riproporrebbe così una redistribuzione delle terre, come da millenni avveniva in Cina attraverso le rivolte contadine, ma essa si rivela impossibile per l’azione paralizzante del capitalismo internazionale, per la presenza di una borghesia indigena, e per il crollo dell’impalcatura centrale dello Stato come organizzazione generale dell’economia agraria. La redistribuzione delle terre, avvenuta fino ad allora in modo “naturale”, ora si può iscrivere solo in un movimento più vasto, che implica la messa in moto di tutte le classi della società.

Di concerto con la nuova borghesia contadina si afferma una borghesia commerciale, i famosi “compradores”, che, alleati all’imperialismo e veicoli della commercializzazione dei prodotti occidentali, si ritagliano una fetta considerevole dei profitti, li investono nella terra o li mettono a frutto come capitale usuraio nelle campagne, e svolgono un’azione squisitamente reazionaria di fronte ai moti di indipendenza che vanno sorgendo nel paese. Infine si forma, numericamente piccolo ma concentratissimo, un proletariato, spinto nelle città costiere dalla rovina delle attività manifatturiere indigene precapitalistiche, e dalla fuga dalle campagne devastate dalla carestia e preda dei nuovi ricchi usurai.

Queste nuove classi, espressione dei nuovi interessi sociali in Cina, sono le protagoniste dei moti che dal 1900 ad oggi si scatenano nel paese. La vecchia Cina è definitivamente morta, uccisa dal capitalismo internazionale; la nuova Cina comincia a muovere i primi passi.

Questa nuova Cina è costruita dall’imperialismo nello stesso momento in cui crollano le vecchie strutture politiche e sociali; intorno ai porti aperti ai traffici si sviluppa una rete di attività che dal commercio e dai servizi ben presto invade l’industria; sono costruite ferrovie dai russi e dai giapponesi, e sfruttate in maniera sempre più massiccia le miniere di carbone e di ferro, soprattutto della Manciuria soggetta ai nipponici. L’occupazione straniera installa le prime strutture industriali: ha inizio la trasformazione dell’economia cinese. È una goccia nel deserto (ancora oggi la Cina è prevalentemente agricola), ma è già importante per il destino della nazione.

Le classi in scena

In seguito alla distruzione del vecchio modo di produzione asiatico e ai problemi posti dall’avvio e dall’impiantarsi del sistema capitalistico nei rapporti sociali della Cina, si levano a combattere con nuove prospettive le vecchie e le nuove classe sociali. La rivolta dei Boxer introduce questa nuova era nei rapporti tra il vecchio impero e l’imperialismo nell’interno del paese. Scoppiata nel 1900 dilaga in tutto il paese e, anche se non riesce a concludere sul piano del potere e quindi viene sconfitta, dà la misura di quanto le contraddizioni introdotte dal capitalismo nel cuore della società abbiano rivoluzionato i vecchi rapporti. Riprendendo le rivolte anti-europee del secolo trascorso, quella dei Boxer si porta a scala generale, nazionale, ed è, nell’assedio delle legazioni a Pechino, una sfida, una dichiarazione di guerra a tutto l’imperialismo; il segnale che la Cina si sta effettivamente svegliando e che è tempo che le nuove forze prendano in mano e portino a termine i compiti che la storia affida loro.

L’entrata in campo della borghesia nazionale si ha, dopo i moti dei Taiping e dei Boxer, a carattere e partecipazione esclusivamente popolare, nel 1911 quando, sotto la spinta delle “quattro famiglie”, espressione che indica gli strati della grande borghesia, viene teorizzato da Sun Yat-sen un programma nazionalistico nel “Piano per lo sviluppo economico della Cina” che riflette tutte le illusioni e le indecisioni tipiche della borghesia cinese. Essa spera di portare a compimento la sua rivoluzione nazionale in modo pacifico, con la “comprensione” e l’aiuto dell’imperialismo, senza mettere in moto – questo il suo grande problema – né le tradizionali masse contadine affamate da un secolo di imperialismo, né, tanto meno, il piccolo ma già pericoloso proletariato indigeno, paventandone anzi l’entrata in scena e preparandosi a sventarne la minaccia, se occorre, nel sangue.

Gli attuali eredi delle tradizioni borghesi e nazionaliste della Cina di Sun Yat-sen possono agitare bandiere più o meno rosse: tutto dimostra come i sogni del 1911 non si sono realizzati se non nella misura in cui si è affossata una soluzione molto più radicale e decisiva: cioè l’aggancio di una rivoluzione radicale in Cina alle rivoluzioni proletarie in Occidente, in modo da costituire un fronte unico di guerra sociale che si desse il fine anche di realizzare le tappe della costruzione in Cina di un’economia moderna, non con lo spaventoso costo pagato dai proletari gialli fino ad oggi (e siamo ancora molto lontani dalla meta prefissa), ma con il minimo costo possibile, attraverso la utilizzo scientifico e razionale delle immense energie che una rivoluzione internazionale avrebbe espresso.

La classe operaia cinese, come il proletariato di tutto il mondo e di tutti i tempi, ha pagato e continua a pagare per la difesa del regime capitalistico internazionale, e non solo e non tanto per la forza dell’avversario diretto, quanto per l’opera di confusione e tradimento dei suoi interessi generali che l’opportunismo, travestito in mille forme, ha svolto in lunghi anni di controrivoluzione.

La prospettiva dei comunisti rivoluzionari non è fallita, come una certa categoria di falsificatori e di aggiornatori del marxismo vorrebbe far credere; è stata sconfitta, a Shanghai e Canton come nel resto del mondo, per il tradimento di coloro che oggi si proclamano eredi di quell’epoca di ardenti battaglie e che, fidando nella loro temporanea vittoria, nascondono di essere stati i promotori, gli esecutori, gli osannatori di ogni disfatta, a Mosca come a Pechino; essi possono ben stringersi la mano, anche se divisi da interessi nazionali, perché insieme hanno condotto la lotta contro il proletariato dei due paesi e del resto del mondo.

Dal 1911 la questione cinese assume importanza internazionale, in quanto le soluzioni politiche via via raggiunte avranno ripercussioni dovunque e forniranno il banco di prova più congeniale alle manovre dell’opportunismo stalinista. In realtà, due opposte concezioni della lotta dei popoli coloniali, e comunque a regime precapitalistico, si scontravano nella dinamica sociale in Cina: due concezioni che, nel contesto sociale mondiale in cui agivano, non rappresentavano “vie” interscambiabili per la rivoluzione dei contrasti sociali nel terzo mondo, che la storia dovesse ancora incaricarsi di avallare o respingere, ma due percorsi antitetici perché basati su opposte prospettive, uno negazione dell’altro. Si riproponeva in Cina il problema, già risolto dal marxismo, della doppia rivoluzione, della rivoluzione in permanenza e, di fronte ad esso, le vie, in origine parallele, delle due classi fondamentali dell’era moderna dovevano necessariamente biforcarsi.

La prospettiva marxista

Le rivoluzioni nazionali della borghesia si compiono in Europa nella seconda metà dell’Ottocento.

I regimi arretrati, di fronte alla penetrazione capitalistica e al manifestarsi del suo carattere imperialista, vengono ad includere nelle loro maglie il nuovo modo di produzione e le categorie sociali ad esso collegate prima ancora di avere la possibilità materiale di adeguare le strutture politiche formali del regime precapitalista alla nuova realtà in movimento.

È questo il caso della Russia zarista, in cui la penetrazione del capitale straniero e il risvegliarsi del proprio al nuovo modo di produzione formano nel tessuto sociale arretrato isole concentratissime e ultramoderne di pieno capitalismo con tutte le conseguenze che questo comporta; in primo luogo, la creazione di uno strato proletario, minimo rispetto l’estensione geografica e la popolazione complessiva, ma posto direttamente e immediatamente dalle condizioni di capitalismo avanzato in cui si trova sul terreno di una lotta di classe antiborghese e anticapitalista. La minacciosa presenza di questo proletariato da una parte, la pressione del capitalismo internazionale dall’altra inducono la borghesia nazionale a toccare il meno possibile della vecchia e insufficiente sovrastruttura sociale precapitalista; pur subendo con disagio il giogo imperialistico, essa teme assai più l’avvento di una classe proletaria in pieno slancio che ha fatto proprie le lezioni delle lotte precedenti e che quindi non procede più per tentativi ma possiede già un indirizzo politico ben definito e completo e freme per attuarlo. In Russia, constatava Lenin, «la rivoluzione borghese è impossibile come rivoluzione della borghesia», e la corretta analisi di questa situazione, già considerata dal marxismo nelle lotte del 1848, costituì il punto di forza dei bolscevichi nella loro battaglia per la conquista del potere contro la concezione meccanicistica e reazionaria del menscevismo.

I marxisti non hanno mai considerato le rivoluzioni nazionali senza collegarle alla situazione generale, storica da cui si sviluppano. E perciò che essi, dal 1914, proclamano aperta l’era della rivoluzione proletaria in tutto il mondo. Anche nei paesi arretrati, anche nelle colonie, per il fatto di svolgersi nel quadro di un capitalismo giunto al suo ultimo stadio imperialista, ogni movimento sociale porta in primo piano la classe proletaria. Questa in Cina si trascinava dietro una classe contadina sfruttata dalla stessa piovra – la borghesia “compradora”, legata all’imperialismo da vincoli più forti di qualunque aspirazione all’indipendenza.

Alla classe proletaria dunque è affidata la realizzazione degli stessi obiettivi politici e nazionali borghesi, ma tale realizzazione non può avvenire senza la presa rivoluzionaria del potere, e questa o “transcresce”, come diceva Lenin, in dittatura proletaria poggiante sull’aiuto dalle masse contadine o, nell’inevitabile cozzo con la borghesia nazionale e internazionale, ha la peggio, e allora anche la trasformazione politica e sociale in senso moderno si arresta, ovvero si compie per vie contorte e deformi, attraverso compromessi, mezze misure, rinculi e, in definitiva, rinunzie, e col sacrificio di sangue e sudore delle classi lavoratrici delle città e delle campagne che nella lotta avevano profuso il massimo delle energie.

Questa prospettiva era ben chiara ai bolscevichi: il proletariato all’avanguardia della lotta imperialistica, non al suo rimorchio; il Partito comunista, alla testa del proletariato, non in coda alla borghesia, forte della sua autonomia di programma e di azione, lotta per il potere, nel più stretto collegamento con la battaglia proletaria nelle metropoli capitalistiche, nella cui vittoria risiede l’unica possibilità di sopravvivenza e di sviluppo di un regime politico comunista a cavallo di un’economia ancora in larga misura arretrata, e perfino di saltare la fase borghese nel quadro di «un piano economico generale regolato dal proletariato di tutte le nazioni».

Le tesi del 2° Congresso dell’Internazionale ribadiscono senza mezzi termini:

     «Esistono due movimenti che ogni giorno più divergono. Il primo è il movimento nazionalista democratico borghese, il cui programma è l’indipendenza politica nel quadro dell’ordine borghese; il secondo è quello dei contadini poveri e arretrati e degli operai che lottano per la propria liberazione da ogni specie di sfruttamento. Il primo movimento cerca, spesso con successo, di controllare il secondo. Ma l’Internazionale Comunista deve combattere un tale controllo e promuovere lo sviluppo della coscienza di classe fra le masse operaie delle colonie (…) Nel primo stadio del suo sviluppo, la rivoluzione nelle colonie applicherà riforme di pretta marca piccolo-borghese, come la divisione della terra ecc.; ma da ciò non segue che la direzione della rivoluzione nelle colonie debba trovarsi nelle mani dei democratici borghesi. Al contrario, i partiti proletari devono svolgere una intensa propaganda delle dottrine comuniste e, appena possibile, formare dei Soviet operai e contadini. Questi, come le repubbliche sovietiche dei paesi capitalistici progrediti, devono lavorare per affrettare l’abbattimento dell’ordine capitalista in tutto il mondo».

Era questa l’unica impostazione giusta per la Cina. Lo stalinismo la rifiutò subordinando il proletariato e la sua avanzata politica alla direzione piccolo-borghese e nazionalista del Kuomintang, concessa alla borghesia nazionale la gratuita patente di rivoluzionaria. La rivoluzione all’ordine del giorno era quella proletaria e il processo rivoluzionario non poteva svilupparsi che in quella direzione. Il tradimento dell’opportunismo consistette appunto nel portare il proletariato cinese allo scontro decisivo sul fronte sbagliato, per dare via libera, dopo la sua sconfitta, allo sviluppo, d’altronde stentato, di una società borghese con tutte le stigmate politiche e sociali oltre che economiche, che le sono proprie.

Il tradimento staliniano

Di fronte alla prospettiva marxista di una rivoluzione proletaria, che nel suo svolgersi assolve i compiti al cui adempimento la borghesia nazionale è inabilitata, e che la sorpassa alla testa delle masse contadine e nell’allacciamento col proletariato mondiale, imponendo il proprio dominio e i propri obiettivi, l’opportunismo stalinista riprende nel 1925-27 pari pari la concezione menscevica della “rivoluzione per tappe”, attribuendo alla borghesia cinese, del tutto arbitrariamente, un carattere e un ruolo più rivoluzionario delle borghesie metropolitane per essere “schiacciata” dall’imperialismo mondiale non meno del proletariato.

Invece la borghesia nazionale dei paesi coloniali e semicoloniali, nel periodo storico in cui il proletariato agisce come forza autonoma, non è più la vecchia classe che ha lottato contro l’imperialismo all’epoca della penetrazione europea; non è più la classe che ha assistito fremendo alle guerre dell’oppio e allo sfacelo del paese; è una creatura del tutto nuova, legata al capitalismo internazionale nel campo sia economico sia politico, e paralizzata dall’insolubile dilemma di darsi una struttura moderna, quindi più rispondente ai propri interessi di classe (indipendenza e unificazione) senza mettere in moto forze sociali non più controllabili. Giustamente gridò Trotzki allora:

     «Una politica che ignori la potente pressione esercitata dall’imperialismo sulla vita interna della Cina sarebbe radicalmente falsa. Ma non meno falsa sarebbe una politica che parta da un’idea astratta dell’oppressione nazionale, senza conoscere la sua rifrazione nelle classi (…) L’imperialismo è in Cina una forza di primaria importanza. La sorgente di questa forza non risiede nelle navi da guerra dello Yangtze, ma nel legame economico e politico del capitale straniero con la borghesia indigena».

Purtroppo, quando i nodi sociali della Cina arrivano al loro scioglimento, l’opportunismo sta già impadronendosi dell’Internazionale Comunista, e le direttive che sono impartite al proletariato indigeno contengono già i semi della disastrosa sconfitta. Queste direttive consistono essenzialmente nella rinunzia al ruolo autonomo della classe operaia e del suo partito e nella capitolazione di fronte alle prospettive di egemonia borghese.

Nel 1924, dietro ordine di Stalin, il Partito Comunista Cinese entra a far parte del Kuomintang, abbracciando così i “Tre principi del popolo” di Sun Yat-sen, il programma ufficiale borghese, al quale dovrebbero corrispondere nella pratica le tre “tappe” della rivoluzione: la prima “militare”, che deve portare all’unificazione della Cina e alla cacciata dell’imperialismo; la seconda “educativa” che deve preparare il popolo alla democrazia; la terza deve realizzare la democrazia stessa. Nel linguaggio dell’opportunismo stalinista queste tappe si chiamano: “antimperialista”, “agraria”, “sovietica”!

Basta, per provare il mostruoso deviazionismo di una simile politica, ricordare le già citate tesi del 2° Congresso dell’Internazionale Comunista:

     «Appoggiare la lotta per l’abbattimento della dominazione straniera non significa sottoscrivere le aspirazioni nazionali della borghesia indigena, ma aprire al proletariato delle colonie la via della sua liberazione (…) Nel suo primo stadio, la rivoluzione nelle colonie non sarà una rivoluzione comunista, ma se fin dall’inizio una avanguardia comunista ne prende la testa le masse rivoluzionarie saranno avviate nel giusto cammino e raggiungeranno il fine ultimo attraverso una graduale conquista di esperienze rivoluzionarie».

L’ “avanguardia” comunista fu invece condannata dall’opportunismo ad una posizione di retroguardia nella lotta sociale: mentre i proletari venivano spinti dalla crisi verso posizioni sempre più rivoluzionarie sia contro l’imperialismo sia contro la borghesia interna, quella che doveva essere la sua testa, il suo stato maggiore, la sua organizzazione-guida, si confondeva nell’arcobaleno democratico-borghese, abbandonando ogni e qualsiasi ruolo autonomo, sposando le tesi nazionaliste e presentandole come proprie agli sfruttati. Le conseguenze di questo abbandono (che non può essere considerato un “errore”, in quanto le tesi, le parole d’ordine e tutta l’impostazione del problema da parte dell’Internazionale Comunista nei suoi anni di splendore non lasciavano il menomo dubbio sulla via da percorrere) non tardarono a farsi sentire nella lotta rivoluzionaria. Fu come se tutte le lezioni scaturite dalle lotte proletarie dal 1848 in poi fossero state dimenticate e rinnegate dalla classe; in realtà, e la sinistra avvertì subito il pericolo, erano i primi passi in campo aperto della reaziuone capitalista attraverso il suo agente all’interno della classe – l’opportunismo – per la sistematica distruzione dell’edificio teorico e pratico costruito in anni di fuoco da tenaci ed eroiche avanguardie: per lo sterminio dell’Ottobre Rosso; per l’affossamento della rivoluzione internazionale.