Internationella Kommunistiska Partiet

Il Programma Comunista 1971/7

Lettera dalla Germania: Capitalismo e schiavitù della donna

La Germania Occidentale è oggi, in tutto il mondo, il paese invidiato del successo economico e del benessere diffuso. In una società divisa in classi, tuttavia, la ricchezza accumulantesi del capitale è solo l’altra faccia cia di una insicurezza collettiva, e di una concorrenza spietata che stravolge la vita delle masse, e fa agire gli uomini come folli marionette animate dalla pazzia produttiva e dalla sete di profitto del capitale. Dietro le parate delle statistiche che da anni segnano solo e sempre incrementi positivi, si cela la realtà di una potenziale tensione esplosiva che, compressa contenuta solo dalla molla del l’espansione economica, deflagrerà nell’ ordinata società tedesca non appena la corsa folle accennerà a invertire il suo ritmo.

Accade a volte di gettare un rapido sguardo dietro la facciata scintillante del ”Made in Western Germany” e vedere con quale esoso sfruttamento le masse tedesche paghino i successi del loro capitalismo.

Questa volta è il settimanale filo socialdemocratico Der Spiegel (Nr. 5 del 25-1-71) a fornire alcuni dati sullo sfruttamento generalizzato cui è  sottoposta la donna nella congressista, emancipata Repubblica di Bonn.

La Repubblica Federale Tedesca conta 18 milioni di donne in età fra i 15 ed i 60 anni; di queste, il 50% svolge un’attività lavorativa ufficiale, e di esse il 94% è costituto da lavoratrici dipendenti, cioè 212.000 impiegate statali, 3.600.000 impiegate (commesse, steno dattilografe, pettinatrici, ecc.); 3.400.000 operaie. La rivista informa che un posto di lavoro su tre è coperto da una donna, ma che le condizioni della manodopera femminile sono  generalmente svantaggiate rispetto a quella della forza lavoro maschile.

La favola dell’ emancipazione femminile garantita dal capitalismo progressista sta nell’identificare la donna evoluta con l’immagine edonistica e sofisticata di un animale di lusso, di un bene di consumo, nel ridurla a pura cosa, a mero richiamo commerciale, magari a simbolo di successo cui adeguarsi in conformità alle esigenze della classe dominante.

Lo Spiegel ad esempio documenta come falangi di giovani tedesche non aspirino ad altro che a lavorare in boutiques di lusso, a fungere da segretarie di importanti direttori d’azienda, insomma ad entrare per la porta di servizio nell’ambiente che, secondo uno slogan di moda, è il vasto e bel mondo della Peter Stuyvesant (la sigaretta dei bosses).

L’altra faccia, quella tristemente vera, di tale mistificazione è l’oggettivazione della donna nella sua unilateralità genitale, la prostituzione dilagante, gli squallidi Pornoladen in cui un gregge di individui allucinati trascina la propria solitudine e disperazione nella vana ricerca di una umanità che la società non vende e che la concorrenza generale e l’insicurezza collettiva rendono irraggiungibile.

La falsa esaltazione della donna corrisponde in realtà ad una fase in cui il suo sfruttamento è tanto più grave in quanto è mistificato. Il mondo illusorio che la società di oggi determina, maschera il duplice sfruttamento a cui la donna è sottoposta in casa e al lavoro, e la vera realtà della sua condizione.

Il 94% delle donne tedesche e sposate che lavorano (1/3 del totale lavorano e la metà di esse hanno figli), sono costrette a ciò  dal fatto che le entrate del marito non sono sufficienti per vivere; devono farlo, dice la professoressa Helga Pross per necessità sociali.

D’altra parte, secondo il Sig. Max Diamant, della presidenza del sindacato dei  metallurgici di Francoforte, nelle aziende e nella società esiste una scala di valutazione negativa per il lavoro delle donne e la capacità di lavoro degli operai stranieri. Sono specialmente le operaie e gli operai stranieri che vengono occupati come ausiliari riuniti nei gruppi salariali più bassi.

Dietro la facciata ridente della letteratura turistica scorgiano chi suda per lo sviluppo economico della RFT.

Apprendiamo come milioni di donne siano condannate a salari bassissimi e ad una schiavitù domestica senza prospettive, che non corrisponde certo all’ immagine diffusa della classe dominante.

Secondo statistiche ufficiali, il i 50% delle operaie guadagna salari mensili fra i 300 e 600 DM; nessuna supera i 1200 DM. Mentre il 46,7% degli operai intasca fra i 600 e 800 DM, solo il 10% delle operaie può contare su salari analoghi. Secondo una stima media, il salario di un’operaia, a parità di lavoro, è di 1/3 inferiore a quello dell’operaio; eppure, secondo il DGB (federazione dei sindacati tedeschi) il 36% di tutte le donne che lavorano sono la principale fonte di guadagno della famiglia. Nel 1970, nell’industria delle calzature le donne avevano un salario inferiore del 20,4% a quello degli uomini (1,11 DM per ora); nell’industria vetraria del 34,2 % (2,16 DM per ora); nella grafica del 38,3 % (2,97 DM per ora).

Si aggiunga che, tra le operaie femminili, solo una è specializzata.

Ed ecco alcuni casi concreti riportati dallo Spiegel: Presso la ditta Elsenbusch (cucine in laminato plastico), per la stessa operazione le donne sono nel gruppo salariale 1, paga oraria DM 3,68; gli uomini nel 4 o 5 paga oraria DM 4,45 e 4.76.

Presso la Blaupunkt il  50% delle operaie è compreso nel gruppo salariale più basso, paga oraria DM 4,70; gli uomini, per  lo stesso lavoro, percepiscono un salario del 5% superiore.

Presso la Nagde und Neffen di Amburgo (legnami), per lo stesso lavoro la donna ha una paga oraria di DM 4,86, l’uomo, di DM 5,75.

Alla Siemens di di Bellino, su 37.300 operai vi sono 10.300 operaie, ma solo una su cento appartiene al gruppo salariale 5, quello degli specializzati.

La Phoenix di Amburgo impiega 1500 operaie (il 25% della forza lavoro complessiva) ma un’asola  è compresa nel gruppo salariale degli specializzati. .

La Ford di Colonia, su 40.000 operai, ha 1000 operaie, di cui però una sola raggiunge il gruppo sa salariale più elevato, il 10, con  DM 9,05; la maggioranza è compresa nel 3 con salario orario di DM 5,83.

A tale situazione di peggior trattamento a parità di lavoro corrisponde la richiesta di ritmi e prestazioni di lavoro esose e spossanti. Alle donne vengono in genere affidati i lavori definiti tipicamente femminili, cioè i più oscuri, chiusi, noiosi, ripetitivi.

Su di esse la frusta del lavoro a cottimo infierisce come un knut zarista: il 70% della forza lavoro femminile vi è soggetta. E ad ore ed ore di cottimo al limite della resistenza, che riducono gli individui ad automi per aumentare il fatturato delle aziende, seguono il pesante la famiglia, che ricadono tutti sulle spalle femminili.

Ecco alcuni esempi di tipiche operazioni domestiche che ci fanno entrare nel segreto della normalità produttiva tanto cara ai funzionari del capitale di qualunque paese: Alla OSRAM, alle 10,15 di ogni mattina le operaie del 1 turno addette al collaudo hanno già provato 3704 lampadine collegandole ad un contatto elettrico per scoprirne i difetti e scartare i prodotti difettosi. Per 2500 volte al giorno le operaie del reparto ”Y” alla Ford di Colonia l’iniettore per fissare 4 schermi di plastica. 400 volte in 492 minuti di lavoro le operaie cucitrici cuciono i capi delle eleganti confezioni della Goslaer Beklei dungsfirma Odermark. 1250 volte al giorno le operaie della Phoenix Gummiwerke di Amburgo aprono e chiudono gli stampi dei colorati stivali di gomma alla moda. Questo il ritmo di lavoro ripetuto, ossessionante come una condanna, che svuota ed esaurisce e che contrasta in modo stridente col radiosi motti pubblicitari delle ditte,ma che è imposto dalla ferrea legge del capitale.

Questa è l’ ”emancipazione” che uno dei paesi più progrediti del mondo riserva alle sue operaie; la donna tedesca libera e moderna che sorride dai manifesti pubblicitari si rivela qui una crudele mistificazione: da un lato, le borghesi e piccolo-borghesi paghe d’essere consumate e retribuite, dall’altro le proletarie che solo lottando per il comunismo potranno realizzare la loro essenza umana.

Horst Maihoefer, presidente del consiglio di amministrazione della Blaupunkt che occupa 4.000 operaie, dice: ”Da noi la catena scorre davanti ai posti di lavoro, che sono larghi 80 cm.; chi non è pronto (non ha finito la sua fase) dopo 40 cm. lavora ancora poco”.
Ed ecco la stessa realtà descritta come in un incubo dalle operaie di Maihoefer (quelle che alla catena ci stanno): ”La cosa ti viene addosso come un T 34, e tu non puoi scappare”. La forza del capitale e il prodotto stesso del loro lavoro appare alle operaie come una forza nemica che le domina, e a cui sono legate; come un rullo compressore che si avventa su di loro senza che gli si possa sfuggire; come una potenza anonima che si appropria la loro vita per succhiarne pluslavoro. Ed ecco il grido delle operaie della Blau-punkt (ma non lo abbiamo mai sentito dalle radio ”marca” Blaupunkt): ”AKKORD IST MORD! IL COTTIMO E’ ASSASSINIO”.

Chi non può seguire il ritmo della catena viene ben presto passato a un lavoro subalterno, scomodo, e naturalmente peggio retribuito.

La condizione di inferiorità cui è condannata la donna nella fabbrica è d’altronde la prosecuzione della sua condizione di inferiorità nella vita sociale, condizione che, in particolare nelle famiglie operaie, si trasmette ai figli condannandoli ad uno stato di insicurezza, precarietà e sfavore.

Il prof. Teschner constata (c’è sempre un professore tedesco per constatare qualcosa) che ” in prima linea sono figlie di operai quelle alle quali nell’industria toccano i lavori più monotoni, unilaterali e logoranti ”.

Constatando che nella Germania Occidentale lavorano 2,9 milioni di donne sposate, di cui 2,4 milioni con figli, il dr. Herbert Heiss, esperto in medicina del lavoro, scrive: ”Circa 2 milioni di bambini soffrono gravemente dell’ attività v lavorativa delle loro madri; un bambino su quattro deve rinunciare alle regolari cure materne. Da questa situazione, secondo la dott. Pross, deriva un sovra affaticamento fisico e psichico che genera nella donna, divisa fra lavoro e casa, un senso di colpa e disadattamento. Tutti ciò, collegato ai frenetici ritmi di lavoro, a lungo andare si concretizza, secondo la dott. Maria Helmrich, in un vero e proprio deperimento fisico e nell’insorgere di disturbi cardiaci, dolori articolari, irregolarità mestruali, cefalee, disfunzioni intestinali, malattie nervose. E la prospettiva per le operaie e figlie di operaie di uscire da un simile inferno non sono certo incoraggianti, se si considera che le figlie di lavoratori che frequentano le scuole scientifiche superiori costituiscono lo 0,5% degli studenti, i figli di lavoratrici raggiungono appena il 4,2% del totale (8 volte più delle ragazze, comunque), su 500 mestieri le donne sono in pratica concentrate in 23 mestieri ”i mestieri tipicamente femminili, i più negletti.”

Il problema della emancipazione della donna dal ruolo minoritario impostole dalla tradizione della famiglia monogamica-patriarcale, da cui il capitalismo non l’ha affatto sollevata, aggravandola anzi con la sua mistificazione, si identifica col problema dell’emancipazione di tutta la società. La donna può affrontarlo, non tanto lottando per un’illusoria eguaglianza formale nel quadro delle strutture vigenti, ma partecipando in prima linea, senza nessuna differenziazione, alla secolare battaglia di classe, e portando ad essa il  proprio contributo non in quanto donna ma in quanto militante comunista; non ponendosi come un’ipotetica e assurda classe a sé interessata ad una questione femminile che accomuni borghesi e proletarie, ma schierandosi a fianco del suo compagno l’uomo nella guerra contro il capitale. Per le sue necessità di accumulazione il capitalismo inserisce la donna nel lavoro produttivo, utilizza nelle fabbriche il lavoro femminile e infantile; se non sottrae la donna al suo stato di oppressione e sfruttamento, che anzi rende più acuto, spezza però il cerchio del suo isolamento e crea cosi la base materiale per la soluzione del problema dell’emancipazione femminile.

« La monogamia schiuse quell’epoca, che ancor oggi dura, nella quale ogni progresso è, ad un tempo, un relativo regresso, e in cui il bene e lo sviluppo degli uni si compie mediante il danno e la repressione di altri ». (Engels, Origine della famiglia. Ediz. Rinascita, pag. 67).

Il movimento reale della società capitalistica suscita necessità ed esigenze che non possono essere soddisfatte nell’ambito della società capitalistica stessa; di qui la situazione di laceranti contrasti e di crudele instabilità cui la donna è pesantemente soggetta; di qui la crisi della famiglia di cui tutti cianciano e alla quale tutti cercano rimedi nello sforzo illusorio di salvare, riformandolo, l’istituto «sacro» ed eterno della famiglia borghese; crisi che travaglia tutta la società ed è solo un aspetto della crisi generale di essa, cioè della sopravvivenza di un capitalismo ormai imputridito.

Tutti i riformatori e difensori della famiglia borghese monogamica da Breznev a Paolo VI, ignorano una limpida, cristallina, perentoria frasetta di Engels: La moderna famiglia singola è fondata sulla schiavitù domestica della donna  (ibid., pag. 75).

Ed ecco come lo stesso Engels, secondo le determinazioni storiche reali, pone il problema dell’emancipazione femminile, del reinserimento della donna nel lavoro produttivo: ”Nell’antica amministrazione comunistica la amministrazione domestica affidata alle donne era un’industria di carattere pubblico, un’industria socialmente necessaria, così come lo era l’attività con cui gli uomini procacciavano gli alimenti. I rapporti sociali erano quindi noti e trasparenti, non mediati dalla potenza alienante e stravolgente del capitale. Non così nella progredita civiltà borghese, la quale scarica sulle spalle femminili tutto il peso di un lavoro domestico che nella maggioranza dei casi è il meno produttivo, il più noioso, più barbaro, un lavoro estremamente meschino che non può minimamente contribuire all sviluppo della donna”   (E’ Lenin qui che parla: Discorso alla conferenza degli operai senza partito della città di Mosca, settembre 1919). Essa quindi condanna la donna all’isolamento, alla solitudine, alla minorità permanente, all’ estraniazione più brutale. L’emancipazione della donna ha come prima condizione preliminare la reintroduzione dell’intero sesso femminile nella pubblica industria, e ciò richiede a sua volta l’eliminazione della famiglia monogamica in quanto unità economica della società». (Engels, pag. 76).

Ecco come parla il comunista, ecco il risultato cui tendiamo lottando per il comunismo: liberare la metà di sesso femminile del genere umano dalla schiavitù domestica, reinserirla nel movimento attivo della società, restituire il suo potenziale umano allo sviluppo ed al beneficio della specie. Ma a tale fine occorre un capovolgimento completo dell’ordine economico e sociale: occorre la rivoluzione comunista. ”Col passaggio dei mezzi di produzione in proprietà comune la famiglia singola cessa di essere l’unità economica della società. L’amministrazione domestica privata si trasforma in un’industria sociale. La cura e l’educazione dei fanciulli diventa un fatto di pubblico interesse; la società ha cura in egual modo di tutti i fanciulli, legittimi e illegittimi”. (Engels, pag. 77).

E Lenin: «Perchè la donna sia completamente libera e veramente eguale all’uomo (veramente eguale, non nella lettera dei decreti di riforme, ma nella realtà sociale) bisogna che i lavori domestici siano trasformati in servizio pubblico e che la donna partecipi al lavoro produttivo generale”.

Così i comunisti vedono la liberazione della donna: non come edonistica liberazione individuale o illusoria eguaglianza giuridica, ma come sua restituzione alla società, alla comunità sociale non più divisa in classi, alla specie.

Solo nella società comunista, che non vedrà più antagonismi di classe ed anarchia produttiva, la donna, in piena unità col compagno liberamente scelto e a cui sarà legata dall’unico vincolo dell’amore reciproco, e in piena unità con la specie, potrà armoniosamente espandersi e ritrovare in un sano e sereno rapporto con l’uomo e la società non più nemica quel ruolo, quel rispetto, quella funzione che già il barbaro comunismo primitivo le assegnava, uscendo una volta per tutte dall’ abbrutimento e dalla degradazione ai quali l’ha condannata la civiltà capitalistica.