Internationella Kommunistiska Partiet

Il Programma Comunista 1972/12

[RG59] Nell’immutabile solco della dottrina marxista (Pt. 7)

12. Pur appartenendo tutti e due all’età imperialistica, il primo dopoguerra differisce dal secondo come l’aspettativa dall’era democratica della dominazione borghese all’era totalitaria differisce dalla piena affermazione di questa ultima malgrado la sconfitta militare degli Stati fascisti nel conflitto 1939-1945 e il mantenimento e perfino la restaurazione di alcune forme della democrazia politica.

Questa evoluzione era stata non soltanto prevista dal Partito, ma denunziata come la sola possibile in caso di sconfitta del comunismo al termine dell’innegabile crisi economica e politica aperta dalla prima guerra mondiale da una parte, e dalla vittoria comunista in Russia nel 1917 dall’altra. Di più, la posizione centrale che basta a distinguere la nostra corrente da tutte le sfumature dell’opportunismo negli anni ’40 – malgrado le fatali suggestioni della «vittoria antifascista» – non meno che negli anni ’20, quando il fascismo era appena allo stato di minaccia, fu appunto che il partito proletario dovesse respingere non solo come disfattista, ma come totalmente irreale qualunque previsione e a maggior ragione qualunque rivendicazione di ritorno del regime borghese alle forme superate della democrazia.

Considerata come un tutto, la democrazia non poteva però essere definita soltanto in virtù dell’esistenza del parlamento; fin dalla svolta nella politica di classe della borghesia di fronte alle organizzazioni immediate del proletariato (vedi punto 8), essa era pure caratterizzata dall’esistenza di sindacati operai controllati certo da correnti non rivoluzionarie, ma indipendenti non solo di diritto ma, in una certa misura, anche di fatto dalle istituzioni statali.

Ciò è tanto vero che, per caratterizzare la fase totalitaria della dominazione borghese, il nostro partito non si è limitato a sottolineare il declino sempre crescente del potere legislativo di fronte all’esecutivo, ma ha messo in risalto che, in collegamento col capitalismo monopolistico, i sindacati fascisti si erano svolti nel «sindacato di stato, nel sindacato forzato, che inquadra i lavoratori nell’impalcatura del regime dominante e distrugge in fatto e in diritto ogni altra organizzazione», e che «questo gran fatto nuovo dell’epoca contemporanea non era reversibile», ma era al contrario «la chiave dello svolgimento sindacale in tutti i grandi paesi capitalistici» (Le scissioni sindacali in Italia, «Filo del tempo», maggio-giugno 1949).

13. I ”critici radicali” ricordati al punto 11, che nel 1971-72 credettero di fare una scoperta inedita proclamando a colpi di tromba questo fatto (per trarne, è vero, pretesto alla liquidazione di tutti i principi) erano in realtà così ignoranti che non si temettero di accusare alla rinfusa «tutte le correnti sorte dalla III Internazionale» di averlo misconosciuto e, colmo di ironia, di rimproverare alla Sinistra italiana di aver peccato appunto perciò di… ”trotskismo”.

Ora si dà il caso che il riconoscimento del fatto di cui parliamo abbia costituito una posizione centrale del partito, ma si sia imposto perfino a Leone Trotsky, il quale nel 1940 svolse esattamente la stessa analisi nel suo I sindacati nell’epoca imperialistica. Tanto basta a provare la leggerezza comune a tutti coloro che rivendicano ”la libertà di critica” e il ”diritto all’innovazione” in qualunque epoca e sotto qualunque pretesto; e giustificano nello stesso tempo l’opposizione (assolutamente incomprensibile per costoro) suscitata in marxisti non del tutto sprovveduti dalla semplice enunciazione di queste ”rivendicazioni”.

Non c’è nulla da sorprendersi nel fatto che un marxista come Trotsky abbia svolto un’analisi identica a quella della Sinistra marxista italiana per quanto concerne l’evoluzione dei sindacati nella fase aperta dalla sconfitta dell’Internazionale Comunista nel suo tentativo di conquistare al comunismo il proletariato. Ciò che sarebbe stupefacente è che il partito derivante da questa Sinistra traesse da questa analisi conclusioni analoghe alle sue, mentre come tutti gli ex-dirigenti dell’IC, egli è stato sempre un suo avversario nelle questioni di tattica.

Poiché si è caduti in questo errore in alcune formulazioni e parole d’ordine, conviene intrattenersi sull’insieme della posizione di Trotsky nella questione sindacale. Sarà il miglior modo di sottolineare come il nostro primo dovere verso la tradizione del nostro Partito sia di salvaguardare la logica rigorosa che ha sempre unito le sue conclusioni tattiche alle sue analisi teoriche e storiche, e che invece troppo spesso manca negli scritti di Trotsky e, a maggior ragione, dei suoi allievi degeneri. Per quanto terribili siano le difficoltà del lavoro in seno a generazioni operaie e a sindacati come quelli d’oggi (lavoro al quale nessun militante accetta di rinunciare), esse non dispensano nessuno da questo dovere.

14. Citiamo dunque da I sindacati nell’epoca imperialistica (1940) di Trotsky:

«C’è un aspetto comune nello sviluppo o per meglio nella degenerazione delle moderne organizzazioni sindacali in tutto il mondo: il loro avvicinamento e la loro fusione col potere di stato.

«Questo processo è caratteristico dei sindacati siano neutrali, che social-democratici, comunisti o anarchici. Questo solo fatto indica che la tendenza a fondersi con lo stato non è inerente a questa o quella dottrina, ma deriva dalle condizioni sociali comuni a tutti i sindacati.

«Il capitalismo monopolistico non si basa sulla concorrenza e sull’iniziativa privata, ma su un comando centrale. Le cricche capitalistiche alla testa di potenti trusts, dei sindacati padronali, dei consorzi bancari, controllano la vita economica dalla stessa altezza che il potere di stato, e ricorrono ad ogni piè sospinto alla collaborazione di quest’ultimo. A loro volta i sindacati dei rami di industria più importanti si vedono privati della possibilità di avvantaggiarsi della concorrenza tra le diverse imprese.

«Essi si trovano di fronte un avversario capitalista centralizzato, intimamente unito al potere. Di qui i sindacati, nella misura in cui restano su posizioni riformiste [cioè nella misura in cui non sono rivoluzionari], su posizioni basate sull’adattamento alla proprietà privata, la necessità di adattarsi allo stato capitalista e di lottare per la collaborazione con esso. Agli occhi della burocrazia del movimento sindacale, il compito essenziale consiste nel liberare lo stato dal controllo capitalista riducendo la sua dipendenza dai trusts e attirandolo dalla sua parte. Questa posizione è in completa armonia con la posizione sociale dell’aristocrazia e della burocrazia operaia, che combattono per ottenere qualche briciola, nella spartizione dei sovraprofitti del capitalismo imperialistico.

«Nei loro discorsi i burocrati laburisti [termine che vale non solo per le Trade-Unions inglesi ma per tutte le burocrazie sindacali] fanno tutto il possibile per cercar di dimostrare allo stato democratico quanto sono utili e indispensabili in tempo di pace e soprattutto in tempo di guerra. Trasformando i sindacati in organi di stato, il fascismo non inventa nulla, si limita a spingere alle loro estreme conseguenze tutte le tendenze proprie dell’imperialismo [corsivi nostri].

«… Dei sindacati democratici nel vecchio senso del termine, cioè organizzazioni nel cui ambito diverse tendenze si affrontano più o meno liberamente, in seno ad una stessa organizzazione di massa, non possono più esistere più a lungo. Come è impossibile tornare allo stato democratico borghese, così è impossibile tornare alla vecchia democrazia operaia. La sorte dell’uno riflette la sorte dell’altra. È un fatto certo che l’indipendenza dei sindacati in un senso di classe nei loro rapporti con lo stato borghese può essere soltanto assicurata da una direzione rivoluzionaria».

Noi non possiamo che rivendicare totalmente questa analisi e la sua conclusione, con la riserva capitale, tuttavia, che per noi l’assenza di direzione rivoluzionaria non è un caso, un accidente della storia, l’effetto di semplici errori soggettivi essendo le masse sempre e in ogni circostanza potenzialmente rivoluzionarie; ma è il riflesso di una crisi politica che investe l’insieme della classe.

Non possiamo invece accettare le seguenti conclusioni pratiche dettate a Trotsky dal suo volontarismo, particolarmente manifesto nella celebre tattica delle ”parole d’ordine democratiche”:

«Nei sindacati totalitari è impossibile svolgere un lavoro che non sia cospirativo. È necessario adattarci alle condizioni concrete esistenti nei sindacati per mobilitare le masse non solo contro la borghesia ma anche contro il regime totalitario regnante negli stessi sindacati e contro i dirigenti che rafforzano questo regime [corsivi nostri].

«La prima parola d’ordine è: completa e incondizionata indipendenza del sindacato dallo stato capitalista.

«La seconda parola d’ordine è: democrazia nei sindacati [corsivi nostri]. Questa seconda parola d’ordine discende dalla prima e presuppone per la sua realizzazione la completa libertà dei sindacati dallo stato imperialista e colonialista».

15. Tutti i compagni che hanno cercato di svolgere un autentico lavoro in veri e propri sindacati operai (non in associazioni corporative di insegnanti, impiegati, ecc.) sanno molto bene che nel 1972 come negli anni ’40 questo lavoro resta in realtà di carattere cospirativo non meno che sotto il fascismo, quando esso era costituzionalmente escluso – anche se i rischi che si corrono non sono, almeno fino, così gravi.

Tutti i compagni coscienti del fatto che rinunziare a questo lavoro comunista fra gli operai, dentro o fuori i sindacati, significa rinunciare al compito del partito, che è di legarsi al movimento reale anche se atomizzato, anche se decaduto a proporzioni miserabili e alla peggiore discontinuità, accettano coraggiosamente di vederlo ridotto a un ”lavoro cospirativo”.

Quello che è intollerabile, quello di cui ogni militante il quale affronti realmente queste terribili condizioni sente tutta la falsità, è la vanteria attivistica, la ”disgustosa frase rivoluzionaria”, come avrebbe detto Lenin, consistente nel parlar di ”mobilitare le masse” mediante un lavoro ”cospirativo”. Quando si pone il problema di ”mobilitare le masse”, gli è che un cambiamento radicale si è prodotto nei rapporti di forza, e allora, senza evidentemente rinunciare a nessuna forma illegale di lavoro, diventa possibile levare pubblicamente la voce del partito, lavorare nel modo più aperto e largo possibile. Quando invece i rapporti di forza ci rinchiudono nei limiti angusti della cospirazione, non dobbiamo pretendere di ”mobilitare le masse”, non dobbiamo attendere dalla nostra volontà, dalla nostra abnegazione e ancor meno dalla nostra ”abilità tattica”, dei poteri che possono venirci soltanto dal proletariato stesso, dalla ripresa della lotta proletaria. Questa non dipende dalla nostra volontà; non la si inventa, la si osserva e la si studia con tutto il rigore e tutte l’obiettività che il partito deve usare in quella parte importante del suo compito che è l’analisi delle situazioni.

Dobbiamo lasciare all’attivismo opportunista la vanteria, la ”frase rivoluzionaria”, la pericolosa esagerazione degli avvenimenti realmente accaduti e i risultati conseguiti. Nulla è più estraneo alla tradizione del nostro partito, il quale fin dalla sua ricostituzione si è distinto per la sua lotta risoluta contro la tesi idiota secondo cui «l’azione primeggia su tutto», dalla semplice oggettività nella valutazione dei movimenti reali fino alla coerenza teorica.

L’entusiasmo, la combattività, la tenacia nello sforzo di legarsi alla classe, sono ottime cose, ma non deve avvenire che a favore di esse entrino di contrabbando nel partito ”noi mobiliteremo”, i ”noi salveremo”, i ”noi ricostruiremo”, insomma… i ”noi capovolgeremo i rapporti di forza”, tanto cari all’attivismo. Sotto questo aspetto ci sono stati errori incontestabili ed è necessario bandirli definitivamente perché, se è chiaro che non sono stati essi la causa della crisi suscitata dai ”critici radicali” (crisi di demoralizzazione, crisi di completa decomposizione teorica), è altrettanto chiaro che essi hanno complicato la lotta per superarla e rischierebbero di nuocere gravemente al partito nell’esecuzione di compiti che, nell’immediato, non sono gloriosi come potrebbero farlo credere le vanterie, ma che sono reali e particolarmente pesanti per un pugno di militanti come noi.

16. Il secondo punto – quello delle parole d’ordine – è un po’ più delicato.

Certo, è chiaro che non ha senso, da una parte, affermare come Trotsky che, «come è impossibile tornare allo Stato democratico borghese, così è impossibile tornare alla vecchia democrazia operaia: la morte dell’uno riflette la morte dell’altra», e d’altra parte concludere: «la seconda parola d’ordine è democrazia nei sindacati… e presuppone per la sua realizzazione la completa libertà dei sindacati dallo Stato».

Se la ”vecchia democrazia operaia” non ritornerà mai, gli è che tutte le correnti non-rivoluzionarie tendono, per le ragioni già dette, ad una subordinazione irreversibile allo Stato borghese. Ciò non significa che la rottura della subordinazione dei sindacati allo Stato sia oramai storicamente esclusa; significa ”soltanto” che presuppone una massiccia disaffezione del proletariato dalle correnti non-rivoluzionarie, e questa, da un lato, può derivare soltanto da una crisi profonda della società e, dall’altro, non avverrà né senza aspre lotte fra gli operai e gli attuali bonzi sindacali, né senza sconfitta di questi ultimi, sia che gli operai riescano a cacciarli dai sindacati attuali, sia che li disertino per ricostituirne di altri – cosa che avrebbe storicamente lo stesso significato, per cui le dispute interminabili sull’ipotesi «che ha la maggiore probabilità di realizzarsi» sono del tutto vane e, provano unicamente l’incapacità di coloro che le conducono di staccarsi dall’aspetto empirico ed accidentale delle cose per abbracciare la prospettiva della rivoluzione.

Se una tale insoddisfazione, una tale rottura, una tale sconfitta di quei ”fascisti passivi” che sotto il nome di ”socialisti” o ”comunisti”, ma sempre di leali ”democratici”, paralizzano la classe ”proletaria”, si verificano, ciò significherà, né più né meno, la ripresa rivoluzionaria che invano avevano aspettato due o tre generazioni di militanti dopo l’ottobre 1917. Ottenuto un risultato storico così formidabile, quale attrattiva, quale utilità potrebbe avere la restaurazione della… vecchia democrazia operaia, e soprattutto fra quali correnti potrebbe svolgersi, una volta smascherata e sanzionata dalla ripresa proletaria la natura fascista del riformismo contemporaneo? Bisogna rispondere che questa attrattiva è dubbia, questa utilità è nulla, e l’impossibilità di questa restaurazione è sicura. Ecco perché la parola d’ordine della democrazia operaia deve essere respinta senza esitazioni.

Ecco anche perché, in una versione aggravata rispetto a quella di Trotsky, la democrazia proletaria viene presentata non come l’effetto, ma come il presupposto della liberazione dei sindacati dallo Stato. Perché la parola d’ordine sembri offrire un’utilità qualsiasi, bisogna dunque pretendere ch’essa faciliti la necessaria liberazione delle organizzazioni operaie dallo Stato; ma per far ciò bisogna negare appunto quello che vi è di giusto nelle parole di Trotsky – cioè che la vecchia democrazia proletaria non potrà più rinascere -; in altre parole, bisogna mettere la realtà a testa in giù. Ragione supplementare per respingere energicamente questa parola d’ordine.

17. La parola d’ordine ”completa e incondizionata indipendenza del sindacato dallo stato capitalista” deve invece essere affrontata con prudenza.

Certo, non si può respingere puramente e semplicemente una sia parola d’ordine come quella della ”democrazia nei sindacati”, ma bisogna capire in quali limiti sia valida. Prima di definirla, vediamo perché non è più un reato penale.

Un ragionamento perlomeno semplicistico consisterebbe nel dire: poiché la tendenza dei sindacati alla fusione con lo Stato è irreversibile, è antistorico rivendicare la loro rottura con esso, o la ricostruzione, fuori dalle vecchie organizzazioni integrate, di sindacati indipendenti; e non meno assurdo è prevedere la conquista degli uni o degli altri ad opera del partito rivoluzionario, anche in un avvenire lontano.

Il minimo che il partito possa esigere da tutti i suoi militanti (soprattutto se hanno pretese ”teoriche”), è che non tentino di stabilire che cosa è o non è ”storicamente irreversibile” facendo semplicemente astrazione… dalla lotta di classe!

La tendenza dei sindacati a fondersi con lo Stato è irreversibile nella sola misura in cui il capitalismo riesce a mantenere il suo dominio sul proletariato. Dire che essa è irreversibile in assoluto è come dire che il capitalismo conserverà in eterno questo potere. Non occorre essere dei cervelloni per capire che, in questo caso, non sono soltanto i sindacati che sarebbero condannati in quanto strumenti della lotta rivoluzionaria; è la stessa lotta rivoluzionaria che sarebbe esclusa, è della rivoluzione che si dovrebbero celebrare le esequie. Di fronte al ragionamento semplicistico di cui sopra, la nostra diagnosi è stata quindi tanto radicale quanto agevole: disfattismo acuto, rinnegamento totale.

In realtà, la tendenza dei sindacati a integrarsi nello Stato non è se non il punto d’approdo della «necessità» in cui si trovano di «lottare per la collaborazione con esso». Trotsky aveva perfettamente ragione di parlare di «necessità»; inesistente cinquant’anni fa, il che permetteva alle burocrazie sindacali di allora di rivendicare l’autonomia delle organizzazioni operaie senza essere affatto «più rivoluzionarie» di quelle di oggi, questa necessità deriva dalla tendenza irreversibile dello Stato monopolistico ad intervenire in tutti i conflitti anche parziali per ragioni evidenti di conservazione, lasciando sempre meno a imprenditori e salariati di regolare direttamente le loro faccende. Ma neppure questa necessità ha nulla di assoluto: esiste soltanto nella misura in cui i sindacati aspirano ad un riassetto delle condizioni di vita e di lavoro dei salariati nel quadro del regime salariale, senza conflitti aperti con lo Stato, senza lotta di classe aperta. La forza di questa aspirazione misura la forza del dominio del capitalismo sul proletariato di cui parlavamo più sopra. La tesi del marxismo è la seguente: questa aspirazione è oggi fortissima nella classe operaia dei paesi avanzati (e appunto perciò la burocrazia sindacale può dire le peggiori enormità ed esercitare un vero e proprio terrore contro i proletari che più o meno mordono il freno) ma non è eterna.

La tesi del disfattismo e del rinnegamento dice per contro: «Anche se il partito rivoluzionario riuscisse a controllare i sindacati, non potrebbe farli servire alla causa della rivoluzione», il che equivale a svalutare come anti-rivoluzionaria per natura la lotta degli operai per la difesa o il miglioramento delle loro condizioni di vita. Libero il rivoluzionarismo chiassoso di piccoli borghesi satolli di disprezzare con tanta superbia le preoccupazioni volgari della massa, e di opporre la rivoluzione alla lotta per interessi materiali. Il partito proletario non può rinunciare al materialismo senza rinnegarsi.

18. Il fondamentale riformismo delle attuali generazioni della classe operaia ha ragioni politiche troppe volte analizzate per dovercisi soffermare. È, fra l’altro, la ”fame di democrazia” provocata dalle gesta fasciste, hitleriane e staliniane, che hanno fatto impallidire per molto tempo i crimini degli stati parlamentari e pluripartitici; è il pacifismo generato dall’atroce bagno di sangue della controrivoluzione prima, della seconda carneficina imperialistica e delle guerre ad essa successive poi, e spinto al parossismo non solo dal crescente rafforzamento delle polizie statali, ma dal terrificante armamento delle grandi potenze, guardie bianche del mondo.

Ma questo riformismo ha pure delle basi economiche che il partito ha chiaramente definite: contrariamente alla falsa teoria secondo cui, nella sua fase senile, il capitalismo cesserebbe di assicurare lo sviluppo delle forze produttive, contrariamente anche alla congiuntura fra le due guerre mondiali, l’economia borghese ha conosciuto dopo la seconda un’espansione notevole. Di conseguenza, almeno «laddove la produzione industriale fiorisce, per gli operai occupati tutta la gamma delle misure riformiste di assistenza e previdenza per il salariato crea un nuovo tipo di riserva economica che rappresenta una piccola garanzia patrimoniale da perdere, in certo senso analoga a quella dell’artigianato e del piccolo contadino; il salariato ha dunque qualche cosa da rischiare, e questo (fenomeno d’altra parte già visto da Marx, Engels e Lenin per le cosiddette aristocrazie operaie) lo rende esitante ed anche opportunista al momento della lotta sindacale e, peggio, dello sciopero e della rivolta» (Partito rivoluzionario e azione economica, aprile 1951). 

È lì tutto il segreto della persistenza del riformismo nella classe operaia, non solo durante una fase storica molto più lunga di quanto i comunisti della terza Internazionale se la potessero immaginare, ma anche in forme aggravate in confronto a quelle di quaranta o cinquant’anni fa.

Incapace di capire che questo aggravamento aveva il carattere di una necessità storica transitoria ch’era assurdo giudicare dall’angolo di una ”etica” rivoluzionaria; impotente ad afferrare che esso non derivava da una specie di ”degradazione morale” delle masse, ma dal semplice adattamento del vecchio riformismo alle nuove condizioni del capitalismo monopolistico; il rivoluzionarismo piccolo-borghese di alcuni ex membri del partito li ha infine indotti a pronunziare la decadenza delle masse proletarie dalla loro missione rivoluzionaria, e ad esaltare quella di minoranze ribelli purchessia.

Per i materialisti, le ”masse” sono sempre, in un momento dato, ciò che per legge storica devono essere: nessuna delle ragioni che le ha rese quelle che sono è mai immutabile, e, invece di cadere nella disperazione o nelle ”laceranti revisioni”, i materialisti affidano allo sviluppo storico il compito di distruggere quel mostro che è una classe operaia non rivoluzionaria, e quindi di ricreare le condizioni dello sviluppo del partito proletario.

Se, di fronte all’innegabile terrorismo borghese (di cui le gerarchie opportuniste sono sempre e soltanto le cinghie di trasmissione), tutte le generazioni operaie destinate a succedersi dovessero reagire allo stesso modo di quella che ha subito i grandi traumi dell’interguerra e del secondo massacro imperialista e di quelle che sono state allevate in questa psicologia, allora bisognerebbe rinunciare ad ogni speranza di rivoluzione, ma si dovrebbe anche ammettere che la ”natura umana” resta immutabile, come pretende la borghesia, invece di trasformarsi continuamente sotto i colpi della storia, come ha sempre affermato il marxismo.

Allo stesso modo, sul piano economico, se l’espansione capitalistica nell’ultimo quarto di secolo potesse continuare all’infinito nell’armonia; se ”la piccola garanzia patrimoniale” (che durante questa espansione ha causato l’opportunismo degli operai dei paesi progrediti) potesse restare in ogni circostanza una conquista intangibile; se, comunque, potesse soddisfare i bisogni delle generazioni operaie future solo perché ha soddisfatto quelli delle generazioni precedenti, allora non vi sarebbe alcuna ragione né che i bisogni materiali delle masse le spingano nuovamente ad una lotta di classe senza compromessi con lo Stato borghese, né che il partito rivoluzionario possa mai ritrovare un’influenza qualsiasi.

Appunto perché il marxismo esclude una simile visione, non si può respingere la parola d’ordine di ”indipendenza incondizionata dei sindacati dallo stato capitalistico”. Prima di tutto, questa parola d’ordine corrisponde ad una tendenza che si delineerà immancabilmente nelle condizioni di una ripresa della lotta proletaria, non certo ad opera della burocrazia sindacale esistente, ma ad opera delle masse sindacate; in secondo luogo, essa risponde perfettamente alle esigenze di questa lotta – due cose che non si potevano dire della parola d’ordine di ”democrazia nei sindacati”.

Proclamando che aspirava «alla confederazione sindacale unitaria autonoma dalla direzione di uffici di stato, agente col metodo della lotta di classe, dalle singole rivendicazioni locali di categoria a quelle generali di classe», il nostro partito ha dimostrato di considerare «l’indipendenza incondizionata dei sindacati dallo stato capitalistico» non solo come una necessità della lotta proletaria ma come un processo che non era affatto escluso storicamente da una pretesa «tendenza irreversibile» del proletariato a sottomettersi al capitale e al suo Stato.

19. Non si possono invece considerare come applicazioni corrette di questa posizione di principio direttive come: 1) l’appello per la costituzione di comitati di difesa del sindacato di classe in risposta alla fusione fra le tre centrali esistenti, che si profilava in Italia; 2) l’annuncio di una parola d’ordine di boicottaggio del nuovo sindacato unito ad un appello per la ricostruzione del sindacato di classe qualora tale fusione avvenisse.

L’errore non è consistito (come alcuni hanno preteso traendone pretesto per disertare) nel «sottovalutare» il ruolo controrivoluzionario delle burocrazie sindacali esistenti: un partito forgiatosi nella lotta non solo contro di esse, ma contro le loro precorritrici degli anni venti, non può «sottovalutare» questo ruolo e, a maggior ragione, dimenticarlo. L’errore non è stato neppure di non passare alla denunzia della forma sindacale in quanto tale per opporle altre forme di organizzazione, più o meno temporanee e più o meno locali: tali organizzazioni possono sorgere nel processo reale, attestare una certa tendenza più o meno temporanea e locale degli operai a reagire alla tendenza generale e continua dei loro sindacati alla fusione con lo Stato, ma non bastano ad invertire questa tendenza, né ad assicurare al proletariato l’organizzazione unitaria di cui ha bisogno.

L’errore è consistito nel riprendere, in piena fase monopolistica, le parole d’ordine che il nostro partito aveva lanciato agli inizi di questa fase, prima contro i dirigenti socialdemocratici, poi contro i sindacati fascisti quando si instaurarono sulle rovine dei sindacati «liberi» negli anni venti. Se, per evitare gli errori politici, bastasse ripetere in ogni circostanza delle direttive il cui valore era incontestabile alla loro epoca e che perciò hanno acquisito autorità, nulla sarebbe più facile che mantenere il partito sulla via giusta: l’arte, considerata difficile, di condurre la lotta proletaria non sarebbe, in verità, che un gioco da ragazzi. Le cose, disgraziatamente, non sono così semplici.

Perché la ripetizione meccanica fosse giusta, in questo caso, bisognerebbe che si fosse mantenuto intatto, dopo gli anni venti, il vecchio sindacato allora detto «di classe» perché, sebbene riformista, non rivendicava il principio della collaborazione di classe, come per esempio i sindacati cristiani, ma quello della lotta; perché era indipendente dallo Stato, e perché non escludeva l’azione comunista nel suo seno (almeno in Italia), non avendo ancora potuto bandire una «democrazia operaia» alla quale il proletariato dell’epoca teneva. O meglio, per quanto concerne l’Italia (e la Germania), bisognerebbe che i sindacati ricostituiti dopo la sconfitta militare del nazismo e del fascismo avessero miracolosamente ritrovato tutte quelle caratteristiche; cosa che, come si è visto più sopra (cfr. Le scissioni sindacali in Italia), il partito ha sempre chiaramente negato.

Bisognerebbe, inoltre, poter considerare l’avvenire come un puro e semplice ritorno al passato, cioè ammettere che, anche nell’assenza riconosciuta di un corso rivoluzionario, anche quando il partito è di fatto isolato dalle masse, ridotto ad una sopravvivenza eroica dal fondamentale riformismo di cui queste continuano a dar prova, la risurrezione del «buon» tradunionismo di un tempo fosse non solo augurabile ma possibile. Una tale concezione, che si limita a constatare che il riformismo di ieri era un minor male rispetto a quello d’oggi, non ha assolutamente nulla di marxista. E ciò per due ragioni: 1) che il riformismo neofascista di oggi è l’erede legittimo (come lo stesso fascismo) del riformismo democratico di cinquant’anni fa, e anche se, per miracolo, quest’ultimo potesse risuscitare, non potrebbe dare altri frutti; 2) non è affatto per caso, ma per effetto delle condizioni del capitalismo monopolistico, che il riformismo prima maniera ha ceduto il posto al riformismo seconda maniera, al riformismo d’oggi, che non solo in pratica, ma sempre più in «teoria», si allinea perfettamente sui principi enunciati nel 1891 dall’enciclica Rerum novarum.

La prospettiva della fusione tra la CGIL e le centrali che si erano sempre poste sul terreno della collaborazione di classe, non doveva provocare un tentativo di fermare la classe operaia su una china giudicata fatale, per ricondurla ad una vecchia tradizione le cui insufficienze sono state ampiamente dimostrate dalla schiacciante disfatta del proletariato nella lotta di classe fra le due guerre non solo in Italia ma nel mondo intero. Doveva offrir l’occasione di mostrare alla classe operaia che il prodotto fatale del suo riformismo sarebbe la sua totale immobilizzazione di classe anche ai soli fini della lotta difensiva ed immediata, per preparare, quando si fossero presentate le condizioni favorevoli, non un ritorno indietro, ma un decisivo passo avanti.

In generale, il partito non deve mai dimenticare che, per tradurre correttamente le sue direttive di principio, le parole d’ordine che esso lancia non devono lasciare il minimo dubbio sul fatto che l’indipendenza dei sindacati nei confronti dello Stato può essere restaurata solo grazie a un ritorno del proletariato alla linea del comunismo, cioè grazie alla conquista, da parte del partito, di un’influenza decisiva dalla quale è oggi enormemente lontano; che essa, dunque, può caratterizzare soltanto la fase storica rivoluzionaria.

Per concludere con considerazioni di principio, in materia di tattica gli errori da evitare (se non vi si è riusciti, da combattere) sono due: il primo è di agire come se i principi cambiassero con le situazioni; il secondo è di agire come se l’invarianza dei principi ci dispensasse da una analisi corretta delle situazioni e da uno sforzo per adattarvi la nostra propaganda.

I principi non variano con le situazioni, ed è perciò che il partito – contro i critici ”radicali” i quali si erano messi a rivedere le tesi del II congresso dell’Internazionale sul movimento sindacale – ha integralmente mantenuto la conclusione di Partito rivoluzionario e azione economica (1951):

«In ogni prospettiva di ogni movimento rivoluzionario generale non possono non essere presenti questi fondamentali fattori:

«1) un ampio e numeroso proletariato di puri salariati;

«2) un grande movimento di associazioni a contenuto economico che comprenda una imponente parte del proletariato;

«3) un forte partito di classe, rivoluzionario, nel quale militi una minoranza di lavoratori, ma al quale lo svolgimento della lotta [corsivo nostro] abbia consentito di contrapporre validamente ed estesamente la propria influenza sul movimento sindacale a quella della classe e del potere borghese…

«Le linee generali della suddetta prospettiva non escludono che si possano avere le congiunture più svariate nel modificarsi, dissolversi, ricostituirsi di associazioni a tipo sindacale. Di tutte quelle associazioni che ci si presentano nei vari paesi sia collegate alle organizzazioni tradizionali che dichiaravano fondarsi sul metodo della lotta di classe, sia più o meno collegate ai più diversi metodi e indirizzi sociali anche conservatori». 

Considerando che l’apertura di una nuova fase in seguito alla sconfitta del comunismo fra le due guerre, l’accrescimento considerevole degli ostacoli da superare in confronto agli anni venti a causa della gravità di questa sconfitta e dell’integrazione delle organizzazioni operaie non soltanto nello stato nazionale, ma nelle istituzioni internazionali – insomma, che le difficoltà senza pari della nostra epoca non permettevano di risolvere a priori la questione se questa ricostruzione avverrà ”mediante conquista dei sindacati esistenti” o mediante conquista di ”sindacati ricostituiti ex-novo”, il partito ha respinto la confusione fatta dai suoi critici fra la ”verosimiglianza” immediata e la prospettiva rivoluzionaria, le inevitabili incertezze dell’avvenire e l’imprecisione teorica, e ha condannato la loro pretesa alla ”libertà di critica” sotto pretesto che il centro non poteva vedere per magia attraverso le brume del futuro.

D’altra parte, la sana concezione marxista esclude che le direttive, le parole d’ordine e le iniziative del partito possano essere stabilite esclusivamente in funzione di un vago riferimento a principi generali, e indipendentemente dalla corretta interpretazione della fase storica in corso. È perciò che il partito ha pure finalmente respinto le direttive di ”difesa del sindacato di classe”, poi di ”ricostituzione del sindacato di classe”, come vuote ripetizioni delle direttive degli anni venti, in un’epoca che non è né la ripetizione pura e semplice degli inizi della fase imperialistica, né e ancor meno il preludio ad una quarta fase che, dopo l’epoca rivoluzionaria, poi democratica e infine totalitaria del ciclo borghese, ci riconduca miracolosamente alle condizioni di lotta in apparenza più facili del passato, ma è invece la lenta e dolorosa gestazione di una gigantesca crisi rivoluzionaria che si compirà in condizioni e in forme sotto molti aspetti assai diverse da quelle dell’immediato dopoguerra 1914-1918. È perciò, anche, che il partito ha condannato il fatto stesso di dare parole d’ordine supponendo che disponiamo di un’iniziativa storica anche lontanamente comparabile a quella della sezione italiana dell’Internazionale Comunista negli anni venti; parole d’ordine che, dato il rapporto di forza che ci schiaccia, appartengono al triste regno della ”frase rivoluzionaria”.