Esistenzialismo
Il Comitato Centrale del partito comunista, posto dinanzi alle svolte e alle scosse piuttosto notevoli della situazione italiana ed europea, ha fatto ricorso — sfuggendo ancora a maggiori precisazioni sulla tattica del partito, che dentro e fuori tutti non sanno se definire ministeriale o di opposizione, legalitaria o insurrezionista — ad un severo richiamo al rigore ideologico, alla purezza dottrinale.
I grossi calibri teorici del partito hanno alzato la sferza sul gaietto sciame degli « intellettuali » che vi sono accorsi dopo la caduta del fascismo, e ne hanno censurato senza riguardo le contorsioni. Che diamine! Lo scandalo era enorme, e si giungeva fino al punto che regolari tesserati del partito comunista professassero la filosofia, la morale, l’estetica esistenzialista. Una parola di questo genere, di tante lettere e di così frequente risonanza attuale, basta a far tremare la terra e l’Olimpo, a far fremere le moltitudini, a polverizzare i poveri scomunicati.
Ora, malgrado la quasi equivalenza tra il disprezzo che sentiamo per queste muffe della decomposizione del pensiero borghese, questi cavalieri di ventura del pennivendolismo sbandati dalle servili inquadrature fasciste alle chiesuole della sottocultura antifascista di oggi, e quello che abbiamo sempre nutrito per i disertori e i falsificatori della teoria marxista, occorre giustificare i primi dinanzi allo sdegno ipocrita dei secondi. Se l’esistenzialismo come efflorescenza di questi tempi tormentati significa qualche cosa, l’indirizzo degenerato e aberrante dal movimento politico proletario rappresentato dallo « stalinismo » pel mondo in Russia e in Italia si definisce in pieno come la deviazione esistenzialista dalla dottrina rivoluzionaria marxista.
Che cosa è l’esistenzialismo, si domandano tutti sottovoce da qualche tempo a questa parte? Sono quelle tali cose che tutti — beata democrazia degli spiriti — dicono di sapere e non riescono a formulare. Ieri era la mistica dei fati nazionali e razziali, oggi sono questi altri accidenti, che si accampano tra la solenne posizione accademica e le pratiche orgiastiche di ghenghe degenerate.
Scegliamo una definizione abbastanza buona da uno dei tanti articoli di rivista, dato che la notte la passiamo a dormire sodo non sui testi dei sommi della nuova scuola, dopo la giornata di lavoro.
« La filosofia esistenziale consiste, come indica il suo nome, nel prendere per tema non soltanto la conoscenza o la coscienza intese come una attività che pone degli oggetti immanenti e trasparenti in piena autonomia, ma l’esistenza, cioè una attività data di per sé stessa in una situazione naturale e storica, e altrettanto incapace di astrarsene quanto di ridursi ad essa. La conoscenza si trova ricollocata nella totalità della prassi umana e quasi raddrizzata (traduciamo così lestée, lett. zavorrata) da essa. Il « soggetto » non è più soltanto il soggetto epistemologico, ma il soggetto umano che, per mezzo di una continua dialettica, pensa secondo la sua situazione, forma le sue categorie al contatto della sua esperienza, e modifica questa situazione e questa esperienza per effetto del senso che loro attribuisce ».
Può sembrare complicato ma è abbastanza semplice e soprattutto stravecchio. Si tratta di spezzare lancie per le solite posizioni che fanno comodo ai ventri pieni e ai petti satolli delle insegne del comando e del potere. Da una parte si vuole ancora una volta affermare la impossibilità di trattare in conclusioni generali e sicure la realtà che ci attornia, da quella cosmica a quella sociale, di stabilire rapporti di causalità e di determinazione suscettibili di lanciare sguardi e programmi a cavallo dell’avvenire. Dall’altra si tende ancora e sempre ad illudere l’individuo umano sulla sua possibilità di sottrarsi alle determinazioni dell’ambiente, a riportarlo sul piano della iniziativa e della libertà, in un tempo in cui come non mai è stato fisicamente tritolato e stritolato, atomizzato e maciullato vivo nelle foibe, idealmente imbottito e imbonito di una gamma mai vista di bugie e di inganni, sbatacchiato e succube all’intontimento delle colonne stampate e sonore, ebbro di illusionismi ottici e acustici, maneggiato e afferrato senza riguardo da ogni lato è per le parti che apparrebbero meno prensili.
L’articolo cui abbiamo presa la citazione tende alla tesi che Marx era esistenzialista. Ma chi non ha fatto uso di Marx e non ne ha data una sua versione? Anche qui nulla di nuovo. Si sfrutta la esatta posizione che anche il marxismo stabilisce una critica generale di tutti i sistemi filosofici che pretendano cucinare la realtà in formule assolute, e, asserendo di aver colto le essenze prime nello sforzo conoscitivo, le facciano consistere in deità trascendenti la nostra sfera umana, in proprietà direttrici immanenti al nostro pensiero, o anche in una accezione astratta della materia fisica contenente il segreto dello sviluppo di tutte le forme, o in attesa di essere fecondata dal dio o dall’idea. Si gioca sulla tesi del determinismo marxista che spiega anche gli stadii della conoscenza umana con le influenze dell’ambiente materiale e sociale, per arrivare alla impossibilità della conoscenza e della scienza. Il pensiero dell’epoca rivoluzionaria borghese aveva assunto, spezzando l’autorità dei dogmi su cui posava il potere delle classi nemiche e retrive, la possibilità di una conoscenza della natura e delle sue relazioni, fondando la scienza moderna; il pensiero del proletariato rivoluzionario tratta con la stessa iconoclastia di vecchie menzogne il dominio dei fatti umani e sociali e ne costruisce una conoscenza ed una scienza, ossia ne dichiara investigabili e seguibili i rapporti e i processi generali.
Questo dà fastidio all’ordine costituito ed ai suoi servitori e sorge la moda del movimento antiscientifico. Non è certo in questa nota, mossa da un fatto di cronaca, il luogo per porre in chiaro il problema della conoscenza e della scienza nel metodo marxista, e per vagliare il cosiddetto indirizzo anticausalistico e indeterminista della scienza fisica moderna, con le conseguenti considerazioni metodologiche sulla portata della scienza sociale. Una simile trattazione esige, oltre all’aggiornamento dell’espositore coi dati delle moderne ricerche, anche una familiarità del lettore con l’arduo apparato matematico di cui abbisognano. Ma in seguito all’Antidühring di Engels e al Materialismo ed empiriocriticismo di Lenin, la scuola marxista dovrà allestire questo studio.
La tesi cui esso arriverà dopo aver vagliate le obiezioni indeterministe e soggettiviste di tutte le sponde, è la possibilità della conoscenza obiettiva, ossia della trattazione generale delle relazioni proprie della natura e della storia umana. Come strumento di tale conoscenza si pone non più il dio rivelante o l’io entrospiciente, ma il lavoro comune e sociale della scienza teoretica ed applicata come fatto collettivo e ad un certo punto anche fatto di classe e di partito. La tesi originale della gnoseologia marxista è che la conoscenza umana è un sistema di relazioni tra due campi dei fatti della natura non diverso per misteriosi princìpi da tutti gli altri sistemi di relazioni reali. Il pensiero umano può registrare le impronte dei processi esterni secondo una trasmissione da comprendersi con quelle stesse risorse che valgono a stabilire, per dirla con un esempio, la corrispondenza tra la storia passata del pianeta e le tracce che ce ne tramanda la stratificazione e disposizione geologica dei terreni.
Associare Marx all’eclettismo scettico dei vari contingentisti, o esistenzialisti che oggi si chiamino, coll’argomento che egli ammise il gioco, nel processo storico, degli uomini, e non pretese che le merci il danaro o le macchine passeggiassero da soli sulla terra determinando l’atteggiarsi degli individui politici od economici, significa appunto non aver capito questo, che il nostro modo generale di vedere i fatti, e se si vuole la nostra filosofia, di noi marxisti, corrisponde a non attribuire nulla di escatologico e di stupefacente all’intervento dell’essere umano tra le pietre le piante e gli animali, per cui il metodo di trattazione debba da un momento all’altro salire sui trampoli di una ebbrezza astrale e vibrare per l’incontro di « attività » ineffabili…
Invero non ce la volevamo prendere con l’esistenzialista che — il en a du culot! — pretende incasellare Marx, ma coi pudori filosofici della dirigenza del P.C.I. Esaminare le carte filosofiche di questo può fare incorrere nell’ira di Togliatti, il quale pretende che per parlare di filosofia bisogna averla studiata. Se con ciò egli un giorno intendeva dar peso alla impostazione teoretica nel partito, gli va data ragione, ma se voleva intendere che filosofia e politica di partito fossero due campi non comunicanti, allora aveva torto marcio.
Il bagaglio filosofico del socialismo italiano alla nascita del partito comunista veniva dalle lotte con le due deviazioni volontaristiche del revisionismo, sindacalista da una parte, riformista dall’altra, che entrambe arieggiavano la sfiducia sulla sicurezza delle previsioni rivoluzionarie e volevano ridurre il movimento a posizioni pratiche e momentanee, sentendo come tutte le correnti opportunistiche del movimento proletario le influenze dei pensatori borghesi allora di moda, i James i Bergson e così via…
Il gruppo che oggi ha in mano il P.C.I. confluì in apparenza nella corrente del marxismo ortodosso, ma nacque da posizioni che anche economicamente e socialmente erano assai discutibili, col suo «concretismo» per cui ad ogni buon fine il tormentoso dubbio, se proprio la dittatura rivoluzionaria e l’ordine comunista sarebbero arrivati, doveva essere controllabile ogni quindicina con un metodo analitico, leggendo per esempio la busta paga di un tornitore della Fiat.
Altre origini filosofiche di dubbio conio si ritrovano nella simpatia di molti dei dirigenti attuali del Partito con il crocianesimo ed altre filosofie idealistiche; perfino alcuni, avviati bene o male sulla via marxista, dichiaravano di avere salito qualche scalino «accostandosi» a Croce.
Ma queste non sono che inezie. Da allora si è fatta molta altra strada. Sarebbe far torto a don Benedetto Croce l’imputargli le attuali tendenze esistenzialiste. Croce potrà essere l’esponente del pensiero borghese classico, dopo le sue escursioni a ritroso nel campo marxista; potrà essere considerato, oggi che il liberalismo è la più morta di tutte le dottrine in lizza, una cariatide o un fossile, ma ciò non basta per attribuirgli odore di putrescenza in atto, per accomunarlo ai crepuscolari ai tremolanti ai decadenti agli snobs e ai cinedi della scuola di Sartre e compagni.
Comunque, le consegne di ortodossia filosofica e l’obbligo di far professione di materialismo dialettico della più bell’acqua i nostri capi tradizionali e teoreti del partito di Togliatti non le possono derivare che da Mosca, che in questo come in tanti altri campi ha tagliato corto ed ha da tempo ammonito di non uscire dalle linee del dato figurino.
Ora è proprio la linea di Mosca che, scostandosi nella lotta politica e nei metodi tattici sempre più dalla via rivoluzionaria, ha segnato anche nella dottrina un ripiegamento spaventoso, checché sia scritto nei testi di lezioni delle università, e sebbene anche lassù si siano inscenate crisi di liquidazione di pensatori aberranti.
Rispetto alla via che i proletari di avanguardia del mondo erano sicuri di poter seguire negli anni della vittoria di ottobre, dopo la prima stabile conquista del potere da parte della classe operaia, dopo la travolgente campagna di critica e di attacco a tutte le posizioni del passato, teocratiche, assolutistiche, borghesi, democratiche, socialdemocratiche, l’attitudine dello stato russo, del gruppo politico che lo ha nelle mani, dei gruppi che lo seguono all’estero, con le inverosimili inversioni e gli incredibili adattamenti e rinnegamenti delle prime posizioni, non si cifra con sigla migliore che con quella dell’esistenzialismo.
L’esistenzialismo è il tentativo di dare all’opportunismo politico una decenza filosofica. Così come è lo slip minimum per la decenza dell’opportunismo personale.
Vladimiro Lenin, dopo avere frustato a sangue il tradimento dei social-militari, dei socialpatrioti del 1914, imprimendo loro la stimmata di infamia dell’opportunismo perché avevano rinnegata la visione generale storica della avanzata internazionale proletaria per difendere la esigenza esistenziale della contingente patria borghese minacciata, proclamò, mentre l’azione rivoluzionaria si innestava alla teoria e alla critica in Russia, la inesorabile antitesi che riempiva di sé il mondo di quell’altro dopoguerra: o la organizzazione della economia mondiale da parte della rivoluzione proletaria avanzante, o il suo dominio sotto il potere capitalista. Prima che il formidabile antagonismo fosse risolto, le armi della guerra sociale non potevano e non dovevano essere deposte. A questo appello risposero i partiti comunisti da ogni angolo della terra stringendosi nella nuova Internazionale. Ma alla potenza storica di questa visione tesa oltre le angustie di spazii e di tempi seguirono purtroppo le insidie delle concessioni e dei compromessi. Si ripiegò sull’esame insidioso delle situazioni che sono il terreno di impianto delle manovre dell’opportunismo, la consegna del verbo odierno « esistenzialista ». Si ricadde nella revisione delle prospettive antagonistiche del marxismo. Il capitalismo voleva ancora, riusciva ancora ad esistere. Ciò voleva dire che esso aveva ancora forze tali da vincere la battaglia, da piegare l’assalto rivoluzionario? Poteva essere, e fu infatti così. Ma fu, in questa situazione obiettiva contraria, ancora peggio nel seno della nostra classe, soggettivamente. Si trasse dalla situazione una rettifica della « coscienza », della « conoscenza » del movimento, così come avrebbe teorizzato platealmente l’esistenzialista di venti anni dopo. Si volle che lo stato rivoluzionario, proletario, coesistesse senza rinnegarsi con il controllo capitalista del mondo. Lo Stato è a sua volta un soggetto « concreto » con cui non vi è da scherzare, quando regge milioni e milioni di uomini e potenziali di forza immani. La sua tendenza ad esistere e persistere, tremenda e pesante, soffoca il fattore del movimento storico generale, il motore del salto rivoluzionario da uno all’altro regime sociale, che è e può soltanto essere il partito mondiale di classe. Lo Stato seguitò ad esistere, la dottrina e l’indirizzo storico del movimento furono perduti, era lo stalinismo, era la dottrina del socialismo in un solo paese, capolavoro dell’esistenzialismo nel cuore del ventesimo secolo, cento anni dopo la perfezione dell’edifizio teoretico di Marx.
Un riflesso delle situazioni vissute in una accezione politica « realista », che non sapremmo meglio definire che come esistenziale, furono gli atteggiamenti politici decisivi sul piano mondiale per cui si andò con Hitler nel quaranta, con le plutocrazie occidentali (oggi bollate a sangue) negli anni posteriori. Le situazioni dominavano e subivano al tempo stesso l’effetto del senso che noi, ossia lui, lo stato oramai pseudo proletario, dava ad esse. Esistenzialismo puro.
In tutti gli altri paesi e nelle diverse condizioni di essi la prassi dei partiti detti comunisti seguiva con lo stesso ritmo e stile. Il fascismo fu visto nella falsissima luce di un dualismo più profondo di quello tra borghesia e proletariato e tutto fu subordinato e prostituito alla esigenza di eliminarlo stringendo connubio con tutti i più disparati elementi interni ed esteri delle correnti democratesche. E per essere brevi non seguitiamo a sciogliere con la stessa chiave di un basso metodo esistenziale le attitudini di questi ultimi anni e le loro spregevoli inversioni, dall’apologia del capitalismo di America alla sua denigrazione, dall’articolo sette alla putente rifrittura di anticlericalismo oggi in avvio.
E’ tutto un prodotto della epoca di decomposizione che si attraversa. La storia ne ha registrate tante altre, coi relativi precursori dell’esistenzialismo, che vanno dai sofisti greci agli scettici della bassa romanità agli abatini atei del settecento. In queste epoche agli assertori dei metodi e delle dottrine aventi forza di generalità storica non restava che la cicuta o il taglio delle vene o la forca, o ciò che per gli impeciati di tabe esistenziale è della cicuta assai più amaro, l’oscurità.
Perché gridare il crucifige a quei quattro coboldi che dopo la vittoria, non dell’antifascismo, ma degli oggi infamatissimi « fascisti » Montgomery e Eisenhower, si posero ansiosi quesiti non di coscienza e conoscenza storica di classe e di partito, ma di esistenziale contingenza, e come dopo difficili spareggi avevano tra il ’22 e il ’24 optato per Mussolini, credettero nel ’44 buon gioco tesserarsi per Stalin?
Essi sono completamente a posto, nell’atmosfera e nello stile del tempo. La contraddizione e l’incoerenza, la colpa della profanazione dottrinale, restano tutte in quelli che, dopo essere stati i responsabili e i costruttori di questo andazzo indecoroso, trovano ancora comodo, in contingenti svolte della situazione e della manovra, bestemmiare la fedeltà ai principi comunisti.
Proprietà e capitale Pt.2
Abbiamo già pubblicato (cfr. Prometeo n.10):
- Tecnica produttiva e forme giuridiche della proprietà
Al fine di vagliare esattamente la tradizionale formula che definisce il socialismo come abolizione della proprietà privata, si richiamano i concetti marxisti sul succedersi delle rivoluzioni di classe quali conseguenze del contrasto fra le nuove forze ed esigenze della produzione e i vecchi rapporti di proprietà. Il capitalismo è il più recente dei regimi di classe, fondati su istituti di proprietà individuale che avevano diversi oggetti a seconda delle diverse caratteristiche della organizzazione produttiva e della tecnica del lavoro.
L’avvento del capitalismo e i rapporti di proprietà
Il sorgere dell’economia capitalistica nei suoi effetti sui rapporti di proprietà si presenta non come una instaurazione, ma come una larghissima abolizione di diritti di proprietà privata. La tesi così formulata non solo non deve apparire strana ma nemmeno nuova, essendo del tutto conforme sostanzialmente e formalmente alla esposizione di Marx.
Nei riguardi dei signori terrieri feudali la rivoluzione borghese consistette in una radicale abolizione di privilegi ma non in una soppressione del diritto di proprietà sulla terra. Non si deve qui pensare alla rivoluzione nel senso di breve periodo di lotta, alle misure contro ribelli ed emigrati, e nemmeno alle posteriori misure di soppressione di privilegi sulle terre di enti di culto, ma riferirsi al contenuto economico sociale della grande trasformazione, che nel suo svolgimento comincia assai prima e finisce molto dopo le classiche date di insurrezioni, proclamazioni, e promulgazioni di nuovi statuti.
L’avvento del capitalismo ha il carattere di una distruzione di diritti di proprietà nei riguardi della numerosa classe dei piccoli produttori artigiani ed in largo campo e soprattutto in date nazioni anche a carico dei contadini proprietari lavoratori.
La storia della nascita del capitalismo e della accumulazione primitiva coincide colla storia della feroce, disumana espropriazione dei produttori ed è consegnata nelle pagine più scultoree del Capitale.
Il capitolo conclusivo del primo libro, come altre fondamentali scritture del marxismo, presenta il futuro abbattimento del capitalismo come la espropriazione degli espropriatori di allora, e perfino — ma di ciò diremo nella parte ulteriore di questo scritto — come una rivendicazione di quella distrutta e calpestata ”proprietà”.
Perché tutto questo sia chiaramente inteso occorre appunto seguire l’indagine nella corretta applicazione del nostro metodo, e non perdere mai di vista le relazioni che corrono tra le formulazioni del linguaggio o del diritto corrente, o quelle specifiche di noi socialisti marxisti.
La spiegazione dell’instaurarsi del capitalismo nel campo della tecnica produttiva si ricollega ai molteplici perfezionamenti della applicazione dell’opera umana alle materie lavorate, si inizia colle prime innovazioni tecnologiche nate sul banco del paziente e geniale artigiano isolato, percorre un formidabile ciclo col sorgere dei primi opifici, manifatturieri all’inizio, poi basati sulle macchine operatrici che sostituiscono la mano dell’operaio, poi ancora sull’impiego delle grandi forze meccaniche motrici.
Modernamente il capitalismo ci si presenta come il formidabile complesso di impianti, costruzioni, opere, macchinari, di cui la tecnica ha ricoperto il suolo dei paesi più avanzati, e perciò riesce ovvio definire il sistema capitalistico come quello della proprietà e del monopolio di questi colossali moderni mezzi di produzione, il che è esatto solo in parte.
Le condizioni tecniche della nuova economia consistono in nuovi procedimenti basati sulla differenziazione degli atti lavorativi e sulla divisione del lavoro, ma storicamente ancora prima di questo fenomeno abbiamo quello più semplice dell’avvicinamento e riunione in un luogo comune di lavoro di molti lavoratori, che seguitano ad operare con la stessa tecnica e usando gli stessi strumenti semplici che usavano quando erano isolati ed autonomi.
Il carattere veramente distintivo della innovazione non sta dunque nel fatto che sia apparso un possessore o conquistatore di nuovi mezzi o grandi meccanismi, i quali, producendo i manufatti più facilmente, soppiantino la produzione artigiana tradizionale. Questi grandi impianti vengono dopo, poiché per la semplice cooperazione, come dice Marx, ossia raggruppamento di molti lavoratori, basta un locale anche primitivo che può essere facilmente tolto a nolo dal ”padrone” — ed anzi nello sweating system (lavoro a domicilio) i lavoratori rimangono nelle loro case. Il carattere distintivo è dunque altrove, esso è un carattere negativo, e pertanto distruttivo e rivoluzionario. Ai lavoratori è stata tolta la possibilità di possedere per loro conto le materie prime, gli arnesi di lavoro, e quindi di restare possessori di quanto avranno prodotto con l’opera loro, liberi di consumarlo o venderlo comunque. Per riconoscere dunque una prima economia capitalistica in funzione, basta dunque a noi constatare che vi sono masse di produttori artigiani che hanno perduta la possibilità di procurarsi materie e strumenti — e, come condizione complementare, che nelle mani di nuovi elementi economici, i capitalisti, si sono raccolti mezzi di acquisto in volumi notevoli, che mettono questi in grado da un lato di accaparrare le materie e gli arnesi di lavoro e dall’altro di acquistare la forza lavoro degli artigiani divenuti salariati, restando assoluti possessori e proprietari di tutto il prodotto del lavoro.
A questa seconda condizione corrisponde il fatto della primitiva accumulazione del capitale, di cui l’origine è studiata in altri contributi alla conoscenza del marxismo, e che risale a molteplici fattori storici ed economici.
Che il solo avvicinamento degli operai basti a rendere superiore il nuovo sistema e lo conduca a soppiantare il vecchio, è spiegato dal diminuito onere dei trasporti e rifornimenti e dalla migliore utilizzazione del tempo che i produttori dedicano alle fasi, tuttora tecnologicamente assai semplici, della lavorazione. Abbiamo un primo superamento in rendimento dell’artigianato a botteghe ed officine isolate. Ma questo viene definitivamente battuto cogli ulteriori sviluppi dovuti alla divisione del lavoro. Non è più il singolo artefice, aiutato da uno o due garzoni, che allestisce il prodotto manifatturato, ma questo sorge da interventi successivi di lavoratori di diverso mestiere, ognuno dei quali da solo non saprebbe né potrebbe farlo. Più avanti ancora molte delle più difficili operazioni prima fatte a mano dopo un lungo tirocinio vengono effettuate da una macchina, e lo stesso risultato produttivo è ottenuto da molto minori sforzi di lavoro, nel senso fisico e mentale, dell’operatore.
Seguendo questo processo vediamo ingigantire la massa di impianti della fabbrica, che naturalmente non appartengono giuridicamente al lavoratore, come già non gli appartenevano più in generale nemmeno i semplici utensili manuali nello stadio iniziale. Ma la appartenenza giuridica di questi grossi impianti al capitalista e datore di lavoro non è una condizione necessaria; lo abbiamo provato ricordando che già prima che essi fossero apparsi avevamo nella prima manifattura un capitalismo economico e sociale vero e proprio, e ci restano da esaminare molti casi in cui nella economia moderna gli impianti produttivi non sono di proprietà giuridica del proprietario dell’azienda. Basti per ora ricordare affitti, concessioni, appalti e così via, nell’industria, e nell’agricoltura la grande affittanza capitalistica.
La vera circostanza che ci fa constatare l’avvento del capitalismo sta dunque oltre che nella accumulazione primitiva nella ”violenta separazione del produttore dagli strumenti e dai prodotti del suo lavoro”.
Il capitalismo, economicamente e socialmente, appare come una distruzione della facoltà di appropriazione dei prodotti da parte dei lavoratori, ed una appropriazione di essi da parte dei capitalisti.
Con la perdita di ogni diritto sui beni prodotti, ovviamente il lavoratore perse tutti i diritti sugli attrezzi, sulle materie prime, sul luogo di lavoro. Tali diritti erano un rapporto di proprietà individuale che il capitalismo ha distrutto, per sostituirvi un nuovo diritto di appropriazione, di proprietà, che necessariamente è un diritto sui prodotti del lavoro, ma non è altrettanto necessariamente un diritto sui mezzi di produzione. La titolarità giuridica di questi può anche mutare senza che cessi il carattere capitalistico dell’azienda. Di più il nuovo tipo di appropriazione non è necessariamente, ossia perché si abbia diritto in lingua marxista di parlare di capitalismo, un diritto a tipo individuale e personale, come lo era invece nella economia artigiana, che sorpassava di rado i limiti familiari.
Il capitalismo, in Marx — poiché non facciamo che esporre la dottrina quale sempre è stata professata — non solo si instaura con una espropriazione, ma fonda una economia e quindi un tipo di proprietà sociale. Potevamo parlare classicamente di proprietà personale quando era dato riunire nella titolarità di uno solo tutti gli atti produttivi ed economici, ma quando il lavoro diviene funzione collettiva ed associata di molti produttori — carattere questo fondamentale e indispensabile del capitalismo — la proprietà su tutta la nuova azienda è un fatto di portata e di ordine sociale, anche se la intestazione giuridica menziona una sola persona.
Questo concetto, essenziale nel marxismo, si svolge direttamente in quello di lotta di classe e di antagonismo di classe insito nel sistema capitalistico. L’appropriazione dei prodotti da parte del datore di lavoro, che ha di fronte a sé non più schiavi e servi ma lavoratori salariati ”liberi”, è un rapporto spostato sul piano sociale che non interessa più solo l’unico padrone e i cento operai, ma tutta la classe lavoratrice contrapposta al nuovo sistema di dominatori, e alla forza politica che esso ha fondata col nuovo tipo di Stato. Questa funzione sociale si rende chiara nella legge marxista della accumulazione e della riproduzione progressiva del capitale. Il padrone di schiavi e il feudale signore di terre traevano dal sopralavoro fornito dai loro dipendenti il loro reddito personale, ma potevano benissimo consumarlo tutto senza che il sistema economico cessasse di funzionare alla scala sociale. La parte dei prodotti del loro lavoro lasciata agli schiavi e ai servi bastava a farli sopravvivere e perpetuare il sistema. Perciò il diritto di proprietà del padrone di schiavi e di servi della gleba è un vero diritto individuale. Non meno individuale è quello del contadino libero e dell’artigiano, che non rendono sopralavoro a nessuno (non è qui ancora quistione del fisco — e in quei regimi lo stato era ”a buon mercato”) e possono consumare tutto il frutto del loro lavoro, che coincide con quello del loro ristretto possesso su poca terra e sulla piccola bottega (intesa come azienda e non come locale). Il capitalista trae bensì un profitto dal sopralavoro non pagato ai suoi operai, cui corrisponde solo quanto basta per vivere, ma il tratto fondamentale della nuova economia non è che egli, in teoria e secondo la legge scritta, può consumare tutto il profitto personalmente; è invece il fatto generale e sociale che i capitalisti devono riservare una parte sempre più grande del profitto ai nuovi investimenti, alla riproduzione del capitale. Questo fatto nuovo e fondamentale ha più importanza di quello del profitto consumato da chi non lavora. Se questo rapporto è più suggestivo e si è sempre prestato di più alla propaganda di ritorsione sul terreno giuridico o morale contro gli apologisti del regime borghese, la legge fondamentale del capitalismo è per noi l’altra, ossia la destinazione di una gran parte del profitto alla accumulazione del capitale.
Caratteristiche distintive della comparsa dell’economia capitalista sono quindi l’accumulazione, in alcune mani di singoli, di masse di mezzi di acquisto con cui si possono avere sul mercato materie da lavorare e strumenti, e la soppressione per larghi strati di produttori autonomi della possibilità di possedere materie, strumenti e prodotti del lavoro.
Nel nostro linguaggio marxista ciò vale a spiegare la genesi del capitalista industriale da un lato, e dall’altro delle masse di lavoratori salariati nullatenenti. E ciò, siamo soliti a dire, è stato il risultato di una rivoluzione economica sociale e politica.
Non pretendiamo tuttavia che i borghesi e i neo-capitalisti abbiano realizzato il processo conquistando il potere nella guerra civile, e poi promulgando una legge che diceva: è vietato a chi non appartiene alla vincitrice classe capitalistica di comprare materie prime e arnesi e macchine e di vendere prodotti manufatti. La cosa è andata ben altrimenti. Oggi ancora non è vietato dalla legge fare l’artigiano, non solo, ma oggi, mentre l’accumulazione capitalistica accelera sotto i nostri occhi il suo ritmo veramente infernale, vediamo fare a gara nell’apologia della economia artigiana fascisti, socialisti nazionali e socialcristiani, a coro con un vecchio béguin di mazziniani. E altrettanto va detto per il produttore agricolo autonomo proprietario del suo lotto di terra.
Il vero processo dell’accumulazione primitiva è stato altro, e lo si può presentare col linguaggio della filosofia e dell’etica corrente, con quello del diritto positivo, con quello del marxismo ben altrimenti calzante.
La proprietà come diritto a disporre del prodotto dell’opera propria, ai primi albori del capitalismo era ancora difesa da ideologi conservatori e da teologi, satireggiati da Marx nel loro imbarazzo dinanzi al passaggio della proprietà nelle mani di chi non aveva fatto nulla. Comunque tutte le loro teorie sulla giustificazione del profitto capitalistico da risparmio, astinenza, lavoro personale precedente, non riuscirono a moralizzare il fatto che il fabbricatore di spilli non può intascarne uno nell’uscire dall’officina senza rendersi reo di furto qualificato.
Nel sistema giuridico contingente il rapporto di proprietà su una bottega, una fabbrica, uno stock di materie da lavorare e di prodotti, da parte di una persona singola, non era escluso né dai vecchi codici del regime feudale né da quelli che elaborò la rivoluzione borghese.
Il rapporto economico sociale è messo però in chiaro alla luce del marxismo dalla considerazione del valore del prodotto in rapporto alla quantità di forza-lavoro necessaria a realizzarlo. Se nella manifattura quel prodotto si ottiene in quattro ore mentre l’artigiano lo ottiene in otto, l’artigiano rivestito del suo pieno diritto di proprietà potrà portarlo al mercato, ma ne ritirerà un prezzo ridotto alla metà, col quale non potrà acquistare le sussistenze per la sua giornata. Non potendo fisicamente lavorare sedici ore al giorno, per pareggiare il suo bilancio sarà costretto ad accettare le condizioni del capitalista, ossia lavorare, poniamo, dodici ore per lui e lasciargli i prodotti, ricevendo in salario l’equivalente di sei ore di lavoro, con le quali, sia pure più miseramente, potrà campare.
Questo trapasso brutale e feroce contiene in sé la condizione necessaria per il progresso della tecnica produttiva: solo sottraendo all’artigiano asservito al capitale quel margine di valore di sua forza di lavoro, si possono creare le basi sociali della accumulazione del capitale, fatto economico che accompagna quello tecnico del diffondersi di impianti e mezzi produttivi caratteristici della nuova epoca scientifica e meccanica.
Perché adunque la affermazione del nuovo sistema di produzione e di appropriazione dei frutti del lavoro dovette, per trionfare, spezzare determinati ostacoli nelle forme della produzione, ossia nei rapporti di proprietà del vecchio regime? Perché esistevano una serie di sanzioni e di norme limitative contraddittorie alle nuove esigenze, ossia alla libertà di movimento dei capitalisti, ed alla disponibilità di una massa di offerenti di lavoro salariato. Da un lato il monopolio del potere statale da parte degli ordini dei nobili e degli ecclesiastici poneva i primi accumulatori di capitale, mercanti usurai o banchieri, al rischio di vessazioni continue e talvolta di spoliazioni, dall’altro le leggi e i regolamenti corporativi lasciavano agli organismi dei maestri artigiani delle città dei privilegi di monopolio sulla produzione di dati articoli manufatti e quindi sul loro smercio in dati territori. E le masse di lavoratori dell’industria non si sarebbero potute formare se non svincolando dalla gleba i servi e dalle botteghe i garzoni e i rovinati padroni artigiani.
La rivoluzione non condusse dunque ad un nuovo codice positivo della proprietà, ma fu indispensabile per abolire le vecchie leggi feudali che inquadravano i rapporti di produzione e di commercio nelle campagne e nelle città.
Considerando il sistema capitalistico come contrapposto al regime feudale sulle cui rovine esso sorse, non dobbiamo vedere come sua linea caratteristica la fondazione di un diritto di proprietà nuovo sulla macchina, la fabbrica, la ferrovia, la canalizzazione o altro, attribuito alla persona fisica o giuridica.
Dobbiamo vedere invece chiaramente quali sono le linee discriminanti, i veri connotati della economia capitalistica, perché altrimenti non potremo seguire sicuramente il processo della sua evoluzione e giudicare i caratteri del suo superamento.
Rispetto all’evolversi dei rapporti di proprietà, e restando per ora nel campo del diritto di proprietà sulle cose mobili, in quanto diremo subito dopo della proprietà del suolo e degli impianti stabili, le caratteristiche essenziali e necessarie del capitalismo sono le seguenti:
Primo: la esistenza di una economia di mercato, per cui i lavoratori devono fare acquisto di tutti i mezzi di sussistenza, nel senso generale.
Secondo: la impossibilità per i lavoratori di appropriarsi e di recare direttamente sul mercato le cose mobili costituite dai prodotti del loro lavoro, ossia il divieto della proprietà personale del lavoratore sul prodotto.
Terzo: la corresponsione ai lavoratori di mezzi di acquisto e più in generale di beni e servizi in una misura inferiore al valore aggiunto da essi ai prodotti e l’investimento di una gran parte di tale margine in nuovi impianti (accumulazione).
Sulla scorta di questi criteri di base occorre cercare se la titolarità personale della proprietà sulla fabbrica e sugli impianti produttivi sia indispensabile per la esistenza del capitalismo, e se non possa esservi non solo una economia puramente capitalistica senza una tale proprietà, ma perfino se in date fasi non convenga al capitalismo dissimularla sotto altre forme.
Ad una tale indagine andrà premessa qualche notevole considerazione sulla importanza economica e la evoluzione giuridica del diritto di proprietà sul suolo, il sottosuolo e il soprasuolo da parte di persone e ditte private nell’epoca contemporanea.
I termini della rivendicazione socialista
Prima di addentrarci nel tema di questa ricerca, che riguarda gli istituti giuridici della proprietà che accompagnano l’economia capitalistica nel suo corso storico, è tuttavia necessario ricordare ancora quali sono sempre stati i veri termini della grande rivendicazione socialista.
Questa consiste storicamente, lasciando da parte gli accenni letterari e filosofici di comunismo sui beni che si ebbero in regimi preborghesi fin dalla antichità e che anche si riconnettevano a speciali riflessi dei rivolgimenti di classe, nel movimento che investe fin dal suo sorgere i cardini sociali del regime e del sistema capitalistico. Movimento di critica e di combattimento la cui forma completa non è separabile dall’effettivo intervento nelle lotte sociali della classe operaia salariata e dalla sua organizzazione in partito di classe internazionale facente propria la dottrina del Manifesto dei comunisti e di Marx.
La rivendicazione socialista, milioni di volte enunciata nelle pagine di volumi di teoria o nelle modeste parole di discorsi e giornaletti di propaganda, non può essere viva e reale se non si applica il metodo dialettico del marxismo, al tempo stesso nella sua semplice immediatezza e nella possente sua profondità.
Non basta il grido di protesta contro le assurdità, le ingiustizie, le disuguaglianze, le infamie di cui il regime capitalistico borghese è materiato, a costruire la rivendicazione socialista proletaria. E in tal senso insufficienti furono le innumeri posizioni pseudo-socialiste o semisocialiste di filantropi umanitari di utopisti di libertari di apostoli più o meno eccitati da nuove etiche e mistiche sociali.
Il grido del proletariato e del marxismo al regime borghese non è un ”Vade retro Satana!”. E’ al tempo istesso un benvenuto ed in data epoca storica una offerta di alleanza, ed una dichiarazione di guerra ed un annunzio di distruzione. Posizione incomprensibile a tutti quelli che fondano la spiegazione della storia è delle sue lotte su credenze religiose e su sistemi morali, come in genere su metodi non scientifici ed anche inconsciamente metafisici, cercando in ogni vicenda e in ogni stadio della storia della società umana il gioco di criteri fissi debitamente maiuscolati come il Bene il Male la Giustizia la Violenza la Libertà l’Autorità…
Delle caratteristiche di organizzazione sociale che il capitalismo ha col suo avvento attuate, alcune sono acquisizioni che il socialismo proletario accetta non solo, ma senza delle quali non potrebbe esistere, altre sono forme e strutture che, dopo il loro espandersi, si prefigge di annientare.
Le sue rivendicazioni vanno quindi definite in rapporto ai vari punti nei quali abbiamo riordinato gli elementi tipici, i caratteri distintivi del capitalismo al momento della sua vittoria. Questa è una rivoluzione, ed è una prima premessa storica generale all’avvento del regime per cui i socialisti lotteranno. La quasi immediata presa di posizione anticapitalista, per quanto radicale e cruda, non ha il carattere di una restaurazione, apologetica di condizioni e forme precapitalistiche generali. Occorre oggi ristabilire chiaramente tutto questo; sebbene sia più di un secolo che i reiterati sforzi della nostra scuola tendano allo stesso fine, in quanto ad ogni passo della storia della lotta di classe pericolose deviazioni hanno dato luogo a movimenti e a dottrine che falsificavano importantissime posizioni del socialismo rivoluzionario.
Nel capitolo precedente abbiamo dapprima richiamate le note caratteristiche tecnico-organizzative della produzione capitalistica contrapposta a quella artigiana e feudale. Nel loro complesso tali caratteristiche sono conservate e integralmente rivendicate dal movimento socialista. La collaborazione di numerosi operai nella produzione di uno stesso tipo di oggetto, la successiva divisione del lavoro, ossia lo smistamento dei lavoratori tra diverse e successive fasi della manipolazione che conduce a rendere fini o uno stesso prodotto, l’introduzione nella tecnica produttiva di tutte le risorse della scienza applicata con le macchine motrici ed operatrici, sono apporti dell’epoca capitalistica ai quali non si propone certo di rinunziare e che saranno anzi la base della nuova organizzazione socialista. Non meno importante e irrevocabile acquisizione è lo svincolo dei processi tecnici dal mistero, dal segreto e dalle esclusività corporative, base sicura, nella visione determinista, del difficile sviluppo della scienza dalle pastoie antiche di stregonerie, religioni, filosofismi. Resta sempre fondamentale la dimostrazione che la borghesia ha attuato questi apporti con metodi sopraffattori e barbari e precipitando le masse produttrici nella miseria e nella schiavitù del salariato. Ma non si propone certo con questo il ritorno alla libera produzione dell’artigiano autonomo.
Nel momento in cui questo, ed anche il piccolo contadino, veniva spogliato di ogni possesso e ridotto a operaio salariato, si aveva il suo immiserimento e si superavano le sue resistenze con la violenza. Ma i nuovi criteri di organizzazione dello sforzo produttivo permettevano di esaltarne il risultato e il rendimento nel senso sociale. Malgrado i prelievi del padrone industriale, alla scala generale le masse venivano messe in grado di soddisfare collo stesso tempo di lavoro nuovi e più svariati bisogni
. Prima ancora di considerare gli enormi vantaggi nella resa produttiva a cui condussero la divisione del lavoro e il macchinismo, noi riteniamo un vantaggio definitivo e da cui non si postula di recedere la semplice economia di trasporti di operazioni commerciali e di gestione a cui conduce la manifattura rispetto alle semplici botteghe. Ogni artigiano era il contabile il cassiere il piazzista il commesso di sé medesimo con enorme sciupio di tempo di lavoro, mentre nel grande opificio un solo impiegato fa questo stesso servizio ogni cento operai. Ogni proposta di nuovo sminuzzamene delle forze produttive concentrate dal capitale è per i socialisti reazionaria. E parliamo di forze produttive non solo a proposito degli uomini addetti al lavoro di cui ora si è discorso, ma naturalmente delle masse di materie da lavorare e lavorate, degli strumenti del lavoro, e di tutti i complessi impianti moderni utili alla produzione in massa ed in serie.
Non sembri un digressione il rilevare che l’accettazione nella rivendicazione socialista del progressivo concentrarsi degli impianti e delle sedi di lavoro come contrapposto alla economia a piccole aziende, non significa affatto accettazione di quella conseguenza del sistema capitalistico che consiste nella accelerata industrializzazione tecnica di date zone lasciandone altre in condizioni retrograde, e ciò tanto come rapporto di paese a paese che come rapporto di città a campagna. Tale rapporto sussiste storicamente finché il regime borghese non ha esaurita la sua fase di spoliazione e di riduzione a salariati nullatenenti dei vecchi ceti produttivi. La rivendicazione socialista dialetticamente non può non far leva sulla funzione rivoluzionaria dirigente degli operai che il capitalismo ha urbanizzato in masse imponenti, ma tende alla diffusione in tutti i territori delle moderne risorse tecniche e della moderna vita più ricca di manifestazioni, come enunciato fin dal Manifesto, punto 9 del programma immediato: ”misure per togliere gradatamente le differenze tra città e campagna” – senza contrasto con tutte le altre misure di carattere nettamente accentratore nel senso organizzativo. Lo stesso criterio guida la presa di posizione socialista a proposito dei rapporti tra metropoli e colonie, che si vogliono sottrarre allo sfruttamento delle prime, senza dimenticare che solo il capitalismo e i suoi sviluppi potevano accelerare di secoli e secoli questo risultato, pur avendo in questo campo superato tutti i limiti nell’impiego dei metodi spietati di conquista.
Ereditato dunque dalla rivoluzione capitalista l’enorme sviluppo delle forze della produzione, i socialisti si propongono di sconvolgere il corrispondente apparato di forme, di rapporti di produzione, che si riflette negli istituti giuridici, e ciò dopo aver accettato che i proletari, il quarto stato, combattessero in alleanza della borghesia quando questa infranse le forme e gli istituti del regime precedente, per fondare e consolidare i suoi propri, e per estenderli nel mondo progredito ed arretrato. Ma in quale preciso senso la nostra rivendicazione storica comporta l’abbattimento e il superamento di quelle forme?
La rivoluzione produttiva capitalistica ha separato violentemente i lavoratori dal loro prodotto dal loro arnese di lavoro da tutti i mezzi della produzione, nel senso che ha soppresso il loro diritto di disporne direttamente, individualmente. Il socialismo condanna questa spoliazione, ma non postula certo di restituire ad ogni artefice il suo arnese e l’oggetto di consumo che con questo ha manipolato, perché vada sul mercato a scambiarlo con le sue sussistenze. In un certo senso la separazione brutalmente attuata dal capitalismo è storicamente definitiva. Ma nella nostra prospettiva dialettica tale separazione sarà superata su un piano più lontano e più ampio. L’arnese e il prodotto stavano a disposizione individuale dell’artefice libero e autonomo; sono passati a disposizione del padrone capitalista. Dovranno tornare a disposizione della classe dei produttori. Sarà una disposizione sociale, non individuale, e nemmeno corporativa. Non sarà più una forma di proprietà, ma di organizzazione tecnica generale, e se volessimo fin da ora affinare la formula anticipando sul procedimento dovremmo parlare di disposizione da parte della società e non di una classe, poiché tale organizzazione tende ad un tipo di società senza classi.
Comunque, senza per ora parlare di disposizione e di ”proprietà” da parte dell’individuo sull’oggetto che sta per consumare, non possiamo includere nella rivendicazione socialista l’arbitrio personale del lavoratore sull’oggetto che ha manipolato.
Se l’operaio di una fabbrica di scarpe in regime borghese porta via una scarpa, non eviterà la galera dimostrando che corrispondeva bene alla misura del suo piede, e tanto peggio se intendeva invece venderla per averne poniamo del pane. Il socialismo non consisterà nel consentire che il lavoratore esca con un paio di scarpe a tracolla, ma ciò non perché siano state rubate al padrone, bensì perché costituirebbe un sistema ridicolmente lento e pesante di distribuzione delle scarpe a tutti. E prima di vedere in questo un problema di diritto o di morale vi si veda un problema concretamente tecnico per cui basterà pensare agli addetti a una fabbrica di ruote ferroviarie, o, per venire con esempi ovvi ancora più avanti nel sottolineare le rivoluzioni a cui conduce l’innovarsi della tecnica e della vita, a chi lavori in una centrale elettrica o in una stazione radiotrasmittente, e non ha motivo, come in cento altri casi, di essere perquisito all’uscita…
Ora la quistione del diritto di proprietà sul prodotto completo o anche semilavorato è in realtà quella cruciale, ed è molto più importante della proprietà sullo strumento di produzione, sulla fabbrica, officina o impianto che sia.
La vera caratteristica del capitalismo è l’attribuzione ad un padrone privato dei prodotti e della conseguente facoltà di venderli sul mercato. In generale all’inizio dell’epoca borghese questa attribuzione deriva da quella dell’opificio, della fabbrica, dello stabilimento ad un titolare privato, il capitalista industriale, in una forma trattata giuridicamente come quella che attribuisce la proprietà del suolo agrario o delle case.
Ma tale proprietà privata individuale è un fatto statico, formale, è la maschera del vero rapporto che ci interessa, che è dinamico e dialettico, e consiste nei caratteri del movimento produttivo, nell’innestarsi degli incessanti cicli economici.
Quindi la rivendicazione socialista, mentre doveva accettare la sostituzione del lavoro associato a quello individuale, propose di sopprimere la attribuzione in possesso privato dei prodotti del lavoro collettivo ad un proprietario unico, capo dell’azienda, libero di smerciarli a suo beneplacito. Logicamente espresse tale postulato relativo a tutta la dinamica economica come abolizione del libero diritto privato dell’industriale sull’impianto produttivo.
Tale formulazione è però incompleta, anche sul piano a cui in questo paragrafo ci atteniamo, ossia del contenuto negativo e distruttivo della posizione economica socialista, non trattandosi ancora del tipo di organizzazione produttiva e distributiva del regime socialistico, e della via da percorrere per arrivarvi, nel campo delle misure economiche e della lotta politica.
La formulazione è incompleta in quanto non dice che cosa si chiede che avvenga delle altre forme proprie dell’economia capitalistica, dopo aver chiarito che si vuole superare quella della attribuzione di tutti i prodotti manipolati in una azienda complessa ad un padrone solo di quelli e di questa.
Infatti l’economia capitalistica si rese possibile in quanto la separazione dei lavoratori dai mezzi e dai prodotti trovò una macchina distributiva mercantile già in atto, sicché il capitalista potè recare i prodotti al mercato e creare il sistema del salario, dando agli operai una parte del ricavato perché si procurassero su quello stesso mercato le sussistenze. L’artigiano adiva il mercato come venditore e compratore, il salariato lo può adire solo come compratore, e con mezzi limitati dalla legge della plusvalenza.
La rivendicazione socialista consiste classicamente nell’abolire il salariato. Solo l’abolizione del salariato comporta l’abolizione del capitalismo. Ma non potendo abolire il salariato nel senso di ridare al lavoratore l’assurda retrograda figura di venditore del suo prodotto al mercato, il socialismo rivendica fin dai primi tempi la abolizione della economia di mercato.
L’inquadratura mercantile della distribuzione ha preceduto come già abbiamo ricordato il capitalismo ed ha compreso tutte le precedenti economie differenziate, risalendo fino a quella in cui vi era mercato di persone umane (schiavismo).
Economia mercantile moderna vuol dire economia monetaria. Quindi la rivendicazione antimercantile del socialismo comporta parimenti la abolizione della moneta come mezzo di scambio oltre che come mezzo di formazione pratica dei capitali.
In ambiente di distribuzione mercantile e monetaria il capitalismo tende inevitabilmente a risorgere. Se questo non fosse vero converrebbe stracciare tutte le pagine del Capitale di Marx.
La enunciazione antimercantilistica sta in tutti i testi del marxismo e specialmente nelle polemiche di Marx contro Proudhon e tutte le forme di socialismo piccolo borghese. E’ merito del programma comunista redatto, sia pure in testo assai prolisso, da Bucharin di aver rimesso in piena luce questo vitalissimo punto.
Ma alla fine del precedente paragrafo abbiamo allineato un terzo punto distintivo del capitalismo rispetto ai regimi che vinse: la decurtazione del prodotto dello sforzo di lavoro degli operai di una forte quota volta al profitto padronale, e soprattutto la destinazione di una parte importante di questa quota alla accumulazione di nuovo capitale.
E’ ovvio che la rivendicazione socialista, se voleva togliere al padrone borghese il diritto di disporre del prodotto e di recarlo al mercato, gli toglieva il diritto sulla proprietà della fabbrica, e gli toglieva al tempo stesso anche la disponibilità della plusvalenza e del profitto. Proclamò oltre un secolo fa che si poteva abolire il salariato, e questo volle dire superare il tipo di economia di mercato finora conosciuto. Distruggente il mercato dei prodotti su cui arrivava timido il piccolo artigiano medievale con pochi articoli manufatti, e sul quale i prodotti del lavoro associato moderno arrivano col carattere capitalistico di merci, è non meno chiaro che si distrugge anche il mercato degli strumenti di produzione e il mercato dei capitali, quindi la accumulazione del capitale. Ma tutto questo non basta ancora.
Abbiamo già detto che nel processo della accumulazione vi è un lato sociale. Abbiamo ricordato che nella propaganda sentimentale — e chi di noi socialisti non ne ha abusato?… — ponevamo avanti la nequizia, di fronte ad una astratta, giustizia distributiva, del prelievo di plusvalenza che andava a consumo del capitalista o della sua famiglia, per vivere di ben altro tenore di vita che quello dei lavoratori. Abolizione del profitto, gridammo quindi, ed era giustissimo. Tanto giusto quanto poco. Gli economisti borghesi da cento anni ci rifanno il conto che tutto il reddito nazionale di un paese diviso per il numero dei cittadini dà di che vivere appena appena più su dell’umile operaio. Il conto è esatto ma la confutazione è vecchia quanto il sistema socialista, anche se non si troverà mai un Pareto o un Einaudi capace di capirla.
I vari accantonamenti che il capitalista compie prima di prelevare il suo ultimo utile con cui si spassa sono per una parte razionali e a fini sociali. Anche in una economia collettiva si dovranno accantonare prodotti e strumenti in quote atte a conservare e far progredire l’organizzazione generale. In un certo senso; si avrà una accumulazione sociale.
Diremo dunque noi socialisti che vogliamo sostituire la accumulazione sociale a quella personale privata? Non ci saremmo ancora. Se il consumo da parte del capitalista di una quota di plusvalenza è un fatto privato, che chiediamo sia abolito, ma è tuttavia di poco peso quantitativo, la accumulazione anche capitalistica è già un fatto sociale, ed un fattore tendenzialmente utile a tutti sul piano sociale.
Vecchie economie che tesaurizzavano soltanto sono rimaste immobili per millenni interi, la economia capitalistica, che accumula, ha in pochi decenni centuplicato le forze produttive, lavorando per la nostra rivoluzione.
Ma l’anarchia che Marx imputa al regime capitalistico risiede nel fatto che il capitalista accumula per aziende, per intraprese, le quali si muovono e vivono in un ambiente mercantile.
Questo sistema, e vedremo meglio questa non facile ma centrale tesi tecnico-economica in qualche esempio del seguito, questo sistema non si sforza che di ordinarsi in funzione del massimo profitto della azienda, che molte volte si attua sottraendo profitti ad altre aziende. In partenza, e qui gli economisti classici della scuola borghese avevano ragione, la superiorità della grande azienda organizzata sulla superanarchia della piccola produzione conduceva ad un tanto maggiore rendimento che, oltre al profitto del capitalista singolo e ad un ottimo accantonamento per nuovi impianti e nuovi progressi, l’operaio della industria evoluta poneva sul suo desco piatti ignoti al piccolo artigiano.
Ma correndo ogni azienda, chiusa in sé e con la sua contabilità di versamenti e ricevimenti dal mercato, al massimo del suo profitto, nel corso dello sviluppo i problemi di rendimento generale del lavoro umano sono risolti; male e addirittura al rovescio.
Il sistema capitalistico impedisce di porre il problema di rendere massimo non il profitto ma il prodotto a parità di sforzo e di tempo di lavoro, in modo che, prelevate le quote di accumulazione sociale, si possa esaltare il consumo e deprimere il lavoro, lo sforzo di lavoro, l’obbligo di lavoro. Preoccupato solo di realizzare la vendibilità del prodotto aziendale ad alto prezzo e pagare poco i prodotti delle altre aziende, il sistema capitalistico non può giungere verso l’adeguamento generale della produzione al consumo e precipita nelle successive crisi.
Quindi la rivendicazione socialista si propone di abbattere non solo il diritto e la economia della proprietà privata ma al tempo stesso la economia di mercato e la economia di intrapresa.
Solo quando si andrà nel senso che conduce a superare tutte e tre queste forme della economia presente: proprietà privata sui prodotti, mercato monetario, e organizzazione della produzione per aziende, si potrà dire di andare verso la organizzazione socialista.
Si tratta nel seguito di vedere come sopprimendone un solo termine la rivendicazione socialista decade. Il criterio dell’economia privata individuale e personale può essere largamente superato anche in pieno capitalismo. Noi combattiamo il capitalismo come classe e non solo i capitalisti come singoli. Vi è capitalismo sempre che i prodotti sono recati al mercato o comunque ”contabilizzati” all’attivo della azienda, intesa come isola economica distinta, sia pure molto grande, mentre sono portate al passivo le retribuzioni del lavoro.
L’economia borghese è economia in partita doppia. L’individuo borghese non è un uomo, è una ditta. Vogliamo distruggere ogni ditta. Vogliamo sopprimere l’economia in partita doppia, fondare l’economia in partita semplice, che la storia conosce già da quando il troglodita uscì per cogliere tante noci di cocco quanti erano i suoi compagni nella caverna, e uscì recando le sole sue mani.
Tutto questo lo sapevamo già nel 1848. Il che non ci impedisce di seguitarlo a dire con giovanile ardore.
Vedremo che per cento anni sono successe molte cose nel gioco dei rapporti che abbiamo considerati, tutte cose che ci hanno resi ancora più duri nel sostenere le stesse tesi.
Dopo avere avvertito il lettore che anche il pronome generale diviene nel sistema socialista un pronome sociale.
La situazione economica italiana
La seconda metà del 1947 e la prima metà del 1948 possono essere considerate come il terzo anno del dopoguerra, prendendo come base per il computo del tempo l’anno finanziario anziché quello astronomico. Le caratteristiche economiche e politiche di tale periodo sono oltremodo istruttive giacché nel corso dei dodici mesi in oggetto si sono registrati avvenimenti di notevole importanza per l’andamento della cosa pubblica in Italia.
Si impone anzitutto una constatazione: di tutti i vaniloqui e progetti di riforme pullulati nell’immediato dopoguerra, nulla è rimasto in piedi tre anni dopo il conflitto. La conclusione della guerra e la caduta del fascismo, con l’imponente partecipazione delle masse alla vita politica, avevano fatto nascere, se non il bisogno soggettivo e cosciente, la necessità di preventivare e promettere modificazioni fondamentali della struttura economica e politica italiana. I partiti di sinistra allora predominanti erano stati larghi di assicurazioni in proposito. Si veda ad esempio quanto è stato scritto, detto e agitato nel senso della istituzione dei Consigli di Gestione. La creazione di questi consigli, voluta e difesa dai socialcomunisti, costituì da un lato una valvola di sfogo contro eventuali iniziative indipendenti delle masse, dall’altro lato un effettivo contributo ai datori di lavoro per il superamento del momento critico e il conseguimento della ripresa della produzione. Ma con ciò essi hanno esaurito tutto il loro compito di “trasformazione sociale”.
Questa realtà è stata apertamente riconosciuta e sottolineata dagli esponenti del capitalismo: si vedano in proposito le dichiarazioni del Direttore Generale della Breda, Mauro, al Primo Congresso Nazionale dell’Industria.
Il passare del tempo, mentre ha chiarito la reale funzione dei Consigli di Gestione, presentati come un atto rivoluzionario e in realtà utilizzati per la collaborazione col capitalismo, ha fatto giustizia anche del conseguente postulato relativo alla partecipazione agli utili.
La partecipazione agli utili, tesi propria non tanto del riformismo socialista quanto del corporativismo cattolico, fu anch’essa un’offa gettata alle masse dai nazional-comunisti, sempre pronti a spolverare le tesi più idiote per propinarle quali soporiferi ai proletari: e il gran parlare che se ne fece nel momento in cui l’industria non presentava utili di sorta, è stato largamente compensato dal silenzio sopravvenuto non appena i profitti cominciarono a riapparire.
Insieme a questi due leit-motiv, nell’immediato dopoguerra si amò indugiare sui programmi di nazionalizzazione dell’industria. Il desiderio di potere pubblico dei deputati di sinistra contribuiva indubbiamente a farli sognare posti di Ministro o di Commissario Governativo di fabbrica in un’economia completamente guidata dallo Stato, indipendentemente dal fatto che questa economia non solo non sarebbe stata meno feroce di quella privata nello sfruttamento della forza lavoro, ma si sarebbe persino valsa dell’apparato repressivo di pubblica sicurezza per insegnare agli operai che, dati i vantaggi della nazionalizzazione, la protesta sul lavoro e le lotte di fabbrica diventavano delitti di lesa maestà.
Qualcuno potrebbe deplorare che tale programma di accentramento totalitario non sia stato portato completamente a termine, in quanto i “destri” di oggi, eredi e divoratori della pappa dei “sinistri” di ieri, avrebbero fatto ancor più efficacemente sentire a questi ultimi il peso della macchina dello Stato da essi con tanto impegno ricostruita.
Ma il fatto è che, se non si è proceduto oltre sul terreno delle nazionalizzazioni, lo si deve al carattere già largamente statizzato dell’economia italiana. Come è noto, quest’ultima presenta, dopo la Russia, la più alta percentuale di cointeressenza governativa alla gestione dell’attività industriale e finanziaria, e fra la cointeressenza diretta e quella indiretta (regolamentazione degli scambi internazionali, dei prezzi, delle assegnazioni ecc.) si può afferrare che ben pochi sono ormai gli esercizi che riescano a sfuggire al controllo dello Stato.
L’economia italiana è per quasi due terzi regolata dallo Stato e per un terzo ha carattere monopolistico privato. In essa perciò la concorrenza e la creazione nel tradizionale senso liberista di una normale attività di produzione e di smercio, hanno un raggio estremamente ridotto. Questa situazione ha cominciato a crearsi fin dai primordi dell’industria in Italia in seguito soprattutto all’istituzione di forti dazi protettivi, si è sviluppata con le varie guerre, ed è stata portata a definitivo compimento sotto il regime fascista. Pertanto, nulla di tutto ciò è stato messo in discussione dalle forze che hanno trionfato nel dopoguerra, essendo la critica socialcomunista ispirata, come abbiamo visto, non al concetto della demolizione del monopolio, ma a quello della sua integrale gestione da parte dello Stato.
* * *
La situazione di monopolio di gran parte dell’industria e dell’agricoltura è l’elemento che più ha contribuito alla lievitazione di tutti i prezzi e di tutti i costi delle produzioni nazionali. Quasi in nessun caso in Italia si fanno conti economici, ma ovunque si applicano, oltre ad elevati tassi di profitto, aggiunte sui prezzi che originano vere e proprie rendite a favore dei produttori.
La dimostrazione più evidente della intensità dello sfruttamento capitalistico in Italia e del flusso di rendita garantito dal monopolio è data dall’altezza del tasso di interesse nazionale, che è ad un livello almeno doppio di quello praticato sui mercati internazionali, non diciamo da parte di paesi molto avanzati come gli Stati Uniti, ma anche di paesi più vicini a noi come la Francia.
Pagare un alto tasso di interesse, giustificato con l’alto costo dell’attività bancaria (alti profitti del capitale finanziario), è pertanto possibile solo se in Italia i capitali investiti danno un rendimento elevatissimo e solo se lo sfruttamento del lavoro vi è intenso. L’affermazione fatta da una delle principali autorità dell’ECA in Italia, Dayton, che l’industria italiana non potrà mai inserirsi in quella internazionale finché sarà costretta a pagare un tasso di interesse del denaro preso a prestito del 9 per cento, va dunque corretta nel senso che l’industria italiana non si inserirà mai in quella internazionale finché i suoi profitti saranno tanto alti.
Lo sfruttamento del lavoro italiano avviene ben più attraverso l’estorsione del plus-valore assoluto (riduzione del valore reale dei salari) che attraverso l’intensificazione del processo produttivoe della meccanizzazione (plus-valore relativo), risultato questo che è la conseguenza più immediata della posizione di monopolio. La tesi della ridotta produttività del lavoro, così spesso avanzata dalla Confindustria a giustificazione della necessità di ridurre i salari, è una prova indiretta dell’arretratezza del capitalismo italiano sul piano industriale. Infatti, checché si dica, la bassa produttività del lavoro è in dipendenza non già delle blaterazioni nazional-comuniste sulla “non-collaborazione”, ma essenzialmente dell’alto grado di anzianità degli impianti italiani, della mancata introduzione di nuovi ritrovati tecnici e produttivi, dell’assenza della razionalizzazione del lavoro, delle condizioni di inefficienza fisica e di ignoranza di gran parte del proletariato e infine, in misura tutt’altro che minima, dello stato di incapacità e insufficienza del ceto direttivo e tecnico degli industriali.
Contrariamente ai loro concorrenti esteri, i quali già da lungo tempo hanno applicato i suaccennati provvedimenti scientifici e produttivi (contro mille dollari di investimento medio per operaio in Italia, ve ne sono cinque negli Stati Uniti, ove pertanto il capitale investito è sfruttato molto più intensamente che da noi) e si sono dati a valorizzare i quadri professionali e tecnici con scuole, esercitazioni, applicazioni speciali, spese straordinarie ecc., i tecnici e dirigenti nostri, oltre a non disporre di un’adeguata attrezzatura, sono, sia al centro che nei reparti dei grandi complessi produttivi, la più strana accozzaglia di improvvisatori, altrettanto presuntuosi quanto incapaci di adeguarsi al poderoso ritmo della vita industriale moderna e alle sue esigenze scientifiche.
Un’indagine sia pur superficiale sui metodi di lavoro anche di grandi fabbriche può dimostrare tutte le stasi, le interruzioni, gli sperperi, gli accavallamenti, che nascono in conseguenza delle lacune della direzione tecnica, per non parlare degli errori della direzione verae propria.
Deficienza tecnica, scarsità di macchinari, anzianità di quelli esistenti, miseria del proletariato: tutto ciò comporta naturalmente una bassa produttività del lavoro e un grave handicap per la produzione italiana sia sul mercato interno che su quello estero.
Alla situazione di inferiorità del capitalismo italiano si aggiunge il peso dell’apparato statale che dilapida 1.500 miliardi all’anno. Questo mostruoso volume di spese della struttura governativa sottrae alla produzione corrente gran parte delle risorse e viene a gravare essenzialmente sui consumi, cioè sulle spese delle grandi masse, anziché sui profitti e sovrapprofitti, come pur avviene nella super-capitalistica America o in Inghilterra.
Il fatto che, pur con tutte queste condizioni negative sia nell’ambito produttivo che nell’ambito fiscale, il capitalismo italiano riesca a pagare alti tassi di interesse, testimonia dell’intensità dello sfruttamento del lavoro. Si verifica cioè che il nostro capitalismo, quasi mai angariato dalla preoccupazione della concorrenza interna e affatto indisturbato dalle lotte sindacali, che se anche numerose e a ripetizione sono pur sempre caratterizzate da fini esclusivi di rivalità politica, trova più conveniente valersi della mano d’opera a buon mercato di cui dispone e cercar di estorcerne il massimo plus-valore assoluto, anziché porsi sul terreno dellosviluppo tecnico, dell’aumento della produttività, dell’espansione del mercato, che sono le preoccupazioni dominanti dei paesi ad alto costo della mano d’opera, come gli Stati Uniti.
Il fenomeno, riconosciuto a suo tempo da Ricardo, che gli aumenti di salario riducono i prezzi dei prodotti ove il capitale fisso predomina su quello variabile in quanto abbassano il saggio di interesse ed il suo volume complessivo sul totale del capitale, si verifica in Italia in senso inverso: ogni riduzione reale dei salari aumenta il saggio del profitto e lo moltiplica per il totale del capitale.
* * *
Da un lato, tuttavia, gli alti prezzi dei prodottiprocurano al nostri capitalisti una dupliceangoscia: per un verso riducono le possibilità di esportazione sui mercati internazionali su cui si esercita la concorrenza di altri paesi; per un altro, rendono attuale il pericolo della penetrazione dei prodotti esteri sul mercato nazionale in virtù dei prezzi minori.
È vero che la materna chioccia dello Stato si è sempre adoperata per diminuire questi rischi, o istituendo premi diretti e indiretti agli esportatori o proibendo le importazioni, ma, col vento che spira in campo internazionale e con le unioni doganali volute da Marshall – a parte il fatto che, per esportare bisogna importare – le preoccupazioni crescono invece di diminuire.
È doveroso constatare che nei due anni immediatamente successivi alla guerra, gli industriali italiani hanno esportato per quantitativi notevoli. Il fatto è che allora la congiuntura era favorevole, il bisogno internazionale di beni era estremo, e in Italia era in corso una forte inflazione. L’inflazione interna permetteva di scaricare sul resto delpaese i costi della svalutazione e di gareggiare coi prezzi dei prodotti esteri in quanto si guadagnava sul cambio; e l’attività produttiva ne era stimolata. Insieme alle più favorevoli possibilità di esportazione si aveva un’ulteriore attività sul mercato interno dove la precarietà dei segni monetari spingeva gli industriali e i produttori ad accelerare il processo di investimento e di capitalizzazione, conseguendo così anche un incremento della occupazione operaia. Vero è che in ultima analisi il proletariato ne faceva le spese in seguito alle sempre rinnovate riduzioni dei salari reali, ma capitava anche che le masse si muovessero riuscendo di tanto in tanto a strappare adeguamenti salariali. Si era cioè in pieno sviluppo dell’attività produttiva per mezzo dell’inflazione, fenomeno preconizzato dal Keynes nei casi in cui esistano strati di disoccupati e già sperimentato dalla Germania nel dopoguerra 1914-18.
Sennonché, lo sviluppo della produzione e degli investimenti e l’aumento della circolazione monetaria comportavano pericoli che sono stati avvertiti a tempo dalla superiore intelligenza direttiva del capitalismo e hanno determinato una brusca sterzata con inversione di marcia: la deflazione. L’arresto dell’inflazione, o meglio di un certo tasso di inflazione, e l’adozione della politica deflazionistica sono gli avvenimenti più importanti dell’ultimo anno economico.
Perché il capitalismo italiano, che aveva la possibilità di attivare il proprio ritmo produttivo in virtù del giuoco monetario, si è a un certo puntofermato? Giova notare che la “stabilizzazione” sbandierata da De Gasperi e accoliti è un mito, in quanto l’economia attuale non conosce che due moti: o inflazione o deflazione; o marcia in avanti o marcia indietro; per cui la condizione di equilibrio o di movimento lineare desiderata dal Governo è semmai un’ipostasi cristiana, non una realtà economica.
Resta pertanto da stabilire come e perché non si sia continuato in Italia sulla via dello sviluppo della produzione. La risposta la troviamo nelle prospettive del mercato del capitalismo italiano.
* * *
Abbiamo visto che, per quanto riguarda il settore internazionale, le prospettive di esportazione si sono gradatamente ridotte, man mano che la concorrenza degli altri paesi faceva sentire il peso dei prezzi minori; sappiamo pure che lo sbocco coloniale è stato precluso dall’esito del conflitto, per cui inquesto settore non sono rimaste che le platoniche dichiarazioni di affetto di Sforza; dobbiamo infine constatare come anche il mercato interno si trovi enormemente ridotto e impoverito dalle conseguenze della guerra e dalla pirateria dei vari governi.
Le svalutazioni, le riduzioni di salario, la disoccupazione, i danni di guerra hanno sostanzialmente impoverito il ceto medio italiano e fatto sì che i proventi della classe operaia siano per la maggior parte impiegati nell’acquisto di generi di prima necessità, soprattutto alimentari. Le prospettive del mercato interno sono perciò limitatissime, la quasi totalità della popolazione si divide in prestatori d’opera e datori di lavoro, le relative possibilità d’incremento della domanda e di sviluppo della accumulazione si muovono in senso divergente, i ceti extra-capitalistici capaci di assorbire la produzione industriale essendo ridotti al minimo per numero ed importanza.
Insieme alla perdita dei mercati coloniali e alla riduzione delle prospettive di esportazione, la bassa capacità di acquisto del mercato nazionale fa sì che, se il capitalismo italiano continuasse ad aumentare i propri investimenti e la corsa all’accumulazione sotto lo stimolo del moto inflazionistico, correrebbe il rischio di essere ad un tratto schiacciato dal volume del proprio complesso, di non trovare più liquidità, di non aver più alcuno sbocco. Se inoltre si tengono presenti le preoccupazioni governative per le difficoltà incontrate dal Tesoro a mantenere il passo fra le entrate e le uscite a prezzi aumentati, si comprende come le ragioni determinanti del ricorso alla deflazione saranno, dal punto di vista capitalistico, ben fondate, e tutto ciò in barba alla scuola keynesiana.
La deflazione è stata naturalmente accompagnata da un aumento della disoccupazione, condotto a termine indipendentemente dai sottili fili di refe tesi come ostacolo dalle organizzazioni sindacali, nuova prova della radicale incapacità di queste nonché a migliorare nemmeno a difendere lo stato sociale del proletariato. La disoccupazione, oltre a creare un gran numero di situazioni personali penosissime, ha colpito le entrate reali di tutto il proletariato, poiché in genere ogni famiglia si è trovata con almeno uno dei suoi membri senza lavoro.
Ma il male non si è fermato qui. Poiché lo stimolo dell’inflazione era pur sempre necessario alla produzione capitalista, si è ricorso all’espediente di lasciar aumentare i prezzi dei principali generi di consumo, cioè di tutti gli articoli consumati dai proletari, provocando così una crescente riduzione dei salari reali e un incentivo a produrre in determinati settori; e di mantenere invece la tendenza al ribasso per gli articoli che rientrano nelle necessità della produzione capitalista. Contemporaneamente, sono stati aboliti i prezzi politici e aumentati i costi di tutti i servizi pubblici di fondamentale importanza: gas, energia elettrica, affitti, tariffe postali, tranviarie, ferroviarie ecc.
Ancor più significativa può essere l’analisi delle tabelle prezzi da cui si constatano i vari gradi di aumento dei relativi articoli. Al mese di agosto 1948 si avevano – relativamente ai prezzi all’ingrosso, si badi bene – aumenti sulla base 1938 dalle 25 alle 50 volte per i seguenti articoli: alluminio, autocarri, tessuti misti, alcool, petrolio, cotone, conduttori elettrici, benzina, pneumatici, soda, olio industriale; aumenti dalle 50 alle 65 volte per i seguenti prodotti: cemento, mattoni, carta, perfosfati, coke, latte, automobili, filati di canapa e cotone, solfato, grano, ferro, legname; aumenti dalle 65 alle 150 volte per gli articoli: burro, rayon, farina, strutto, lardo, pasta, olio d’oliva, rame, tessuti di lana, carne, frutta.
Come si vede, i prodotti interessanti l’attività industriale sono aumentati solo della metà rispetto ai prodotti di immediato consumo, e queste reciproche relazioni tendono sempre più a svilupparsi in senso divergente, in quanto i prezzi dei primi articoli continuano a diminuire mentre i prezzi dei secondi continuano ad aumentare.
Oltre alla situazione esterna negativa e alla caduta delle retribuzioni reali, non si è mancato di procedere anche direttamente contro i salari elaborando il macchinoso piano Fanfani, che non si è nemmeno osato presentare come un provvedimento inteso a procurare la casa a chi non l’ha, ma come un tentativo di ridurre la disoccupazione. In realtà, il motivo animatore del piano Fanfani va cercato nella necessità di risanare le finanze dell’INA, istituto che, non pago di quanto ha divorato nel passato, ha oggi più fame di pria.
* * *
Questi avvenimenti, se stanno a dimostrare che il capitalismo nazionale, salvato nel momento più critico dal disinteressato aiuto dei socialcomunisti, sta provvedendo alla propria convalescenza con le energie succhiate alle masse, non sono però sufficienti a dimostrare la floridezza. Come accade che a certi bambini le cure facciano male, così i ricostituenti propinati all’Italia dal “buon cuore” internazionale minacciano di strozzarla.
È il caso dell’entrata in vigore del piano Marshall – altro avvenimento fondamentale di quest’anno, che, predisposto per la rimessa in piedi delle borghesie europee, si sta trasformando per le stesse in un vero e proprio spauracchio. L’afflusso di beni e di energie dall’America avviene in misura persino eccessiva rispetto alle limitate capacità non di produzione, ma di smercio dei paesi europei, primo fra questi l’Italia, che disperatamente respinge carbone, petrolio e altri generi offerti. Lo dimostra il fatto che, mentre nel trimestre aprile-giugno 1948 l’ECA assegnava all’Italia beni per 165 milioni di dollari fra aiuti e prestiti, ne sono stati utilizzati solo 106 milioni, e il ministro Merzagora dichiarava a Zurigo che l’Italia faceva il possibile per ridurre gli aiuti americani. Dopo di che, c’è da domandarsi perché i nazional-comunisti siano tanto adirati contro il gabinetto De Gasperi.
Ad ogni modo, i controlli e gli interventi che il piano Marshall comporta, con l’imposizione di un’unificazione economica europea di cui uno dei primi passi è costituito dall’Unione doganale con la Francia, sono più che sufficienti a preoccupare governo e borghesia italiana. L’ostacolo agli scambi commerciali europei causato dall’affluire sul continente di prodotti americani che, soddisfacendo i bisogni fondamentali dei relativi paesi, li ha resi tutti venditori e per nulla compratori, è un altro elemento di perplessità per le classi dirigenti.
Questo scontento, questa opposizione non si possono manifestare apertamente per chiarissime ragioni di ordine politico, per la necessità di muoversi nell’ordine e nello schema del conflitto in preparazione. È perciò che, sia pure a denti stretti, la rachitica borghesia italiana ingoia i rospi delle superiori esigenze del capitalismo internazionale e sfoga il suo livore sul proletariato italiano incatenato e rimbambito dai partiti di massa.
Verso questi ultimi, la gratitudine della borghesia nostrana per l’aiuto e il contributo offerto alla sua causa è stata però di brevissima durata. D’altra parte, Graziani ha affermato al suo processo che gli impianti industriali sono stati salvati per opera sua e di Mussolini, per cui anche la storia dei partigiani benemeriti dell’industria…
Elementi dell'economia marxista Pt.7
Legge generale dell’accumulazione capitalistica
Sappiamo che il capitale si compone di una parte costante (valore dei mezzi di produzione) e di una parte variabile (somma dei salari). Chiameremo ciò, ”composizione rispetto al valore” o composizione organica, chiameremo poi ”composizione tecnica”, la divisione materiale in mezzi di produzione e in forza operai. Benché la composizione dei capitali varii molto a seconda dei tipi di industria e varii anche da azienda ad azienda della stessa industria, si può parlare di composizione media del capitale sociale riferendosi alla proporzione tra tutto il capitale variabile e tutto il capitale costante (in un paese o in tutto il mondo capitalistico).
L’accumulazione accresce di continuo il capitale, e ciò tanto per la parte costante che per la parte variabile. Aumenta dunque la spesa totale di salari e ciò – esigendo maggior numero di lavoratori – dà luogo alla cosiddetta domanda di lavoro. Ogni anno lavora un numero di salariati maggiore del precedente. Ma il numero di salariati disponibili od offerta di lavoro non è illimitato, e ciò in generale produce un elevamento del saggio dei salari. Di qui la legge generale: l’accumulazione tende a far salire il saggio dei salari.
Questo punto importantissimo esige alcune osservazioni. Anzitutto, mentre non ci siamo ancora occupati del giuoco della domanda e della offerta rispetto ad una merce qualunque, si potrebbe domandare perché la consideriamo rispetto alla forza lavoro. Ora, se è vero che il prezzo di una merce allorché essa scarseggia sul mercato cresce per effetto della concorrenza tra molti compratori che ne abbisognano, e viceversa, tale fenomeno ha uguale probabilità di accadere in un senso e nell’altro e viene equilibrato assai facilmente dalla elasticità della produzione e della moderna efficienza dei mezzi di trasporto. Il diagramma dei prezzi di una merce registra oscillazioni sopra e sotto una ”linea di compenso” che noi consideriamo come rappresentante del valore. Ben diverso è il caso della forza lavoro. Anzitutto il suo prezzo-salario, pure oscillando intorno al valore determinato dalla somma delle sussistenze, ha la possibilità teorica di salire per tutto lo spazio del pluslavoro, rimanendo al consumatore e domandatore di tale merce, il capitalista, un margine di benefici rappresentato dal plusvalore maggiore o minore. Quindi l’alzare il salario non significa pagare un premio in pura perdita perché una merce necessaria scarseggia, ma solo subire, per non perdere tutto il profitto, una relativa diminuzione dello stesso. Inoltre non è una cosa altrettanto facile equilibrare l’eccesso o difetto di forza lavoro quanto quello di una merce materiale, trattandosi di numero maggiore o minore di uomini atti al lavoro che dipende da circostanze in parte non controllabili. Quindi la possibilità di oscillazioni del salario è di ben altra importanza economica di quella di un qualunque prezzo del listino.
In secondo luogo non deve stupire la constatazione che lo sviluppo generale del capitalismo sia nel senso dell’accumulazione e dell’elevamento dei salari. Ciò è avvenuto storicamente dal principio del XV secolo fino all’epoca del nostro testo ed ha seguitato ad avvenire dopo, pretendendosi da critici ignoranti che ciò smentisca le leggi della dottrina che esponiamo. Si confonde infatti da costoro un movimento di ribasso dei salari che mai Marx ha teorizzato con la dottrina della miseria crescente la quale si riferisce alla successiva espropriazione di artigiani, piccoli rentiers, piccoli proprietari fondiari e piccoli capitalisti, ed anche alla caduta di categorie di operai non specializzati (unskilled workers) in un sottoproletariato.
Dunque, l’aumento del saggio dei salari era formalmente previsto, ma altri polemizzatori e deformatori hanno voluto asserire che tale fenomeno significa la evoluzione del capitalismo nel senso di divenire più tollerabile e civile. Anche tale tendenziosa tesi è in contraddizione col testo: «le circostanze più o meno favorevoli in mezzo alle quali la classe operaia si riproduce non cambiano nulla al carattere fondamentale della riproduzione capitalistica». Ciò viene spiegato col dire che la riproduzione semplice lascerebbe inalterato il rapporto sociale tra capitale e salario e i termini di esso; l’accumulazione aumenta entrambi i termini nelle stesse proporzioni; dà luogo a più capitale e ad una classe capitalistica più potente, e dà luogo a maggiore massa di salario e a più numeroso proletariato, sicché il rapporto dei due termini resta lo stesso, e lo stesso il loro contrasto. Accumulandosi, il capitale fa accumulare il proletariato. Ristabilita la interpretazione giusta non è il caso di proseguire l’analisi della quistione se le condizioni della lotta sociale siano bene o male influenzate da un più basso trattamento dei lavoratori. Se un regime molto depresso riesce intollerabile e prepara una esplosione, una maggiore sfera di bisogni per la classe operaia nel momento in cui il capitalismo rivela bruscamente la incapacità a ulteriormente soddisfarla può produrre una controreazione più profonda e più efficace.
Variazione della composizione del capitale – Concentramento – Accentramento
Avviene dunque un giuoco tra la domanda di lavoro del nuovo capitale accumulato e l’offerta di lavoro limitata dal numero della popolazione dal cui seno escono gli operai.
Il capitale col suo trionfo politico nella rivoluzione borghese tende a lanciare braccia sul mercato del lavoro per pagarle di meno. Esso ”libera” perciò i servi della gleba e predica l’aumento della popolazione. I ceti feudali e aristocratici che contrastano tale movimento trovano rappresentanti nella oligarchia fondiaria inglese centro della lotta contro la rivoluzione francese, e rappresentante di essi è Malthus il quale ostentando pietà per la miseria degli innumerevoli lavoratori ridotti a dividersi in porzioni sempre più piccole il capitale salari disponibile, ma attaccando il capitalismo da un lato reazionario e diametralmente opposto a quello di Marx, predica che mentre i mezzi di sussistenza crescono in progressione aritmetica, la popolazione tende a crescere in proporzione geometrica, da cui sempre maggiore miseria. Il rimedio preconizzato è l’astensione sessuale per limitare le nascite. Non occorre dire che invece secondo la nostra scuola l’aumento della popolazione viene compensato dall’aumento della potenza produttiva sociale, ma che questa deve venire svincolata dal dominio del capitalismo perché possa razionalmente soddisfare i bisogni di tutti.
Adunque si ha un movimento di miglioramento del salario, ma ciò ”non abolisce le catene del salariato”. Inoltre tale movimento generale non è continuo e senza scosse. Anche quando i salari continuano ad aumentare per l’accumulazione di sempre più grandi capitali, pur essendo ridotto il saggio di profitto, non per questo rallenta l’accumulazione e l’aumento della potenza capitalistica. Può avvenire però che l’aumento dei salari sia tale da scoraggiare nuovi investimenti di capitali e rallentare l’accumulazione. Si stabilisce così l’equilibrio poiché i salari tornano a diminuire relativamente e l’accumulazione riprende la sua marcia. Queste oscillazioni sono analoghe alle ”crisi” che attraversa la produzione capitalistica. Non è a credere che questi periodi di squilibrio dipendano dall’andamento della popolazione; non è il variare dell’offerta di lavoro che fa variare i salari e influenza l’accumulazione, ma è l’andamento dell’accumulazione che con la domanda di lavoro fa variare il saggio dei salari e quindi il rapporto tra il lavoro pagato e il lavoro gratuito della popolazione operaia disponibile. «Il prezzo del lavoro non può mai elevarsi se non entro limiti che lascino intatte le basi del capitalismo e ne assicurino la riproduzione in proporzioni progressive». Chi non capisce ciò non capisce il principio stesso e il carattere specifico della produzione capitalistica (dice due volte il testo) cioè che vi sarà lavoro per l’operaio solo quando vi sarà stato plusvalore per il capitalista. Ciò basta a mostrare come abbiano tenuto fede al testo di cui ci occupiamo quelli che hanno designato la previsione di un aumento graduale dei salari corrispondente ad una diminuzione graduale dei profitti e ad una eliminazione evoluzionistica del capitalismo.
Nello stabilire che l’accumulazione fa elevare il saggio dei salari supponevamo che la composizione del capitale rimanesse costante.
Non realtà non è così poiché parallelamente al crescere dei capitali per effetto dell’accumulazione si verifica il progresso tecnico nella produttività del lavoro che fa sì da rendere necessari strumenti e macchine più complessi e costosi. Tende cioè a crescere la produzione del capitale costante rispetto a quello variabile. Il capitale costante cresce per due motivi: perché a parità di lavoro umano si utilizzano macchine ed impianti di maggiore valore, e perché a parità di lavoro avendosi più prodotto si elaborano più materie prime. Tuttavia l’incremento del capitale costante rispetto a quello variabile non è così rapido dal punto di vista del valore come da quello tecnico.
Infatti l’accumulazione va di pari passo con l’incremento dei mezzi di produzione a parità di forza lavoro impiegata, ma mentre con l’accumulazione il prezzo della forza lavoro tende a crescere, tende invece a diminuire, per essere cresciuta la produttività del lavoro, il valore delle macchine e delle materie prime. Il fenomeno in esame ne resta non annullato ma rallentato. Inoltre va notato che anche decrescendo il capitale salari per rapporto a quello costante, esso capitale salari può aumentare in grandezza assoluta se è stato forte l’aumento della massa totale del capitale.
In conclusione per aversi lo specifico tipo di produzione capitalistico occorre all’inizio una certa accumulazione di denaro convertibile in capitale tra le mani di taluni individui (accumulazione primitiva di cui vedremo la genesi). Ma se l’accumulazione genera capitalismo, il capitalismo non può che generare altra accumulazione, dilatandosi sempre più la proporzione delle imprese.
Il primitivo formarsi di capitale è il concentrarsi nelle mani di un individuo non semplicemente di una somma di denaro, ma (a mezzo di questa) di una somma di mezzi produttivi e sussistenze operaie che prima erano a disposizione in modo sparpagliato di molti piccoli produttori indipendenti. Adunque la prima accumulazione è un concentramento di capitale. L’ulteriore accumulazione fa ulteriormente avanzare il concentramento dei capitali in poche mani, tendendo ogni singolo capitale a diventare più grande. Tuttavia accanto a questa tendenza dei capitali ad ingrandire, vi è una tendenza in senso opposto al formarsi di nuovi piccoli capitali, sia perché si ripetono i fenomeni di accumulazione iniziale, sia perché grandi capitali vengono non di rado a frazionarsi, ad es. per successioni ereditarie.
Ad un certo punto dello sviluppo del capitalismo la tendenza alla concentrazione piglia decisamente li sopravvento rispetto a quella della dispersione. Abbiamo la fondamentale legge della concentrazione del capitale non più nel senso determinato puramente dall’accumulazione, ma in un senso più spiccato in quanto centri diversi di accumulazione e di concentramento si attraggono e si riuniscono tra loro.
Ecco come si svolge tale fenomeno. Tra capitalista e capitalista si svolge la guerra della concorrenza a colpi di bassi prezzi. Ma il basso prezzo si raggiunge normalmente aumentando la produttività del lavoro, e ciò non può farsi, per un certo grado di sfruttamento della forza operaia, che perfezionando i rinnovando i mezzi di produzione. Ciò è possibile purché possano investirsi nuovi grandi capitali. Di qui il successo dei grandi capitalisti e la rovina dei piccoli i cui capitali dapprima tentano di passare a sfere di produzione ancora non modernizzate, quindi o si disperdono o passano nelle mani dei vincitori. In più col capitalismo fiorente può svilupparsi il credito, meccanismo che consente a chi ha forti capitali di far fronte ad anticipazioni anche maggiori del totale dei capitali stessi, mentre non lascia tale facoltà e tiene sotto pressioni implacabili i piccoli imprenditori. Concorrenza e credito concorrono all’accentramento del capitale, chiamando accentramento questo secondo fenomeno per distinguerlo dal concentramento, effetto immediato dell’accumulazione. Il concentramento può avvenire di pari passo per tutte le imprese, l’accentramento avviene a beneficio di alcune e a scapito di altre.
L’accentramento ha permesso di far sorgere gigantesche imprese capitalistiche assai prima di quanto avrebbe potuto farlo il concentramento semplice dei capitali individuali. La costituzione di società per azioni è una forma di accentramento, poiché ciò che è indice di maturità del capitalismo è la riunione tecnica di grandi masse di mezzi produttivi e non la riunione giuridica di grandi valori nelle mani di un solo privato, fenomeno offerto copiosamente anche da altre economie (Ciro, Crasso, India , ecc.). Il cenno alle società per azioni è nel testo e mostra quanto valga la banale critica che il diffondersi delle società per azioni sia una smentita alla teoria dell’accentramento.
L’accentramento comunque ottenuto accelera la riproduzione del capitale in nuovi investimenti e perfezionamenti produttivi. Parallelamente prosegue il fenomeno accennato del crescere del capitale costante rispetto a quello variabile, cosicché se la domanda di lavoro da una parte aumenta perché aumenta la massa totale del capitale, dall’altra parte tende a diminuire perché diminuisce la proporzione del capitale salari col totale, non solo per i nuovi capitali investiti in impianti più moderni, ma anche per i vecchi che non tardano a porsi al corrente di tali innovazioni.
Eccedenza di popolazione operaia o ”esercito industriale di riserva”
Posta la questione dell’amento di capitale accompagnato del diminuito rapporto della parte variabile a quella costante, si chiede se il capitale variabile in quantità assoluta, e con esso la domanda di lavoro, tendono ad aumentare o a diminuire. In generale, il mutamento della composizione del capitale può far sì che si abbia aumento, stazionarietà, o diminuzione del fondo salari.
Il fenomeno può assumere aspetti diversi per i vari rami di industria, come può avvenire una compensazione della domanda di lavoro tra di essi. Parlando dell’introduzione del macchinismo abbiamo già esaminato una questione di questo genere. In una impresa viene introdotta la macchina licenziando un certo numero di operai, quindi si avrebbe una diminuita domanda di lavoro. Ma l’analisi non si ferma qui. Le macchine per essere fabbricate abbisognano di mano d’opera, inoltre con le macchine si lavorano più materie prime, da cui richiesta di lavoro in industria di altri rami. È vero che il macchinismo a poco a poco conquista anche queste ma l’aumento generale della produttività del lavoro consente ottenimento di prodotti e sussistenze a più buon mercato, disponibilità di maggiore plusvalore e quindi nuovi investimenti di capitali. In conclusione la tendenza generale è l’aumento del numero dei salariati in conseguenza del progresso dell’accumulazione, e strati sempre più larghi della popolazione vengono ad ingrossare la classe operaia industriale.
Tale svolgimento però non è affatto continuo. Quando l’eccessivo desiderio di investire plusvalore in nuove imprese ha spinto al massimo il numero degli operai, i prodotti diventano sovrabbondanti. Appena la loro distribuzione trova difficoltà non essendo essi più richiesti dal consumo, si verificano le cosiddette crisi di sovraproduzione. Grandi masse di merci restano invendute, i capitalisti fermano o riducono l’attività dei loro opifici e un grande numero di operai viene licenziato. Per uscire dalla crisi il capitalismo si sforza di produrre a più basso costo, utilizzando al massimo tutti i perfezionamenti tecnici. All’uscita della crisi si è stabilito un certo rapporto, più basso del precedente, tra capitale variabile e capitale totale. Produzione ed accumulazione ricominciano, e con l’aumento del capitale totale per un certo tempo aumenta anche il capitale salari e la domanda di lavoro. Durante questo intervallo normale il numero dei salariati riprende ad aumentare, domanda ed offerta di lavoro sono presso a poco equilibrate. Ma un’altra crisi non tarda ad avvicinarsi sicché gli operai attirati in numero sempre maggiore vengono bruscamente respinti nella disoccupazione. Il succedersi di queste alternative e la creazione di questa eccedenza di salariati rispetto alla esigenza del capitale accumulato caratterizza la produzione capitalistica. Gli economisti hanno variamente interpretato questo processo, scorgendone le cause dell’aumento della popolazione e formulando le famose leggi di popolazione.
La vera legge di popolazione dell’epoca capitalista è però solo questa: che l’accumulazione del capitale producendo un’eccedenza di popolazione operaia o un esercito industriale di riserva crea una ulteriore condizione di esistenza e di sviluppo per il capitalismo stesso. Questa riserva viene successivamente utilizzata nei periodi di produzione crescente, quindi allo scoppio della crisi viene buttata fuori. Il succedersi di queste crisi si è presentato durante il secolo XIX a periodi di 10-11 anni circa, con tendenza all’abbreviamento dei periodi.
Accenniamo soltanto che la prima che la prima guerra mondiale, mentre a sua volta fu un effetto della corsa alla sovraproduzione industriale, che si sforzava di evitare le crisi rovesciandosi sui mercati esteri e coloniali (”L’imperialismo come più recente fase del capitalismo”), ha rappresentato sia l’esplosione della crisi che il mezzo di inghiottire una pletorica attività industriale. Le sue conseguenze presentarono un incalzarsi di crisi parziali o addirittura le vicende di una crisi generale più profonda1.
È costante preoccupazione del capitalismo e dei suoi teorici quella della formazione e conservazione dell’esercito industriale di riserva favorita col lanciare nel lavoro artigiani, contadini, donne, fanciulli, neri, cinesi ecc. oppure con la campagna per l’intensa prolificazione dei lavoratori indigeni. Perfino il reazionario Malthus si preoccupava della eccessiva riduzione delle nascite in seno al proletariato in un paese industriale.
Non è dunque possibile far dipendere il movimento del capitale e il saggio del salario dall’aumento delle cifre assolute della popolazione come pretendono gli economisti borghesi.
Essi credevano che il saggio dei salari dipendesse dalla offerta di lavoro corrispondente al crescere delle generazioni successive e che il diminuire dei salari, allorché il capitale più non poteva occupare tutte le braccia, decimasse con le privazioni il proletariato riducendone la fecondità.
Invece le variazioni demografiche sono fenomeni a lunga ripercussione rispetto alle frequenti vicende del saggio dei salari che come abbiamo detto dipendono dalla espansione e contrazione dell’attività del capitale.
In conclusione è assurdo sperare che la soluzione delle crisi e dei contrasti del capitalismo possa sorgere dal giuoco della provvidenziale legge della offerta e della domanda applicata al salario. Il giuoco del fenomeno è sempre a vantaggio della classe capitalistica.
Naturalmente gli economisti borghesi hanno gridato allo scandalo e alla violazione della sacra legge dell’offerta e della domanda allorché i lavoratori per mezzo dell’organizzazione economica hanno cercato di attenuare gli effetti della reciproca concorrenza realizzando l’azione comune tra quelli che hanno lavoro e quelli che non ne hanno.
Non è questo il luogo di mostrare che tuttavia anche l’organizzazione sindacale non può impedire lo svolgimento generale del capitalismo né superare i suoi principi. La sua importanza sta nell’attrarre nel movimento di classe strati sempre più larghi, come da altro ben noto testo.
Note
In margine al II Congresso Mondiale della IV Internazionale
I tre documenti votati al II Congresso Mondiale della IV Internazionale offrono abbondante materiale ad un’analisi critica che tenda a ristabilire i termini dell’interpretazione trotzkista della storia e dei compiti del Partito di classe contro le sue più sottili e recenti deformazioni. La presente rassegna non è che un esame analitico delle tre tesi uscite dal Congresso: La situazione mondiale e i compiti della IV Internazionale; L’U.R.S.S. e lo stalinismo; La lotta dei popoli coloniali e la rivoluzione mondiale1. Manca un documento d’insieme.
I
Analisi della situazione mondiale e prospettive. È sempre stato caratteristico del trotzkismo l’affrontare le situazioni in modo discontinuo e improvvisato, cioè non sulla base di una visione organica e abbracciante nel suo insieme una determinata fase storica, ma sotto la suggestione cangiante ed esteriore del momento. Per tutta la guerra e in particolar modo nella fase conclusiva di essa, i trotzkisti hanno scontato l’apertura di una crisi rivoluzionaria mondiale di cui sarebbero stati segni premonitori e iniziali punti di appoggio tutti i movimenti di massa a sfondo sociale proletario, indipendentemente dal loro obiettivo politico e dalle forze in essi dominanti (resistenza, partigianesimo ecc.). Ora, scontano l’apertura «per la borghesia mondiale di un lungo e nuovo periodo di equilibrio instabile, cioè di un periodo di difficoltà economiche e politiche, di convulsioni e di crisi, da un paese all’altro, inevitabilmente generatrici di grandi lotte delle masse proletarie e coloniali». Queste lotte, sviluppandosi ed esacerbandosi, mettono in pericolo lo stesso regime capitalista, ma «in assenza di uno sbocco rivoluzionario, la crisi accentuata del capitalismo minaccia di condurre nuovamente al fascismo e alla guerra che, questa volta (solo questa?) metterebbe in pericolo l’esistenza e l’avvenire dell’umanità intera».
È questa la prospettiva generale, lontana tuttavia dall’essere costante ed omogenea, giacché, oscillando come sempre fra un’interpretazione tendenzialmente rigorosa e le sollecitazioni o dei fatti contingenti esteriori o dell’attaccamento sentimentale alle formule, nel corso di una più dettagliata analisi della situazione i compilatori accentuano ora questo ora quello degli aspetti, e il «lungo periodo» si trasforma, per quel che riguarda l’epicentro della crisi capitalistica, gli Stati Uniti, nella previsione dello «scoppio di una crisi economica in un avvenire prossimo, crisi che minaccia a sua volta di sconvolgere l’economia mondiale prima che abbia raggiunto una stabilità relativa» (curiosa formulazione anche quest’ultima: prima si parla di instabilità come tendenza permanente del dopoguerra: ora, di una tendenza verso la stabilità relativa) sebbene poco più oltre (par. 4), si afferma che «lo scoppio (della crisi americana) non sembra ancora immediato».
Quest’incertezza nella valutazione della portata della crisi borghese del dopoguerra potrebbe ridursi ad un problema formale di calcolo se non si appoggiasse ad una visione completamente deformata della struttura del capitalismo così com’è uscito dal secondo conflitto mondiale. È chiaro che quando i trotzkisti parlano di un precipitare della società borghese «nel fascismo e nella guerra» come sbocco ultimo di un periodo che non abbia visto il riapparire del partito di classe e il suo passaggio alla direzione delle lotte sociali punteggianti la crisi internazionale capitalista, essi si precludono la comprensione di quelli che sono i caratteri dominanti di questa travagliata fase della storia: il permanere degli elementi fondamentali dell’organizzazione economica e politica tipica del fascismo in piena fioritura di democrazia; la presenza della guerra, con lo schieramento delle sue forze politiche operanti fin nel cuore del proletariato, nell’ambito della pace; e non riescono perciò a valutare neppure per approssimazione né le capacità di resistenza e di manovra del capitalismo né le eventuali possibilità di attacco e ripresa del proletariato. I trotzkisti, che ancor oggi parlano di «ondata rivoluzionaria del proletariato mondiale nel 1945» e persino per i paesi dell’America del Sud vaneggiano di una «prima marea rivoluzionaria… capitalizzata dalla borghesia in generale» scambiando per moti rivoluzionari e proletari quelli che erano episodi politici e sociali della mobilitazione del proletariato a sostegno della guerra o di spostamenti dell’asse internazionale del dominio imperialistico, non vedono che le stesse forze operano nella crisi borghese postbellica attanagliando la classe operaia, manovrandola sul piano della ricostruzione e della guerra, deviandone i sussulti verso l’obiettivo più direttamente antitetico al suo obiettivo storico, cioè verso il conflitto; e, sbattuti fra la constatazione evidente del controllo totalitario del capitalismo sul proletariato e l’altrettanto evidente constatazione che il conflitto di classe non si spegne, sono portati di volta in volta a spostare le prospettive a seconda che la dinamica della crisi mette a nudo con particolare crudezza questo o quello dei suoi aspetti. Essi non comprendono perciò anche che il problema della riscossa proletaria non si risolve nella postulazione generica della necessaria presenza del partito di classe, per cui il partito assume la ridicola veste di un deus ex machina che, piombando nell’arruffio di un fermento sociale generico, attragga a sé come ad un ago magnetico le pagliuzze anodine dei proletari, ma presuppone lo scardinamento di tutto l’apparato internazionale di dominio e di difesa su cui poggia la permanenza del regime del profitto, e la liberazione del proletariato dalle forze che tuttora totalitariamente lo dominano. Di qui, come conclusione necessaria, il giudizio sui partiti operai, considerati non per quello che sono – strumenti della ricostruzione capitalistica e dell’imperialismo – ma come organizzazioni operaie aberranti, nel cui seno continui a vivere e ad agitarsi un nocciolo proletario e rivoluzionario; di qui la ricorrente sopravvalutazione delle crisi interne di questi stessi partiti (le «forti correnti centriste progressive in seno ai partiti socialisti in primo luogo, e persino in alcun partiti comunisti», eterno sogno eternamente infranto del trotzkismo, araba fenice sempre lì a portata della loro mano per giustificare l’entrata a bandiere spiegate nei più marci partiti dell’opportunismo, della collaborazione e della guerra). E, a coronamento di tutto questo, il lancio della parola d’ordine de «l’unità di azione e del fronte unico di tutte le forze della classe operaia sulla base di un programma che leghi le rivendicazioni economiche e politiche delle masse alle parole d’ordine del controllo operaio, delle milizie operaie e del governo operaio e contadino», e le variazioni sullo stesso tema che vanno dalla propaganda negli Stati Unti a favore di un «Labor Party fondato sui sindacati» (nei quali essi vedono un fermento di radicalizzazione, il cui risultato ultimo è… il voto per Truman) alla tattica, nei Paesi dell’Europa orientale, di «raggrupparsi di preferenza in seno alle organizzazioni socialdemocratiche» per la difesa del livello di vita e delle «libertà» delle masse contro i regimi burocratici e polizieschi dominanti dagli staliniani. Dove appare evidente – a parte ogni considerazione di principio in merito alle posizioni bloccarde, frontiste ed «entriste» che sono tradizionali del trotzkismo – che questo movimento, con la pretesa di aderirvi con un senso raffinato della concretezza, si muove al di fuori della realtà storica ed insegue i fantasmi più inconcludenti: il fronte unico con «forze proletarie» che sono legate alla società borghese e alla guerra e perciò antiproletarie, le milizie operaie nel momento in cui, col pieno appoggio di quelle cosiddette «forze operaie» (socialisti e nazional-comunisti) si preparano o si mantengono intatti i più poderosi «eserciti nazionali», l’appoggio ai socialdemocratici della zona orientale perché democratici, contro gli stalinisti autoritari, quasi che il nocciolo di questi partiti fosse, nella situazione concreta, non la manovra imperialistica in funzione americana ma la difesa di astratte libertà; e, infine, la trasformazione delle organizzazioni «di avanguardia» in partiti di massa in una situazione di sconfitta proletaria e di scatenamento internazionale dei contrasti imperialistici – situazione favorevole alla formazione e allo sviluppo di «partiti di massa» solo in quanto siano i partiti della controrivoluzione, della democrazia e dell’ennesimo macello mondiale.
II
Questione coloniale. Tutti questi sottoprodotti di quello che si è convenuto di chiamare «intermedismo» e di un metodo di analisi antidialettico strettamente legato a quella concezione fondamentale, si ritrovano in forma ancor più spiegata e perciò anche più paradossale nelle tesi sulla questione coloniale. Si direbbe che i trotzkisti, dopo tante esperienze negative subite nei paesi a più accentuata struttura capitalistica dalla loro politica di appoggio a soluzioni intermediarie e di fronte unico con socialisti e nazional-comunisti, abbiano voltato loro sdegnosamente le spalle per puntare tutte le loro speranze sulle «rivoluzioni» dei popoli coloniali. Lo schema è questo: la fine della guerra ha assistito allo scoppio di lotte dei popoli coloniali di una portata «paragonabile al livello della lotta delle classi in Europa», il cui carattere distintivo sarebbe non soltanto di tendere alla liberazione dei rispettivi paesi coloniali dall’imperialismo, ma – tratto nuovo ed originale (?) – alla presa del potere politico; diversamente dalla fine dell’altra guerra, l’imperialismo non è stato in grado di opporre a questi moti un fronte compatto di resistenza in ragione della crisi profonda delle grandi potenze metropolitane e del dislocamento dei grandi imperi coloniali; questi movimenti non hanno potuto svolgersi nel senso di una spinta rivoluzionaria decisiva per l’assenza del partito di classe. I paesi coloniali, meno soggetti al controllo e alla repressione capitalistica, ricchi di prospettive e di fermenti rivoluzionari per l’intreccio di forze sociali diverse in ebollizione, sono dunque il terreno più fertile per io sviluppo delle organizzazioni proletarie di avanguardia.
Le tesi riconoscono bensì che il tramonto dei vecchi metodi di dominazione imperialistica sulle colonie e sui paesi semi-coloniali ha segnato l’alba di nuovi metodi altrettanto efficaci, e certo più corrispondenti alla situazione storica, di sfruttamento e di predominio; riconoscono soprattutto che «la seconda guerra mondiale ha ridotto praticamente a zero le velleità di lotta anti-imperialistica delle borghesie dei paesi coloniali e semi-coloniali», nel senso che la borghesia indigena «non si mostra pronta a condurre la lotta che per mettersi a disposizione di un imperialismo più solido»; riconoscono anche che il declino di alcune potenze coloniali è avvenuto sotto forma di passaggio del loro predominio ad altre potenze, e che perciò nelle stesse lotte di «indipendenza coloniale» si riflettono i contrasti inter-imperalistici e, in genere, gli spostamenti avvenuti nell’intelaiatura internazionale del capitalismo; e, poiché, ridotto così il perimetro delle «lotte coloniali» non già alle loro esteriori manifestazioni rivoltose ma ai profondi contrasti sociali e alle insormontabili antitesi di classe, insistono sull’impossibilità di una soluzione di questi tormentosi problemi interni (problema della terra, problemi derivanti dall’accelerata industrializzazione delle colonie e conseguente formazione di un proletariato numeroso ed accentrato) se non sul piano della dittatura del proletariato appoggiata dalle masse contadine, la conclusione che logicamente dovrebbero trarne (la conclusione nostra) è che non esiste un problema di «lotte di liberazione dei paesi coloniali» ma un problema di agganciamento delle lotte del proletariato metropolitano con quelle del proletariato coloniale per la distruzione delle radici storiche dell’imperialismo; in altre parole, il riconoscimento di una omogeneità di problemi fra proletariato coloniale e metropolitano, non realizzantesi nell’ambito delle lotte di emancipazione nazionale ma in quello delle lotte internazionali di classe per il potere rivoluzionario.
Invece no: il programma della IV Internazionale continua a svolgersi sul binario di un disperato aggrapparsi a quelle lotte cosiddette antimperialiste la cui inconsistenza è pur tuttavia negata dalla stessa analisi generale della situazione. «Nei paesi coloniali e semi-coloniali il compito generale è di lottare per l’espropriazione e il rovesciamento dell’imperialismo, per l’indipendenza e l’autodeterminazione nazionale di ogni paese e nazionalità coloniale oppressa» (sempre con la nota tattica dì appoggiare ogni movimento insurrezionale anti-imperalistico denunciandone nel contempo la direzione opportunista); quanto alle parole d’ordine di natura meno generale e destinate a guadagnare al movimento i più larghi strati di masse, esse si riducono quasi dovunque alla predicazione di diritti democratici, al lancio di rivendicazioni transitorie, insomma all’applicazione di un programma intermedio che, fra parentesi, potrebbe essere oggi (e lo è già) fatto proprio da determinate forze imperialistiche, come lo stalinismo, per finalità esattamente opposte.
D’altra parte, la incapacità già più sopra sottolineata di guardare a fondo nella reale natura di determinate forze politiche a origine proletaria porta i trotzkisti a schierarsi sulla stessa linea degli agenti del tanto deprecato imperialismo per la suggestione dei caratteri sedicenti progressivi del programma da loro agitato o della bruta composizione sociale dei partiti e delle organizzazioni che ne subiscono il controllo. È questa un’altra delle conseguenze necessarie dell’intermedismo e dei suoi ineffabili «programmi transitori»: di fronte alla crisi cinese, i trotzkisti, considerando progressiva la cosiddetta riforma agraria operata dalle armate rosse nella zona di loro pertinenza, «sostengono le armate contadine controllate dagli staliniani e combattono energicamente i proprietari fondiari del Kuo-Min-Tang che vogliono ristabilire l’antico ordine nei villaggi», «lottano per spingere innanzi le riforme iniziate timidamente dagli staliniani (la differenza fra trotzkisti e staliniani – non siamo noi a dirlo, cara «IV Internazionale» – sta dunque nel carattere ardito o timido delle riforme da entrambi predicate) fino alla loro conclusione logica», come se sitrattasse non di una radicale inversione di rotta ma di una evoluzione pacifica dal troppo poco al molto; e, naturalmente, combattono per la «democratizzazione delle armate rosse e perché, nei territori «liberati», il potere si trovi nelle mani di Comitati di soldati e di contadini democraticamente eletti».
III
La questione russaoccupa un posto centrale nelle tesi approvate al Congresso, in ragione sia dell’importanza ch’essa ha sempre avuto nel bagaglio ideologico del trotzkismo come una delle sue più gravi pietre d’inciampo, sia delle divergenze, talvolta tanto profonde da provocare irreparabili fratture organizzative, che intorno ad essa si sono venute via via verificando in seno alla IV Internazionale.
Il punto di vista ufficiale trotzkista rimane, in materia, quello ormai noto: la Russia staliniana si trova in una fase instabile di maturazione e di trapasso (sono 15 anni che Trotzky ha cominciato a parlarne, ma siamo, in fase di trapasso, sempre allo stesso punto), caratterizzata dalla persistenza dei rapporti di produzione nati dalla rivoluzione di ottobre, da una parte, dal sempre più rapido incalzare di fattori degenerativi nel quadro di questi stessi rapporti, dall’altra. L’URSS è una realtà a due facce: tendenzialmente socialista l’una, tendenzialmente capitalista l’altra, e a cavallo di queste due tendenze sta l’attuale classe dominante – non più quella dell’ante-rivoluzione, non più quella della rivoluzione proletaria, spettro di cavaliere montato su un altrettanto spettrale cavallo. Si potrà definire capitalista il regime russo solo quando gli attuali rapporti di produzione saranno crollati, si ritornerà alla proprietà privata individuale dei mezzi di produzione e scomparirà l’attuale classe dominante. Lo sipotrà chiamare socialista solo quando i rapporti attuali di produzione saranno liberati dal dominio su di essi esercitato dalla burocrazia.
Quest’ultima, infatti, per reggersi ha bisogno di mantenere in vita la struttura produttiva sulla cui base è sorta e della quale si è servita per schiacciare successivamente l’opposizione contadina e neo-borghese nel 1927 ed espropriare poi del potere politico la classe operaia. Detenendo le leve di un’economia centralmente organizzata e diretta, essa ha potuto assicurare il gigantesco sviluppo della produzione, la distruzione dei residui feudali, l’industrializzazione delle campagne, l’eliminazione delle influenze imperialistiche sull’economia nazionale2 ecc.; ma nello stesso tempo impedisce l’ulteriore sviluppo dell’apparato economico e il suo potenziamento. Ne risulta che l’URSS è caratterizzata insieme da «rapporti sociali non capitalistici» e dalla non-stabilità di questi rapporti: siamo in una fase di gestione burocratica; anticamera a due porte, una delle quali conduce al ristabilimento di rapporti sociali capitalistici e l’altra all’instaurazione del socialismo.
I compilatori dimenticano dunque – per tacere d’altro – la rete di rapportidi dipendenza finanziaria che lega anche l’URSS al capitale soprattutto americano? Per giungere a questa conclusione, i trotzkisti dissezionano la struttura economica e sociale. Da una parte ci sono i rapporti di produzione, che non sono più capitalisti perché non esiste più proprietà privata dei mezzi produttivi; dall’altra ci sono i rapporti di distribuzione, che sono borghesi: dunque, abbiamo una società mista, il cui equilibrio instabile è determinato dall’equivalenza temporanee delle due forze in essa operanti e si esprime nella persistenza di un regime alterno che ne è la risultante. Ma è chiaro che una simile impostazione non ha nulla a che vedere col marxismo. La questione del carattere capitalista o socialista di un particolare regime di proprietà dei mezzi di produzione non si risolve in base a considerazioni di forma, ma sempre in rapporto all’insieme dei fattori che definiscono una determinata struttura economica e sociale. Non ha senso parlare di rapporti di proprietà socialisti accanto a rapporti di distribuzione borghesi, giacché è quest’ultimo carattere che definisce la fisionomia di classe del primo, e non viceversa. La «socialità» è un carattere permanente del sistema di produzione borghese: non è la proprietà privata dei mezzi di produzione per sé presa che lo distingue, ma l’appropriazione del prodotto come merce. La dimostrazione trotzkista della tesi secondo cui il regime attuale russo sarebbe una specie di ibrido non dimostra dunque nulla.
Ma da questa inconsistenza nell’analisi della struttura economico-sociale russa deriva l’incapacità dei trotzkisti a determinare una prospettiva seria e storicamente fondata del divenire dell’URSS. Essi sono condannati ormai da 15 anni, e lo saranno ancora per un pezzo, ad annunciare la fragilità del «regime burocratico» staliniano e a profetizzarne il prossimo crollo anche indipendentemente da un assalto rivoluzionario del proletariato. Tale regime sarebbe minato non dalle contraddizioni classiche del regime capitalista, ma da contrasti di natura particolare; derivanti dall’essere la burocrazia un freno allo stesso sviluppo produttivo. E per dimostrarlo si guardano le piante e si perde di vista il bosco: si insiste sul carattere spoliatorio e depredatore della burocrazia (come se questo fosse un fenomeno particolare di un regime né capitalista né socialista), sullo sviluppo dell’accumulazione primitiva nelle campagne o nelle città, sul continuo insorgere e risorgere di resistenze periferiche, dimenticando che queste difficoltà, inevitabili in ogni regime ad alto e rapido sviluppo capitalistico e a forte accentramento, non bastano ad oscurare il fatto che la struttura «burocratica» russa si è dimostrata uno strumento formidabile di guerra e lo è sul piano dell’espansione imperialistica, cioè appunto su quel terreno che doveva essere anche per Trotzky (vedi «La rèvolution trahie») la prova del fuoco dello stalinismo. Non importa: i trotzkisti scontano – lo ripetiamo, indipendentemente da un assalto rivoluzionario del proletariato – «la decomposizione totale dell’economia collettivizzata».
Che cos’è, poi, questa «casta burocratica», aleggiante su rapporti sociali neutri, non rappresentativa che di se stessa? I trotzkisti, che si dilettano con la brillante ma solo brillante battuta di Leone Trotzky sul «bonapartismo staliniano», pensano dunque che Napoleone fosse un ibrido fra borghesia e qualcos’altro, non l’espressione più tipica ed esasperata del dominio capitalistico? Trotzky ha perfino parlato di «bonapartismo fascista»: O, che dunque il fascismo era un regime politico al disopra o al di fuori degli interessi del capitalismo, distaccato da questo ed operante per una dialettica propria di sviluppo? E che concezione hanno i trotzkisti del «potere politico», essi che parlano continuamente di una burocrazia che l’ha «usurpato» strappandolo alla classe operaia, come se il potere non fosse un rapporto reale, di forza, ma un bene economico che passa da una mano all’altra per una normale (o magari eccezionale) operazione di mercato, lasciando intatte le basi sociali ed i rapporti di produzione e di scambio e librandosi su di essi come lo Spirito sulle acque? Che cos’ha più a che fare il marxismo con una storiografia da caste e da satrapi orientali, che vede nei più giganteschi fenomeni sociali un episodio da romanzo giallo o da film di gangster, ed ha per l’«avversario n.1» un odio e un disprezzo moralistici? Che senso può avere il richiamo al marxismo, quando si ipotizza una casta (perché non chiamarla addirittura cricca?) che si serve di una certa struttura economica come uno schermidore può servirsi a piacere di un fioretto o di una spada?
Le conclusioni politiche ché i trotzkisti traggono da questa costruzione macchinosa è sempre la stessa: difendere «quello che sussiste delle conquiste d’ottobre» contro un ristabilimento del capitalismo nell’URSS e la sua trasformazione in colonia imperialistica. Quindi, in caso di guerra, «difesa incondizionata» da una parte e, dall’altra, «lotta per la rivoluzione politica all’interno dell’URSS per il rovesciamento del regime staliniano, per l’indipendenza dell’Ucraina, dei paesi baltici ecc.». Solo che, in ragione del sempre crescente perversità della burocrazia staliniana, i trotzkisti hanno fatto un passo avanti: hanno cioè eliminato dal loro vocabolario le frasi su «l’ultimo bastione della rivoluzione», «l’economia socialista», le «fabbriche appartenenti agli operai», il «potere degli operai e dei contadini» e deciso che «la difesa delle conquiste di ottobre si identificherà per così dire completamente col compito di intensificare la lotta rivoluzionaria in tutti i paesi, mentre la questione dell’utilizzazione dei mezzi militari dietro le linee imperialistiche passerà completamente in secondo piano» (siamo o no gradualisti? Faremo la guerra per l’URSS in secondo piano e la lotta rivoluzionaria internazionale all’avanscena). E lasciamo stare il programma che i «bolscevichi-leninisti» prevedono di agitare quando un’insurrezione generale contro lo stalinismo permetterà loro di intervenire – un programma di democratizzazione dei soviet, di legalizzazione dei partiti sovietici, di revisione dell’economia pianificata dall’alto in basso e dei kolchoz «in accordo con la volontà e secondo gli interessi dei kolkosiani», che servirebbe magnificamente non a fondare la dittatura proletaria, ma ad avviare la tanto paventata restaurazione del capitalismo privato accrescendo a dismisura il pesò politico del contadiname e di tutte le tendenze centrifughe dell’economia e della società russe (un capitolo a parte meriterebbe d’essere dedicato alla malattia democratica dei trotzkisti, che si rivela anche negli aspetti organizzativi della IV Internazionale; ma ci ritorneremo).
C’è da stupire, dopo tutto questo, che l’ambiguità della concezione trotzkista del regime russo attuale abbia costituito un fertile terreno di sviluppo a teorie contro le quali l’ultima parte del rapporto è diretta, come quella del Burnham? (1) La sorte delle ideologie intermediste è necessariamente quella di sgretolarsi sotto il peso delle forze e delle ideologie opposte entro le quali si muovono. Il II Congresso Mondiale ne ha dato la manifestazione anche esteriore con il diluviare delle crisi interne che, proprio su questo terreno, hanno lacerato i maggiori partiti aderenti, dall’americano al francese, e che, per una ironia storica dialetticamente ben fondata, punteggiano l’ambizioso cammino del trotzkismo versoil «partito di massa».
Note
Letture
The New International, Giugno e Luglio 1948
Analizzando su queste colonne il programma e le posizioni di battaglia della «International Workers League» (Prometeo n. 2), ci eravamo augurati che questo raggruppamento, attraverso una rielaborazione critica e sotto la spinta dell’esperienza, liquidasse i residui ancora vivi del bagaglio ideologico di origine trotzkista. Le vicende interne dell’organizzazione, nel frattempo corrosa da contrasti interni e da corrispondenti diserzioni, e la pubblicazione della nuova serie di International News dimostrano che l’augurio era destinato a rimanere soltanto un pio augurio.
La nuova serie si inizia, infatti, riproducendo documenti anteriori alla seconda guerra mondiale, in cui le posizioni deteriori di questa corrente politica appaiono nella forma, per così dire, più limpida. Gli articoli sul «Carattere dello Stato nell’Unione Sovietica» e su «Come difendere l’U.R.S.S.» apparsi nel 1939 e ora ripubblicati, ribadiscono, da una parte, il concetto che la Russia si trova in una fase di transizione che può portare tanto ad un ritorno al capitalismo quanto ad una spinta innanzi verso la realizzazione socialista (concetto fondamentalmente trotzkista, basato sull’identificazione tra regime di produzione borghese e forma giuridica della proprietà privata) e, dall’altra, lo slogan della «difesa condizionata dell’U.R.S.S.» in caso di guerra condizionata nel senso che consiste nell’aiuto alle correnti rivoluzionarie e proletarie eventualmente sviluppatesi sotto il regime staliniano, e non a questo: mentre il documento su «La lotta su due fronti», mentre ripete l’opposizione di principio alla tattica frontista e bloccarda del trotzkismo, applica poi nei confronti dei sindacati e delle agitazioni a stondo rivendicativo la manovra del «marciare separati e battere insieme».
Le analisi più recenti si muovono sullo stesso binario: non sviluppo, dunque, ma irrigidimento delle posizioni di partenza della R.W.L.
IV Internazionale, luglio e agosto 1948
Conviene soffermarsi sia pur brevemente sull’organo ufficiale della pattuglia trotzkista sopravvissuta all’espulsione del P.O.C. dalla IV Internazionale ed al suo conseguente scioglimento, per il primo tentativo di analisi della situazione italiana in esso compiuto sulla scorta delle ormai note formulazioni trotzkiste argomento cui sono dedicati gli editoriali dei due numeri usciti.
«Lezioni di una sconfitta». Quale? La sconfitta patita nella battaglia elettorale del 18 aprile, che «in caso di esito diverso» avrebbe «potuto frapporre un serio ostacolo alla ripresa della borghesia e salvaguardare all’azione proletaria prospettive più favorevoli» (le vittorie elettorali frappongono dunque un «serio ostacolo» all’opera di rafforzamento del potere borghese che è, per «IV Internazionale» – e qui siamo d’accordo – il risultato sostanziale di questi anni di democrazia progressiva!). Le colpe? Dei partiti a tradizione proletaria, i quali, nel momento più decisivo della lotta, «commisero errori che ora il proletariato intero va scontando», errori che si riassumono nella politica interclassista dell’alleanza coi partiti borghesi, del C.L.N., della esarchia, del tripartito, insomma nella politica della collaborazione che ha permesso alla borghesia di rafforzarsi per poi liquidare i partiti fattisi suoi servi e che si è conclusa nella costituzione del Fronte Democratico Popolare. Quest’ultimo – a detta dei trotzkisti – «avrebbe potuto giuocare un ruolo non trascurabile nella lotta di questi anni, se fosse sorto su basi ben diverse e avesse riposto non solo in apparenza alle esigenze di classe delle masse» (cioè.. se non fosse stato il Fronte Democratico Popolare!).
L’analisi è, come si vede, la solita dei raggruppamenti trotzkisti: essi partono da un lato, dal presupposto che esistesse nel ’45 una situazione oggettivamente e soggettivamente rivoluzionaria (la struttura statale in frantumi, la borghesia disorganizzata, un proletariato che «aveva ripreso coscienza di se medesimo» – ma come, se seguiva totalitariamente i partiti del compromesso e la politica della collaborazione?), e, dall’altro, dal concetto che della ricostruzione e del ripotenziamento dello Stato borghese i partiti pseudomarxisti siano non parte attiva fondamentale, ma vittime, e perciò, per la trafila dei loro «errori», artefici indiretti e, per così dire, a posteriori della sconfitta proletaria – quasi che ci fosse stata all’origine un’obiettiva e reale offensiva di classe e alla fine un capovolgimento della situazione in funzione capitalista, e la battaglia non fosse stata già perduta nell’impostazione democratica, nazionale, partigiana, delle lotte operaie nell’ultima fase della guerra e della liberazione nazionale.
Le conseguenze? Una prospettiva a scadenza lunga, di offensiva capitalista e di lotte difensive del proletariato, in ordine alle quali si «impone una politica di Fronte Unico… in vista di determinati obiettivi concreti, per la realizzazione di un programma minimo immediato e la difesa di certe posizioni minacciate» (non altrimenti, quanto a programmi, formulano il problema nazionalcomunisti e socialisti).
Ma viene lo sciopero di luglio e la prospettiva cambia: spontaneità del movimento, sua compattezza, esplosione gagliarda di spirito e di volontà combattiva. Lo schema è tuttavia il medesimo: un proletariato che mai «aveva dato una così concreta prova di spirito combattivo, di maturità e di capacità rivoluzionarie»; i dirigenti che danno prova di «lentezza, di indecisione, di volontà capitolarda». Si scambia una manifestazione di ribellione impetuosa e di gagliardo slancio per una prova di «maturità e di capacità rivoluzionaria», quali che fossero l’obiettivo della lotta, la sua impostazione, le forze agenti: si scambia d’altra parte per «errore» pratico l’atteggiamento naturale e necessario dei partiti della controrivoluzione. Si parla di «sfiducia» degli stalinisti nelle «possibilità rivoluzionarie delle masse», come se gli stalinisti potessero augurarsi un orientamento rivoluzionario delle masse operaie e piegassero verso il tradimento collaborazionista per una semplice questione di pessimismo cronico e di scetticismo costituzionale; si rileva la incapacità dello stalinismo, negli anni scorsi, a «condurre il proletariato ad affermazioni decisive quando questo era possibile», come se l’obiettivo dei partiti del tradimento potesse mai essere l’affermazione, decisiva o meno, delle classi oppresse: infine, esclusa la possibilità di uno sbocco rivoluzionario il 14 luglio, si indica la strada che si sarebbe dovuto battere per un’azione diretta a obiettivo limitato, e ci si appella alle Tesi di Roma (particolare di cronaca: è la prima volta che vediamo i trotzkisti appellarsi alle tesi fondamentali della deprecatissima «sinistra bordighiana») per dare una lezione di tattica e di strategia ai direttori d’orchestra delle giornate di luglio.
E qui viene il bello: poiché le Tesi di Roma parlano della possibilità per il partito di classe di lanciar la parola d’ordine di una determinata azione pur sapendo che non si tratta di giungere fino alla suprema conquista rivoluzionaria, ma solo di condurre una battaglia da cui l’avversario esca scosso nel suo prestigio e nella sua organizzazione, e il proletariato materialmente e moralmente rafforzato ecco pronti gli obiettivi da servir di contenuto allo schema generale; e le Tesi di Roma diventano un lasciapassare per… programmi ultrademocratici di lotta: «scioglimento delle organizzazioni fasciste, eliminazione dei giornalisti fascisti ed uomini del vecchi regime comunque ritornati alla ribalta, immediata cessazione delle pratiche contro partigiani militanti della resistenza, ancora immediata installazione «de facto» di Consigli di Gestione, di Consigli di Azienda con ampi poteri ecc. » collegati con rivendicazioni immediate a carattere economico. Dove appare chiaro che i trotzkisti sono, praticamente, degli staliniani con un pizzico in più di attivismo: lo stesso programma, con in meno l’azione diretta, non è stato forse e non è continuamente sbandierato dal P.C.I. o dal P.S.I.?
Le conclusioni tratte da quest’analisi? Negative, certo, ma con un po’ più di chiaro: lo sciopero ha segnato la «bancarotta dello stalinismo» le masse cominciano ad aprire gli occhi, c’è crisi in seno al partitone, le prospettive sono meno nere, soggettivamente se non obiettivamente, che al 18 aprile. E così avanti, con prospettive che durano al massimo un mese e che la suggestione momentanea e superficiale del primo fremito agitatorio o rivoltoso modifica e magari capovolge… Philosophia perennis del trotzkismo.
The Western Socialist Giugno e Settembre 1948
L’impostazione politica difesa dal World Socialist Party of U.S. e dal suo organo, The Western Socialist, è, come quella dei «Socialist Parties» d’Australia, Canadà, Nuova Zelanda e Gran Bretagna, delle più paradossali nel quadro internazionale del movimento proletario. Sono Partiti in violenta opposizione al riformismo laburista da una parte e al nazionalcomunismo dall’altra, ed in aspra difesa della posizione di irriducibile antitesi al sistema capitalista in tutte le sue forme, tradizionale alla critica marxista: negano ogni possibilità di assicurare nei quadri del regime di produzione borghese, nonché l’emancipazione finale del lavoro, un miglioramento qualsiasi delle condizioni di vita delle masse lavoratrici; agitano pertanto come rivendicazione unica la rivendicazione massima dell’abolizione del regime del profitto capitalistico e della instaurazione del socialismo, implicitamente negando ogni rivendicazione intermedia e la gradualità del trapasso da un regime, all’altro; ma affidano il compimento del socialismo non all’azione rivoluzionaria di classe guidata dal Partito, ma ad una opera di educazione ed illuminazione intesa a conquistare alla coscienza dei postulati socialisti la maggioranza dei lavoratori, premessa necessaria e sufficiente ad un normale e pacifico trapasso alla società senza classi. Operiamo perché la maggioranza dei lavoratori capiscano che non c’è possibilità di emancipazione al di fuori del socialismo, e il socialismo sarà automaticamente realizzato: è questo il postulato sul quale la loro azione di propaganda e di chiarificazione si svolge.
E’ ovvio che, sulla base di una posizione programmatica di questo genere, sia bensì possibile un’esatta impostazione critica nei confronti del riformismo laburista e della mascheratura staliniana dell’imperialismo, una presa di posizione decisamente internazionalista di fronte alla guerra, alle evoluzioni dell’imperialismo ed alle suggestioni della propaganda dei due blocchi e delle loro succursali nazionali e coloniali, ma è altrettanto ovvio ch’essa svuoti e deformi i postulati cardinali della tattica e della strategia del proletariato. In sostanza, siamo in presenza di antidemocratici per eccesso di democrazia, di antiriformisti ammalati di zelo riformatore, di quaccheri del socialismo, concepito come problema non di lotta ma di illuminazione, non di milizia operante ma di evangelizzazione. Negato sul terreno delle realizzazioni concrete, il gradualismo ritorna sul terreno della conquista delle coscienze; il parlamentarismo democratico, negato come strumento di riforma interna della società borghese, rimane l’arena della trasformazione finale di questa società nella società socialista quando la maggioranza dei lavoratori sarà schierata dietro le bandiere della critica marxista al capitalismo; il partito non è un’arma di battaglia né nella preparazione della conquista rivoluzionaria del potere né nell’esercizio della dittatura del proletariato, ma una organizzazione di… università proletarie.
The Western Socialist resta dunque un organo di pubblica denuncia della pirateria, dell’ipocrisia, della barbarie del regime borghese, della mistificazione riformista e nazionalcomunista del marxismo, della marcia accelerata dell’imperialismo verso la guerra e di riaffermazione dei cardini della critica marxista al capitalismo, senza la possibilità di diventare un’arma di lotta e di battaglia per la vittoria finale del proletariato, con l’obiettiva funzione, anzi, di sviare il proletariato dalla strada maestra della conquista rivoluzionaria del potere. Sia detto questo con durezza, e con tutto il rispetto dovuto a «socialisti» che non accettano e non accetteranno di farsi propagandisti della carneficina mondiale e di quel suo necessario preambolo che sono il riformismo laburista da una parte, il tradimento nazionalcomunista dall’altra.