Internationella Kommunistiska Partiet

Rassegna Comunista 7

La tragedia storica contemporanea e la ignobile parte della socialdemocrazia

Tristissime notizie giungono dalla Russia della rivoluzione. Finora il nostro entusiasmo era regolarmente battuto dalla nostra ammirazione per la serie mirabile di vittorie che la rivoluzione sovietista realizzava contro una serie di difficoltà sempre più gravi. Ogni volta dicevamo: il momento più brutto è trascorso, la più dura battaglia è stata guadagnata. Ci pareva che lo sforzo del proletariato russo contro la reazione interna, contro le offensive dell’imperialismo estero, contro la miseria, la fame, la crisi terribile della produzione, avesse, ad ogni vittoria che registravamo con gioia, toccato il limite massimo, e delle umane possibilità e delle più audaci nostre augurali speranze. Invece no. Ogni volta siamo stati sorpresi di vedere nuove nubi addensarsi ed una più violenta tempesta abbattersi sul proletariato russo, titanicamente levato a difendere le sorti della nuova rivoluzione. Ed un più intenso ed eroico sforzo ha, ogni volta, finora, ristabilite le sorti della lotta in modo che sarebbe parso affatto incredibile.

     Il 1920 era stato segnato da un cattivo raccolto, e dalle ore tristi della prima e della seconda avanzata polacca. L’inverno si sperava meno difficile di quello del 1919, ma così non è stato, malgrado gli organi della repubblica abbiano compiuto miracoli di organizzazione. Comunque, l’offensiva militare fu respinta, l’avventura meridionale di Wrangel liquidata in modo trionfale, le sofferenze della scarsezza di alimenti e della fame superate dalla popolazione in maniera eroica: non v’è altro aggettivo. E la stessa rivolta di Cronstadt non fu che una fugace parentesi.

     I compagni russi prevedevano con la mirabile freddezza che li distingue ulteriori difficoltà del lavoro economico, specie nell’agricoltura, e persino una nuova grande offensiva militare degli Stati del Centro Europa. Si preparavano a tutto. Ma una sciagura imprevedibile e sinistra, nella sua  illogicità superiore ad ogni umana risorsa si è abbattuta sul paese colpito e straziato dalle insidie e dalle violenze di tutto il mondo capitalistico: la siccità senza precedenti di questa torrida estate ha bruciate letteralmente le messi pronte ad essere mietute, ha distrutto l’alimento di un anno di milioni di creature umane, già arrivate sull’estremo dei sacrifici senza lasciarsi andare negli abissi animaleschi del panico, della disperazione, del si salvi chi può, ma dando il più grande spettacolo di vita collettiva coscienza della storia.

     Quali saranno le conseguenze? Impossibile dirlo. Si rinnoverà il miracolo della resistenza? Si placherà in parte la brutale e truce offensiva del capitalismo mondiale dinanzi all’assassinio di un popolo, alla lenta agonia di milioni di innocenti? Si realizzerà il disarmo del blocco e della guerra a cui sembrava predisporsi la borghesia mondiale, che dominata dallo spettro della sua crisi comprendeva l’impossibilità per il mondo moderno di vivere tagliando fuori un paese come la Russia?

     Comunque sia, una considerazione si può ancora tracciare. È indubbio che la situazione determinata da un certo ristagno del procedere della rivoluzione negli altri paesi, aveva obbligato la Russia a contrattazioni coi capitalisti esteri, che questi medesimi consideravano non solo sotto la luce economica  del buon affare, ma anche sotto quella politica di una risorsa contro i pericoli della loro situazione interna. Se anche questa loro prospettiva svanisce, se i borghesi di tutto il mondo, già arrivati alla constatazione di non poter fare a meno della Russia bolscevica, vedono anche questa risorsa resa inapplicabile; con più crudezza si pone, non per la vita del solo popolo russo, ma per quella dell’intera umanità, l’imperativo storico della rivoluzione proletaria nei paesi del grande capitalismo moderno.

L’arsura che incendia le messi nelle piane sterminate della Russia del centro, incendierà anche il suolo sociale dell’Europa e dell’America rovente delle estreme convulsioni di un regime.

٭٭٭

     L’opportunismo nostrano non meno di quello estero mostra una certa carità pelosa per lo strazio della Russia. Ed intanto esplica la sua opera disfattista della rivoluzione, seguitando nella parte vergognosa di complice dello sfruttamento del proletariato mondiale, di responsabile delle sofferenze dei lavoratori di Russia.

     La crisi economica si esaspera e la disoccupazione infierisce. I comunisti investono colla loro rampogna l’attitudine imbelle dei dirigenti socialdemocratici: questi, in luogo di dire alle masse una parola di azione contro le iniziative capitalistiche per la riduzione dei salari, la cancellazione dei diritti acquisiti nella lotta sindacale, lo stroncamento del movimento di classe, si prefiggono di volgere il fronte contro i rivoluzionari, e nella ultima riunione del consiglio della Confederazione del Lavoro decidono di iniziare l’azione per escludere i comunisti dalle file dei Sindacati.

     La guerriglia civile divampa feroce, e mentre alcuni fortunati episodi segnano la gioiosa diana di una riscossa delle masse, in altri le bande bianche compiono altre stragi, e più orrende. Ebbene, la socialdemocrazia non escogita altro che la politica vile della “pacificazione”, tratta con gli avversari, propone come suo ultimo e massimo fine la “obbedienza alla legge”. Lavora, cioè, ad aggiogare le masse al carro della onnipotenza statale borghese.

     Il Partito Socialista Italiano, dopo il distacco dei comunisti, si presenta in modo suggestivo come lo sbocco della politica difensiva borghese, il gerente della ultima opera conservatrice del capitalismo. I movimenti che all’inizio sorgono come fieramente diretti contro il simulacro della sua intransigenza tradizionale, finiscono per assorbirlo in sé e a coalizzarsi con lui. Subito dopo la guerra sorgeva come controaltare al partito socialista quello popolare, organizzato dai cattolici assai forti nelle campagne. Un sicuro intuito marxista permetteva allora di prevedere la confluenza di questo partito con la destra socialista, fatto che è oggi nella reale politica dei partiti parlamentari. Il fascismo sorse per fronteggiare, con ben altri metodi, il socialismo. Raggiunto, come abbiam detto più volte, lo scopo di svuotarlo di ogni proposito rivoluzionario, il fascismo naviga verso l’intesa colla socialdemocrazia.

     Il leader fascista Mussolini ha concluso il suo ultimo discorso preconizzando la collaborazione delle tre “forze vive” del paese: Partito Popolare, Socialismo e Fascismo. Dopo le ultime elezioni dicemmo scherzando che Milano aveva eletti a capolista i tre futuri componenti del Ministero borghese italiano: Turati pei socialisti, Meda pei popolari, Mussolini pei fascisti. Lo scherzo diverrebbe realtà.

     Un giornale giallo ha potuto scrivere parole, che suggestivamente corrispondono al nostro modo di intendere la situazione italiana: Accordatisi fascisti e socialisti ragionevoli, se la sbrighi lo Stato coi comunisti.

     Perché ci sono i comunisti. Che danno un gran fastidio, che sono fonte di implacabile preoccupazione, perché rifiutano sdegnosamente ogni contatto pacificatore, invitano e inquadrano le folle per la santa violenza rivoluzionaria. Lo Stato avrà dai ministri fascisti e socialdemocratici l’incarico di sbrigarsela col comunismo. A meraviglia! Poiché proprio con lo Stato il comunismo vuole regolare i conti, proprio lo Stato esso si  prefigge di assalire per la realizzazione delle sue finalità.

     Quando tutti i contorsionisti della politica borghese avranno preso il posto che loro spetta, le due grandi forze staranno di fronte: lo Stato ed il comunismo; la conservazione e la rivoluzione.

     Ma quel giorno, percorsa dalla socialdemocrazia tutta la sua parabola di ignominia, l’intera massa del proletariato starà tra le falangi assalitrici, ed il turpe edifizio dello Stato borghese travolgerà crollando i rinnegati che in esso elessero la propria sede, e si schiereranno a difesa della sua saldezza negriera.

La “Economia del periodo di transizione” di Bucharin Pt.2

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VII

Come è dimostrato da quanto si è detto precedentemente, l’antico «apparato» (dell’economia borghese-capitalistica) non può esser conservato come tale. Esso in parte si sfascia, in parte viene frantumato. Non si può evitare il periodo di anarchia, di cui prima si è parlato; e per breve che esso sia, per esso bisogna entrare nella rivoluzione sociale. Ma ora si affaccia spontaneamente un quesito quanto profonda sarà tale anarchia? andrà in dissoluzione tutto, o rimarrà qualche elemento e gruppo di elementi? E in caso affermativo, nasce ancora un altro quesito: come il proletariato adopera questi elementi e gruppi di elementi nell’edificazione dell’economia comunista?

A tale proposito occorre anzitutto constatare, che non si dissolvono tutti i nessi sociali e tecnici dell’antico apparato (umano), ma soltanto i nessi e connessi gerarchici. I singoli strati, che nell’antica compagine stavano l’uno sopra l’altro, gli strati del proletariato, dell’intellettualità tecnica, la burocrazia, la borghesia, escono dalla loro compagine gerarchica: ma ogni singolo strato, considerato soltanto in sé, rimane intatto, specialmente quello del proletariato. Questa connessione in seno al proletariato costituisce il momento fondamentale della nuova economia.

Ed ora, dopo esser giunti alla conclusione intorno alla maturità del capitalismo, alla riedificazione comunista, veniamo ad un altro quesito come reinserire nel processo produttivo lo strato costituito dalla «intellettualità tecnica»?

Deve premettersi che anche questo strato in sé stesso, come tutto, è rimasto più o meno intatto. Sono spezzati soltanto i nessi che lo collegavano alla borghesia verso l’alto e al proletariato verso il basso. Che cosa avviene di questo strato? Siamo qui in presenza del problema degli «specialisti» che tanto ha affaticato la rivoluzione russa; e Bucharin trova per deduzione la soluzione di esso, venendo ad un risultato «radicale», che contraddice alle opinioni di molti compagni europei, e specialmente tedeschi, i quali ritengono che noi in Germania «addomesticheremmo» senz’altro l’intellettualità tecnica, e potremmo evitare il periodo di sabotaggio attraversato dalla Russia.

Anzitutto, Bucharin, per mettere in rilievo l’importanza del problema, constata che quella degli «specialisti» è la questione decisiva per la struttura della nuova economia. Senonché i nessi sociali dell’antico tipo continuano a vivere come un «sedimento» nelle menti di coloro che appartengono al ceto degli specialisti, il quale si sente legato per la vita e per la morte al «sano capitalismo» questo sedimento deve esser cancellato, e il lungo e doloroso processo della distruzione dei nessi dell’antico tipo nelle menti degli specialisti è condizione indispensabile perché essi possano essere reinseriti nella nuova «gerarchia» proletaria della società e dell’economia.

Parrebbe che con ciò non si dica niente di «nuovo». Ma in realtà questa deduzione, completamente confermata dalle esperienze russe, è un potente contravveleno alla «speranza» che da molti si continua a nutrire, secondo la quale nei paesi dove la stratificazione sociale è diversa, più «occidentale», della russa, si potrebbe «tuttavia» alla fin fine fare a meno del torbido periodo della disorganizzazione e del sabotaggio.

Per intendere appieno il problema, occorre notare anzitutto che la rivoluzione si svolge essenzialmente nelle seguenti quattro fasi che influiscono l’una nell’altra:

Rivoluzione ideologica. La classe lavoratrice ripudia lo «imperialismo operaio». L’apparato dello Stato borghese crolla.

Rivoluzione politica. La guerra civile porta il proletariato al potere. E’ creato un nuovo meccanismo statale proletario.

Rivoluzione economica. I rapporti capitalistici di produzione sono spezzati. E’ creato un nuovo tipo di rapporti produttivi.

Rivoluzione tecnica. E’ raggiunto un relativo «equilibrio» del sistema e trovano posto razionali metodi tecnici.

Quale è la posizione dell’intellettualità tecnica in tali fasi? Nel capitalismo essa assumeva una «posizione intermedia» (tra borghesia e proletariato), ma era «legata» ideologicamente con le cime, con gli strati ed organizzazioni dominanti. L’intellettualità tecnica socialmente parlando era un meccanismo di ricambio, che riproduceva verso il basso la pressione della borghesia (per la espressione del plusvalore). Nella prima fase della rivoluzione l’intellettualità tecnica perde il suo sostegno, nella seconda la sua funzione sociale non vi è più pressione dall’alto esercitata dalla borghesia, che è espulsa. Nella terza fase questo elemento tecnico ricupera in seno alla nuova gerarchia l’antica posizione intermedia, l’antica funzione tecnica; ma l’antica funzione sociale non ha più significato. Anzi il nostro strato medio si sottomette alla volontà collettiva del proletariato, che forma cosí la cima della «gerarchia» come la base della nuova «piramide».

Pertanto l’intelligenza tecnica, dopo essere rimasta per qualche tempo estranea al processo produttivo, vi è reinserita non appena ha acquistato coscienza della perdita della sua antica funzione sociale, cioè del laceramento dei suoi antichi nessi «dall’alto» e «verso il basso». Quando poi essa, nella terza fase, è nuovamente inserita nella gerarchia, la sua posizione è bensi rimasta quella di prima, ma lo strato come tale è stato assolutamente «rigenerato» dall’anzi descritto processo dialettico; e soltanto allora esso, nella quarta fase, può collaborare con successo alla costruzione della sistematica economia comunista.

Un’altra questione, che qui si affaccia in connessione con l’organizzazione economico-tecnica del comunismo, è quella della specie degli organi del proletariato, che provvedono all’organizzazione della nuova economia. Qui vogliamo appena accennare a tale questione, osservando come Bucharin acutamente metta in rilievo che anche i nuovi organi del proletariato Consigli operai, Partito Comunista, Sindacati, Cooperative, Consigli di fabbrica, ci offrono una rete di organi di specie affatto nuova e con nuove funzioni. E lo Stato Comunista centralizzato, il quale forse in ragione del suo principio organizzativo rassomiglia esteriormente allo Stato capitalistico dei trusts, in realtà e in forza del processo dialettico, dal quale esso è sorto, non solo non è simile all’antico Stato «centralizzato» ma anzi ne è il contrapposto dialettico1.

VIII

Finora il processo di trasformazione è stato considerato in maniera affatto generale, e il primo problema «speciale», «concreto», trattato è stato quello degli specialisti. Quindi Bucharin passa ad un altro importantissimo problema «speciale», «concreto», che a prima vista non parrebbe potersi inserire nel già accennato schema vale a dire il problema dei rapporti tra città e campagna.

E tuttavia anche questo problema offre in tutta la sua complessità una prova dell’esattezza dello schema stabilito da Bucharin.

Considerando il problema isolatamente, ci si presenta il quadro seguente. La guerra sottrae all’agricoltura un’immensa quantità di forze produttive (uomini, scorte, bestiame, concimi, restringimento della superficie coltivata). Siccome nell’agricoltura, il cui sviluppo («industrializzazione») è meno avanzato di quello dell’industria, la deficienza di forze produttive si fa subito fortemente sentire, così qui dobbiamo segnalare un abbassamento della produttività. Questa è la figura del processo isolato.

Però questo isolamento non è che un’astrazione. Se nell’ambito della ricerca si porta il processo di scambio tra città e campagna, si scorge senz’altro che la riproduzione negativamente ampliata dell’industria esercita influenza anche sull’agricoltura.

Anche qui si ritrova il restringimento della base di produzione, ad onta del fenomeno della cancellazione dei debiti, e ad onta dei guadagni di congiuntura fatti dall’agricoltura durante la guerra.

Ma la base agricola non si è ristretta con lo stesso ritmo dell’industriale; essa si è conservata meglio. Inoltre questa base non è così unitaria come quella del capitalismo industriale nella sua formulazione di trust capitalistico statale.

Tuttavia la tendenza organizzatrice del capitalismo di Stato dovette penetrare anche nell’agricoltura. Ciò si verificò in due maniere. In primo luogo vennero statizzate grandi unità produttive in secondo luogo la produzione fu regolata mediatamente per mezzo del processo di circolazione.

Alla prima maniera si procedette soltanto timidamente (comunalizzazione e municipalizzazione); invece il secondo sistema fu attuato con energia (sistema delle tessere, razionamento).

E la rovina dei rapporti di produzione nell’industria trae seco anche la rovina dell’antico sistema nell’agricoltura.

Infatti si ha in primo luogo, come conseguenza della «decomposizione» del meccanismo di scambio, la separazione della campagna dalla città. In secondo luogo vanno perduti, con la conquista del potere da parte del proletariato, quei «nessi» tra città e campagna, che si fondano sul credito e sul denaro (e quindi si attuano mediante le banche). In terzo luogo si scompone dappertutto nello Stato l’apparato organizzativo (statale e comunale). In quarto luogo, per giunta, il processo di scambio si riduce al minimo: e il risultato finale di tutto ciò è che l’economia si spezza in due parti separate, cioè la città affamata e il villaggio, il quale, nonostante la diminuita produzione, possiede ancora dei sopravvanzi (non esitabili).

Così vediamo che Bucharin, anche in questo caso, deduce teoreticamente ciò che ci è già noto empiricamente in Russia2.

Bucharin’esamina con una certa ampiezza il processo di trasformazione e le fasi di esso nell’agricoltura. La condizione arretrata, in cui si trova nella campagna tanto l’apparato economico-tecnico quanto l’apparato umano, fa si che qui il processo di trasformazione si svolga con un ritmo diverso da quello dell’industria, sicchè diventa inevitabile un antagonismo tra la tendenza organizzatrice del proletariato e quella che il contadiname dimostra verso la anarchia mercantile.

Da quanto si è detto risulta evidente, che si può raggiungere una condizione d’equilibrio tra le due parti del sistema (città e campagna), soltanto quando sia stato ristabilito il funzionamento dell’industria. Ma poichè da un lato le riserve di viveri esistenti nelle città non bastano, e dall’altro lato l’industria non può vivere senza i mezzi di sussistenza e il processo di scambio non può tornare a funzionare «da sè» (cicè senza esporiazione di prodotti industriali in campagna), così non si potranno evitare provvedimenti coattivi del Governo proletario contro la popolazione rurale. Ma non si tratterà sempre di misure «violente»; bensì verranno in parte adoperati gli stessi metodi di pressione, che metteva in uso il capitalismo di Stato, e cioè la sostituzione della ripartizione al processo di scambio.

Non possiamo qui addentrarci nelle ulteriori considerazioni di Bucharin, basterà rilevare che la «soluzione» sarà data dalla quarta fase dell’evoluzione, la fase tecnica3.

Dopochè Bucharin ha così passato in rassegna tutte le parti della nostra economia (anche dell’agricoltura), considerandole dal lato dell’economia naturale e sotto il punto di vista della riproduzione, egli ritorna – ciò che a prima vista può parere strano – ai concetti iniziali. Passano di nuovo al vaglio i concetti di «forze produttive»4, di «riproduzione», di «crisi». A bella prima questo capitolo sembrerebbe una ricerca filologica ma in realtà ivi si formula una nuova proposizione. La apparente «filologia» serve a dimostrare che i fenomeni, che fanno apparire così spaventosa la rivoluzione russa a tutti i nostri avversari, non sono fenomeni «russi» ma sibbene necessari fenomeni concomitanti della rivoluzione sociale, sono i costi della rivoluzione5. La «filologia» è diretta contro quei furbissimi marxisti, i quali dagli immensi costi della rivoluzione traggono la sola e comodissima conseguenza, che il capitalismo non è ancor maturo per il socialismo.

Bucharin fa la seguente classificazione dei «costi della rivoluzione»:

1) distruzione fisica di elementi produttivi nel corso della guerra civile e della guerra di classe (perdita di fabbriche, macchine, ferrovie, bestiame, uomini) e per causa del sabotaggio.

2) squalifica degli elementi di produzione (macchine, operai, intellettualità tecnica).

3) rovina dei nessi tra gli elementi della produzione (uomini e macchine, ecc., nei periodi di inattività).

4) raggruppamento delle forze di produzione nel senso di una attività improduttiva (gli uomini durante la guerra di classe, ecc.).

E forse nuova questa enumerazione? Naturalmente no. Ma il significato e la forza del lavoro di Bucharin sta in ciò, che egli considera tali fenomeni non staticamente, ma dal punto di vista del processo di trasformazione, cioè da un punto di vista, che permette ’di scorgere e di valutare i cicli della riproduzione non soltanto nella loro immediata vicinanza, ma anche a norma della storia mondiale.

Quanto durerà la decadenza delle forze produttive e della produttività? Bucharin risponde che durerà fino a quando non sia stato costruito di bel nuovo l’apparato umano. E come accelerare questa ricostruzione? Mediante la mobilitazione delle forze di lavoro viventi, cioè mediante un processo che esteriormente appare di nuovo simile a quello svoltosi durante il dominio del capitale, e tuttavia ne è la contrapposizione dialettica.

Ed ora sorge senz’altro il problema delle forme di organizzazione di questo processo metamorfico, di questa mobilitazione del proletariato.

Si deve ancora dir molto su tale argomento? Si. Giacchè ancora una volta la dittatura proletaria, considerata all’esterno, sembra «semplicemente» appropriarsi le forme di organizzazione del capitalismo nel suo massimo sviluppo (trusts, sindacati), e vi sono dei socialisti, e perfino dei bolscevichi, che considerano come un «capitalismo proletario di Stato» questa, che è la negazione dialettica del capitalismo di Stato6.

Bucharín cita un passo del compagno Zyperovic, che formula quasi letteralmente tale non senso, ciò che dimostra come sia difficile non limitarsi a far della dialettica sulla carta ma intenderla nella realtà.

Appunto le vaste ricerche di Bucharin sul tipo dei nessi e sulla struttura dello Stato borghese e dello Stato proletario (di cui si è parlato nei primi capitoli) dovrebbero tagliar corto a simili concezioni.

E qui Bucharin affronta risolutamente il concetto così spesso abusato (e violentato) della «socializzazione».

II passaggio dal capitalismo al comunismo si compie durante la dittatura del proletariato. Bucharin mette in rilievo come già nei quadri del capitalismo sia possibile una «socializzazione» quando con ciò si intenda che il processo di lavoro nel suo complesso deve servire ai bisogni sociali. Ma nessuno ritiene ciò come «socializzazione». Questa deve essere costituita da una serie di provvedimenti, «che creino un nuovo tipo di rapporti di produzione sulla base di un radicale mutamento dei rapporti di proprietà». Sicchè si tratta, ad esprimerci grossolanamente ma chiaramente, della espropriazione degli espropriatori e quindi il termine di «socializzazione» è inesatto, giacchè in realtà durante il periodo di transizione non la società, ma solo una parte di essa, il proletariato. è il soggetto attivo7.

Durante il periodo della dittatura il «processo di socializzazione», la «socializzazione» vera si otterrà sempre maggiormente a misura che nel corso della dittatura scompaiono gli antagonismi di classe – sarà un processo di statizzazione (processo di nazionalizzazione) e le opposizioni a ciò derivano dal fatto che anche in questa occasione gli «avversari» non concepiscono lo «Stato» come una categoria di classe, e poichè sono contrari ad una statizzazione borghese, perciò respingono anche la nazionalizzazione effettuata dallo Stato proletario.

IX

Se ora si passa a considerare i sistemi e metodi di direzione della produzione durante il periodo della dittatura, si ha il vantaggio di potersi già basare su esempi: il grande esempio della Russia e quello minore dell’Ungheria.

Esteriormente Bucharin si riferisce alle esperienze russe soltanto in alcune note. Ma il capitolo 8 del suo lavoro presenta una spiegazione teoretica delle forme particolari, che si sono prodotte in Russia all’atto di organizzare l’industria, e naturalmente è inspirato alle esperienze russe.

Bucharin imposta il problema nel modo seguente: L’apparato economico all’interno dello Stato – così dello Stato borghese come dello Stato proletario – si fonda su un tipo affatto determinato di nessi e connessi sociali (e politici), come già più volte si è detto. Il compito economico è a tutta prima un compito di combattimento: il proletariato deve penetrare saldamente in tutti i pori della vita economica. Ciò dapprima trae seco necessariamente il sistema della collegialità, della eleggibilità (su cui influiscono i riguardi politici e non già i tecnici), della revocabilità, del decentramento. Questo sistema, imperfetto sotto tutti i rapporti, è tuttavia, secondo Bucharin, necessaria premessa alla creazione di uno migliore dalle rovine dell’antico sistema economico-tecnico deve trarsene fuori uno nuovo, se anche grossolano. (Lo stesso processo, che ricorre nell’esercito, offre un’analogia). Ma già nel seno del sistema capitalistico si era formata la base del nuovo (p. es. i sindacati) Invece mancavano organizzazioni militari di nuovo tipo, e perciò l’evoluzione procede nell’escreito a grandi salti,

In tal guisa non si ottiene l’equilibrio del sistema. Ma se inoltre sopravviene una situazione critica (guerra di nemici esterni contro l’esercito rosso, i cui clementi non hanno interesse alla guerra come tale, ma fanno nel loro interesse una guerra difensiva) allora appare il sistema della militarizzazione (e misure coercitive: dittatura proletaria di guerra) che nell’esercito è evidente, ma si attua anche nella vita economica.

A ciò si richiede che il potere dei Soviety sia già consolidato; che funzioni già l’apparato economico nella sua forma grossolana; che si possa già passare alla scelta, e non alla elezione dei dirigenti, ai quali ad un tempo si possa addossare la responsabilità.

A questo punto si collega anche la questione circa l’«apprendimento» del dirigere, e Bucharin risponde nettamente e risolutamente che in un primo tempo la funzione dell’apprendere si fonde con la funzione del dirigere.

Entrambi i periodi hanno i loro gravi inconvenienti; ma nessuno dei due può evitarsi. Bucharin ritiene che verosimilmente la ulteriore evoluzione apporterà un più evoluto sistema di direzione e di amministrazione, nel quale anzitutto verrà a cessare la coercizione disciplinare, che costituisce il massimo svantaggio della militarizzazione.

X

Una volta giunti a questo punto, sorge spontaneamente la questione teoretica dei rapporti tra coercizione ed economia. La coercizione, della quale si parla, appare in una doppia funzione: «da un lato essa appare quale funzione di tale economia, dall’altro essa influisce sulla vita economica». E sulla vita economica la coercizione può agire in due direzioni: o in quella del rapporto economico obiettivamente sviluppantesi, o nel senso di ritardarlo.

E nel periodo di transizione la coercizione deve compiere entrumbe le funzioni:essa è a un tempo fattore di distruzione, e forza, che organizza e costruisce. E pertanto la coercizione è espressione della violenza di classe, «coercizione sociale concentrata e organizzata». La «coercizione concentrata» della classe proletaria come forza economica agisce anzitutto nel senso di squarciare i rapporti capitalistici di produzione; ma poi essa si volge «verso l’interno» e diventa forza coercitiva di autoeducazione e di autodisciplina della classe lavoratrice.

Il fatto che, per conseguenza, la coercizione non rimane limitata a coloro che appartengono all’antica classe dominante, è messo in rilievo ed esaminato con particolare accuratezza da Bucharin. Infatti si tratta di un fenomeno, che non solo molti «socialisti» non possono concepire, ma che anche qualche compagno non vuol capire.

Il nucleo metodologico dell’analisi è il seguente: Durante il periodo critico non basta considerare le cose «macroscopicamente» ’cioè considerare la classe «come un tutto». Occorre invece osservare con meticolosa esattezza anche i fatti «intramolecolari»8 che si verificano nell’interno della classe e si tratta di uno spostamento degli strati classistici e di un avvicinamento all’avanguardia del proletariato, ai comunisti, che risulta da tale spostamento.

Ne risulta un ordinamento, che si può rappresentare figuratamente immaginando che intorno al nucleo, al Partito Comunista, si concentri tutto, si raggruppino gli altri elementi. Già nel nucleo vi è «coercizione» cioè la disciplina del Partito Comunista. Quanto più ci si avvicina alla periferia, tanto più rigida diviene la coercizone. Esiste in ciò una contraddizione, che è caratteristica appunto del periodo di transizione, che non è più capitalismo, ma non è ancora comunismo.

La mancanza di spazio non ci permette di addentrarci nella questione9. Questo capitolo ha particolare importanza, perchè è inesorabile e dice cose, che sono «sgradevoli» ma necessarie.

XI

Nella conclusione Bucharin considera ancora una volta la crisi e precisamente nel suo speciale carattere di crisi mondiale.

Il primo quesito, che egli si pone, è questo: in quali membri del sistema deve anzitutto determinarsi il «crollo»? . Egli risponde: in quelli la cui organizzazione capitalistica era più debole. Infatti la stabilità dei singoli sistemi del sistema mondiale dipendeva dalla capacità di essi sistemi parziali di riorganizzarsi durante la guerra; ed era direttamente proporzionale al grado di sviluppo del capitalismo di Stato ivi dominante.

La seconda questione è quella del tipo della rivoluzione comunista nei singoli sistemi parziali. A tale riguardo Bucharin stabilisce questa tesi: «quanto più in un singolo sistema il proletariato è relativamente concentrato, tanto più elevato è il tipo della rivoluzione comunista, tanto più difficile la vittoria, ma tanto più facile la ricostruzione».

Da queste due premesse Bucharin trae una «proposizione generale»: «Il processo della rivoluzione mondiale comincia nei sistemi parziali dell’economia mondiale, che hanno più basso livello, dove la vittoria del proletariato è più facile, ma la cristallizzazione dei nuovi rapporti più difficile; la rapidità del rivolgimento è inversamente proporzionale ai rapporti capitalistici e all’elevatezza del tipo della rivoluzione»10.

Come più voite abbiamo rilevato, il periodo di transizione è caratterizzato dalla distruzione dei nessi e connessi. Tale sintomo di sfacelo si riscontra nella rottura dei collegamenti tra gli Stati imperialistici e le loro colonie. La compagine statale si appoggia in prima linea sull’esercito e sulla flotta. Con lo sfasciarsi di questi organi, comincia necessariamente il processo di distacco delle colonie, delle guerre nazionali, delle insurrezioni e così via.

Da ciò risulta la motivazione teoretica della «politica coloniale» proletaria, come essa è consacrata nelle tesi di Mosca sulla questione nazionale e coloniale.

Ma da ciò risulta anche la motivazione pratica della necessità di una internazionale: il proletariato non può restare isolato, laddove perfino la borghesia nel periodo di transizione è costretta economicamente e politicamente a formare una lega mondiale.

Così si sviluppa a poco a poco la dittatura mondiale del proletariato – e questa è già l’inizio della negazione della dittatura proletaria in generale; giacchè non appena la borghesia è abbattuta in tutto il mondo, lo Stato proletario perde a poco a poco la sua ragion d’essere. Esso comincia ad agonizzare, e noi cresciamo dentro la società comunista.

Note

  1. Su questo punto, che mette termine alla vuota chiacchiera intorno al «Lundendorfismo di sinistra», ci sarebbe da fare un ampio lavoro speciale. Si tratta di un attraentissimo tema teoretico. ↩︎
  2. Sarebbe compito attraente quello di confrontare i programmi agrari con la teoria. Evidentemente essi, se la teoria è giusta, dovrebbero mirare soltanto ad abbreviare lo «interregno della fame». ↩︎
  3. Si confrontino anche i capitoli relativi di Varga. ↩︎
  4. Mi sembra più appropriato il termine di «forze di produzione», sebbene l’altro ripeta il suo diritto di esistenza da Marx. ↩︎
  5. Il fatto in sé, cioè la decadenza della produttività nella rivoluzione proletaria, era stato gia rilevato da Varga. ↩︎
  6. E’ diventato luogo comune l’affermazione contraria, secondo cui il capitalismo di Stato del periodo di guerra sarebbe da ritenersi come «socialismo». ↩︎
  7. Per quanto tutto ciò sia banale, tuttavia un libro così incredibile, dal punto di vista comunista, come quello di Spectator sul problema della socializzazione, dimostra come certi «teorici» non hanno ancor cápito e non capiranno mai anche le cose più banali. ↩︎
  8. Bucharin conia questa espressione fisicale, ed io vorrei notare che in generale il suo metodo ha molta somiglianza coi metodi scientifico-matematici, i quali nelle fasi critiche quando si tratti di equazioni differenziali o di condizioni fisiche danno il quadro dei processi mediante il più minuzioso esame dei singoli casi. ↩︎
  9. Non ho potuto occuparmi di un altro interessantissimo capitolo, nel quale sono nuovamente sottoposti ad esame i concetti fondamentali, intorno ai quali si svolge l’intiera trattazione. ↩︎
  10. Per quanto questa intiera proposizione sembri plausibile. tuttavia l’analisi non mi pare condolta a termine. Se si considerasse i «tipi della rivoluzione comunista» io credo che si dovrebbero considerare anche «i tipi del comunismo». E allora si offre il singolare spettacolo, che spesso, quanto più elevato è in un sistema il capitalismo, tanto «inferiore» è i tipo del comunismo. Le tendenze che si manifestano in Inghilterra e in America verse le conceziosi del K.A.P.D. sono sintomatiche a tale riguardo, e potrebbero rendere illusoria la proposizione buchariniana. ↩︎

Intorno alla tattica

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Recenti avvenimenti, e sopratutto l’azione di marzo in Germania, hanno suscitato in tutta la stampa comunista europea una lunga e appassionata discussione sulla tattica opportuna nell’attuale fase della rivoluzione mondiale.

La questione generalmente è stata messa così: siamo già arrivati, nell’Europa occidentale, ad uno stadio tale dello sviluppo rivoluzionario, da permettere ai comunisti di assumere l’iniziativa dell’as- salto finale delle posizioni della borghesia, oppure il processo di disgregazione della società capitalistica e di acquisizione della massa proletaria alla causa della rivoluzione è tuttora così arretrato, da non permettere al partito della rivoluzione altro lavoro proficuo se non quello della propaganda, dell’organizzazione, della formazione di quadri? Così, per esempio, è impostata la questione, bensi con riferimento alla sola Germania, in un recente opuscolo di Radek.

Orbene, a me pare che tale mode di porre la questione non sia corretto. In una situazione rivoluzionaria, la classe rivoluzionaria, e quindi il suo partito, si trova sempre all’offensiva. Si potrebbe dire anzi che il proletariato è in attitudine di assalto contro gli istituti della borghesia sin dal momento in cui si determinano in seno ad esso i primi sintomi della coscienza di classe. Si può parlare delle modalità dell’offensiva, determinate dal calcolo delle proprie forze e di quelle avversarie, e dagli scopi immediati che esse permettono di proporsi; non si può parlare di tattica «offensiva» o «difensiva».

Per determinare tali modalità, occorre esaminare quale è la situazione generale del movimento rivoluzionario in Europa oggi, dopo quasi quattro anni dalla rivoluzione russa, e mentre a Mosca si celebra il terzo Congresso dell’Internazionale comunista.

I

La rivoluzione proletaria, prendendo impulso dalla guerra, comincio a manifestarsi ostensibilmente in Russia nel marzo e molto più vivacemente nel novembre del 1917, e da allora non ha cessato di fare la sua strada per tutto il mondo.

Quale è il punto cui è finora giunto il movimento? Quali sono i risultati tangibili delle lotte di questi quattro anni?

A prima vista, essi non sono molto confortanti, ad eccezione della Russia, il proletariato non è giunto in nessun paese a conquistare il potere. Dove lo ha fatto, ne è stato dopo breve tempo nuovamente spossessato dalla controrivoluzione. La borghesia apparentemento è dappertutto ancora saldamente in sella, nel pieno possesso dei suoi mezzi economici, militari, amministrativi, morali di dominio. Anzi, essa quasi dovunque ha creato o va creando nuovi e più sicuri mezzi di difesa e di offesa: le guardie bianche, le milizie volontarie o mercenarie, i fascisti e così via.

E tuttavia i quattro anni non sono andati perduti per la rivoluzione; nè realmente questa si chiude con un bilancio passivo. Mentre infatti la cause prima della rivoluzione, l’involuzione del capita- lismo caratterizzata da quella che Bucharin chiama «riproduzione negativamento ampliata», l’incapacità di esso ad allargare la propria base di produzione, è andata aggravandosi ogni giorno di più, lo sforzo dell’umanità che non vuol perire ha espresso dal seno della classe storicamente indicata per la successione, del proletariato, dei nuclei di avanguardia, nei quali finalmente si è formata la premessa indispensabile per la rivoluzione sociale, cioè la chiara coscienza dei fini ultimi e dei mezzi idonei a raggiungerli. La formazione di Partiti o nuclei comunisti in tutto il mondo è il tangibile e prezioso risultato del movimento rivoluzionario di questi quattro anni. Dappertutto ormai dal seno della massa proletaria e dei partiti proletari si è separata la parte realmente rivoluzionaria, ed ha iniziato l’attacco frontale contro le posizioni della borghesia.

Questo processo di selezione non è ancora terminato. Vi sono dei paesi, come la Germania e l’Italia, dove esso si può considerare come definitivo: altri invece, p. es. la Ceco-Slovacchia e la Francia. dove esso è ancora in pieno corso. Tra i compiti principali del terzo Congresso internazionale sarà appunto quello di condurre a termine dappertutto, nella realtà pratica, l’opera iniziata dal secondo Congresso con la formulazione del programma e delle condizioni d’ammissione.

Ma nello stesso tempo per i paesi dove la fase di selezione è già stata superata, sorge il problema delle forme che deve assumere l’azione, offensiva per definizione, dei nuclei comunisti. E poichè il problema centrale della rivoluzione consiste nel rivoluzionamento ideologico della massa proletaria, nel suo distacco definitivo dall’ideologia borghese e sopratutto socialdemocratica e centrista, così la questione dei modi dell’azione comunista si riduce a quella di determinare le vie per le quali, date le concrete condizioni attuali, i Partiti comunisti possono acquistare la direzione delle grandi masse e dar loro la coscienza della necessità della conquista del potere, dei mezzi idonei a tal fine, e la volontà di adoperarli.

II

Si può raggiungere tale risultato con la sola opera di propaganda?

Mi sembra che l’esperienza appunto dei quattro ultimi anni autorizzi una risposta nettamente negativa a tale quesito. Le ragioni dell’insufficienza della sola azione di propaganda a creare nel proletariato una coscienza rivoluzionaria mi sembrano evidenti. Oltre alle notissime circostanze di fatto, che mettono la propaganda comunista in condizione di grande inferiorità di fronte a quella che la padronanza dei mezzi economici, politici, spirituali di dominio, come il denaro, la stampa, le organizzazioni dello Stato, la scuola, la chiesa, ecc., permettono di spiegare alla borghesia e ai suoi aiutanti conscii od inconscii della socialdemocrazia, v’è un’altra ragione più profonda. La stratificazione ideologica borghese, il senso cioè della naturale soggezione della classe lavoratrice verso il capitale, della incrollabilità del regime, dell’inanità di ogni sforzo per uscir fuori dai quadri di esso, non si è depositata in fondo alle anime dei proletari per la sola efficacia dei mezzi esterni su accennati. Questi hanno potentemente contribuito, è vero, a fissare questa stratificazione, a precisaria, a teorizzarla: ma gli elementi di essa preesistevano nella coscienza delle masse. Essi si erano venuti costituendo attraverso la pratica della vita, e delle necessità elementari di essa. E soltanto sullo stesso terreno della vita di ogni giorno si può sperare di distruggere nelle coscienze dei lavoratori il sedimento ideologico borghese, certo molto scosso dalle esperienze della guerra e della rivoluzione, ma ben lontano ancora dall’esser distrutto.

Occorre pertanto, a mio giudizio, prender come base dell’azione per la conquista delle masse le condizioni concrete attuali della classe lavoratrice, i suoi attuali sentimenti, i suoi bisogni, i suoi interessi immediati. Con l’agitare continuamente davanti agli occhi del proletariato le formule della «rivoluzione sociale integrale» e della «dittatura del proletariato» non si conclude molto. La disastrosa esperienza del Partito Socialista Italiano, che per due anni non ha fatto che strombazzare tali formule, ed è diventato ora… quello che è diventato, serve a qualche cosa. Le formule hanno valore in quanto balzan fuori dalle necessità della vita reale, largamente sentite, e non in quanto sono semplici antecipazioni di menti superiori. La teoria può e deve illuminare l’azione, ma non può sostituiria.

Noi potremo convincere i larghi strati del proletariato della necessità di lottare per la conquista del potere solo quando l’esperienza diretta della vita non avrà loro fatto toccar con mano che altrimenti non vi è per essi alcuna speranza, non solo di mutare la loro posizione sociale, ma neppure di conservare o di ottenere il minimo di beni che sono indispensabili all’esistenza. Dobbiamo inserirci nella quotidiana lotta del proletariato per l’esistenza, aiutarlo e spingerlo in questa lotta, promuoverne le richieste e rivendicazioni anche parziali: solo su questo terreno potremo fargli acquistare, con la chiarezza ed evidenza che solo l’esperienza diretta può dare, la convinzione dell’incapacità del regime borghese a soddisfare anche i suoi più immediati ed elementari bisogni, e quindi della necessità di abbatterlo, come unica via di salvezza dalla miseria e dalla fame. L’indigenza delle masse, che è stata la pietra su cui è sorto l’edificio della società borghese, deve essere anche la leva per abbatterlo.

Ma questa opera di piccole azioni, di lotta alla spicciolata per il pane quotidiano, non è quella che caratterizza il movimento sindacale addomesticato dei socialdemocratici, non è opera riformista?

Rispondo che la differenza tra la tattica riformista delle rivendicazioni parziali e quella comunista consiste nel fatto, che la prima non mira oltre lo scopo parziale immediato, mentre questo per i comunisti è soltanto un mezzo, non fine, e soprattutto non «il» fine, il quale consiste nell’acquisto della fiducia dei proletari; che la tattica dei burocrati riformisti delle organizzazioni mira ad attutire i conflitti quotidiani tra capitale e lavoro e a farli sboccare nell’accordo e nella collaborazione di classe, mentre la tattica comunista tende ad acuire tutti i conflitti, anche parziali, ad allargarli, a spingerli quanto più è possibile oltre i limiti originari, fino al momento che lo stato d’animo delle masse permetta di tentare anche il raggiungimento del fine ultimo, della conquista del potere, e che la tattica dei fini parziali e immediati, se era riformista e pacifista nel periodo di sviluppo del capitalismo, quando le concessioni ai lavoratori anzichè indebolirio lo rafforzavano, diventa rivoluzionaria oggi, che il capitalismo per mantenersi in vita è costretto, non solo a rifiutare ogni ulteriore concessione, ma a tentare di scacciare il proletariato anche dalle antiche posizioni «legali» e a rifiutargli persino il minimo necessario per l’esistenza. Ciò sarà chiarito da un rapido esame delle tendenze che si manifestano oggi in tutto il mondo nel campo della produzione.

III

L’umanità si sforza di uscire della tremenda crisi di produzione determinatasi durante la guerra e negli anni immediatamente successivi. Ed essa deve uscirne, pena la caduta in una cupa barbarie da medio evo.

E evidente che non si può «restaurare la produzione» col puro e semplice ritorno alle condizioni dell’anteguerra, quand’anche ciò non fosse una folle utopia. Dato e non concesso che fosse possibile riprodurre i rapporti prebellici di produzione, non si farebbe che tornare a quella forma di crisi, dalla quale il capitalismo cercó di salvarsi appunto scatenando la guerra mondiale. Si avrebbe inevitabilmente un’altra grande guerra imperialista tra i capitalismi nazionali non ancor messi fuori combattimento, per il definitivo monopolio della produzione mondiale da parte di uno o di un piccolo gruppo di essi riunito in trust. E, al termine di questa nuova guerra, si sarebbero ríprodotte, infinitamente aggravate, le caratteristiche della crisi attuale.

La soluzione non può dunque esser data da un ritorno puro e semplice alle condizioni d’anteguerra, come sognano i filistei della piccola borghesia, politicamente rappresentati dai partiti socialdemocratici. La crisi non può essere risolta dal vano e antistorico tentativo del ritorno allo status quo, ma bensi dall’instaurazione di nuovi rapporti di produzione, che permettano un grande ampliamento della base di quest’ultima.

E evidente anche che lo sforzo delle forze produttive verso nuovi rapporti si esercita nella direzione di un raggruppamento, di una concentrazione delle forze medesime. Per trarre dalla forza di lavoro dell’umanità tutto ciò che essa può dare, onde riparare l’enorme distruzione di beni causata dalla guerra e provvedere all’accresciuto fabbisogno di essi, occorre una direzione unica e onnipotente della produzione mondiale, una dittatura economica universale, capace di ridurre al minimo i costi di produzione, di eliminare quelli di concorrenza, di aumentare all’estremo l’intensità della produzione.

Senonchè, questo sforzo si opera contemporaneamente in due diverse direzioni. Da una parte la classe detentrice del potere economico e politico vuole procedere alla concentrazione della produzione sotto la propria iniziativa e direzione, mediante l’assorbimento dei vari trusts capitalistici nazionali in un unico trust mondiale, o, che equivale, in un gruppo di trusts nazionali collegati strettamente tra di loro in modo da costituire un unico sindacato mondiale, arbitro assoluto della produzione e della distribuzione nel mondo. Con ciò naturalmente resterebbe eliminata o assorbita una parte considerevole dei sindacati nazionali monopolistici ora esistenti; ma l’oligarchia del capitale come tale non solo conserverebbe il dominio della società, ma lo renderebbe tanto più intenso e completo.

A questa soluzione del probléma organizzativo della produzione si contrappone quella dei partiti proletari, dei comunisti, tendente ad organizzare la produzione mediante la socializzazione di essa su scala nazionale, e mediante l’instaurazione di un piano mondiale di produzione e di distribuzione preventivamente concertato tra tutti gli Stati proletari confederali. Questa seconda soluzione elimina, con la stessa classe capitalistica, i suoi profitti e l’indirizzo della produzione verso la creazione di plusvalore e non verso il soddisfacimento dei bisogni, e permette di organizzarla anche qualitativamente, oltrecchè rende possibile di utilizzare integralmente la forza-lavoro umana.

Sono evidenti le disastrose conseguenze che avrebbe per i lavoratori, per l’immensa maggioranza degli uomini, la soluzione capitalistica, la concentrazione della produzione in un unico trust capitalistico mondiale. Questo, per assicurare ed aumentare indefinitamente i propri profitti, secondo la natura specifica del capitalismo, e nello stesso tempo risanare finanziariamente la sua azienda centrale di collegamento, lo Stato borghese, dovrà necessariamente spingere ad un grado inaudito il gettito del plusvalore, vale a dire intensificare fino all’estremo limite possibile lo sfruttamento dei lavoratori. A tale scopo gli occorre preventivamente aver distrutto la forza di resistenza dei lavoratori, e cioè soppressi o evirati i suoi organismi sindacali e politici: A ciò mirano appunto da un lato la creazione di nuovi e più adatti strumenti di violenza militare (corpi di volontari o di mercenari armati, come l’Orgesch, i fasci, ecc.), dall’altra la creazione, in quanto in parte è certamente intenzionale, di un’enorme e crescente riserva di disoccupati mediante la politica delle serrate e delle limitazioni della produzione. Le armi e la fame debbono aver ragione della resistenza proletaria, e ridurre i lavoratori nuovamente sotto il giogo della più illimitata e incontrastata servità. Solo a tale condizione il capitalismo può lusingarsi di far prevalere la sua soluzione. Si cominciano già a farsi sentire le conseguenze di questa «restaurazione delle forze produttive» in senso capitalistico. La disoccupazione, l’abbassamento dei salari assai più rapido e reale di quello del costo della vita, l’aumento degli orari di lavoro, l’introduzione di orari e turni straordinari, la miseria, l’esaurimento e l’abbrutimento, infine, dei lavoratori ridotti alle condizioni del capitalismo iniziale, si accompagnano alla violenza legale ed illegale contro le loro organizzazioni di difesa e di lotta, alla miseria tende ad accompagnarsi la schiavitù. Nè più roseo si presenta, in caso di vittoria decisiva del capitalismo, l’avvenire dei piccoli e medi contadini. Una volta consolidata di bel nuovo, con la fame e l’asservimento degli operai, l’ossatura del capitalismo, questo riprenderà inevitabilmente il lavoro, già abbastanza progredito in molti luoghi prima della guerra, di industrializzazione capitalistica anche dell’agricoltura e, aiutato dalla pressione tributaria esercitata dallo Stato non più tenuto a freno del proletariato cittadino ormai debellato, concentrerà nelle sue mani anche la terra, riducendo i piccoli e medi contadini liberi nella condizione di salariati direttamente o indirettamente.

IV

Quale delle due forme di organizzazione universale della produzione è destinata a trionfare, quella del trust capitalistico mondiale, o quella della mondiale socializzazione proletaria?

È impresa difficile trarre oroscopi sulla storia futura. Tuttavia, se i fenomeni esteriori della lotta sembrano dare un notevole vantaggio al capitalismo, l’esame del contenuto intimo del problema ci conforta nella nostra fede nella vittoria della rivoluzione proletaria. Il proletariato può logicamente organizzare internazionalmente la produzione eliminando integralmente la classe antagonista; questa non può fare a meno del proletariato e della sua forza di lavoro. Una vittoria del capitalismo, non potendo sopprimere il proletariato e per conseguenza la posizione negativa di quest’ultimo nei confronti del capitalismo, non può essere definitiva; la vittoria finale deve dunque rimanere alla classe lavorätrice. Tuttavia potrebbe avvenire che transitoriamente, e per un tempo limitato, il capitalismo riprenda il sopravvento, riuscendo almeno a fare il tentativo di imporre la «propria» soluzione del problema organizzativo della produzione.

In tal caso, le conseguenze disastrose per la classe lavoratrice, anche nel semplice campo delle condizioni materiali della vita quotidiana, cui abbiamo precedentemente accennato, si verificherebbero con tanto maggiore intensità, quanto più lunga fosse la durata dell’esperimento. E la pressione di tali condizioni spingerà inevitabilmente la classe lavoratrice alla resistenza. Dal grado, dalla compattezza, dalla risolutezza di tale resistenza dipende l’esito del contrasto tra l’organizzazione capitalistica e l’organizzazione proletaria della produzione, tra la trustizzazione e la socializzazione su scala mondiale, vale a dire tra la conservazione borghese e la rivoluzione sociale del proletariato. Infatti, se la resistenza dei lavoratori all’intensificato sfruttamento sarà abbastanza intensa da farlo fallire, allora sarà tolta ogni possibilità al capitalismo di uscire, anche transitoriamente, dalla crisi, e quindi si aggraverà sempre più quest’ultima, che, diventato impossibile lo sbocco della trustizzazione mondiale, non potrà sboccare che nella rivoluzione organizzatrice del proletariato.

Pertanto, la lotta per le condizioni di esistenza e di lavoro, che assunse già carattere squisitamente riformista nel periodo dell’anteguerra, prende oggi, per il fatto della sopraggiunta crisi capitalistica, un contenuto nettamente rivoluzionario. Di ciò si ha la riprova nel fatto che i paladini sindacali della collaborazione in Inghilterra, in Germania, in Italia, in Svizzera, dappertutto, rifiutano di accettare la lotta di difesa contro l’assalto mosso dai capitalisti, e consigliano, contrariamente all’antica tattica sindacale, non la resistenza collettiva mediante scioperi, ecc., ma l’accettazione dei licenziamenti, delle riduzioni di lavoro e di salari, ecc., come resa necessaria dalle critiche condizioni dell’industria, e ai disoccupati non danno altro aiuto che quello di invocare sussidi statali (cioe in ultima analisi a spese della stessa classe lavoratrice) e di consigliare il «ritorno alla campagna».

Più di ogni altra parola d’ordine, quella della lotta per gli alti salari e i bassi orari di lavoro, mentre, ripetiamo ancora; è oggi esiziale al capitalismo e quindi rivoluzionaria per eccellenza, è atta a mettere in movimento le masse lavoratrici.

Essa inoltre a preferenza di ogni altra è atta a smascherare definitivamente i socialtraditori. Infatti costoro, sia che non credano possibile la rivoluzione del proletariato, sia che non la desiderino, per necessità sono costretti ad augurarsi la restaurazione dell’economia capitalistica, e ad agire in tal senso. Essi dunque, tanto i leaders dei partiti socialdemocratici quanto i papaveri sindacali, non potranno secondare, e tanto meno dirigere, lo slancio delle masse verso le nuove lotte economiche, sia pure parziali, perchè tali lotte impediscono appunto il riassestamento della produzione capitalistica. E sul terreno delle rivendicazioni apparentemente immediate, subito comprese e accettate dalle masse, sarà assai più agevole al partito comunista di mostrare alla luce del sole il tradimento socialdemocratico, e acquistare la fiducia e la direzione delle masse in movimento.

Naturalmente, per i comunisti le lotte parziali, di carattere esteriormente economico-sindacale, restano sempre un mezzo per il rivoluzionamento dei larghi strati proletari, e non il fine, che è la conquista del potere appunto con la azione delle masse. Ma, dato che il capitalismo non può salvarsi se non sottoponendo all’estremo limite di sfruttamento i lavoratori, e questo non può farlo se non dopo aver distrutto e paralizzato i loro organismi politici e sindacali di lotta, è evidente che ogni lotta, anche limitata alle sole questioni di salario e di orario di lavoro, nel momento attuale è destinata a diventare senz’altro lotta per l’esistenza per l’esistenza del capitalismo da un lato, per l’esistenza delle organizzazioni proletarie dall’altro, come e stato recentemente dimostrato dalla serrata della Fiat a Torino, e in proporzioni assai più vaste dall’insurrezione dei lavoratori della Germania centrale nel marzo e dallo sciopero dei minatori inglesi.

I comunisti lanciano il grido di battaglia: nessun licenziamento, nessuna riduzione di salari, orari, nessuna sostituzione di cottimi alle paghe orarie, nessun orario o turno straordinario, nessuna limitazione del diritto di organizzazione. Inevitalbilmente, se la loro parola sarà, come è supponibile, raccolta dalle masse, si accenderà la lotta su tutto il fronte. La borghesia non può far concessioni su questo terreno, ed impegnerà tutte le sue forze per obbligare il proletariato ad accettare tutte quelle cose. Se la resistenza proletaria sarà appena appena energica, la borghesia mobiliterà sue guardie bianche al macello dei lavoratori. E allora, sul terreno della realtà quotidíana, ben più facile sarà al partito comunista di far sentire alle masse la necessità urgente delle sue rivendicazioni finalistiche l’armamento del proletariato e il disarmo della borghesia per l’instaurazione del controllo operaio sulla produzione, per la creazione dei Consgli politici degli operai e dei contadini, per la loro dittatura.

V

Questa azione deve essere preordinata e diretta dal partito politico, ma naturalmente può attuarsi soltanto nelle organizzazioni sindacali del proletariato. Da ciò principalmente nasce l’importanza che la questione dei sindacati, della conquista di essi, ha nell’ora attuale per i partiti comunisti. E da cio nasce anche il disperato tentativo che la burocrazia sindacale ligia ad Amsterdam fa per escludere i comunisti dai sindacati. Essa, che sa di non potere e di non volere scendere in lotta coi padroni, perchè sarebbe non più schermaglia di tariffe ma lotta per la vita e per la morte, prevede bene le grandi probabilità che in questo momento si presentano ai comunisti di conquistare la massa, se essi le si presentano con precisi propositi di azione immediata di lotta dontro l’offensiva padronale.

Ci sembra che sia raccomandabile la tattica seguita dai gruppi comunisti sindacali, p. e., della Germania e della Svizzera, di proporre la creazione di un fronte unico di tutti i lavoratori, senza esclusione di partito o di colore di organizzazione, quindi includendo anche le organizzazioni sindacaliste, o gialle, o anche cattoliche dove esse esistono, con un programma di rivendicazioni immedate contro la crisi della disoccupazione, dei ribassi di salari, della reazione legale ed illegale. Le attuali centrali sindacali, gialle o riformiste, debbono così esser poste nell’alternativa o di dichiararsi apertamente incapaci di lottare neppure per gli interessi immediati, tangibili, urgenti, della classe lavoratrice, perdendo così definitivamente la fiducia degli organizzati a tutto beneficio dei comunisti; o di presentare anche esse un programma di azione.

In quest’ultimo caso la posizione strategica dei comunisti risulterà ancor più favorevole. Infatti ad essi non rimarrà altro compito che quello di spingere le masse ad imporre ai capi sindacali che il programma d’azione non rimanga sulla carta, ma sia tosto e risolutamente seguito dall’azione; e di suscitare l’insurrezione della massa organizzata contro i capi medesimi, nel caso più che probabile che essi cerchino di sottrarsi alla lotta dichiarata. Ognun vede però come sia più facile batterli su questo terreno che su qualunque altro.

Naturalmente, i comunisti dovranno avere il loro programma di rivendicazioni immediate da presentare nell’interesse dei lavoratori. Senza pretendere affatto di formulario qui in modo preciso e specialmente completo, crediamo che tale programma dovrebbe contenere i seguenti punti:

I. resistenza contro ogni tentativo diretto a diminuire i salari attuali o ad esigere maggiori prestazioni di lavoro per gli stessi salari;

II. elevamento della paga oraria, sabato inglese pagato, riduzione dell’orario di lavoro, nessun orario o turno straordinario di lavoro;

III. assunzioni e licenziamenti di operai da sottoporsi al controllo dei Consigli di fabbrica;

IV. provvedimenti circa le abitazioni operaie controllati dai delegati dei Consigli di fabbrica;

V. provvedimenti contro la speculazione sui generi di prima necessità controllati come sopra;

VI. disarmo della guardia bianca controllato da Consigli elettivi di operai e contadini;

VII. liberazione degli arrestati in occasione di conflitti di classe.

Vi sono due questioni particolari di grande importanza: quella dei disoccupati e quella dei contadini.

I disoccupati devono costituire la leva dell’azione proletaria di difesa e di controffesa, che noi riteniamo possibile. Essi soprattutto son destinati ad alimentare i nuclei di azione. Della loro situazione pertanto i comunisti dovranno particolarmente occuparsi nei sindacati. Mentre si dovrà tendere ad impedire che essi diventino strumento della politica padronale di ribasso dei salari, d’altra parte occorrerà far si che essi non sieno costretti a sopportare tutto il peso della lotta. A tal fine però è necessario che essi restino nelle file dell’organizzazione comune, e crediamo erronea e pericolosa la proposta fatta da qualcuno, e attuata per es. in Germania, di costituire particolari organizzazioni di disoccupati. Con ciò non si farebbe che provocare un dualismo di interessi rovinoso per la compattezza del proletariato. I disoccupati debbono rimanere nei sindacati, ma questi debbono provvedere a renderne possibile la resistenza ai cattivi consigli della fame. Quindi il programma degli organizzatori ed organizzati comunisti nei riguardi dei disoccupati, oltre alle linee generali suesposte e che appunto mirano principalmente ad eliminare radicalmente la disoccupazione, deve contenere da un lato la richiesta di provvedimenti statali, dall’altro impostazione di un sistema regolare di sovvenzioni agli organizzati disoccupati da parte delle rispettive organizzazioni; sovvenzioni larghe, da attingersi mediante congrui rilasci di parte della mercede da parte di tutti gli organizzati. La solidarietà proletaria, si crea con lo esercizio di essa: e d’altra parte il sacrifizio finanziario degli uni tornerà a vantaggio di tutti, sia togliendo alle mani del padronato la possibilità di adoperare un’arma pericolosissima al proletariato, sia volgendo quest’arma appunte contro gli stessi capitalisti, in quantocchè per ragioni intuitive i disoccupati sovvenzionati dai loro compagni organizzati compenderanno certamente l’aiuto col diventare le sentinelle avanzate dell’azione proletaria.

Questa, per riuscire, ha bisogno anche del concorso delle masse lavoratrici della campagna. Dove queste sono costituite in prevalenza da salariati, non vi è bisogno di un programma speciale per loro. Ma dove, come da noi, il lavoratore rurale è per lo più un piccolo borghese, bisogna offrire anche a lui qualche cosa, che lo dissocii dal capitalismo e lo solidarizzi col proletariato cittadino. Come richieste immediate potranno presentarsi quella della riduzione dei canoni di fitto, il miglioramento dei patti di mezzadria o altri, e provvedimenti contro la speculazione sui terreni, tutto sotto il controllo di Consigli di contadini lavoratori.

Senza dubbio i barbassori del funzionarismo sindacale troveranno queste richieste eccessive, inattuabili e «tali da impedire il riassestamento della produzione», naturalmente della produzione borghese. Bisogna costringerli ad uscire dall’equivoco, e a contrapporre un loro programma a quello dichiarato «impossibile». Se cio non faranno, sarà evidente il loro tradimento del proletariato. Se invece, per parare la mossa comunista, presenteranno anch’essi un piano di domande, come hanno fatto in Germania, bisognerà seguirli anche su questo terreno. Per modeste che sieno le loro richieste, se appena appena l’attuazione di esse porterebbe qualche reale beneficio alla classe lavoratrice – e in caso contrario sarà facile dimostrario alle masse – la borghesia le respingerà, perchè, come abbiamo già rilevato, essa nel momento attuale non può conceder nulla. E allora risorgerà il problema del modo di imporne l’accoglimento, e si ritornerà alla stessa situazione di lotta decisiva precedentemente prospettata.

Anche su rivendicazioni immediate, parziali, lontanissime dagli scopi finali del comunismo; anche su un programma eunuco quale potranno formularlo i maneggioni sindacali dei vari paesi, è possibile ai comunisti di trarre le masse ad impegnare col capitalismo la battaglia decisiva: ed è, crediamo, nella attuale situazione mondiale, la via più sicura per giungere a tale risultato.

I compiti della stampa comunista

Lo scopo della seguente trattazione è di natura puramente pratica: essa serve quale punto di partenza per uno scambio di idee internazionali circa i mezzi ed i metodi della stampa comunista. Per poter intraprendere con successo la soluzione dei più importanti compiti ci pare necessario di stabilire i punti di vista dai quali questi compiti possono essere considerati nelle loro relazione con il movimento comunista.

Stampa capitalista e stampa comunista

Per poter    conoscere il carattere della stampa comunista come pure per poter conoscere questa alla sua vera natura, debbono essere considerate la stampa comunista e quella capitalista in relazione alla loro essenza contrastante. Questo contrasto si suole designare ordinariamente quale contrasto tra la stampa borghese e quella proletaria. Noi usiamo apposta altre espressioni – perché c’è anche una stampa capitalista che viene scritta da cosiddetti proletari o da veri proletari e d’altra parte non si può semplicemente identificare la stampa comunista con quella proletaria.

Il carattere della stampa capitalista si può stabilire con la proposizione di queste domande:

1. Per chi viene essa scritta?

2. Come viene essa scritta?

3. Da chi viene essa scritta?

La stampa capitalista è un’arma ideologica della lotta di classe che la classe dominante usa per la oppressione del proletariato. Nel suo uso essa si distingue molto dagli altri strumenti dell’apparato di oppressione. Essa non appartiene all’apparato di brutale e diretta oppressione, ma serve indirettamente allo stesso scopo. La funzione ideologica della stampa capitalista si potrebbe innanzitutto ricercare semplicemente nel rafforzamento e nella elevazione della coscienza di classe della borghesia, come in ciò realmente consiste la funzione ideologica della stampa comunista per il proletariato. Però come è risaputo, in realtà non è così. La stampa – e noi intendiamo in prima linea parlare della stampa quotidiana – del capitale finanziario e del grande capitale industriale, non viene scritta per l’alta finanza, ma per larghe categorie della popolazione. Nei grandi paesi capitalistici avviene in certe circostanze una differenziazione: i trusts della stampa rendono possibile la pubblicazione di giornali che sono rivolti a determinate classi o addirittura a determinate categorie. In ogni caso si presenta chiaramente la tendenza della stampa capitalistica: dominare le ideologie di tutte le classi. Per mezzo della estensione dei suoi potenti mezzi, come per mezzo della sapiente speculazione sui bisogni delle categorie che non sono ancora coscienti della situazione della loro classe, la stampa del grande capitale finanziario ed industriale, attira nel suo cerchio di lettori larghi strati di piccoli borghesi, di contadini ed anche di proletari. Per esempio il Matin si richiama con orgoglio al grande numero di proletari, per la maggior parte piccoli impiegati, manovali, operaie e domestici, che appartengono alla cerchia dei suoi lettori.

2. Questa funzione imprime alla stampa capitalista il suo carattere. Essa non può difendere apertamente gli interessi per i quali fu creata e non può sostenere in senso positivo la sua dominazione ideologica sulle tentennanti classi dei diseredati.

Una aperta apologia del capitalismo le toglierebbe in brevissimo tempo la grande massa dei suoi lettori. Essa invece fa ciò: cerca di impedire alla massa dei lettori di arrivare alla ideologia che corrisponde ai loro interessi. Essa organizza questa funzione in modo da tener conto del grado di coscienza, dei bisogni psicologici della massa dei lettori; essa cerca sistematicamente di aumentare l’ignoranza mentre sembra voglia dare una abbondanza di cognizioni. La soppressione della stampa comunista, sia in modo parziale, con la censura, che in modo totale colla proibizione della sua pubblicazione, oppure con l’ostacolare la sua diffusione togliendo il conto corrente postale, boicottandola o perseguitando i rivenditori, costituirebbe una forma brutale troppo evidente ed accrescerebbe anzi il desiderio di sapere, nei lettori che hanno un certo grado di sviluppo della coscienza. La stampa capitalista usa metodi più furbi e più pratici: essa vuole accontentare fin troppo il desiderio di sapere dei lettori, appunto per riuscire attraverso di esso non solo a mantenere la loro ignoranza, cioè la mancanza di cognizioni, di informazioni e di orientamento, negli attuali limiti, ma fare di essa addirittura una forma dell’intera mentalità del lettore. La profondissima, cosciente od incosciente intenzione della stampa capitalista non consiste nel far sorgere per mezzo di menzogne, di falsificazioni e di sfigurazioni, false convinzioni, come nel maggio numero dei casi da parte dei comunisti viene rimproverato alla stampa capitalistica. Quello che la stampa capitalistica vuole è ciò: portare la struttura della coscienza del lettore ad un punto tale, che egli per sempre debba essere incapace a distinguere il vero dal falso, a mettere in relazione cause ed effetti, a venire dalle particolarità alla generalità e viceversa, a portare nuove comprensibili conoscenze al complesso del suo sapere. Quando questo scopo è raggiunto allora nel cervello del lettore si può imprimere qualunque cosa come molle cera.

Per poter raggiungere questo scopo la coscienza del lettore deve essere tenuta continuamente in uno stato di non sicurezza, di confusione, di caos e di imbroglio. Nella realtà tutta l’organizzazione della stampa capitalista è rivolta a portare il lettore a questo stato. La rinunzia ad ogni ordine nella abbondanza di fatti particolari, lo spezzettamento, anzi il polverizzamento del mondo sociale in una confusione inafferrabile; tutto ciò non è molto corrispondente allo stato di coscienza ed ai bisogni del lettore, che tende per l’innato monismo comprensivo dell’uomo molto più all’unificazione ed all’arrotondamento del suo quadro mondiale; ma è un mezzo per impedire il sorgere di ogni capacità al controllo critico nella coscienza del lettore.

Un altro importante mezzo usato dalla stampa capitalista è il distogliere l’interesse del lettore ed il risvegliare nuovi bisogni ”spirituali”. Per allontanare il pericolo, che seguendo gli avvenimenti mondiali le categorie di semi-proletari e piccoli borghesi, impiegati e contadine e le masse proletarie non ancora coscienti, possano diventare coscienti dei loro interessi di classe, si rende la coscienza del mondo dei lettori apolitica.

La stampa capitalista a sensation con i suoi ”pezzi di brigantaggio” e di orrori, con le notizie criminali, le avventure, lavora sistematicamente per sviare l’attenzione dei lettori. Francamente, a questo riguardo si afferma anche che essa provvede solamente a venire incontro ai bisogni dei lettori. In merito a ciò avviene quello che succede con la produzione capitalistica dei generi di lusso e dei generi coloniali, il bisogno dei quali il capitalismo suscita e sviluppa con la sua produzione, per poter poi venire ad esso incontro1. In questo modo la stampa capitalista ottiene che l’anarchia della società capitalista venga trapiantata anche nella coscienza dei lettori non capitalisti. E questo stato di coscienza anarchico è non solamente un terreno assai adatto per ricevere le più stupide menzogne, che altrimenti, da una sana mentalità, con poche riflessioni potrebbero essere riconosciute, ma serve anche allo scopo di paralizzare completamente l’effetto di quel minimo di notizie vere che la stampa capitalista è obbligata a diffondere. Per questo minimo di notizie fedeli alla verità nella stampa capitalista noi non dobbiamo ringraziare in verità i suoi scrupoli morali contro l’uso di falsificazione e menzogne troppo forti, nella manipolazione della coscienza dei lettori che ad essa è abbandonata senza difesa. La causa di queste notizie veritiere dobbiamo piuttosto cercarla nel controllo della stampa comunista, in certe domande particolari della stampa di opposizione e di quella di altri paesi. Infatti il credito che il lettore ingenuo dà alla stampa è proprio la condizione indispensabile perché essa possa avere effetto, come il credito è la condizione essenziale della sua attuale produzione capitalistica e deve essere garantito fino ad un certo grado. Pertanto questa garanzia è oggi caduta al grado di quella dei debiti statali nelle nazioni che hanno fatto la guerra.

Francamente, illuminati rappresentanti della stampa capitalista hanno acquistato coscienza del fatto, che la verità nella lotta di classe è un’arma molto più potente ed adatta alla natura della coscienza umana che la menzogna in tutte le sue possibili variazioni, e che perciò l’effetto del suo lavoro viene sempre minacciato dalla stessa natura della umana coscienza. Da questo punto di vista nasce una pratica nostalgia verso la obiettività veritiera che spesso si esprime nei vari membri del complesso della stampa in forma sentimentale e grottesca.

Così il Matin del 21 giugno 1921 grida disperato: ”Se almeno la Associated Press non ci telegrafasse in un giorno notizie completamente opposte!”.

A questo occasionale o sentimentale desiderio di ritorno al regno della verità, non si deve attribuire uno speciale significato.

3. La struttura dell’apparato della stampa capitalista richiede uno speciale personale che possa farlo agire. La stampa capitalista ha bisogno di specialisti, di giornalisti. Non sono stati i giornalisti che han prodotto la stampa capitalista, come essi pensano, ma è avvenuto il contrario. C’è la stessa relazione che corre tra l’individuo ed il suo lavoro, che Marx a proposito del processo di lavoro ha così magistralmente descritto. Come la produzione capitalistica riduce il lavoratore ad un semplice accessorio del suo prodotto, ad una semplice cosa, così fa la stampa con i giornalisti. Francamente qui: ”la maschera economica del carattere delle persone” (Marx), agisce tanto più orribilmente in quanto l’intero processo si svolge nella sfera spirituale e la distruzione di ogni umana dignità, che è la caratteristica del sistema capitalistico, appare in forma potenziale2.

Il giornalista è uno specialista, però la sua qualificazione è di natura tutta speciale. Essa non consiste nell’aver speciali cognizioni in un campo qualsiasi del sapere e della conoscenza umana, ma nel ”saper scrivere su di tutto”. Sotto la sua penna teorie, fatti, opinioni, notizie, tutto si trasforma in materiale da giornale, cioè in mezzo per il dominio ideologico della coscienza della massa. Leggi naturali portano a ciò, che il giornalista stesso come semplice personificazione del giornalismo, cade sotto l’effetto delle leggi all’applicazione delle quali egli lavora, poiché egli eseguisce meccanicamente ed incoscientemente la funzione sopra descritta e durante il suo lavoro non solo non vede, ma non è nemmeno in grado di vedere la trasformazione di ogni cosa spirituale in Merce, che avviene sotto la sua penna.

Lo specialista del saper scrivere, che con ciò si pone al di fuori del reale divenire sociale, vede nella sua formale capacità di saper scrivere, una potenza materiale. Come la burocrazia talvolta si innalza a potenza vera e propria, come gli ufficiali specialisti per un certo tempo possono strappare il potere alla stessa classe capitalista, così può fare il giornalismo, in dimensioni più modeste corrispondenti alla ristretta coscienza del suo stato.

L’espressione diventa la sostanza, il mezzo lo scopo. Alla fine di questo processo il giornalista sta come un potere a sé stante, accanto agli altri poteri sociali (Clémenceau). Non appartiene al quadro di questa trattazione una completa analisi della stampa capitalista sulle basi dell’insegnamento sociale marxista. Ma era necessario fissare la caratteristica della stampa capitalista, perché i caratteri sopra descritti sono di fondamentale importanza per creare una vera stampa comunista.

Caratteri e compiti della stampa comunista

La stampa comunista è un organo ideologico della lotta di classe rivoluzionaria. I suoi compiti provengono perciò: 1° dalle condizioni generali della lotta di classe rivoluzionaria, della strategia e della tattica comunista; 2° dalle sue particolari condizioni riferentesi alla sua natura di organo speciale di lotta fra gli altri. In seguito indirizzeremo le nostre osservazioni su questi ultimi ed i primi li considereremo come conosciuti dai lettori di questa rivista.

Come primissimo fondamento della stampa comunista noi affermiamo che il suo compito è quello di destare la coscienza comunista dei suoi lettori. Per raggiungere questo scopo essa deve organizzare la sua struttura interna non solo secondo il contenuto della coscienza dei lettori, ma anche – come la stampa capitalista – secondo la forma di questa coscienza. Sino adesso la stampa comunista per molti riguardi si è differenziata da quella capitalista solo per il suo contenuto, attraverso cioè alla propaganda dei principii comunisti. Nella sua organizzazione, nella sua costituzione, in infiniti particolari essa sta sotto l’influenza della stampa capitalista.

La riforma della stampa comunista significa: liberarla da ogni resto di influenza della stampa capitalista. Tutte le innovazioni pratiche o particolari hanno veramente valore solo quando servono al raggiungimento di questo scopo generale.

La differenza tra la stampa comunista e quella capitalista è più profonda di quanto usualmente si ritiene. Mentre la stampa capitalista è costretta a perseguire i suoi scopi indirettamente, in forma velata, la stampa comunista può apertamente lavorare per il suo scopo: il risveglio della coscienza comunista delle masse. La stampa capitalistica vuole mantenere ed accrescere l’incoscienza. La stampa comunista, in nettissimo contrasto con quanto sopra, si può solamente porre sulle fondamenta che le prescrive la sua posizione ideologica. Essa è la storica portatrice della verità: poiché la verità della teoria sociale e la ideologia coincidono solamente per il proletariato, mentre l’antagonismo interno della ideologia borghese costringe questa a dilaniarsi da sé. Così la posizione fondamentale della stampa comunista deve essere la veridicità senza compromessi.

Non vogliamo che ci si comprenda male: veridicità non significa che i comunisti debbono mettere sotto il naso della borghesia o del governo i loro segreti, se ne hanno. Anche la veridicità non è per noi fine a sé stessa, ma come per i moralisti, solo un mezzo per lo scopo, per il risveglio della coscienza comunista. Noi non contestiamo naturalmente che le attuali condizioni della coscienza del proletariato ed anche di una parte del proletariato comunista, più ancora degli intellettuali comunisti sia tale, che verità, che fanno apparire sfavorevole la momentanea situazione della rivoluzione comunista possano causare dei guai. Ma ciò porta solamente alla richiesta che la stessa struttura interna della coscienza, la forma di pensare stessa deve essere riformata. Infatti che cosa sono questi guai se non le conseguenze di un manchevole senso critico nel giudicare la portata di avvenimenti politici ed economici? Ma in verità noi non andremmo avanti se volessimo considerare la verità senza scrupoli e senza ornamenti sol quando il proletariato è diventato a ciò maturo.

A questo riguardo, il modo aperto con cui gli uomini politici comunisti russi parlano e scrivono sulla crisi politica ed economica della Russia dei Soviet, esempio unico nella storia, costituisce una politica altrettanto ammirevole – e ciò è più che ammirevole – quanto accorta.

Veridicità nel riferire i fatti e giudizio di essi in senso comunista, cioè storico e quindi anche critico, queste sono le condizioni per la liberazione della coscienza dalla ideologia diffusa per mezzo della stampa capitalista.

Ma per mettere completamente in luce il contrasto tra la stampa capitalistica e comunista, bisogna porci dal punto di vista della Totalità.3

Sviluppare la coscienza di questa totalità, darle cognizioni, notizie ed opinioni in un complesso ordinato nel quale ogni parte si riferisce all’altra, ogni più piccola notizia ha il suo significato in relazione alla verità fondamentale del comunismo e d’altra parte contribuisce sempre a far rivivere ed a rendere attuali le verità fondamentali di esso: questi sono i compiti della stampa comunista.

Da ciò risulta quell’inevitabile ”pedanteria, professionale e dottrinaria” che scrittori, i quali d’altronde pensano bene della stampa comunista, criticano in essa.

Mentre la stampa capitalista vuole distrarre in tutte le direzioni l’attenzione del lettore – tanto che la sua rubrica simbolica è precisamente quella in cui si tratta di tutto ed il suo segno simbolico è quel punto interrogativo, che veramente essa pone solo davanti alle più stravaganti notizie – la stampa comunista deve invece concentrare l’interesse del lettore sui problemi fondamentali della lotta di classe, deve mettere assieme le materie più differenti nel contenuto e nella forma ed inserirle come elementi nel quadro mondiale unico del comunismo: Si capisce da sé che ciò non deve avvenire a spese della concreta vivacità – che però non si deve identificare in un caos impressionistico di colori.

Da ciò ne consegue che le singole parti e le rubriche del giornale nella stampa comunista debbono essere legate l’una all’altra più strettamente di quanto non sia avvenuto finora. Il servizio di notizie per molti aspetti disorganizzato, deve essere organizzato e le stesse notizie particolari debbono essere messe in relazione con gli articoli politici ed ideologici. Non si può ammettere, secondo l’esempio della stampa capitalista, una abbondanza caotica e non riassumibile di notizie, delle quali alcune vengono da fonte comunista, altre vengono prese da agenzie capitalistiche ed ufficiose senza commento e stampate le une accanto alle altre, come avviene nel peggior modo nella stampa socialista americana, ed anche nel Daily Herald e persino nella comunista Humanité.

Un commento alle notizie, breve, ma che orienti sempre verso i punti di vista generali del comunismo, è soprattutto una necessità fondamentale della stampa comunista, perché esso rappresenta uno dei più importanti mezzi di propaganda e di educazione. Buoni esempi si trovano nel Reichemberger Worwärts, nel Genfer Avant-Garde e specialmente nella Rote Fahne dell’Alta Slesia (attualmente soppressa). D’altra parte la lunga serie di articoli teorici ed ideologici, che spesso in sé stessi hanno un grande valore, ma che non stanno in nessuna relazione vivente con gli avvenimenti del giorno e non contengono dati, numeri e materiale afferrabili egualmente non è adatta allo scopo (vedi per esempio L’Ordine Nuovo, ed Il Comunista).

Qui si deve rammentare un compito fondamentale della stampa comunista, sinora molto trascurato – lo smascheramento della stampa capitalista. Noi possiamo liberare la coscienza del lettore nel modo più sollecito dall’influenza della stampa capitalista, se proviamo la falsità del suo servizio di notizie. Lo smascheramento della stampa capitalista è della massima importanza.

Egualmente per la grande massa dei lettori, se noi tutti i giorni proviamo praticamente, che la stampa socialdemocratica si serve del servizio di notizie della stampa capitalistica e delle agenzie della peggiore provenienza, per combattere la Russia dei Soviet, ciò è cento volte più afferrabile che non se noi scrivessimo su ciò articoli di fondo ed esercitassimo su di essa una critica morale d’indole generale.

Si rammenti la grandiosa potenza agitativa della scoperta del Daily Herald, riguardo ai numeri della Pravda bolscevica falsificati dalla polizia segreta inglese. Un altro esempio: Cicerin è tutti i giorni nella necessità di smentire ogni sorta di notizie false sulla Russia.

Se la coscienza dei lettori rimane priva di critica, allora lo smentire le false notizie della stampa capitalista di tutto il mondo è praticamente un lavoro di Sisifo, che non ha fine. Però, se si riesce con delle prove, con una analisi di queste notizie visibilmente afferrabile, a scuotere la fiducia dei lettori sino dalle fondamenta, allora verrà presto il tempo in cui le smentite diventeranno semplicemente inutili. La stampa capitalista specula sulla ignoranza dei lettori e sulla incapacità di essi a leggere un giornale con senso critico. Al contrario noi dobbiamo basare la nostra politica della stampa sul desiderio di verità dei lettori, sul risveglio delle loro capacità critiche.

Tutto questo è di grandissima importanza non solamente in riguardo ai lettori comunisti. Con ciò veniamo alla questione, che per motivi pratici non abbiamo trattato in prima linea.

Per chi viene scritta la stampa comunista?

Qui bisogna prendere posizione contro la concezione dottrinaria, secondo la quale la stampa comunista deve servire esclusivamente per i comunisti.

Al contrario: la stampa è una delle nostre armi più potenti per guadagnare a noi le masse tentennanti, se per tale scopo noi sappiamo adoperarla. In quanto si tratta di argomenti politici e di quegli argomenti politico-economici che vengono troppo trascurati a beneficio della politica di partito, naturalmente queste masse, che dai loro interessi ragionevolmente debbono essere portate nel campo della politica comunista, potranno intenderli sol quando in esse vi saranno le necessarie condizioni soggettive (maturità ideologica). Quanto però riguarda lo smascheramento delle notizie della stampa capitalista, si può per mezzo di esso raggiungere uno scopo di grande importanza: scuotere la fiducia nella stampa capitalista delle categorie dei piccoli borghesi e di quegli intellettuali piccolo-borghesi che sono così importanti per la formazione dell’opinione pubblica.

Appartiene alla giusta strategia la regola di cercare non solo il raccoglimento delle nostre forze, ma anche il massimo indebolimento possibile del ”morale” del nemico prima dell’incontro decisivo. Noi dobbiamo perciò lavorare alla creazione di un’atmosfera morale-psicologica, che contribuirà in modo essenziale allo sfasciamento dell’ordine capitalista.

Già dalla circostanza, della grande importanza che a ciò attribuisce la politica capitalista nella sua lotta di classe, la stampa comunista dovrebbe riconoscere la portata dei compiti che le spettano; e qui si deve nuovamente affermare che la posizione comunista praticamente è tanto sfavorevole, quanto la verità, in conseguenza dei fondamenti della coscienza umana, è per questa un bisogno naturale.

La questione, per chi viene scritta la stampa comunista è però anche entro gli stessi partiti comunisti molto contrastata per il fatto che i lettori comunisti riguardo alla loro cultura, alla loro maturità ideologica ed ai loro bisogni non formano una massa unica, ma sono costituiti da strati diversi. La richiesta recentemente tante volte ripetuta, di scrivere in modo che tutti i lettori debbono capire tutto (che non è identica alla richiesta di una chiara, semplice e comprensibile maniera di scrivere), è in sé molto giusta, ma in quanto si riferisce al complesso della letteratura comunista, è una utopia.

Qui si pone la necessità di portare anche nella stampa quella organizzazione che oggi c’è nello stesso movimento comunista e nella massa, di creare, per quanto le forze personali e finanziarie lo permettono, differenti organi che si completino a vicenda.

È senz’altro chiaro che articoli, i quali per esempio vogliono ulteriormente sviluppare la teoria del comunismo non possono essere scritti in una forma accessibile a tutti. Ne viene perciò la conseguenza che essi non debbono essere addirittura pubblicati, che noi non dobbiamo avere alcuna opera ideologica del comunismo? Certamente no. Ciò che ne segue è solamente che i differenti compiti della stampa comunista non si debbono scambiare o mescolare in una stessa pentola. Qui lettori e scrittori toglierebbero di mezzo le difficoltà con una collaborazione spregiudicata e senza prevenzioni. Il portare i lettori a questa collaborazione è uno dei mezzi più importanti. A questo riguardo possiamo scegliere di nuovo come esempio la Rote Fahne dell’Alta Slesia ed il buonissimo giornale comunista per i contadini La voix paysanne.

Le notizie scritte da operai sulla vita di fabbrica nell’Ordine Nuovo, in una rubrica stabile, costituiscono un riuscito tentativo di togliere la distanza tra lettori e scrittori comunisti o per lo meno di invertire ogni tanto le parti.

Ci rimane ancora la questione, la cui soluzione praticamente è la più difficile, perché essa è la premessa per tutte le riforme obbiettive finora discusse e per quelle sottintese.

Chi deve scrivere la stampa comunista?

La stampa capitalista viene scritta da giornalisti. Deve anche la stampa comunista essere scritta da giornali comunisti? A questa domanda la risposta suona così: non ci sono comunisti giornalisti o per lo meno non ce ne dovrebbero essere. Il giornalista come specialista corrisponde, come venne dimostrato nella prima parte, all’ordinamento sociale capitalista, e se il movimento comunista prende l’istituzione del giornalismo senza trasformarne l’essenza, allora esso prende anche – ciò all’infuori della onestà soggettiva delle persone in questione – una parte della ideologia capitalista.

Come la stampa è solo un mezzo del Partito Comunista nella condotta della lotta di classe, che non è staccato dagli altri, ma si svolge in una vicendevole vitale relazione, così il giornalista, quale specialista del ”saper scrivere” non ha alcun diritto nel movimento. La stampa comunista non deve essere scritta da giornalisti, che sono anche membri del partito, ma da membri del partito che sanno scrivere. Solamente in questo modo si può evitare il pericolo che il giornalismo nel movimento comunista cresca come una potenza isolata ed indipendente, come avviene nella società capitalistica. Che questo pericolo non sia un vuoto fantasma, ogni attento lettore della stampa comunista può facilmente convincersene. La critica della ”stampa dei letterati” molto giustificata e pertanto non condotta affatto dal punto di vista di principio, non è altro che una protesta che raccoglie la parola di battaglia contro il sopravvento che vuol prendere la tecnica dello scrivere sull’argomento, contro la sostituzione dei punti di vista e delle conoscenze marxiste con variazioni stilistiche delle ”parole del giorno” comuniste.

Naturalmente il movimento comunista non può prescindere da una divisione del lavoro ed è naturale che i compagni i quali mostrano una speciale capacità, si specializzino. Questo però non significa che gli specialisti debbono essere come i collaboratori della stampa capitalista.

Sarebbe corrispondente allo scopo l’obbligo per tutti i redattori e giornalisti comunisti, all’infuori della loro attività, ad un determinato lavoro di partito, come avviene in modo vario nelle province. Il pericolo del giornalismo è più forte nei grandi organi centrali, dove in conseguenza del grande numero di forze, la divisione del lavoro si può facilmente applicare.

Simili punti di vista valgono per la divisione del lavoro nel seno della stessa stampa. Oggi regna ancora in questo campo una completa anarchia.

La stampa comunista dispone di così poche forze che è una utopia voler condurre metodicamente la loro scelta, il loro lavoro, la loro educazione ed il loro controllo. Per tanto si debbono fissare i principii secondo i quali si debbono orientare le riforme. Molto si può già preparare sin d’ora. C’è una necessità urgente di elevare l’educazione dei pubblicisti comunisti. Solo sulla base di una fondamentale educazione il redattore sarà capace, invece di fare delle variazioni stilistiche, di prendere su tutte le questioni del giorno posizione in senso marxista, cosa che interessa in sommo grado i lettori di un determinato organo. Quella che è specialmente necessaria è l’istruzione economica. Cose generali sullo sfruttamento capitalista, sul bagarinaggio, sugli speculatori, ecc. si possono sempre liberamente e con ragione ripetere, ma con ciò non si fa alcun lavoro pratico.

I pubblicisti comunisti debbono essere obbligati a formarsi queste cognizioni e debbono essere controllati per vedere se hanno soddisfatto ai loro doveri. Senza una rigida disciplina neanche in questo campo si può raggiungere alcun progresso.

Noi sappiamo molto bene che molte delle cose dette e discusse in questo scritto, ogni compagno che pensa le considera come cose che si capiscono da sé. Qui vale però il detto: le verità che si capiscono da sé, debbono essere ripetute così a lungo sino a quando non solo vengono generalmente riconosciute, ma anche messe in pratica.

Note:

  1. In quale largo modo anche la stampa socialista è influenzata da quella capitalista, lo mostrano i giornali socialisti americani, oppure il Daily Herald, altrimenti ottimo, che nel tempo della serrata dei minatori portava nelle sue prime colonne, notizie su delitti, sul tentato suicidio della moglie di un tenente, ecc. ↩︎
  2. Sotto questo aspetto appare chiara l’impotenza dell’indignazione morale, che pochi onesti intellettuali provano di fronte alla ”venalità” ed alla ”mancanza di coscienza” dei giornalisti. Incapaci di distinguere la causa dall’effetto, essi credono che tutta la corruzione spirituale dei nostri tempi sia opera dei giornalisti. Sotto tali circostanze sarebbe anche senza pratico significato la misura seriamente invocata dal pensatore religioso Kirkegaard, di fucilare tutti i giornalisti. Il meccanismo impersonale del capitalismo ne sceglierebbe dei nuovi dalla armata di riserva giornalista per metterli al posto dei vecchi. ↩︎
  3. E’ chiaro che riguardo al concetto di verità, sul quale la totalità regolerà il pensiero critico, potrebbe risultare da quanto sopra, l’uso originariamente ingenuo dell’espressione ”verità” o ”veridicità”. Noi parliamo di un materiale originario di fatti e notizie, sui quali l’interpretazione ideologica di questo materiale può elevarsi. In questo secondo rapporto, il concetto ingenuo di verità non è naturalmente usabile; il suo criterio non sta nei singoli fatti storici, ma nel complesso della teoria e della prassi comunista. ↩︎

La risoluzione del Congresso del PC russo intorno all’organizzazione del Partito Pt.1

Premesse generali

1. II Partito del marxismo rivoluzionario nega in linea di principio che vi siano una forma organizzativa e un metodo di lavoro del Partito assolutamente buoni, valevoli per ogni stadio del processo rivoluzionario. Invece la forma dell’organizzazione e il metodo di lavoro sono sempre determinati dalle peculiarietà della rispettiva concreta situazione storica e dai compiti inmediatamente risultanti da tale situazione.

2. Da questo punto di vista si capisce che ogni forma organizzativa e relativo metodo di lavoro col modificarsi delle oggettive condizioni di sviluppo della rivoluzione possa trasformarsi da forma evolutiva di organizzazione del Partito in impedimento allo sviluppo di esso: e, viceversa, che una forma organizzativa fuori d’uso possa di nuovo diventar necessaria e sola rispondente al fine, in caso che si riproducano le rispettive condizioni oggettive.

3. Il contrasto tra i bisogni della nuova situazione da un lato e le tradizionali forme d’organizzazione e i loro metodi di lavoro dall’altro, in generale si fa sentire prima ancora che venga definitivamente in chiaro la necessità di un mutamento d’indirizzo. Quest’ultimo può mutarsi soltanto quando è ormai già assolto in complesso, nelle linee fondamentali e principali, il compito assegnato all’antica forma d’organizzazione e ai corrispondenti metodi di lavoro.

4. Non si può, in questo o quel momento storico, trasferire meccanicamente le consuete forme di lavoro e i metodi dell’organizzazione di partito ad altre organizzazioni, per esempio ai Soviety o agli organi di carattere amministrativo od economico. Simile trasferimento implicherebbe completa trascuranza della diversità tra l’organizzazione dell’avanguardia della classe lavoratrice (il Partito); e le altre organizzazioni, della differenza tra le classi, tra diversi gruppi di lavoratori, tra i diversi compiti spettanti a queste organizzazioni, ecc.

II periodo bellico e il nostro partito

5. Il precedente periodo evolutivo della rivoluzione fu contraddistinto dall’aggressione armata dell’imperialisino mondiale contro la repubblica soviettista e dall’aspra lotta sui fronti, in prima linea sui fronti esterni, allorchè era minacciata l’esistenza stessa della repubblica, e questa, respingendo i nemici, doveva assicurarsi i territori producenti i più importanti mezzi d’esistenza di natura economica, come il carbone, la nafta, i cereali.

6. Pertanto l’azione militare costituiva il compito propulsore immediato, fondamentale. Di fronte ad esso dovettero passare in seconda linea gli altri compiti del Partito, anche quello educativo. L’intiera repubblica si trasformò in un campo d’armi, e il Partito del proletariato, per poter assolvere a tale compito fondamentale dovette adattarvisi.

7. Pertanto in questo periodo la forma organizzativa del Partito dovette essere inevitabilmente quella della militarizzazione: Allo stesso modo che la forma della dittatura militare-proletaria, così pure; date tali circostanze, la forma organizzativa del Partito assunse il corrispondente carattere, e doveva assumerlo nell’interesse della rivoluzione. Espressione complessiva di ciò fu l’estremo centralismo organizzativo e la fusione degli organi collettivi dell’organizzazione del Partito.

8. Parimenti i metodi di lavoro del Partito sorsero dalla necessità dell’azione campale e corrisposero alle forme organizzative. In generale essi tendevano ad imitare il sistema degli ordini di combat- timento, dati dalle istanze dirigenti del Partito ed eseguiti letteralmente e senza critica dai semplici gregari. II lavoro tipico fu costituito dalle incessanti mobilitazioni, sopratutto verso il fronte di guerra, e dal raggruppamento delle forze del Partito sotto questo fondamentale punto di vista.

9. Soltanto grazie a questa struttura di Partito si potè spezzare la resistenza del nemico ed uscire vittoriosi dalla lotta. Tale struttura era la più adatta durante il periodo di guerra.

Le contraddizioni del periodo bellico e il Partito

10. La fondamentale contraddizione di questo periodo stava nella circostanza, che mentre il Partito cresceva rapidamente in quantità, l’educazione comunista dell’intiera massa degli inscritti e specialmente dei nuovi iscritti era ostacolata dal carattere assunto dall’attività del Partito. Allo stesso tempo, il richiamo di quasi tutti i membri del Partito, mediante il sistema della mobilitazione, a lavoro attivo, faceva sorgere perfino tra gli elementi più arretrati il bisogno di agire in maniera autonoma e padroneggiare attivamente le questioni circa la vita del Partito: fenomeno questo, che stava in contraddizione con quell’estremo centralismo e con quel sistema di ordini di combatti’mento, che erano invalsi nella prassi dell’organizzazione di partito.

11. Gli inauditi sacrifizi materiali imposti dalla guerra, e il conseguente immiserimento del paese, procedevano di pari passo con la sempre più prevalente necessità di mantenere anche nel Partito speciali istituzioni d’assalto e gruppi operai. Inevitabile consegueriza di ciò – conseguenza socialmente necessaria in alto grado – fu lo aumentare della disuguaglianza materiale tra i membri del Partito, mentre cresceva la miseria generale.

12. La dissoluzione degli antichi raggruppamenti di classe (specialmente lo sfasciarsi del ceto intellettuale), come pure la dissoluzione dei Partiti socialisti di opposizione (Menscevichi e Socialri- voluzionari) determinarono un afflusso di tali elementi nelle file del nostro Partito, dove essi, che possedevano già esperienza acquistata nella passata attività – mentre rimaneva relativamente indietro il lavoro formativo tra la massa comune dei membri del Partito e vi era grande bisogno di lavoratori attivi ed esperti – poteron rapidamente pervenire ai posti dirigenti negli uffici soviettisti, militari, sindacali e di Partito.

13. In conseguenza di questo impoverimento, i bisogni dell’apparato estremamente centralizzato, formatosi sulla base di un assai basso livello della massa, diede origine all’ingrossamento dell’apparato burocratico e alla sua tendenza e separarsi.

14. Pertanto il periodo di guerra da un lato cred un’organizzazione in complesso adatta allo scopo, ma d’altro lato originò una serie di contraddizioni. E siccome tutte queste contraddizioni pullulavano dalla rovina economica e dalla deficienza di forze organizzative, così la centralizzazione sviluppò la tendenza alla burocratizzazione e alla separazione dalle masse. II sistema degli ordini di combattimento assunse talora forme affatto false di abuso non necessario di coercizione; i privilegi necessari crearono il terreno a svariati abusi; la fusione degli organi del Partito genero l’inaridimento della vita spirituale di partito e così via. Tutto ciò determino in generale la crisi interna del Partito.

II nuovo periodo: i suoi compiti e l’organizzazione del Partito

15. Il momento attuale è caratterizzato da un lato dalla completa liquidazione del fronte esterno di guerra, dall’altro dallo straordinario acuirsi dei contrasti nell’interno del paese. La nuova forma dell’intervento straniero, manifestatasi in cospirazioni ed insurrezioni; la grande tensione dei rapporti tra gli operai e i contadini, accresciuta dal cattivo raccolto dell’ultima annata; l’arretratezza delle larghe masse proletarie, esaurite dall’inaudita lotta contro innumerevoli nemici tutti questi fenomeni si manifestarono nella forma più acuta durante la smobilitazione e resero di nuovo straordinariamente difficile la situazione della Russia soviettista. Essi inoltre ebbero ripercussione nel proletariato anche in quanto ne rimase indebolito il collegamento tra l’avanguardia proletaria (il Partito) e la massa dei senza partito, caduta qua e là per effetto della crisi sotto l’influenza della piccola borghesia, e che perfino in seno al Partito è scaduta la coesione e la compattezza interna.

Pertanto, il periodo attuale reca in sè stesso un carattere contradditorio, in quanto che, date le condizioni storiche, il passaggio allo stato di pace determina nuove forme di lotta sul fronte interno.

16. Mentre nel periodo precedente il Partito dovette assumere un orientamento direttamente militare a spese dei compiti educativi, ora lo sforzo principale deve esser diretto ad elevare il livello dei membri del Partito, chiamandoli allo stesso tempo a partecipare attivamente alla vita di esso, e inoltre ad accrescer l’influenza del Partito sulle masse senza partito, ad avvicinarlo ad esse e a preparare l’ardore di lotta contro la controrivoluzione. Ora più che mai è neces- saria l’assoluta unità e l’assoluta compattezza del Partito non soltanto nei riguardi formali e meccanici, ma anche nel senso spirituale della combattività. Questa unità deve instaurarsi su nuove basi, sulla base del livello dei membri del Partito elevatosi ad onta di tutto, sulla base della partecipazione di tutti i membri all’opera attiva del Partito, sulla base dell’assommarsi delle ricche esperienze dei suoi membri, che durante il periodo di guerra hanno lavorato in campi svariati. Occorre riunire il Partito, frazionato in diversi reparti durante la guerra. Occorre riaccostare gli uni agli altri: superiori ed inferiori tra i funzionari militari e civili, tra gli organizzatori sindacali e funzionari soviettisti, e così pure i «vecchi» e i «giovani». Senza acquistare la padronanza di questi compiti fondamentali non può compiersi questa poderosa funzione di ricostruzione economica spettante all’avanguardia del proletariato.

17. Tale compito non può assolversi conservando l’antica forma di organizzazione. Gli immediati bisogni del momento esigono altro rivestimento organizzativo. Questo è rappresentato dalla forma della democrazia operaia. Si deve procedere ad instaurare la democrazia operaia con la stessa risolutezza ed energia, con cui nel precedente periodo fu attuata la militarizzazione del Partito ben inteso sempre che essa non trovi ostacolo nelle immediate necessità della lotta contro le forze della controrivoluzione.

18. Per democrazia operaia all’interno del Partito deve intendersi nell’attuazione della politica comunista di Partito, una forma di organizzazione tale, che assicuri a tutti i membri del Partito, anche ai più arretrati, un’attiva partecipazione alla vita di esso, alla discussione di tutte le questioni proposte al Partito e alla soluzione di esse, come pure un’attiva partecipazione all’organizzazione del Partito. La forma della democrazia operaia esclude ogni specie di investitura di cariche come sistema e si esprime in un’ampia eleggibilità di tutte le corporazioni dalle più elevate alle meno elevate, nella loro responsabilità, controliabilità, ecc.

19. I metodi di lavoro consistono sopratutto in ampie consultazioni su tutte le questioni importanti, in discussioni con ampia libertà di critica in seno al Partito, e in metodi di elaborazione collettiva delle decisioni di Partito, semprechè su tali questioni non esistano deliberazioni di Partito di obbligatorietà generale. Questi metodi acquistano oggi lo stesso carattere di urgenza e la stessa importanza, che ebbero già i metodi degli ordini campali e della silenziosa esecuzione di essi nel periodo più aspro della guerra civile. Si intende senz’altro, che una volta presa una deliberazione, questa diventa obbligatoria e deve esser eseguita con la maggior sollecitudine ed esattezza possibili Naturalmente il Partito deve avere sufficiente elasticità da poter passare rapidamente, in caso di biso- gno, al sistema degli ordini campali.

20. Pertanto il compito più generale del Partito non è quello di accrescere quantitativamente le proprie file, ma bensi quello di migliorarle qualitativamente. Occorre elevare la coscienza di classe, l’educazione comunista, l’attività autonoma e lo spirito d’iniziativa di tutti i membri del Partito, come pure conseguire un’assoluta unità delle sue file su tale base.