Partito Comunista Internazionale

[RG146] La questione agraria – Aspetti storici

Categorie: Agrarian Question

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A questa riunione un compagno presentava il primo capitolo di un rapporto sulla questione agraria nella tradizione marxista. Così si articolerà: Cenni storici; Capitalismo e agricoltura; Teoria economica della rendita; Le lotte dei braccianti; Oggi e domani.

Riprendiamo dapprima i testi di Marx, Engels, Lenin, Kautsky e del nostro Partito per ricordare quanto finora abbiamo scritto su questo vasto e fondamentale argomento.

Abbiamo accennato alla questione agraria nello Stato ateniese, di cui Federico Engels ben riassume i tratti essenziali in L’Origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato. Nelle sue conclusioni afferma: «Il contadino (debitore, ndr) poteva essere contento se gli era permesso di restarvi (sul terreno, ndr) come fittavolo e di vivere con un sesto del frutto del suo lavoro, mentre doveva pagarne come fitto i cinque sesti al nuovo signore […] Se il ricavato della vendita di un fondo non bastava a coprire il debito, o se esso era stato contratto senza garanzia ipotecaria, il debitore era costretto a vendere all’estero i suoi figli come schiavi per soddisfare il creditore. Vendita dei figli da parte del padre: ecco il primo frutto del diritto patriarcale e della monogamia! E se non era ancora soddisfatto, il vampiro poteva vendere come schiavo lo stesso debitore. Questa fu la piacevole aurora della civiltà presso il popolo ateniese».

Anche il modo di produzione nell’Impero Romano poggiava sull’agricoltura. Ne I Fondamenti del Cristianesimo Kautsky scrive: «La base del modo di produzione dei paesi che componevano l’Impero Romano era l’agricoltura; l’artigianato e il commercio erano molto meno importanti. Predomina ancora la produzione per l’autoconsumo; la produzione di merci, la produzione per la vendita, era ancora poco sviluppata. Artigiani e mercanti avevano spesso anche fattorie in stretta connessione con le loro attività domestiche; il loro lavoro andava principalmente alla produzione per la famiglia. L’azienda forniva viveri per la cucina e materie prime come lino, lana, cuoio, legno, da cui gli stessi membri della famiglia ricavavano abiti, suppellettili e attrezzi per la casa. Era solo l’eccedenza oltre i bisogni della famiglia, se c’era, che veniva venduta. Questo modo di produzione richiedeva la proprietà privata della maggior parte dei mezzi di produzione, compresi i seminativi ma non le foreste e i pascoli, che potevano ancora essere proprietà comune. Include gli animali domestici ma non la selvaggina, e infine gli strumenti e le materie prime, nonché i prodotti da essi ricavati».

Il possesso della terra però implica disporre della forza lavoro necessaria per lavorarla, senza la quale non si può produrre nulla. Anche in epoca preistorica troviamo tra i ricchi la ricerca di forza lavoro in sovrappiù rispetto alle braccia della famiglia.

Tali forze lavoro però non potevano assumere la forma del salariato. Se ne trovano di precoci, ma rare e temporanee, come per il raccolto. Una famiglia attiva poteva facilmente procurarsi i pochi mezzi di produzione necessari per un’unità produttiva agricola indipendente. Inoltre i legami familiari e comunitari erano ancora forti, così che le occasionali disgrazie che potevano rendere una famiglia senza terra erano mitigate dall’aiuto di parenti e vicini.

Ancora Kautsky: «In questa fase della storia forze di lavoro permanenti non potevano essere ottenute dall’esterno della famiglia sotto forma di lavoratori salariati liberi. Solo la costrizione poté fornire il lavoro necessario per i latifondi più grandi. La risposta è stata la schiavitù».

Proseguiva la descrizione del periodo di ascesa dell’Impero fino alla sua dissoluzione, illustrando le tecniche di produzione e gli strumenti via via migliorati per ottenere maggiori raccolti, lo sfruttamento dei contadini e in particolare di quelli stranieri.

Si sono descritti i fenomeni dell’eccessivo sfruttamento dei terreni e all’esaurimento della fertilità del suolo, che portarono alla fame degli stessi contadini; della necessità di guerre di conquista per avere sempre nuova terra a disposizione.

A conclusione di questo primo rapporto siamo tornati a leggere Kautsky: «Con le enormi masse umane a disposizione lo Stato costruì quelle colossali opere che ancora oggi ci stupiscono, templi e palazzi, acquedotti e fogne, e anche una rete di magnifiche strade che collegavano Roma con gli angoli più remoti dell’Impero e con ciò costituivano un potente mezzo dell’unità economica, politica e della comunicazione internazionale. Inoltre, furono costruite grandi opere di irrigazione e drenaggio […] Quando la potenza finanziaria dell’Impero si indebolì, i suoi governanti lasciarono andare in rovina tutte queste strutture piuttosto che porre un limite al militarismo. Le colossali costruzioni divennero altrettanto colossali rovine, che andarono in pezzi perché man mano che la forza lavoro diventava più scarsa, per le nuove costruzioni era più facile ottenere i materiali abbattendo i vecchi edifici invece di estrarli dalle cave. Questo metodo fece più danno alle antiche opere d’arte che le devastazioni degli invasori Vandali e degli altri barbari».