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Perché la Russia non è socialista? Pt.1

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Moderartikel: Perché la Russia non è socialista

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Il capitalismo russo

Differenziazioni sociali profonde, gerarchia dei salari, privilegi di categorie, divisione del lavoro che condanna gli “operai manuali” all’inferno della fabbrica e riserva agli intellettuali il monopolio del comfort, tutte queste caratteristiche cinicamente assunte dalla società russa, sono esse compatibili col socialismo, come hanno la faccia tosta di proclamare gli uomini del Partito “Comunista”? La villa per Kossighin e il tugurio per l’operaio; i missili verso la luna e le code davanti al macellaio; l’armamento nucleare e la penuria di grano o carne, sarebbero queste le immagini edificanti della società di domani? A questi interrogativi non basta rispondere: NO! La borghesia ha già saputo sfruttare abilmente la delusione di certi lavoratori di fronte alla denunzia della realtà russa: dato che il comunismo non offre nulla di meglio, ha loro detto in sostanza, perché non accontentarvi del buon vecchio capitalismo democratico? Linguaggio che, nei difensori delle “vie nuove al socialismo”, è solo un tantino diverso, e suona: ogni popolo avrà il suo socialismo, che terrà conto delle sue tradizioni, del suo “grado di civiltà”!

Se noi, marxisti rivoluzionari, smascheriamo il falso comunismo russo, non è per disgustare gli operai dalla verità. A noi spetta quindi dimostrare tutt’altro, che cioè le tare dell’attuale società russa sono comuni a tutti i regimi politici e sociali esistenti, perché tutti – Russia compresa – sono capitalisti.

Pronunciarsi a questo proposito sulla Russia implica la conoscenza delle caratteristiche elementari del socialismo; ma ciò è possibile a sua volta alla sola condizione di sapere prima di tutto che cos’è il capitalismo: appunto quello che ignorano i begli spiriti peroranti su tale soggetto alla radio e alla televisione o in dotte opere “scientifiche”. Non si tratta, infatti, di discernere soltanto alcuni aspetti accessori e accidentali di questo modo di produzione, ma di definirne le caratteristiche fondamentali per poterlo riconoscere in tutte le circostanze. Tali caratteristiche si possono riassumere brevemente così:

– Nella società capitalistica si producono merci; vale a dire, l’essenziale dell’attività umana vi è consacrato alla fabbricazione di oggetti destinati ad essere scambiati contro denaro, venduti. La grande massa dei produttori è privata dei mezzi di produzione (contrariamente all’artigiano o al piccolo contadino che posseggono i loro propri strumenti di lavoro).              

– Questi produttori, non possedendo che la loro forza lavoro, sono quindi costretti a venderla, ed essa si trova così applicata alle moderne condizioni di produzione: lavoro associato, concentrazione industriale, alta tecnica produttiva. Tutti gli scambi economici, la compravendita delle merci, e soprattutto di quella merce particolare che è la forza lavoro degli operai, si effettuano mediante il denaro.

– Il capitale nasce e si sviluppa sulla base dell’utilizzazione combinata di tutti questi fattori. La classe sociale privata dei mezzi di produzione e costretta a vendere la sua forza lavoro è il proletariato. Questa forza lavoro è una merce che ha la “miracolosa” proprietà di produrre più ricchezza di quanta ne esiga per il suo sostentamento e la sua riproduzione (in altre parole, in una giornata lavorativa di 8 ore, l’operaio produrrà, per esempio, in 4 ore il valore del suo salario giornaliero, ma continuerà a lavorarne altre 4 gratis per il capitale).

– Il prezzo della forza lavoro costituisce il salario dell’operaio. La differenza tra questo salario e la massa dei valori prodotti rimane proprietà della classe detentrice dei mezzi di produzione, la classe capitalistica: si chiama plusvalore o profitto e, scambiata a sua volta contro nuove forze lavoro e nuovi prodotti del lavoro (macchine, materie prime, ecc.), diventa capitale. Ripetuto all’infinito, questo processo è la accumulazione del capitale.

Tutti questi elementi sono strettamente legati nel modo di produzione capitalista e quindi da esso inseparabili. E’ dunque una menzogna infame pretendere che una società meriti il nome di socialista quando nel suo seno esistono il denaro scambiabile contro forza lavoro e il salario grazie al quale gli operai si procurano i prodotti necessari al sostentamento proprio e delle loro famiglie, mentre l’accumulazione di valori resta proprietà delle imprese o dello Stato. Ora, tale è appunto oggi la società russa.

In URSS, coi rubli che la Banca di Stato presta, un gruppo di individui può comprare forza lavoro e trattenere nei suoi confronti la differenza tra il valore prodotto e l’ammontare dei salari versati, come avviene per le effimere imprese anonime che prendono in appalto la costruzione di case e edifici pubblici, o per i kolchoz che retribuiscono in denaro la categoria salariale dei trattoristi o dei lavoratori stagionali, o, da qualche anno, per gli stessi kolchoz che il potere impegna a erigere fabbriche di conserve e altre industrie di trasformazione utilizzando da una parte il loro profitto di intrapresa, dall’altra il sistema di retribuzione salariale della manodopera assunta. Così avviene, infine, per le stesse aziende statali, che pagano gli operai in denaro, incoraggiano e sviluppano la gerarchia dei salari in funzione della qualificazione della forza lavoro, e investono,cioè trasformano in capitale, il profitto realizzato.

In Russia, l’operaio paga in denaro la totalità delle derrate e dei prodotti che gli sono necessari, subisce impotente le fluttuazioni del mercato e perfino la speculazione alla quale si dedicano i produttori individuali, cioè i kolchoziani, che, oltre alla loro parte del reddito globale del kolchoz, posseggono bestiame e campo personali, e ne vendono liberamente, al prezzo che possono ricavarne i prodotti.

In URSS, infine, il denaro frutta interesse, sia nella forma dei prestiti emessi dallo Stato e che, proprio come nei paesi classici del capitalismo, danno un utile ai possessori di titoli, sia nella forma dell’interesse che lo Stato preleva sulle somme prestate alle proprie imprese.

Che c’è qui di diverso dalle società borghesi dell’Occidente capitalista? In URSS, tutto funziona sotto il segno del valore che nella società moderna è la sola fonte del  profitto, del capitale, dell’accumulazione, dello sfruttamento della forza lavoro. In URSS, tutto è scambiabile contro questo maledetto denaro, tutto è in vendita, i servizi delle prostitute come quelli degli intellettuali, la cui missione è di cantar le lodi del “socialismo” nazionale e, in genere, di leccare i piedi ai potenti.

Spiegheremo più avanti perché un simile mondo di affaristi, di ruffiani e parassiti, si sia potuto costruire, a prezzo del sangue e del sudore del proletariato russo, sulle rovine della gloriosa Rivoluzione d’Ottobre.

Basti ora sottolineare questo fatto essenziale: il socialismo è incompatibile con le categorie dell’economia capitalistica: il denaro, il salario, l’accumulazione, la divisione del lavoro.