Partito Comunista Internazionale

Yen e dollaro nella morsa della sovrapproduzione

Categorie: Japan, Money theory, USA

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Il contesto strutturale

Le indicazioni di una ripresa dell’accumulazione, dopo il rallentamento del ’98 e dei primi mesi del ’99 che avevamo constatato alla fine della primavera, si sono confermate. È un movimento che riguarda il Nord America, l’Europa e l’Asia e interessa anche Giappone e Russia dopo lunghissime crisi; in America Latina si ha ancora contrazione della produzione, ma con velocità che si riduce.

Questi segni di ripresa della crescita relativa non esprimono grande forza. Gli incrementi relativi sui mesi dell’anno precedente, pur riferendosi a valori iniziali bassi, sono spesso modesti e in diversi casi si tratta solo di fasi di recupero di livelli di produzione persi con la crisi. I giovani capitalismi asiatici stanno per riprendere i valori di produzione precedenti la crisi del ’97/98. Il recupero delle posizioni precedenti in Giappone riguarda una contrazione profonda ed è lungi dall’essere terminato. In Russia la produzione industriale è soltanto in fondo alla crisi, gli incrementi relativi da alcuni mesi sono elevati, ma riguardano masse di produzione che sono la metà di quelle precedenti la crisi. In Germania ed in Europa la fase di recupero, dopo la recessione dei primi anni ’90 e la lunga stagnazione, è appena terminata e il saggio di accumulazione di capitale è debole, nonostante si tratti di una fase iniziale di espansione.

Negli Stati Uniti la lunga espansione della produzione industriale continua da 8 anni con una crescita media robusta: nel ciclo in corso, che parte dal massimo della produzione prima della crisi del 1991, l’incremento relativo medio è del 3,3%. Nel periodo non breve che dal massimo raggiunto prima della crisi del ’75 va fino al ’98 compreso, di 23 anni, l’incremento relativo medio della produzione industriale americana è del 2,6%. Quindi in questi anni ’90 con quel 3,3% sono stati forzati i limiti del capitalismo senile americano, grazie anche a una grande espansione del credito con finanziamenti sia interni sia esteri e a tanta euforia per la ricchezza fittizia di borsa.

In Cina la crescita della produzione industriale, seppure ridimensionata rispetto ai grandi livelli degli anni precedenti, prosegue elevata. Ma è sostenuta da una grande spesa statale. Un prolungato calo dei prezzi, che significa anche svalutazione reale della moneta a cambio fisso, segnala sovrapproduzione per il mercato interno ed estero.

I movimenti dei prezzi alla produzione nelle maggiori potenze e di quelli delle materie prime, che restano sotto i massimi recenti, confermano che la ripresa della crescita non ha molto vigore e che la tendenza di fondo resta quella di cronica sovrapproduzione.

I recenti segni di ripresa della crescita non modificano il carattere del decennio che sta per concludersi. Gli anni novanta rendono più evidente la tendenza generale di lungo periodo avviatasi con la crisi del ’75, che è di calo dell’incremento relativo del capitale. Le crisi che dal 1995 si sono manifestate in superficie come crisi finanziarie e valutarie, solo apparentemente singole e casuali, sono state un fenomeno unico, effetto della sovrapproduzione continuata e della tendenza depressa internazionale e continueranno la loro successione.
 

Dollaro versus Yen

Il consistente apprezzamento, in corso da un anno, dello Yen sul Dollaro ha messo in ansia la finanza mondiale per la possibilità di un brusco indebolimento di questo, una svendita dei titoli fruttiferi in dollari e una tempesta valutaria e finanziaria.

Lo Yen fra l’aprile del ’95, al suo massimo, e l’agosto del ’98, a un minimo, si era fortemente svalutato sul Dollaro, passando da 82 a 145 Yen per Dollaro. Poi si è avuta la rivalutazione fino a 104 a fine settembre di questo anno, recuperando, ma solo la metà di quanto precedentemente perso. La rivalutazione non è stata provocata dalla piccola differenza fra l’inflazione nei due paesi, ma dall’azione dei capitali monetari sul mercato dei cambi per procurarsi la moneta necessaria all’acquisto di titoli fruttiferi giapponesi.

L’arresto dell’accumulazione di capitale in Giappone, che dura dal ’92, e la pletora di capitali monetari qui inoperosi avevano provocato uno spostamento di capitali monetari dai titoli giapponesi a quelli americani, favoriti dalla stagnazione europea e dalla crisi asiatica. Da circa un anno alcuni fattori spingono a un movimento in senso contrario. Secondo i criteri della lotta speculativa fra capitalisti la probabilità di una ripresa dopo lunga astinenza dell’accumulazione in Giappone, quella di un rallentamento dell’economia negli Stati Uniti troppo drogata dal credito, il rischio di un arresto della lunga corsa delle quotazioni della borsa americana e il prevedibile recupero di quelle giapponesi dopo lunga depressione hanno fatto prevedere la possibilità di maggiori guadagni nella borsa giapponese.

Altre considerazioni hanno spinto nello stesso senso di un recupero dello Yen sul Dollaro. Il deficit della bilancia commerciale americana (flusso di dodici mesi rilevato mensilmente) cresce sempre più rapidamente e ancor di più quello delle partite correnti (rilevato trimestralmente), che a quella precedente somma altre voci, fra le quali quella consistente del saldo con l’estero dei redditi di interessi e dividendi; sono deficit che fanno aumentare l’indebitamento estero. Invece questi due conti sono in attivo stabile per il Giappone.

Il deficit di bilancio e il debito dello Stato giapponese, impegnato massicciamente da anni in grandi spese nel ripetuto tentativo di arrestare la deflazione, sono rapidamente crescenti; mentre il bilancio statale in America passa all’attivo, debito ed emissioni nuove di titoli statali tendono a fermarsi: quindi aumenta relativamente la necessità di una massa di moneta in Yen per l’acquisto di titoli giapponesi.

Dalla fine della prima guerra mondiale gli Stati Uniti erano stati creditori netti nei confronti del resto del mondo. Dal 1985 il debito estero americano ha superato il credito verso l’estero e gli Stati Uniti sono diventati debitori netti. Da allora il debito netto, con l’aumento continuo del passivo e dell’attivo, è andato crescendo sia in termini assoluti sia in relazione al prodotto interno lordo; nel 1990 il debito netto era il 10% del PIL, per il 1999 è previsto al 25%. Per il Giappone analoga percentuale riguarda il credito estero netto.

Il debito lordo americano, che è quello che più conta per il cambio, è prevalentemente espresso in dollari, visto il ruolo internazionale di questa moneta. La sua crescita aumenta la massa dei titoli di questo debito detenuti da banche centrali, banche commerciali e imprese. E questi certificati di debito sono posti in circolazione come moneta sul mercato mondiale per la trasmissione dei crediti. Quindi, o all’estero si accetta di detenere una massa indefinitamente crescente di questi titoli, perché l’economia americana va bene e l’espansione del commercio internazionale richiede una massa crescente dell’unica moneta a circolazione veramente internazionale, oppure il Dollaro tenderà a deprezzarsi.

Il credito concesso a imprese e consumatori, per il suo livello, il suo movimento e il suo uso per acquisti in borsa, è un altro fattore di dubbi per i possessori e i commercianti di titoli sulla stabilità dell’economia americana e della sua moneta.

Le fonti statistiche danno, indipendentemente dalla nazionalità dei prestatori, l’indebitamento di produttori e consumatori uguale al 130% del PIL alla fine del ’98, con una crescita sull’anno precedente rispettivamente del 9% e del 8% e mostrano che l’eccedenza delle spese per consumi rispetto al reddito (personale e disponibile detratte le tasse) è crescente, il che è consentito dall’aumento del credito al consumo.

 Chiodi da ribattere

Nel considerare i fattori del movimento delle due monete abbiamo avuto a che fare con grandezze statistiche definite coerentemente alle teorie borghesi. Nei commenti che ne fa la stampa sono implicite le idee della borghesia sul capitale che rende interesse: l’idea che le trasformazioni del denaro da una forma nazionale all’altra siano in sé movimenti internazionali di capitali, oppure quella che il denaro, per proprietà intrinseche, sia capitale, come anche quella che ogni capitale monetario prestato diventi effettivamente capitale. Sono idee che il partito marxista, forte della sua teoria, ha sempre combattuto, le stesse che oggi alimentano la gran confusione sulla “finanziarizzazione dell’economia”.

 Una fase di espansione della finanza internazionale non è un fenomeno nuovo, ma la confusione dei tanti articoli di giornale serve a far dimenticare: 1) l’esistenza del processo produttivo, dove viene sfruttato l’operaio e dove unicamente si crea tutto il plusvalore, e il cui incessante ampliamento comporta l’inarrestabile ampliamento dell’antagonismo di classe fino alla rottura storica dell’equilibrio; 2) che il plusvalore deve essere prodotto prima che cominci la sua suddivisione e che una di queste parti vada ai vari titoli fruttiferi; 3) che i parassitismi e godimenti di un sistema finanziario di intermediari e prestatori sempre più complicato non possono cancellare la caratteristica di fondo del capitalismo, che ha come motivo determinante la produzione di plusvalore per l’arricchimento e non per il godimento. Arricchimento, si intende, del Capitale, cioè accumulazione: è questo il meccanismo sociale che la rivoluzione deve abbattere. Come conferma la tragica lezione della controrivoluzione staliniana, che spacciò per socialismo la crescita forsennata del Capitale.

Quanto sopra per la circolazione del capitale finanziario, quella che parte dai capitalisti monetari prestatori, coinvolge banche, intermediari vari, commercianti di denaro e di titoli fino alle imprese e ritorna al punto di partenza. E il commercio? In un momento in cui tanto si blatera dei grandi affari, ma solo futuri, delle aziende commerciali utilizzanti Internet, ma ancora di più delle loro quotazioni di borsa già lanciatissime, è utile ripetere un elemento di base dello schema della riproduzione del capitale e cioè che il movimento del capitale commerciale è solo il movimento del capitale industriale nella fase di circolazione delle merci prodotte e che questo capitale commerciale, preso solo nella sua funzione di acquistare per vendere, partecipa al profitto senza prendere parte alla sua produzione e senza generare valore alcuno. 

 Controtesi e Tesi

Nella considerazione degli avvenimenti che interessano la finanza la borghesia sviluppa le sue fantasie sul capitale che produce interesse, come è successo in occasione del movimento Yen-Dollaro. Per fare un esempio consideriamo che dei fondi americani od europei che amministrano capitale produttivo di interesse, dopo aver venduti dei titoli in loro possesso cambino Dollari o Euro in Yen e comprino titoli giapponesi. Vediamo i vari casi.

Se il titolo comprato è dello Stato e di nuova emissione, il denaro che lo Stato ottiene non finirà come capitale, ma a finanziare il debito dello Stato per spese improduttive di plusvalore. Non solo quella è la funzione comune delle spese statali, ma escludiamo che oggi il denaro ottenuto in prestito dallo Stato nipponico diventi anche in parte modesta nella sue mani capitale industriale, ché se questa possibilità esistesse il problema che l’accumulazione riprenda finalmente in Giappone non esisterebbe e i capitali monetari giapponesi non sarebbero andati all’estero.

Se il titolo dello Stato acquistato era già in circolazione, il venditore del titolo ottiene denaro, ma questo è solo potenzialmente capitale; questa possibilità dipende dall’uso che ne fa chi lo ha ottenuto in cambio del titolo.

Se l’acquisto riguarda azioni già emesse di società giapponesi, il fondo americano od europeo acquirente importa il titolo e versa denaro e il venditore giapponese esporta il titolo e riceve denaro: 1) il capitale dell’impresa le cui azioni sono passate di mano rimane invariato, fissato nel suo processo riproduttivo e in possesso dell’impresa giapponese; 2) il venditore delle azioni ottiene denaro, “capitale in sé”, “latente”, “potenziale”. Questo denaro se finisce in consumi, in titoli di Stato o sosta temporaneamente fuori dalla circolazione non si trasforma in capitale; diventa capitale solo se va ad aumentare il capitale anticipato di una impresa, come nel caso che questa ottenga capitali con nuove azioni o nuove obbligazioni all’uopo emesse.

Inoltre una parte dell’afflusso di denaro dall’estero in Giappone, oggi massicciamente diretto in borsa, si sta trasformando in un gonfiamento dei prezzi delle azioni, mentre l’accumulazione del capitale cui le azioni giapponesi si riferiscono è ferma da tempo.

Qui altro chiodo da ribattere. Diciamo prezzo e non valore delle azioni: i titoli del capitale fittizio sono merci solo sui generis, hanno un prezzo ma non un valore, perché nel titolo non è lavoro oggettivato, ma l’attestazione giuridica di un diritto su porzioni di un plusvalore futuro. Basta già questo, l’assenza di valore, per stroncare la moda di questi anni di parlare di “creazione di valore per gli azionisti” in relazione a ogni possibile manovra per far aumentare le quotazioni delle azioni. Ma peggio dei giornalisti succubi di questa moda fanno i falsi amici della classe operaia, che criticano quelli solo perché, a loro dire, sosterrebbero l’esigenza di dare più dividendi agli azionisti e vorrebbero frenare l’accumulazione delle imprese e lo sviluppo dell’occupazione.

È una polemica finta fra due bande borghesi. In effetti il prezzo delle azioni cresce tanto più quanto più l’impresa si arricchisce, capitalizza gli utili, si amplia e accumula e può far prevedere una futura crescita dei dividendi. Ma con l’accumulazione non si ha parallelo sviluppo dell’occupazione, come sostengono nella finta polemica i rifondatori dell’opportunismo, diminuisce, in rapporto alla produzione, la remunerazione totale della forza lavoro. I falsi amici della classe operaia mostrano di attaccare la “rendita finanziaria”, in realtà fanno campagna per lo sfruttamento e per l’accumulazione e sostengono il demone del capitale industriale. Senza lo sviluppo del quale il capitale fittizio dei titoli si affloscerebbe disperato.
 

 Il Capitale da prestito

In qualche commento di giornale compare la preoccupazione per il debito estero americano: «Oggi è quasi 2.000 miliardi di dollari, fra quattro anni sarà a 3.000 miliardi». La borghesia,anche quando sembra che abbia stravinto, ha sempre paura di nominare la sovrapproduzione di capitali come causa di crisi, che individua invece nell’abuso del credito e nell’eccesso di speculazione. Dovrebbe allora spiegare, dice Marx, come mai abusi ed eccessi avvengono regolarmente più o meno ogni dieci anni; e ciò malgrado essa, classe dominante, abbia ormai individuato il pericolo.

Quegli abusi ed eccessi sono effetti del tipo che non si oppongono, ma si sommano alla causa. Il debito estero americano esalterà la prossima crisi con lo sconquasso nella finanza e nei cambi. Ma la grande crisi, certa in teoria e visibile nel ciclo lungo dell’economia, verrà dalle contraddizioni di fondo del capitalismo: fra sviluppo delle forze produttive e rapporti sociali, fra vulcano della produzione e palude del mercato, fra produzione sociale e appropriazione privata di classe per l’accumulazione, fra aumento della produttività del lavoro e rifiuto di ridurre il tempo di lavoro.

I prestiti non sono fatti per essere rimborsati, ma semplicemente per ottenere un interesse regolare e sicuro. Aziende floride possono avere capitale in prestito (da banche e da obbligazioni) anche maggiore di quello proprio (versato dai soci, riprodotto con il lavoro salariato e cresciuto con l’accumulazione).

Questa è una distinzione fra due tipi di proprietà del capitale, ma la funzione del capitale nel processo riproduttivo, quella dell’accumulazione è unica ed è svolta dall’ente impresa, i suoi agenti involontari (consigli di amministrazione, dirigenti, azionisti controllanti, fondi pensione del lavoratori, consigli di gestione operaia ecc.) devono agire come “personificazioni del capitale”.

 Il prestito sarà rinnovato alla scadenza se gli affari vanno bene, e poco importano i traffici del singolo capitalista monetario prestatore. Ciò vale anche per il capitale complessivo che opera sul territorio americano e per il suo debito estero.

Marx per studiare il meccanismo del capitale da prestito nel suo regime di funzionamento, all’inizio del capitolo 23 Libro III de Il Capitale per tre volte inizia altrettanti periodi con «Durante tutto il tempo in cui…» Dice che, come per il capitalista industriale (individuo o impresa) che utilizzi anche solo capitale proprio, durante tutto il tempo in cui il capitale funziona questo appartiene al processo riproduttivo, che ne ha il possesso, così il capitalista monetario durante tutto il tempo in cui il suo denaro funziona come capitale monetario deve prestarlo continuamente.

Il capitalismo negli Stati Uniti è il centro di stabilizzazione economico, politico e militare di un capitalismo mondiale morente e attrae i capitali da tutto il mondo, tanto più quanto più avanza la sovrapproduzione mondiale.
 

 Il debito americano

Il debito o il credito estero di un paese può essere calcolato nelle statistiche borghesi includendo o no alcune voci a seconda che interessino i problemi del cambio, del rimborso o del pagamento degli interessi. Nel dato prima riportato abbiamo fatto riferimento a quel bilancio di crediti e debiti verso l’estero che considera i biglietti di Stato circolanti all’estero, i conti bancari a vista o vincolati intestati a non residenti, i crediti e prestiti commerciali correnti, le obbligazioni di società o dello Stato e azioni (che sono sì debiti delle imprese, ma non rimborsabili); questo bilancio comprende fra i crediti le riserve della banca centrale, compreso l’oro, stavolta curiosamente abbassato da valore reale a titolo di credito su un debitore sconosciuto.

Quel dato esprimeva il rapporto del debito netto con il PIL. È questo un rapporto che può essere comodo per confronti con altri paesi, ma il rapporto significativo è quello degli interessi col profitto (guadagno di impresa più interesse più rendita fondiaria), dovendo necessariamente essere quelli minori di questo, se riferiti allo stesso periodo di tempo.

Il debito estero è un accumulo di debiti fino a una certa data, rilevato, attendibilità a parte, in quell’istante. I borghesi chiamano queste grandezze ammontare, consistenza, stock, dato patrimoniale. E confondono col capitale queste masse di ricchezza morta o i titoli di proprietà su di esse, in quanto tali, senza riferimento ai periodi di tempo in cui entreranno in rapporto sociale col lavoro salariato. Ciò «per dare ad intendere che figlino valore per virtù propria, oltre quello che genera il lavoro umano». Tutti i dati che stabiliscono paragoni fra, da una parte, patrimoni (propri o prestati) oppure capitali anticipati per un ciclo più lungo ma non consumati nel ciclo che si vuol considerare, e, dall’altra, il fatturato o il valore aggiunto o il profitto di questo ciclo, sono da trattarsi con la consapevolezza che sono utilissimi al nemico di classe per aggredire la teoria del plusvalore, la base viva e vitale del comunismo. Questa mette in chiaro il rapporto economico sociale prendendo in conto, per il prodotto di un dato periodo di tempo, sempre e soltanto il capitale costante effettivamente consumato, quello variabile impiegato che genera il plusvalore e il plusvalore stesso.
 

 Il privilegio del Dollaro

Un qualsiasi paese che sia indebitato verso l’estero, che non possa o non voglia pagare gli interessi né adempiere ai rimborsi con nuovi debiti, con oro o riserve ufficiali o con il valore di parti del proprio patrimonio, può rispettare gli impegni se ha uno scambio con l’estero che gli procuri come risultato moneta cartacea estera o crediti di questa accettati dai creditori. Questo perché il credito di cui gode il paese indebitato può solo sospendere temporaneamente la legge del valore, che impone lo scambio di equivalenti. Ed è per questo che per il corso storico del capitalismo e della contraddizione fra produzione e consumo possiamo fare astrazione dal credito. «Il capitalismo conosce solo consumatori paganti». Invece il problema della bilancia dei pagamenti nazionale o individuale aziendale non esiste nel comunismo, dove non si paga né oggi né domani, produzione e distribuzione sono sociali e a fini sociali della specie umana.

Ma gli Stati Uniti hanno conquistato, con la potenza economica e con due guerre mondiali, il privilegio di una moneta nazionale a circolazione e di riserva mondiali, quindi generalmente accettata dai creditori. E non lo molleranno se non con la sconfitta nel terzo macello imperialistico mondiale. I creditori esteri degli Stati Uniti accettano di essere pagati con altri debiti in dollari, che cedono alle proprie banche centrali o li usano per importazioni di merci americane, o per depositi bancari più o meno remunerati, o per comprare titoli fruttiferi come capitalisti monetari o titoli di proprietà di società per svolgere in loco la funzione propria del capitalista attivo, quella della accumulazione.

Pochi capitalisti (imprese o banche) lasceranno infruttifero un deposito in dollari in una banca americana, e se mai solo per brevi periodi: la tesaurizzazione per i capitalisti non è un fine, ma diventa periodicamente una necessità. Se usano questo deposito per comprare merci, il credito verso l’America sparisce; ma venti anni di bilancia commerciale con deficit crescente ci dicono che ciò mediamente non avviene. Se lo usano per comprare titoli fruttiferi o lo vincolano in banca, incassano gli interessi. Ma così il flusso di interessi che gli Stato Uniti devono pagare, anche se a tassi vantaggiosi, aumenta ogni anno.

E così che dal 1981 la bilancia commerciale degli Stati Uniti ha potuto essere ininterrottamente in deficit e questo essere mediamente crescente e il debito estero netto sostituire il credito netto verso l’estero dal 1985 ed aumentare sempre senza creare problemi al debitore.
 

 Manipolazioni monetarie

Il Giappone aveva chiesto l’impegno delle maggiori potenze per sostenere il Dollaro e frenare lo Yen. Gli Stati Uniti hanno chiesto al governo giapponese interventi per la massima forzatura del credito nel paese, anche quando la pletora di capitali giapponesi ha spinto a zero i tassi d’interesse, anche quando l’accumulazione drogata dal credito ha già fallito in Giappone alla fine degli anni ’80 e nonostante che sia in fondo proprio l’attuale grande eccesso di credito nel mondo il vero motivo delle preoccupazioni borghesi, più che la rivalutazione dello Yen.

La manipolazione richiesta dagli Stati Uniti consisteva in interventi della banca centrale del Giappone per acquistare dollari dalle banche giapponesi e nell’alimentare ancora, oltre quegli interventi, i conti che le banche commerciali hanno presso di lei con l’acquisto dalle banche stesse di titoli, per esempio statali. (Le grandi banche centrali, secondo i nuovi statuti redatti in previsione del prossimo terremoto finanziario, non possono più acquistare titoli statali direttamente all’emissione, ciò per ostentare indipendenza dai governi e dare fiducia allo Stato e alla sua moneta). Così le banche concederebbero più facilmente prestiti e gli imprenditori sarebbero spinti ad indebitarsi dalla sola prospettiva di prezzi in aumento e debiti svalutati.

Perché le imprese possano prendere grandi masse di capitali in prestito dalle banche e impiegarle senza aumentare la sovrapproduzione occorrerebbero nuove possibilità di buoni profitti e un mercato non saturo e solvibile, condizioni che non esistono di fatto, come confermano le grandi ansie borghesi. Occorrerebbe uno Stato-cliente, acquirente di nuovi massicci armamenti. Ma Stati Uniti e Cina non gradirebbero. E le condizioni del capitalismo mondiale non sono ancora quelle di una vicina crisi di guerra.
 

 Prosperità “virtuale”

Le imprese giapponesi che utilizzeranno il credito dovranno dare alle banche un’ipoteca su un plusvalore da produrre nel futuro. Anche i governi giapponesi che ingigantiscono il debito statale speculano su una crescita della produzione futura da cui ricavare i prelievi fiscali.

 Gli effetti della forzatura del credito saranno un’economia con più sovrapproduzione e più sovraspeculazione, in corsa demente. Il capitale arriva agli eccessi di credito speculando sulla produzione futura di plusvalore. Perché la base del credito è nello stesso fondamento del sistema capitalistico, nel suo insaziabile bisogno di plusvalore.

Anche senza credito la frazione di plusvalore realizzato, non consumata e destinata all’accumulazione, ancora massa di denaro prima di essere reinvestita, è una “polizza sul lavoro futuro”. E per appagare la sete di plusvalore non è un problema la massa di circolante monetario necessaria, che può essere creata con qualche scrittura nei conti bancari. Sono i concetti espressi nella seguente citazione dai Grundrisse, Polizza del capitale sul lavoro futuro: «Questo plusvalore (quello non consumato dal capitalista, destinato all’accumulazione) è denaro (…) Il denaro, nella misura in cui ora esiste già in sé come capitale, è dunque semplicemente una polizza su lavoro futuro (nuovo). Oggettivamente esso esiste soltanto come denaro (…) Qui il capitale entra già in rapporto non più col lavoro presente solamente, ma anche con quello futuro (…) In questo suo aspetto di polizza, la sua esistenza materiale di denaro è indifferente e può essere sostituito da qualsiasi titolo. Al pari del creditore dello Stato, ciascun capitalista possiede, nel suo nuovo valore guadagnato, una polizza su lavoro futuro; appropriandosi del lavoro presente, si è simultaneamente già appropriato di quello futuro. Sviluppare in questo senso questo aspetto del capitale. Qui si rivela già la sua proprietà di sussistere come valore separato dalla sua sostanza. Qui è già implicita la base del credito».

I titoli cartacei attestanti le pretese dei creditori sulla produzione futura circolano come surrogati del denaro. Il circolante monetario «di per sé e soprattutto da quando esiste la moneta cartacea altro non è che un meccanismo sociale per dirigere la ripartizione del valore nascituro» (Vulcano della produzione o palude del mercato).

Questo “meccanismo sociale” può funzionare se esiste la divisione di classe fra borghesi e proletari; non è che il lavoratore salariato è tale perché non chiede o non ottiene qualche miliardo dalla banca per diventare imprenditore; non è il denaro che dà il rapporto fra capitale e lavoro salariato, ma è l’esistenza di questo rapporto sociale che permette la funzione svolta dal denaro; ossia è l’esistenza di una classe che possiede e si appropria continuamente dei mezzi di produzione e di sussistenza e una classe contrapposta di proletari liberi di vendere la propria forza lavoro e di ogni condizione necessaria alla produzione.

Il materialismo storico ha dimostrato che l’esistenza di queste due classi è il presupposto del capitalismo e che essa rimanda al precedente svolgimento storico nel quale in modo brutale e sanguinoso i piccoli produttori artigiani e contadini sono stati espropriati di strumenti e prodotti e sono state consumate le atrocità e le spoliazioni ai danni dei popoli delle colonie.

Alla negazione della proprietà individuale basata sul lavoro personale attuata dal capitalismo seguirà la negazione delle proprietà capitalistica, lo sviluppo del capitalismo conducendo alla violenta “espropriazione degli espropriatori” e a una società superiore.

Alla prosperità apparente basata sul credito segue bruscamente il crollo. Se il rilancio della produzione riesce in Giappone e in tutto il mondo con la droga del credito, forzando alla massima tensione i limiti capitalistici che la ristrettezza del consumo della maggior parte della popolazione stabilisce, il capitale mondiale ritarderà il suo avanzare verso la grande crisi, alla quale questo ciclo lungo lo porta.

 Ma il credito avrà accelerato lo sviluppo della massa delle forze produttive, la costituzione del mercato mondiale, base materiale della nuova forma di produzione e rese esplosive le contraddizioni del capitale.