Partito Comunista Internazionale

Le manovre degli imperialismi in Ucraina preparativi per la futura guerra mondiale

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L’Ucraina coi i suoi 603.700 Kmq è un po’ più grande della Francia. Con la sua vasta pianura centrale bagnata dal Dniepr e la sua terra nera molto fertile, è un grande paese agricolo e un grosso esportatore di cereali, principalmente mais. Nel 2011 la Francia ha prodotto 64 milioni di tonnellate di cereali e l’Ucraina 51 milioni. Per il 2013-2014 si prevede che l’Ucraina ne potrebbe esportare 28 milioni di tonnellate.

L’Ucraina confina a est con la Russia, a nord con la Bielorussia, a ovest con la Polonia, la Slovacchia, l’Ungheria e la Romania, a sud col Mar Nero. Occupa uno spazio geostrategico importante facendo da cuscinetto tra la Russia e l’Europa centrale e serve da testa di ponte, con la Crimea, per l’accesso marittimo al Mediterraneo.

Dopo lo smembramento dell’Impero russo, la vecchia URSS, nel dicembre 1991, dovuto alla crisi del capitalismo russo, le repubbliche di Russia, di Ucraina, degli Stati Baltici ecc., hanno costituito degli Stati indipendenti. È necessario sottolineare che, contrariamente alle aspettative americane che prevedevano lo smembramento dell’URSS a partire dagli Stati musulmani del meridione russo, trattati come vere e proprie colonie, sono gli Stati ricchi, Russia, Ucraina, Paesi baltici, che hanno voluto e organizzato la separazione. Il sistema di perequazione delle ricchezze all’interno dell’URSS in favore delle repubbliche più povere era divenuto troppo pesante per loro.

La terribile crisi di sovrapproduzione che colpì le economie di tutti questi Stati prima del 1998 ha causato una caduta della produzione industriale e agricola. In Russia la produzione industriale si ridusse del 56% superando per profondità la crisi che dal 1929 al 1932 colpì gli Usa (-43%)!

Per l’Ucraina non abbiamo gli indici della produzione industriale di quel periodo ma l’andamento del Prodotto Interno Lordo dà un’idea dell’ampiezza della crisi: -60% nel 1999. A partire dal 2000 fino al 2007 la produzione industriale e agricola in Ucraina, proprio come in Russia, ha conosciuto una vigorosa ripresa con un incremento medio annuale della produzione industriale superiore al 9%. Tuttavia, malgrado questo andamento positivo, la produzione industriale non ha ritrovato il livello del 1989 e il PIL in valore costante nel 2008 era il 70% di quello del 1989. Anche in Russia la produzione industriale nel 2008 corrispondeva all’82% di quella del 1989.

Prodotto Interno Lordo
In miliardi di dollari costanti del 2000 
1989199920082012
146,31756,220102,02695,507
100,0%38,4%69,7%65,3%

La crisi ha provocato una forte emigrazione: la popolazione, che aveva raggiunto i 52.179.210 abitanti nel 1993 è scesa regolarmente negli anni successivi per arrivare ai 45.593.300 nel 2012. Questo dimostra la durezza della crisi e delle sofferenze che la popolazione ha dovuto sopportare. Per il proletariato e le classi medie è stato come essere in guerra.

Però tra il 2000 e il 2008 l’Ucraina, proprio come la Russia e i Paesi baltici, ha profittato dell’afflusso di capitali che non trovavano da essere impiegati in Europa occidentale e in America del Nord, riuscendo così a modernizzare la sua industria e la sua agricoltura.

Attualmente l’Ucraina possiede una solida base industriale, soprattutto manifatturiera e mineraria, con una manodopera altamente qualificata, ma con salari che fanno concorrenza a quelli degli operai cinesi. I suoi principali prodotti di esportazione sono i prodotti siderurgici, soprattutto le tubazioni per il trasporto di gas e petrolio; i prodotti dell’industria meccanica, come i motori per aerei ed elicotteri, una industria che è vitale per la Russia e la Cina; i prodotti chimici, dal carbon coke ai fertilizzanti, all’acido solforico ecc; le armi, esportate soprattutto verso la Cina.

Partizione delle Esportazioni
nel 2012
Agricoltura27,0%
Miniere12,0%
Manifatture59,7%

L’Ucraina ha approfittato di questo periodo per modernizzare la sua agricoltura e privatizzare i kolkos, questi centri di conservatorismo sociale, ed è così divenuta una grande esportatrice di cereali. Nel 2012 le sue esportazione verso la Russia sono state di 17,61 miliardi di dollari e verso l’Unione europea di 17.06 miliardi, valori pressoché ugualmente ripartiti.

Scambio di merci – nel 2012
Export Import 
Miliardi di $68,5384,64
Russia25,7%32,4%
Unione Europea (27)24,9%30,9%
Turchie5,4%9,3%
Egitto4,2%6,0%
Kazakhstan3,6%3,4%

La recessione mondiale del 2008-2009 ha colpito duramente l’Ucraina. La produzione industriale è dapprima caduta del 5% nel 2008, del 22% nel 2009: del 27% in due anni. A questo va aggiunto un cronico deficit del commercio con l’estero che è andato aumentando a partire dal 2005. Questo è stato aggravato dal tentativo delle autorità economiche ucraine di mantenere la moneta nazionale, la Hryvnia, ad un livello elevato di cambio. Dopo il 2009 la Russia ha posto fine alla politica del “prezzi fraterni” e vende il suo gas al prezzo di mercato internazionale espresso in Dollari. Le imprese e le banche si sono fortemente indebitate in divise straniere – Dollari ed Euro – e la metà del debito pubblico è anch’esso formulato in Dollari. Per non appesantire il debito e la fattura del gas, la Banca centrale ucraina mantiene ad un livello elevato la parità della moneta nazionale con la divisa statunitense, proprio come l’Argentina che, prima della crisi del 2001, fissava la sua moneta sul Dollaro. Questa politica monetaria di mantenimento della moneta ucraina ad un tasso di cambio elevato è sfavorevole alle esportazioni, soprattutto in questo periodo di recessione a livello mondiale, ed è costoso in divise estere.

Dopo una forte ripresa nel 2010 e nel 2011, la seconda recessione internazionale ha causato in Ucraina una nuova flessione della produzione industriale nel 2012 e nel 2013, con una caduta dei profitti per le imprese e le banche. Dopo l’uscita dalla recessione degli Stati Uniti alla fine del 2013, con l’annuncio da parte della FED di un arresto progressivo del quantitative easing (dal settembre 2012 la FED raccoglie ogni mese 85 miliardi di dollari di ipoteche immobiliari e di buoni del tesoro per mantenere bassi i tassi d’interesse, questo rende il denaro poco caro e abbondante) e dopo l’annuncio della ripresa economica dell’Unione europea, i capitali abbandonano i paesi emergenti, i BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) per tornare in America del Nord e in Europa, facendo andare a fondo le divise di questi paesi e provocandovi recessione. Anche l’Ucraina, come la Russia, sta subendo questa dinamica.

La Banca centrale ucraina nel 2013 ha speso decine di miliardi di dollari per mantenere la parità della sua moneta e questo ha esaurito le sue riserve. Dopo l’inizio dell’anno, malgrado questi interventi e le restrizioni drastiche sui movimenti di capitali, il corso della Hrvynia si è abbassato del 10%. La svalutazione della moneta favorisce le esportazioni e frena le importazioni, rendendo però più gravoso il debito calcolato in dollari o in euro.

Il corso del capitale, delle sue monete e dei suoi mercati, come ha dimostrato il marxismo, è totalmente incontrollabile e sfugge al controllo degli Stati. Tutto il corso storico del capitalismo russo – con il finale smembramento dell’URSS, mettendo un punto finale alle vanterie della controrivoluzione staliniana sul preteso controllo dell’economia da parte dello Stato – ha ampiamente confermato questo aspetto del capitalismo, e la crisi attuale dell’econimia mondiale, apportatrice di miseria, lo dimostra in maniera ancora più tragica.

Il risultato della politica dei cambi in Ucraina, malgrado un tasso di indebitamento pubblico relativamente basso – 43% del Prodotto Interno Lordo nel 2012 contro il 90% della Francia e il 127% dell’Italia – è che le imprese non riescono più a finanziarsi sul mercato internazionale. I tassi di interesse sulle obbligazioni pubbliche a breve termine, che ancora un mese fa erano al 5%, sono passati in una settimana al 35%. Quelli a scadenza decennale hanno raggiunto l’11,3% contro l’8,5% in gennaio. Le riserve in divisa estera della Banca centrale si sono molto ridotte e il deficit dello Stato, a causa della recessione, ha raggiunto circa il 55% del PIL. In una parola lo Stato ucraino è sull’orlo del fallimento e del blocco dei pagamenti.

Secondo il Ministro delle Finanze ad interim, Iuri Kolobov, l’Ucraina deve far fronte a 12 miliardi di Dollari di indebitamento nel 2014: 4 miliardi sono dovuti dalla Banca centrale ucraina al Fondo Monetario Internazionale, circa 2 miliardi sono costituiti da titoli e obbligazioni in Euro emessi dallo Stato e il resto è rappresentato dalle fatture del gas dovute dalla Compagnia pubblica russa del gas Naftogaz. Secondo lo stesso ministro, l’Ucraina per far fronte ai suoi obblighi, avrebbe bisogno per il 2014-2015 di 35 miliardi di dollari, cioè di circa 25,5 miliardi di Euro.

L’Ucraina ha dovuto fare appello per due volte al FMI. La prima volta, sotto il governo Yuchtchenko-Timochenko, nel novembre 2008, era stato raggiunto un accordo che prevedeva un prestito di 16,4 miliardi di dollari; la seconda volta nel 2010, sotto il governo di Viktor Yanukovitch un secondo accordo prevedeva un prestito di 15 miliardi di dollari. Tutti questi accordi prevedevano una serie di misure, tra cui la soppressione delle sovvenzioni alle fatture del gas per le imprese e per i privati. Ma ogni volta il governo non aveva poi applicato queste misure che, in una situazione di crisi economica, sarebbero risultate esplosive. Il FMI aveva di conseguenza cessato i suoi versamenti nel giro di qualche mese.

La crisi in corso

Per la sua situazione geografica e i suoi legami commerciali, l’Ucraina si trova in mezzo tra il grande “fratello” russo e l’Unione Europea. Proprio come la Polonia e i Pesi Baltici la borghesia ucraina vorrebbe far parte dell’Unione Europea nella speranza di attirare gli investimenti che sono necessari alla sua economia ed avere un accesso più facile al mercato dei capitali. Da parte sua l’Unione Europea, in questa situazione di saturazione mondiale dei mercati, non può che augurarsi una più grande apertura del mercato ucraino e le multinazionali europee, inglesi, tedesche, francesi o italiane, non possono che attendere con impazienza la possibilità di investire a condizioni vantaggiose in un paese che ha una solida base industriale con tecnologia di punta nei settori dell’elettronica e nel settore militare e soprattutto dispone di una manodopera altamente qualificata con dei salari a livello di quelli cinesi. Questa integrazione, o più semplicemente questo avvicinamento, con un prestito chiavi in mano di 20 miliardi di dollari come aveva prospettato l’Unione Europea, ha però una condizione: una ristrutturazione economica, duri tagli alla spesa pubblica, tra cui soprattutto la soppressione delle sovvenzioni per il consumo del gas e, forse più facile da ottenere, un sistema giuridico conforme ai bisogni degli affari, cioè trasparente, funzionante e non arbitrario.

Dall’altro versante, l’imperialismo russo vede di cattivo occhio questo avvicinamento. Di fatto la integrazione nell’Unione Europea condurrebbe alla integrazione del paese nella NATO. Questo vorrebbe dire che la Russia si ritroverebbe le forze NATO alle frontiere, il che metterebbe in serio pericolo la Crimea, con l’importante base di Sebastopoli. Per questo la Russia ha usato col presidente Yanukovitch la carota e il bastone pur di impedire l’avvicinamento all’Europa; il bastone è consistito nella minaccia di tagliare gli approvvigionamenti di gas e di aumentare i dazi doganali su tutte le importazioni ucraine, anche se in contraddizione con le regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, di cui la Russia fa parte ormai da due anni; la carota è la prospettiva di un prestito di 15 miliardi di dollari, senza condizioni, e la diminuzione di un terzo del prezzo del gas. Tra il bastone e la carota il governo Yanukovitch non ha esitato molto.

Il seguito è noto: davanti alle speranze deluse di una parte delle classi medie, tra cui i piccoli imprenditori, con il sostegno discreto di una parte degli oligarchi che fanno i loro affari con l’Europa, e sicuramente grazie all’opera di agitatori professionali finanziati dall’imperialismo europeo o statunitense – come fa oggi l’imperialismo russo in Crimea e in alcuni regioni dell’Ucraina orientale – fu occupata Piazza Majdan a Kiew e dopo due o tre mesi di scontri con la polizia e le forze speciali, il governo è caduto, come durante le primavere arabe in Tunisia e in Egitto.

Come in altre regioni del mondo, la crisi mondiale del capitalismo ha messo le classi in movimento, ma a differenza della Tunisia e dell’Egitto, dove il proletariato ha avuto un ruolo importante, soprattutto attraverso una rete di organizzazioni sindacali che hanno saputo organizzare scioperi duri e prolungati, il proletariato in Ucraina è stato completamente assente. Un certo numero di proletari ha certamente preso parte alle manifestazioni ma era disperso nella massa dei manifestanti e non si è distinto in nulla rispetto alle rivendicazioni puramente borghesi di Piazza Majdan. La grande massa del proletariato ha sicuramente compreso in maniera istintiva che non c’era da aspettarsi nulla di buono né dall’una né dall’altra delle parti in lotta.

I piccoli Stati, soprattutto quando sono in difficoltà, diventano facili prede dei grandi Stati imperialisti. Chi si mangerà l’Ucraina, la Russia o, attraverso l’Unione Europea, gli Stati Uniti?

La Russia non ha i mezzi economici per assorbire l’Ucraina e non può impedire il suo avvicinamento all’Europa. La Russia di oggi non ha più nulla a che vedere con la vecchia URSS che si spartiva il dominio del pianeta con gli Stati Uniti. Quanto pesa oggi la Russia senza l’Ucraina, i Paesi Baltici e l’Europa centrale? Se prendiamo la produzione di elettricità come riflesso della potenza industriale, all’ingrosso, prendendo i dati del 2007, prima della grande crisi del 2008-2009, il suo peso mondiale sarebbe vicino al 5% contro un 22% degli Stati Uniti d’America e un 16% della Cina. La Germania con lo stesso criterio peserebbe circa per il 3%. La Russia è dunque una grossa Germania con i denti a forma di ogive nucleari, ma una grossa Germania né più né meno. In nessun caso può pretendere di rivaleggiare con gli Stati Uniti come fu in passato.

Il vero avversario degli Stati Uniti è rappresentato dalla Cina. La borghesia cinese si prepara a prendere il posto dell’imperialismo americano. Essa conta sul tempo: con ritmi di crescita industriale del 5-6% (anche se quelli ufficiali sono del 9-10%), conta di raggiungere e di sorpassare gli Stati Uniti e di produrre più armi di loro. Quello che la borghesia cinese dimentica, come tutte le borghesie, è la crisi di sovrapproduzione. Una formidabile crisi di sovrapproduzione minaccia infatti la Cina, una crisi la cui intensità sarà almeno uguale a quella del 1961-62, se non superiore. Il problema non è se la crisi avrà luogo ma quando. Alla fine del ciclo attuale che si prevede per il 2017 o più tardi, o prima addirittura? In tutti i casi questa gigantesca crisi di sovrapproduzione sarà il punto di partenza di una crisi deflattiva mondiale di una intensità superiore a quella del 1929.

L’intervento militare della Russia in Crimea e le sue minacciose manovre ai confini orientali dell’Ucraina, sono la prova della sua debolezza. Gli Stati Uniti stanno reagendo inviando una nave da guerra nel Mar Nero e rafforzando le difese aeree in Polonia ma non fanno pressione su altri teatri operativi, come la Siria ad esempio. Questo dimostra due cose.

La prima è che le condizioni per un terzo conflitto mondiale, malgrado gli allarmi che arrivano dall’Estremo Oriente (qualche settimana fa navi da guerra cinesi hanno sparato contro navi da pesca filippine; in effetti la Cina rivendica come sua zona di influenza tutto il Mare della Cina e tutto il relativo spazio aereo), dal Medio Oriente e ora anche dall’Europa, non sono ancora mature, prima ci sarà una grande crisi economica mondiale che riporterà il proletariato sulla via della lotta di classe; in seguito si porrà l’alternativa: terza guerra mondiale o rivoluzione comunista internazionale.

La seconda è che gli Stati Uniti per ora non contano sulla forza militare per piegare la Russia ma su un’arma altrettanto potente, quella del capitale finanziario. È la stessa arma che Washington usò nel 1956 dopo l’intervento militare anglo-francese al Cairo e a Suez: i due alleati si credevano ancora i padroni del mondo ma sotto la pressione finanziaria statunitense dovettero rapidamente fare i bagagli e tornare a casa, anche se sul terreno la conquista era stata evidentemente facile. Si può ben immaginare la rabbia della borghesia francese e i suoi sentimenti anti americani di allora.

Oggi la Russia non soltanto subisce la crisi internazionale ma deve anche far fronte, come gli altri Paesi emergenti, ad un riflusso dei capitali. Bisogna inoltre considerare che la produzione industriale ha ristagnato nel 2013 e che per il 2014 si annuncia addirittura una recessione. «La Russia ha segnato l’anno scorso una crescita di appena l’1,4% del PIL (contro il 3,4% nel 2012, lontano dal 7% del decennio 2000 e del 5% promesso dal presidente Putin nel 2012) e le autorità speravano di ottenere un rimbalzo al 2,5% nel 2014. La Banca centrale ha già rinunciato, rivedendo al ribasso le sue previsioni: meno del 2% all’anno fino al 2016 almeno. Le cause sarebbero, notoriamente, lo scarso entusiasmo degli investitori esteri, in mancanza di una reale diversificazione industriale, di programmi concreti di privatizzazione, di un buon clima per gli affari e di un sistema giudiziario trasparente» (“Les Echos” del 4 marzo 2014).

Questa situazione provoca una svalutazione del Rublo, oggi aggravata dalle sparate militari della Russia: dopo l’annuncio di un possibile intervento militare in Ucraina l’Euro ha superato la soglia simbolica dei 50 Rubli, cosa mai vista, e il Dollaro ha superato il suo record del 2009 con 36,85 Rubli per un Dollaro. La Banca centrale per contrastare questa dinamica ha dovuto inopinatamente aumentare il tasso di riferimento, il tasso che regola gli scambi interbancari, dal 5,5% al 7%.

In caso di embargo sugli investimenti in Russia, come ha minacciato il Segretario di Stato americano John Kerry, il capitalismo russo sarebbe danneggiato duramente. Un certo numero di banche rischierebbe sicuramente il fallimento. Così, con un gesto di distensione, Putin ha fatto arrestare le manovre militari alle frontiere con l’Ucraina.

Non c’è dubbio che negoziati sono in corso. Cosa vuole l’orso russo? Dare sicurezza alla propria base navale in Crimea, che l’Ucraina non entri nella NATO e dunque nell’Unione Europea e che il governo di Kiev non sia dichiaratamente antirusso.

Su questo ultimo punto tutti i governi dell’Ucraina, compresi quelli che sembrano più filooccidentali, si sono mostrati molto pragmatici e coscienti della realtà geopolitica. È stato così quando la stella della “rivoluzione arancione” Iulia Timochenko era primo ministro e passava per essere filo occidentale. È lei che ha negoziato con la Russia quel nuovo contratto del gas che in seguito sarebbe stato considerato da Yanukovitch, il presidente deposto che si è rifugiato in Russia, troppo favorevole ai russi.

Per quanto riguarda l’integrazione dell’Ucraina all’Europa, quello che l’Unione Europea ha proposto fino ad ora, è un partenariato. Al contrario se la Crimea dovesse essere acquisita con la forza, come sembra, non c’è alcun dubbio che, a medio o a lungo termine l’Ucraina sarà integrata all’Europa e alla NATO.

Ma né l’Europa né la Russia possono sopportare una Ucraina fallita, perché questo comporterebbe dei problemi ad entrambe. Se l’Ucraina cesserà di pagare le rate del debito le banche pubbliche russe, che hanno pesantemente investito in Ucraina, subirebbero conseguenze gravissime. Su questo punto europei e russi hanno interesse a trovare un accordo.

Il mezzo di ritorsione della Russia è il gas ma ha dei limiti perché rischia di ammazzare la gallina dalle uova d’oro. La Russia non può continuare a lungo ad usare l’arma del gas. La produzione di gas dagli scisti negli Stati Uniti ha rivoluzionato il mercato dei prodotti energetici. Diventando indipendenti dal punto di vista energetico e grossi esportatori di carbone, gli Stati Uniti hanno fatto abbassare il prezzo dell’energia e obbligato i loro antichi fornitori a trovare altri sbocchi. D’altra parte la possibilità di liquefare il gas naturale ne permette il trasporto per lunghe distanze. L’Europa consuma attualmente 485 miliardi di metri cubi di gas all’anno, di cui 160 miliardi provengono dalla Russia, ma da qui a 10 anni buona parte di questo gas sarà sostituito dal GNL (Gas Naturale Liquefatto). Se la Russia dovesse interrompere adesso le sue forniture di gas, cosa che avrebbe riflessi negativi sulla stessa economia russa, l’Europa potrebbe approvvigionarsi in Qatar, in Australia o in Canada.

Sempre sulla questione del gas, il deposto governo di Yanukovitch aveva fatto di tutto per ridurne il consumo e l’acquisto dalla Russia che lo forniva ad un prezzo superiore a quello di mercato. Aveva fatto sostituire nelle centrali termiche che producono l’elettricità il gas con il carbone, che è prodotto in Ucraina, e ha perfino importato gas dalla Germania. Con questi sistemi era riuscito a ridurre il consumo di gas dai 54 miliardi di metri cubi del 2011 ai 45 miliardi del 2012 e aveva ridotto la dipendenza dalla Russia acquistando nel 2012 solo 34 miliardi di metri cubi da Mosca. D’altra parte all’inizio del 2012 il governo ucraino ha firmato due contratti per lo sfruttamento di due giacimenti di gas dagli scisti che potrebbero fornire ciascuno, secondo stime dello stesso governo, tra gli 8 e i 10 miliardi di metri cubi di gas all’anno. Quanto agli Stati Uniti essi accelerano la costruzione di terminali per l’esportazione di GNL. Esportazione che potrebbe essere rivolta proprio verso paesi come l’Ucraina.

In questo braccio di ferro, fino a dove vogliono spingersi gli americani? Organizzeranno un embargo degli investimenti in Russia nel caso in cui questa si rifiutasse di lasciare la Crimea? La Cina, che fino ad ora ha moderatamente sostenuto la Russia, potrebbe allora intervenire in aiuto di Mosca. Ma questo “aiuto” avrebbe il suo prezzo: la borghesia cinese presterà i suoi capitali a condizione di far man bassa sulle risorse minerarie della Siberia e sulla tecnologia di punta della Russia. Gli Stati Uniti, da parte loro, dovranno convincere la City, che ricicla una parte della rendita russa generata dalla vendita del gas e del petrolio, a partecipare all’embargo. Ma gli Stati Uniti possono avere interesse a non colpire troppo a fondo la Russia per non ritrovarsi da soli ad affrontare la Cina.

Non si possono fare che delle supposizioni, ma è sicuro che non uscirà mai alcuna soluzione positiva da tutti questi mercanteggiamenti tra Stati imperialisti; al contrario essi servono solo ad imputridire ulteriormente la ferita, basta ricordare quanto è successo a Cipro.

In tutti i casi il proletariato ucraino non ha niente da aspettarsi dall’uno o dall’altro campo, solo lacrime, sangue e precarietà. Se si confermasse una ripresa industriale a scala mondiale nei grandi paesi imperialisti, essa sarebbe molto moderata e si farebbe solo a prezzo di un maggiore impoverimento e più grave precariato dei lavoratori, tanto nell’industria quanto nei servizi. In Giappone il 30% della forza lavoro è già precario e povero, in Germania il 20%, in Francia il 15% secondo dati del 2010 e non c’è dubbio che questa percentuale sia aumentata negli ultimi mesi.

La borghesia europea ha ben presente che non può applicare all’Ucraina le brutali ricette che ha imposto a Grecia e Spagna; sarà obbligata ad usare metodi meno drastici, ma sarà sempre il proletariato ucraino a pagarne il costo. Ecco cosa ha dichiarato in una intervista Erik Berglof, economista in capo della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo: «Un paese come l’Ucraina, che ha una economia diversificata e una forza lavoro educata, deve fare degli sforzi per suscitare fiducia negli investitori». Molto chiaro.

Queste tensioni militari crescenti, in mar della Cina, come in Medio Oriente o in Europa, sono le premesse della futura guerra mondiale, verso la quale gli Stati imperialisti sono spinti dalla crisi del capitalismo mondiale. Quando le condizioni saranno mature basterà una scintilla per dar fuoco alle polveri. Sarà un disastro se i primi missili partiranno e il proletariato non sarà capace di fermare la guerra con la sua azione di classe, o la fermerà troppo tardi, come nella Prima Guerra mondiale.

Se la guerra dovesse scoppiare prima della rivoluzione la trasformazione della guerra imperialista in guerra civile sarà difficile, ma non impossibile. Al contrario, se la terza guerra mondiale dovesse arrivare al suo termine, non soltanto il pianeta verrebbe ridotto ad un campo di desolazione e di rovine, con forse un miliardo di morti, ma ci sarebbero tutte le condizioni, col proletariato schiacciato dalla miseria e dalla fame, perché il capitalismo possa ricominciare un altro ciclo di accumulazione. Il centro di gravità economica sarebbe spostato nel Pacifico mentre la vecchia Europa, che non avrà saputo arrivare al comunismo, non avrebbe che da andare in pensione.